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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Filippo Giannini

Gad Lerner, sarai pure un bell'uomo, ma di storia…
Dedicato ai lettori che hanno visto la trasmissione "L'Infedele" del 22 novembre 2010

25.11.2010 - Stavo tranquillamente sdraiato sul divano a gustare un filmetto, quando squillò il telefono (caro Meucci, perché l’hai fatto?!); era Ubaldo, un caro amico. <Filippo> mi disse <vai su canale 7, Gad Lerner stà trattando di Mussolini>. <Ubaldo> risposi <quel personaggio mi fa venire il mal di fegato. Tuttavia…>. Abbandonai il filmetto e mi spostai su Canale 7 e, in men che non si dica, avvertii l’incipiente mal di fegato. Pensate: sullo schermo apparve l’immagine di Mussolini affiancata a quella di Berlusconi. Accoppiamento che da solo, denota la profonda conoscenza (ma quando mai!) della storia degli ideatori del programma L’infedele.

Lerner era circondato da una ventina di spettatori e, fra questi, c’erano ex partigiani, la solita staffetta partigiana (ma quanto correvano) giovani iscritti all’Associazione dei Partigiani, Marcello Dell’Utri e altri personaggi che non conosco. A questo punto, solo per attenuare il mal di fegato ho deciso di scrivere questo articoletto per contestare le solite, tante frescacce (malevole) che ho dovuto ascoltare. Non potendo seguire un ordine nelle contestazioni, andrò per capitoletti, cominciando dalla bramosia, tutta mussoliniana per la guerra. Per iniziare proporrò delle domande alle quali seguiranno delle risposte. Prima domanda: il partigiano con i baffetti bianchi, quello super avvelenato contro il truce tiranno, e la staffetta partigiana, non erano quel 10 giugno 1940 a Piazza Venezia ad urlare <Guerra…guerra>? Certamente consci della massima massonica che il fascismo si poteva abbattere solo a seguito di una guerra persa. Quindi la guerra era necessaria. D’altra parte eravate in buona compagnia, sapete cosa sosteneva a maggio del 1940 Vittorio Emanuele III: <Mussolini, quel cretino non approfitta delle conquiste tedesche, che cosa aspetta?>.

Andiamo avanti.

Chi scrisse: <Nei rapporti con le grandi potenze, il fascismo si presenta come un regime pacifico, un regime che, quando Hitler va al potere, non sente le sirene del Führer, anzi gli si oppone (…)>. Risposta: Renzo De Felice, il più noto studioso del fascismo.

Chi salvò la pace a Monaco nel 1938? Risposta: E’ noto il determinante ruolo di mediazione svolto da Mussolini. Il Ministro degli Esteri francese George Bonnet notò il grande ascendente che il Duce esercitava su Hitler: <Presso il quale sembra svolgere un compito moderatore, proponendo formule conciliative nei momenti in cui il Cancelliere, cedendo ad uno dei suoi momenti di collera, rimetteva tutto in discussione>. Ed ecco il parere di Alan Bullock (Hitler. A Study in Tiranny, pag. 428): <È quasi certo che fu l'intervento di Mussolini a pesare sulla bilancia>.

Il più grande giornalista svizzero, Paul Gentizon ha scritto: <Giustamente a Mussolini fu decretato, in quei giorni, il titolo di grande artigiano della Pace>.

Domanda: Nella Conferenza di Ginevra nel febbraio 1932 cosa propose Dino Grandi su mandato di Benito Mussolini? Risposta: <Nella Conferenza di Ginevra sul disarmo alla quale parteciparono sessantadue Nazioni, l'Italia era rappresenta­ta da Dino Grandi e da Italo Balbo. Grandi, a nome del popolo italiano, sostenne il progetto di una parificazione al livello più basso degli armamenti posseduti dalle singole Nazioni. Venne inoltre esposto il progetto mussoliniano tendente all'abolizione dell'artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento, in altre parole la mes­sa al bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una guerra di distruzione>.

Di fatto, la Conferenza non trovò sbocco alcuno per l’oppo­sizione di Francia e di Germania.

Chi scrisse: <Precisiamo che fino all’ultimo Mussolini si adoperò attivamente per una soluzione pacifica. La volontà di mantenere la pace fu in Mussolini sincera, sia per l’idea della pace in sé, sia perché percepiva chiaramente, in caso contrario, l’inevitabilità di una guerra generale di lunga durata>. Risposta: Emilio Faldella, L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, pag. 51.

