E
PENSARE CHE SI CONCEDONO LORO ANCORA TANTI ONORI
Il
lungo calvario del davai!
(avanti!)
01.10.09 - Sì, e pensare che a loro
sono ancora intestate strade e strutture.
Mi riferisco a due fra i mille e mille criminali
del secolo trascorso. In un mare di criminali
rossi, almeno due, in particolare, emergono:
Palmiro Togliatti e Edoardo DOnofrio.
Scrivo queste righe per ricordare quanto è
stato dimenticato da personaggi che ancora oggi,
tanti di loro ancora in attività politica,
si nascondono dietro una maschera di candida
ingenuità, corresponsabili di quanto
più avanti scriverò. La responsabilità
di questa orrenda pagina di storia non va addebitata
solo al Migliore (Palmiro Togliatti)
e al suo vice, DOnofrio, ma anche ai vari
DAlema e Occhetto che non hanno sentito
il dovere di denunciare i crimini commessi dai
vertici del Pci. Descrivere il peregrinare di
Togliatti e di DOnofrio fra lItalia
e lUrss ci porterebbe molto lontani e,
avvalendomi di un lavoro dellindimenticabile
Franz Maria DAsaro, voglio iniziare il
racconto a partire dal 1941, dopo lentrata
in guerra dellItalia contro lUrss,
quando cominciano ad affluire nei campi di concentramento
sovietici i soldati italiani fatti prigionieri;
campi affidati, dai sovietici, al controllo
di DOnofrio. Raccontare i supplizi ai
quali furono sottoposti quegli sventurati sarà
mia cura accennarlo più avanti. Cominciamo
a ricostruire le vicende del sottocapo del Migliore,
Edoardo DOnofrio, quando questi fu sottoposto
a processo nel luglio del 1949, processo che
mise in luce la sua spietatezza esercitata sui
prigionieri italiani in Russia. Nel frattempo
DOnofrio divenuto senatore del Pci e addirittura
Vicepresidente del Senato, ebbe limpudenza
di intentare causa contro cinque reduci dallUrss,
accusandoli di averlo diffamato. Ma il querelante
subì uno smacco: i cinque reduci furono
clamorosamente assolti. Ecco, sommariamente,
quali erano le prove che DOnofrio esibì.
Nellaprile del 1948 venne stampato e diffuso,
sotto il titolo Russia, un
numero unico a cura dellUnione Italiana
Reduci di Russia; a pagina sette cera
un articolo dal titolo Edoardo DOnofrio,
nel quale si poteva leggere: <DOnofrio
durante la sua permanenza nei campi di concentramento
di Oranki e Skit, assistito da Flamenghi (evidentemente
un altro alto esponente del Pci, nda) e alla
presenza di un ufficiale del Mkvd, ha sottoposto
ad estenuanti interrogatori prigionieri italiani
detenuti in quei campi. Non si trattava di semplici
conversazioni politiche, come ipocritamente
il DOnofrio vorrebbe far credere, ma di
veri e propri interrogatori di carattere politico
che spesso duravano delle ore e durante i quali
veniva messo a verbale quanto il prigioniero
rispondeva. Immediatamente dopo la visita di
DOnofrio in quei campi, alcuni dei prigionieri
italiani che in quei giorni erano stati sottoposti
a interrogatori, furono allontanati e rinchiusi
in campi di punizione e ancora oggi alcuni sono
trattenuti nei campi di concentramento di Kiev.
Simili procedimenti avevano il duplice scopo
di far crollare, prima con lusinghe e poi con
minacce esplicite (Lei non conosce la
Siberia?) che non risparmiavano nemmeno
le famiglie in patria, la resistenza fisica
e morale di questi uomini ridotti a cadaveri
viventi dalla fame, dai maltrattamenti e dalle
malattie, per guadagnare ladesione degli
altri prigionieri intimoriti dallesempio
della sorte toccata a questi>. Scrive
ancora Franz Maria DAsaro che la relazione
portava le seguenti firme: Domenico Dal Taso,
Luigi Avalli, Ivo Emmett e altri. E ancora a
pagina sedici si poteva leggere: <Ottantamila
martiri nei campi di concentramento ottomila
scampati accusano e denunciano DOnofrio,
Robotti (Paolo Robotti, cognato di Togliatti,
nda), Ossola, Fiamenghi, Cocchi, Torre (una
donna), Roncato. Italiani, questi rinnegati
postisi al servizio della polizia sovietica
e diretti da Togliatti, furono i commissari
politici, gli aguzzini nostri nei campi di concentramento
sovietici>.