Chi scrisse: <E l'Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l'Austria e coi Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania (…)>. Risposta: George Trevelyan, storico inglese (Storia d’Inghiletrra, pag. 834). <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola>. Domanda: sono parole di? Risposta: Winston Churchill (La Seconda Guerra Mondiale, Vol.2°, pag. 209).

Vedo che non siete molto ferrati in Storia, quella documentata, di conseguenza non formulerò più domande, ma solo citazioni. E se poi qualcuno di voi volesse contestarle, rimango in attesa. Torniamo a Paul Gentizon: <Solo Mussolini si levò non soltanto a parole ma a fatti contro Hitler, il nazionalsocialismo, il pangeramanesimo. Se le democrazie occidentali lo avessero ascoltato, le sorti del mondo sarebbero state ben diverse>. A questa osservazione di Gentizon risposndo io: <Le democrazie occidentali volevano la guerra, come la vogliono oggi, per raggiungere il controllo del mondo ed imporre il sistema capitalistico mondiale>.

Ora mi rivolgo al signor Lerner: ha mai sentito parlare dei due Rapporti Luca Pietromarchi? No? Ma come? Tanto saputone! Allora la informo: Luca Pietromarchi era un Ministro del Governo Mussolini, Pietromarchi stilò due documenti, il primo era datato 11 maggio 1940, il secondo 8 giugno 1940. I due documenti, poi presentati al Duce, elencavano 1340 casi di fermo (date le modalità possiamo chiamare sequestro) di mercantili e navi di linea italiane, che sotto la minaccia delle armi erano costretti a trasferirsi nei porti britannici e lì trattenuti per settimane fino alla putrefazione delle merci che trasportavano. E necessario indicare il danno economico che subivano le nostre industrie e l’enormità della provocazione esercitata sul nostro Paese? I due Rapporti Pietromarchi, erano uno dei tanti casi che si sommavano ad altri per costringerci alla guerra.

A questo punto pongo una domanda alla scienza di Gad Lerner, partendo da una premessa. Siamo a fine primavera del 1940, i tedeschi avevano occupato i tre quarti dell’ Europa ed erano ai nostri confini, al Brennero, con un esercito fortissimo, vincitore ed intatto, alleati dell’Urss, con Roosevelt, che mentendo, aveva garantito <parlo a voi, madri e padri, non un americano morirà per la guerra europea>; dopo queste premesse, ecco la domanda: di fronte a Mussolini si ponevano tre e solo tre soluzioni; neutralità, ma la Germania aveva occupato altri Paesi neutrali; guerra contro la Germania; una pazzia; guerra a fianco della Germania, anche perché Mussolini da sempre diffidente di Hitler aveva ripetutamente confidato che Hitler <non doveva vincere troppo e soprattutto non doveva vincere da solo>.

Più volte ho presentato a tanti saputoni questo quesito ed ora lo pongo a Gad Lerner: allora, signor Lerner, quale soluzione avrebbe scelta come giusta?

Ed ora parliamo degli eroici partigiani. Prima cosa, ma quanti erano? Gad Lerner affermerà che fu tutto un popolo alla macchia. E voi ci credereste? Ma quando mai! Risponde Renzo De Felice, Mussolini l’alleato, pag. 55: <Contrariamente a quanto ha sempre sostenuto la vulgata filoresistenziale, soprattutto comunista, non è possibile considerare la Resistenza un movimento popolare di massa: il movimento partigiano si fece moltitudine pochi giorni prima della capitolazione tedesca, quando bastava un fazzoletto al collo per sentirsi combattente e sfilare con i vincitori>. Sempre secondo De Felice il numero dei partigiani <raggiunse un massimo di 110.000 unità nel mese di ottobre 1944>. E bene evidenziare (a scanso di equivoci) che Renzo De Felice da giovane aveva aderito al Pci (tanto che finì in prigione), poi, man mano che si addentrava negli studi sul fenomeno fascismo si ravvide.

Ed ora vediamo quanti erano i combattenti della Rsi. Le forze in armi sono stimate in 800 mila. Grandissimo fu l’afflusso di volontari. Quale era la tecnica di lotta? Ce la indica Beppe Fenoglio ne Il partigiano Johnny: <Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo (?) deve procedere con un animale>.