Nel corso del dibattito processuale emersero
testimonianze disastrose per il senatore comunista.
Si appresero, infatti, dettagliate conferme
delle sevizie morali che il luogotenente di
Togliatti infliggeva ai prigionieri, denunciando
senza pietà alla polizia politica sovietica
tutti coloro che si rifiutavano di cedere ad
un vasto repertorio di lusinghe e di minacce.
E questi bravi italiani finivano regolarmente
nei campi siberiani dove morivano uccisi dagli
stenti, dal freddo ed anche dai maltrattamenti.
Per tutti valga la testimonianza del bersagliere
Santoro il quale, dopo aver respinto le suadenti
profferte di DOnofrio, subito rinnovate
con toni minacciosi, si sentì rispondere:
<Lunica differenza che passa fra
lei e i suoi bersaglieri è che lei è
un criminale vivo, mentre quelli sono dei criminali
morti>.
Appena poterono, i sopravvissuti rilasciarono
questo documento: <Testimoni consci
di quello che vedemmo e soffrimmo, qualunque
possa essere la nostra tendenza politica, ripetiamo
ad ogni italiano che il bolscevismo, spoglio
dalla sua retorica demagogica, significa regime
di polizia e di terrore, significa la tirannia
di un partito sulla Nazione, sulla famiglia,
sullindividuo. Viva lItalia>.
Il documento, firmato da centinaia di prigionieri,
porta la data del 27 luglio 1946.
La testimonia diretta di coloro che vissero
quel dramma è riportata di seguito.
*****
Il 7 dicembre 1998 la televisione italiana trasmise
un documentario sulle vicende dei prigionieri
italiani in Russia. Il filmato ha proposto un
Reportage cinematografico dai fronti
della guerra patriottica, è
il titolo di un cinegiornale dellArmata
Rossa con lintento propagandistico
e a scusante delle atrocità commesse
di presentare al mondo la vita quotidiana
dei prigionieri italiani falsando macroscopicamente
la verità.
Il
film mostra i nostri prigionieri avviarsi, quasi
con allegria, armati di forconi alla raccolta
del grano, sotto un sole meraviglioso e circondati
da belle contadine russe con le quali scambiano
sorrisi e cenni come generalmente si usa fare
fra giovani spensierati.
Alla
fine della giornata di lavoro questi nostri
(ex) giovanotti come è mostrato nel documentario,
siedono in circolo nel kolkotz <mangiando,
bevendo e conversando allegramente fra loro>
rifocillati abbondantemente e serviti da soldati
e donne russe sorridenti
Questo
e molto di più quanto mostrato
nel documentario da poco rinvenuto negli archivi
russi, come attestato dal commentatore.
E
questa la verità?
Certamente
no! Le sofferenze sopportate dai nostri infelici
soldati caduti prigionieri e appartenenti prima
al CSIR (Corpo Spedizione Italiano in Russia),
poi allARMIR (Armata Militare Italiana
in Russia), hanno dellinfernale.
Per
anni, nellimmediato dopoguerra, ci si
interrogò su quanti del CSIR e dellARMIR
fossero i caduti, quanti i dispersi e, di questi,
quanti caduti prigionieri.
Le
pressioni dei parenti dei dispersi
sul nostro Governo per avere notizie dei congiunti
non trovarono che annoiata risposta essendo
i responsabili dei vari dicasteri occupati a
gestire i propri traffici personali o di partito
e, quindi, non venivano esercitate sul Governo
sovietico quelle sollecitazioni necessarie per
ottenere risposte chiare sulla fine dei nostri
soldati. Si giunse al punto (era la fine degli
anni 80) che il Presidente di una nostra
Commissione, esattamente lOn. Flaminio
Piccoli, proprio al cospetto di personalità
sovietiche dichiarò che i nostri caduti
in Russia non meritavano alcuna sepoltura cristiana
perché colpevoli di aver condotto in
quella terra una guerra fascista.
Ci
fu, qualche anno dopo, una nuova fiammata che
richiamò alla memoria i nostri Caduti
dellARMIR, quando fu scoperta una lettera,
nella quale, lallora componente del Komintern,
Palmiro Togliatti, sollecitava i guardiani dei
lager sovietici a non preoccuparsi troppo se
i nostri alpini, lì
ospitati morivano di stenti
perché più erano i caduti, più
lodio per il fascismo in Italia si sarebbe
moltiplicato. Poi tutto si spense sulla bizantinistica
interpretazione di un verbo o aggettivo contenuto
in quella lettera autografa di Togliatti, che
nulla toglieva al senso effettivo che il capo
del PCI voleva dare e cioè: far
morire gli alpini per danneggiare
il fascismo.
********
Le leggi internazionali stabiliscono precise
norme riguardo al trattamento da riservare ai
prigionieri di guerra, tali che a questi possa
esser garantita la vita, la salute e lonore.
Troppo
spesso liniquo trattamento riservato ai
nostri soldati caduti prigionieri degli inglesi,
dei francesi, degli stessi americani, andava
ben al di là di quanto prevedevano le
su citate Convenzioni Internazionali.
Infatti
nei campi di concentramento degli Alleati, i
casi di prigionieri italiani bastonati, incatenati,
fucilati o tenuti a regime di fame era, se non
la norma, perlomeno frequente. Non è
mancato il perverso sistema, anchesso
in contrasto alle già citate norme, di
suddividere i prigionieri fra cooperatori
e non cooperatori, cosa
che comportava per questi ultimi ulteriori gravi
pene e persecuzioni nel tentativo di spezzarne
la resistenza morale e, quindi, la volontà.
Vi furono numerosi casi di morti violente, arbitrarie
fucilazioni e malattie dovute a un sistematico
e programmato cattivo trattamento.
Ma
tutto ciò, se pur grave non trova nessuna
analogia con le scelleratezze cui andarono incontro
i nostri soldati prigionieri dellArmata
Rossa.
Quanti furono i morti?
Ancora oggi non se ne conosce il numero esatto!
Come non evidenziare, a questo punto, lo scarso
impegno (se non addirittura lindifferenza)
del Governo italiano nel pretendere dallURSS
un responsabile contegno nei confronti di un
così tragico problema? Molto ottenne,
al contrario, il vecchio Cancelliere tedesco,
Adenauer che, prima di firmare gli accordi commerciali
con quel Paese, pretese come condizione primaria,
la risoluzione della questione dei prigionieri
di guerra. In un sol colpo vennero restituiti
alle loro famiglie ben novemila criminali
di guerra.
Nel 1958, per sollecitare un più incisivo
impegno del Governo italiano verso quello sovietico,
una delegazione dellAssociazione Congiunti
Dispersi in Russia fu ricevuta dallallora
Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi
il quale così rispose ai rappresentanti
dellAssociazione: Purtroppo il
Vostro problema è stato sacrificato per
ragioni di Stato.
*********
Durante le furiose battaglie e il tragico ripiegamento
del dicembre 1942 e gennaio 1943, la radio russa
comunicò che erano stati catturati circa
80 mila soldati dellARMIR. Certamente
è una cifra gonfiata in eccesso per ovvi
motivi di propaganda. In proposito Aldo Valori,
nel volume La Campagna di Russia; CSIR-ARMIR,
1941-1943, a pagina 739 scrive: <Se
calcoliamo approssimativamente in 30.000 sicuramente
morti (cifra minima probabile, tenendo conto
dellaccanita battaglia e delle difficoltà
del ripiegamento) e vi aggiungiamo i rimpatriati,
si può presumere che i russi non abbiano
catturato più di 55-60.000 prigionieri
e forse meno>.
Effettivamente
la furia della battaglia che divampò
fra il 15 dicembre 1942 e il 31 gennaio 1943
divorò interi reparti. A questo proposito
è sintomatico il tributo di sangue del
reparto lanciafiamme del Comando Corpo dArmata
che lasciò sul campo il 91% della sua
forza; infatti su 310 effettivi se ne salvarono
29.
E interessante quanto riportato in merito
nella seconda edizione della Grande
Enciclopedia Sovietica, pubblicata
nel 1953 Volume XIX, pagina 85, dove
si stabilisce che le perdite complessive degli
italiani nella campagna di Russia assommano
a 150 mila unità. I prigionieri sarebbero
stati solo 21 mila.