Il partigiano era un legittimo combattente? Sinteticamente le Convenzioni Internazionali di Guerra dell’Aja del 1889 e di Ginevra del 1907, ratificate a Ginevra nel 1927, stabilivano che il legittimo combattente, per essere considerato tale doveva:
1) portare apertamente le armi,
2) indossare una divisa riconosciuta dal nemico;
3) dipendere da ufficiali responsabili;
4) attenersi alle convenzioni di guerra.

Il combattente della Rsi rispettava tutte e quattro le condizioni, quindi era un legittimo combattente; il partigiano, al contrario, non rispondeva a nessuna delle quattro condizioni; di conseguenza era un illegittimo combattente. Ma le Convenzioni di guerra sancivano un altro diritto, la cui conoscenza è necessaria per meglio comprendere le finalità della lotta partigiana; il ricorso all’atroce Diritto di rappresaglia, con queste parole: <(…). La rappresaglia, condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita (…). Una reazione all’atto illecito e non mero atto lecito (…). La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso>. In altre parole se un legittimo combattente, di un qualsiasi Stato, subiva un danno da parte di un illegittimo combattente, lo Stato offeso aveva il diritto di avvalersi del diritto di rappresaglia. Le Convenzioni stabilivano (Par. 4): <Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale>.

Ora vediamo come i partigiani (specialmente quelli comunisti) hanno saputo approfittare di questo ignobile diritto. Il democristiano Zaccagnini lasciò scritto: <La rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e antifascista (…)>. Ancora più specificatamente l’ex fascistissimo, poi super antifascista e capo partigiano Giorgio Bocca ci spiega il perché degli attentati: <Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E una pedagogia impietosa, una lezione feroce>. Ecco il motivo per cui mai, e sottolineo mai nessuno si presentò per salvare dei poveri ostaggi che stavano per essere uccisi. Alt! Un momento uno si presentò, solo che non aveva commesso alcun attentato, signor Lerner, vuol sapere il nome? Salvo D’Aquisto. Ma qualcuno potrà sollevare il dubbio che lo fece per danneggiare la causa partigiana; d’altra parte Salvo D’Aquisto era notoriamente di sentimenti fascisti.

Caro Lerner, che santifichi in televisione, è giusto capovolgere i meriti; qualcuno nel dopoguerra ha provato a trasformare l’eroe in vile e il vile in eroe.

A proposito, vale ancora il principio che <uccidere un fascista non è reato>? Sempre alle spalle, beninteso, perché . ecc.

 

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COMMENTI

A seguito del mio ultimo articolo riguardante Gad Lerner e la sua trasmissione, ho ricevuto molte mail di riscontro da parte di alcuni amici lettori. Ne scelgo in particolare una perché riflette il motivo delle altre ed è firmata da Salvatore. Ometto il cognome perché non sono autorizzato.
Salvatore ha scritto:




Caro Filippo,

Semplicemente MAGISTRALE!
Grazie
Salvatore

Il 28 aprile 1945 mio padre era appena uscito dal portone di Via Leone Tolstoi, 11 a Milano. Era in borghese. Secondo il racconto del padre di un vicino di casa, padre di un'ausiliaria (rapata a zero, dileggiata e della quale non seppe più nulla, si chiamava RAGAZZI), quando due "partigiani" che io ho sempre ritenuto due assassini, lo spinsero con un MAB contro un muro. Mio padre cercò di reagire tentando di strappare il mitra a chi lo impugnava ma fu bloccato da una raffica di nove pallottole. Lo caricarono insieme ad altri corpi su un carro di immondizie e lo portarono all'ospedale Fatebenefratelli di Milano, dove un medico doveva certificarne il decesso. Il caso volle che il medico riconobbe mio padre: miracolosamente non era ancora morto. Sapeva che era stato ufficiale della Muti e, per evitare che qualche zelante "partigiano" in ispezione negli ospedali per dare il colpo di grazia ai fascisti feriti lo potesse riconoscere, riuscì a farlo operare quasi clandestinamente (in seguito riuscii a conseguire la cartella clinica...) e a nasconderlo.

Riuscì ancora a sopravvivere quattro anni e morì il 25 aprile 1949.

Mia madre, con me e mio fratello, eravamo da mia nonna a Margherita di Savoia, dove mio padre aveva preferito che andassimo, per sottrarci ai massicci bombardamenti "alleati" su Milano - li ricordo benissimo, anche se avevo solo quattro anni...

Un giorno o l'altro dovrò decidermi a scrivere quanto seguì.