In questo tragico balletto di cifre, scandalosamente
reticente, sintrodusse anche Palmiro Togliatti
che, in una trasmissione da Radio Mosca, chiamata
La Voce della Verità,
esasperato perché in Italia si dubitava
dellesattezza delle notizie che venivano
dallURSSS, ribadiva che i prigionieri
italiani erano 115 mila.
Consideriamo
come più veritiera la cifra, come sopra
indicata di 60 mila prigionieri italiani, dato
che di 40 mila se ne è perduta la traccia,
si evince che i due terzi risultano dispersi;
perdite di gran lunga superiore a quelle fornite
sui decessi che avvenivano nei famigerati lager
tedeschi che raggiungevano il 40% degli internati.
Lagonia dei nostri soldati iniziava sin
dal momento della loro cattura, sospinti e brutalmente
malmenati al grido di davai.
Scrive Aldo Valori a pagina 742 del già
citato volume: <Le marce di trasferimento
dai luoghi della cattura ai campi di concentramento
aprirono le prime larghe falle nelle file dei
nostri prigionieri. Costretti a marce senza
posa per giornate intere, con una temperatura
che arrivava ai 40 gradi sotto zero, tra ghiacci
e neve, con calzature inadatte, senza cibo,
senza fuoco, moltissimi dei nostri soldati cadevano
a terra sfiniti, ed erano senza pietà
trucidati dal classico colpo alla nuca dai soldati
di scorta>.
Unagghiacciante testimonianza su queste
brutalità ci è fornita da Gabriele
Gherardini nel suo volume La vita si ferma,
dal quale riportiamo ampi stralci: <Non
so quanto aspettammo sempre allineati per quattro.
Al minimo movimento entravano in ballo i cosacchi
con i calci dei mitra (
). Mi ero distaccato
dagli altri a causa del piede che aveva cominciato
a dolermi, loscurità era impenetrabile.
Quattro ombre che mi sentii addosso prima di
vederle, si precipitarono rabbiosamente su di
me cominciando a caricarmi di colpi forsennati.
Una mazzata alla testa mi fece barcollare, unaltra
poco più su dello stomaco mi rimise in
piedi, poi arrivò uno schiaffo così
violento che credetti mi avesse rotto una mascella.
Uno degli assalitori mirò allinguine
con un calcio; latto istintivo che feci
per difendermi raddoppiò la loro rabbia,
mi colpirono nel petto, nei fianchi, sulla fronte,
proprio al disopra degli occhi (
)>.
Poi avvenivano le perquisizioni che erano, in
effetti, vere e proprie spoliazioni non solo
di oggetti, ma addirittura di quel vestiario
che, bene o male, riparava i corpi dal terribile
inverno russo.
Una volta giunti al campo, così Gherardini
continua: <Quando rientrammo capitò
la belva. Era una ragazza dai capelli rossi,
corti e arruffati, indossava indumenti maschili
(
). Appena balzò dentro, circondata
da una turba di ragazzotti dai visi scimmieschi,
per prima cosa sventagliò sghignazzando,
una raffica di mitra al soffitto>.
E iniziò la rapina di quegli indumenti
che erano sfuggiti alle prime persecuzioni,
furono sottratti perfino i pantaloni. <Uno
già mezzo spogliato che indugiò
a togliersi camicia e scarpe fu condotto fuori
nel mezzo della canea urlante e fu lei a premere
il grilletto. Il gran mucchio di stracci su
cui il corpo sforacchiato andò ad abbattersi,
si macchiò di sangue (
). Ci venne
dietro fin quasi a Krinovaja, sempre urlando
e uccidendo, implacabile e perversa, anima di
tigre in spoglie umane>.
E la fame, la fame era il supplizio peggiore
alla quale erano sottoposti i nostri soldati;
si pensi, ricorda Aldo Valori, che durante una
marcia di dodici giorni il cibo venne distribuito
due sole volte!
La testimonianza più viva viene fornita
da chi quelle vicende le visse di persona; riporta
Gherardini a pag. 201: <La fame, dopo
laccasciamento delle prime ore, è
tornata aggressiva, lancinante. Si sogna sempre
di mangiare, giorno e notte, visioni continue
di orge; tavole ricolme, montagne di cibi. Si
è ciechi, disperati, la fame fa passare
in seconda linea maltrattamenti e umiliazioni,
persino il rischio della morte non conta più.