Una storia che non credo sia mai stata scritta è quella dei figli, delle vedove, delle famiglie degli assassinati dagli eroici assassini come quelli che spararono a mio padre in eroica azione di guerra

Resistenza?

Il primo processo al quale fui sottoposto, in Corte d'Assise fu per la solita "apologia" per aver pubblicato due articoli (i partigiani che mi querelarono mi accusarono di "omertà", perché come direttore responsabile della rivista non volli fare il nome degli autori: uno era un ex marò della X e l'altro avrebbe intrapreso una brillantissima carriera diplomatica e non avevo nessuna intenzione di comprometterla.

Una cosa che non hai sottolineato è che il numero dei partigiani in montagna aumentava d'estate e diminuiva d'inverno e che erano, almeno in Piemonte, odiati dai contadini ai quali per sopravvivere erano costretti a sottrarre galline, pecore e quanto necessitavano...D'altra parte sono le regole della guerra di guerriglia, con tutte le conseguenze che hai ben illustrato.

Fra le mail ricevute ce ne sono alcune che mi rimproverano di non aver trattato il tema Mussolini, il Fascismo e gli Ebrei, argomento invece riportato da Gad Lerner nella trasmissione L’Infedele. Il motivo è semplice, avevo già scritto diversi articoli sull’argomento e alcuni molto recentemente.

Ne riporto uno per tutti in modo che se un lettore non ne fosse a conoscenza può approfittare e sapere come vedo l’argomento dopo attenti e lunghi studi.
Sono sul punto di partire per un lungo viaggio in Australia, approfitto per augurare a tutti (anche a Gad Lerner), anche se in anticipo, un buon Natale e un migliore 2011.
Filippo Giannini





MUSSOLINI STERMINATORE DI EBREI?
(Con intervento su articolo del Prof. Francesco Perfetti)
di Filippo Giannini

Ho ricevuto una E-Mail che di seguito riporto integralmente, omettendo, ovviamente, la firma dell’autore che sarà indicato con: Signor X.
<Caro Giannini, grazie per il suo impegno a ristabilire una verità storica tanto orrenda che pochi hanno il coraggio di approfondire. Grazie per il suo appassionato e ingrato lavoro, ma nulla fra le innumerevoli stragi precedenti (Caino in un solo colpo, uccidendo Abele, sterminò un quarto dell’umanità dell’epoca) e per citarne qualcuna sotto l’imp. Tito nel ’70 d.c. furono eliminati 600 mila dei 900 mila ebrei di Palestina…
Quanto tempo avrebbe impiegato l’apparato di Himmler a scoprire che la mia bisnonna era ebrea e quindi io, con la mia famiglia, essere destinato ai campi di concentramento ed ai forni crematori? Il fatto di non essere ariano – e neppure Himmler lo era – giustifica tanto orribile accanimento? Se Tamerlano, per fare un solo esempio, ha passato a fil di spada 18 milioni di persone in dieci anni, anche se erano suoi nemici irriducibili, si giustifica per questo? Un conto, caro Giannini, è essere storico e un altro essere politico. Cerchi, se possibile, di rimanere imparziale. Nel nome della verità storica. Grazie. XX
>

Forse mi sbaglio, ma se ho ben capito, il Signor X vorrebbe che i miei scritti convalidassero quanto la “vulgata resistenziale” da quasi sette decenni va sostenendo, e cioè che <Mussolini faceva parte della macchina della soluzione finale>. Se questo è quanto il Signor X pretende, mi obbligherebbe a scrivere non solo una falsità, ma addirittura una cosa esattamente contraria alla verità.

Per una volta sola mi voglio avvalere del giudizio di una personalità dichiaratamente fascista, Giorgio Pisanò. Questi nel suo libro “Noi fascisti e gli Ebrei” ha scritto: <Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche>. Giorgio Pisanò: un pazzo? un mentitore fascista? No, Signor X, Giorgio Pisanò ha scritto il vero: non Hitler (è ovvio), né Stalin (per lo stesso motivo, è altrettanto ovvio), non Roosevelt, né Churchill, né Pétain, nessuno di questi ultimi, pur avendo le possibilità di farlo, si adoperarono per mettere in salvo gli ebrei: solo Mussolini lo fece.

Chi scrive queste note ha un difetto: prima di scrivere si documenta e solo su documenti scrive.