Si sopporterebbe tutto per un pezzo di pane,
si venderebbe lanima al demonio per un
buon pasto (
). Da diversi giorni non beviamo
e allimprovviso (siamo al passaggio del
Don, ndr), nel vedere tutto quel liquido ci
viene sete (
). Bevono a mani giunte, molti
si stendono e tuffano le labbra nei rigagnoli,
qualcuno si serve di un recipiente. In un attimo
fra lo scricchiolio simile a quello dei vetri
spezzati che fende in obliquo il fiume il ghiaccio
sincrina. Tutti quelli che sono sul filone
spariscono sotto, senza neppure il tempo di
gridare; nel tumulto improvviso la scorta spara,
ma sono colpi inutili; gli annegati ormai navigano
sotto lasfalto bianco, già lontani>.
Finalmente (!) si giunse a destinazione, nei
lager russi, in quei luoghi dove le sofferenze
e le umiliazioni toccarono il loro apice. Ma
dove lorrore raggiunse il massimo fu nei
due campi di Oranski e di Krinovaja.
Ci è dato citare di nuovo la testimonianza
di Gherardini. A questo punto dobbiamo scusarci
con il lettore di quanto più avanti dovrà
prendere atto. La Storia, ma soprattutto la
memoria non può, non deve fermarsi davanti
al buon gusto, al ribrezzo, allorrore.
Sono fatti realmente avvenuti e quindi vissuti
che hanno reso i carnefici mostri e mostri le
stesse vittime.
Ciò premesso, ecco quanto scrive Gherardini
a pag. 221:<A Krinovaja fu il periodo
più orrendo della prigionia, linfero
dei vivi. Ci entrammo in trentamila ne uscimmo
in tremila; ventisettemila se ne andarono in
poco più di quindici giorni. I più
morirono di fame, di dissenteria, di tifo esantematico;
molti furono divorati ancora caldi dai compagni,
di qualcuno di affrettò la fine perché
morisse prima e servisse da pasto agli altri.
Fu il regno delle sozzure più tremende,
legoismo e la brutalità umane assunsero
forme dincubo; in due settimane si provò
quello che nessuno ha provato mai: la bestia
più immonda avrebbe avuto schifo delluomo!
(
). Il campo era vastissimo: oltre alla
stalla in cui vivevamo noi, apparivano qua e
là mucchi di costruzioni in muratura;
lo spazio che le divideva serviva da latrina,
da cimitero, da fogna. Si defecava vicino ai
cadaveri nudi, molte volte ce nerano tanti
che non si sapeva dove mettersi (
). Avvennero
scene strazianti, anche la fantasia più
fervida non riuscirebbe a descriverle nella
loro realtà. Un alpino per giorni e giorni
difese contro laccanimento inferocito
degli antropofagi il cadavere del fratello,
ma finì per morirci (
)>.
In questo quadro infernale, a causa dellassoluta
mancanza delle più elementari norme igieniche,
si scatenò nei campi una violenta dissenteria
sanguigna che in pochi giorni si sviluppò
in forma violentissima i cui effetti furono
letali.
Il
contagio della pestilenza era favorita dalla
mancanza dacqua. Ricorda sempre Gherardini
che nel campo di Krinovaja cera un pozzo
sempre affollato che alla fine, per la ressa
selvaggia, inghiottì un prigioniero che
morì allistante congelato. Non
per questo gli uomini assetati si dissuasero
dallattingere acqua nel luogo dove galleggiava
il cadavere. Dopo pochi giorni altri uomini
precipitarono nel pozzo e nuovi cadaveri ne
ostruivano la bocca. Si attingeva acqua scostando
i corpi. Alla fine, quando i prigionieri lasciarono
il campo, il pozzo era colmo di cadaveri.
Queste
brevi note non sono che una sintesi di quanto
i nostri compatrioti soffrirono in quegli anni
e la cui memoria tende ad offuscarsi, oltre
che per il tempo anche per la manigolda politica
tendente a che certe storie è
bene non ricordarle per non dispiacere a qualcuno.