Il mio libro sull’argomento “Gli Ebrei nel Ventennio Fascista” riporto una frase dello storico israeliano Léon Poliakov, frase che ho estrapolato dal suo libro “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei". Se il Signor X andasse a pag. 219-220, potrebbe leggere: <Mentre in generale i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una sistematica deportazione, i capi del fascismo italiani manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sul luogo di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei>.

Prima di addentarci nell’argomento è bene ricordare che i calunniatori di Mussolini e dei suoi, per rendere le accuse più plausibili hanno coniato il sostantivo “nazifascista”, termine dispregiativo tendente ad accomunare in un’unica responsabilità fascismo e nazismo nelle atrocità commesse da quest’ultimo, sia che esse fossero reali, esagerate o immaginarie.

Le diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo sono state evidenziate da diversi studiosi e tra questi Renzo De Felice: <Fra fascismo italiano e nazismo tedesco ci sono semmai più punti di divergenza che di convergenza, più differenze che somiglianze> (“Intervista sul fascismo”, pag. 88). Se questo è vero e se è vero che la spina dorsale della dottrina nazionalsocialista era costituita dal principio della superiorità della razza, anche biologica e dall’antisemitismo, il Signor X mi potrebbe chiedere: perché, allora, le “leggi razziali” del 1938? Per dare una risposta a questo interrogativo dovremmo riportarci alla situazione politica internazionale degli anni ’30, il che ci condurrebbe troppo lontano. Accontentiamoci, al momento, di citare di nuovo De Felice (ibidem, pagg. 101-102): <Il fascismo fece propria la dottrina razziale più per opportunità politica – evitare una difformità così stridente all’interno dell’Asse – che interna necessità della sua ideologia e della sua vita politica>. Oppure, sempre dello stesso autore: <Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia (attenzione alle parole, nda) della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali>.

Trattare l’argomento “fascismo-ebrei” è stato (e lo è tuttora) come accendere un fiammifero in una polveriera. La verità è che anche intorno a quei drammi è stata costruita una cortina di falsità i cui scopi sono facilmente intuibili, per chi vuol capire.

Mordekay Poldiel ha scritto: <L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta>.

Nel 1934, in occasione dell’incontro con Weizmann, Mussolini concesse tremila visti a tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi in Italia. Nel 1939 (!) vennero aperte alcune aziende di addestramento agricolo, le “haksharoth” (tecniche poi trasferite in Israele) che entrarono in funzione ad Airuno (Como), Alano (Belluno), Orciano (Pisa) e Cavoli (Sardegna). Così, sempre in quegli anni la scuola marinara di Civitavecchia ospitò una cinquantina di allievi ebrei che diverranno poi i futuri ufficiali della Marina da guerra israeliana.

Il Signor X ha mai sentito parlare della Delasem e delle sue funzioni?

Dato, e ne sono certo, che pochi conoscono questo “miracolo all’italiana”, proverò a tracciarne le linee principali e i suoi scopi, avvalendomi dello scritto della storica ebrea Rosa Paini (“I sentieri della speranza”, pag. 28): <Era la fine del 1938 (quindi la Germania aveva già invaso la Polonia e l’Italia era alleata del Terzo Reich, nda) e nasceva in Italia la Delegazione Assistenza Emigrati (DELASEM), un’organizzazione ebraica che avrebbe salvato migliaia di israeliti profughi dai Paesi dell’Est europeo e, in particolare, dalla Germania e dai territori che i nazisti andavano occupando>.

Una domanda pongo al Signor X: perché gli ebrei che fuggivano dai territori occupati dai tedeschi anziché rifugiarsi nei Paesi democratici, a migliaia venivano in Italia, dove, ripeto, erano in vigore le leggi razziali? Erano tutti poveri bischeri? Oppure…?

Osserva Daniele Vicini (“L’Indipendente” del 26 luglio 1993): <Meno schizzinosa, l’Italia accoglie tutti, dall’operaio comunista…Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze>. E di seguito il giornalista elenca una lunghissima sequenza di nomi. Conoscendo i fatti e quindi la storia, quella vera (non quella propinataci da sette decenni), la risposta è semplice: i Paesi democratici respingevano i fuggiaschi, Roosevelt fece intervenire la Usa Navy per impedire con la forza l’approdo alle coste statunitensi di piroscafi carichi di ebrei: ebrei che, come ha scritto il giornalista Franco Monaco <vennero accolti in Italia (…)>. A Solina, nel Mar Nero salì a bordo di un piroscafo il Console britannico informando gli infelici che il suo governo li considerava immigrati illegali: se si fossero avvicinati alle coste della Palestina sarebbero stati silurati. In Francia, nel settembre 1940, nel solo Dipartimento della Senna, la Sureté consegnò ai tedeschi lo schedario di circa 150 mila ebrei (François Feijto, da “Un’intervista allo storico Serge”). Sempre in Francia 4.500 gendarmi furono sguinzagliati alla caccia dell’ebreo: 12.884 persone vennero catturate, delle quali 5.802 donne e 4051 bambini; tutti consegnati ai tedeschi. Tutto ciò (e tanto, tanto altro ancora) fa concludere a Daniele Vicini: <Strana dittatura quella fascista. Strana democrazia quella americana>.

Voglio anche ricordare, in queste succinte note, un esempio di come sia stata condotta la storia nell’interminabile dopoguerra. Nel gennaio 1998 il giornalista della televisione italiana Paolo Frajese, conduttore di un servizio sulla vita degli ebrei nelle zone occupate dalle truppe italiane durante l’ultimo conflitto, ricordando il “Nulla Osta” concesso da Mussolini alla richiesta di Ribbentrop e commentando il fatto, con voce di rimprovero e condanna, disse all’incirca. <Così il Duce dette l’ordine di consegnare gli ebrei ai nazisti>. Frajese, evidentemente per rimanere entro i limiti del politicamente corretto, trascurò un piccolo particolare, ricordato da De Felice e da altri studiosi seri con queste parole: <Ma subito dopo il Duce – parlando con il generale Robotti – confessò il suo disappunto:E’ stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli ebrei jugoslavi.
Ho tergiversato, ma poiché non si decideva ad andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire. Ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo
”> (Renzo De Felice, “Rosso e Nero”, pag. 160-161).

Così fu. Sino a quando Mussolini rimase Capo del Governo non un ebreo fu consegnato ai tedeschi, né agli ustascia.

E’ opportuno ricordare che in Italia, sino all’8 settembre 1943, giorno dell’annuncio della capitolazione, non esistevano campi di concentramento per ebrei, ma campi di internamento per cittadini appartenenti a quei Paesi con i quali l’Italia era in guerra. Uno di questi campi, forse il più noto, era quello di Ferramenti: qui fu internato il dottor Salim Diamand, autore del libro “Internment in Italy" (1940-1945), nel quale è scritto: <Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia (…). Nel campo controllato dai Carabinieri e dalle Camicie Nere (!) gli ebrei stavano come a casa loro>. Il dottor Diamand attesta che il Governo fascista concedeva 8 lire al giorno agli internati i quali potevano spenderle come desideravano.

C’è un altro grande storico, sempre israeliano, George L. Mosse dell’Università ebraica di Gerusalemme, che conferma quanto sostenuto da Giorgio Pisanò e, modestamente dal sottoscritto; infatti a pag. 245 del suo libro “Il Razzismo in Europa” si legge: <Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio: discriminare non perseguire. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini>.
Ma la storia riguardante il binomio Ebrei-Fascismo è ben più ricca di quanto, per motivi di spazio, sono costretto qui ad esporre. Desidero, comunque, terminare con una domanda che il Signor X mi potrebbe porre. <E allora i mille e più ebrei razziati dai tedeschi nel ghetto di Roma?>. Non si possono ricordare solo quelli razziati nel Ghetto di Roma, ma anche quelli residenti nei territori occupati dalle nostre truppe, cioè quelli che, grazie alla caduta del Governo Mussolini vennero catturati dai tedeschi, e furono decine di migliaia. Signor X, guardi la data: 16 ottobre 1943. E indovini chi trovarono le SS a difendere gli ebrei del Ghetto. Non gli eroici partigiani, ma un fascista, in camicia Nera, Ferdinando Natoni, che con energia pretese la liberazione, poi ottenuta, di alcuni ebrei e fece passare per sue figlie due ragazze ebree, Mirella e Marina Limentani.

Se tutto ciò è vero, non è azzardato sostenere che gli ebrei, sino a quei giorni tenuti dietro “Lo schermo protettore”, furono poi consegnati allo sterminio dall’ignominia (se poi mai è, esistito) del primo Governo antifascista?

Perché questo morto che non vuol morire viene ucciso mille volte al giorno tutti i giorni? Lo lasciò scritto lui stesso: <Perché le nostre idee hanno spaventato tutto il mondo>. Ovviamente si riferiva al mondo della grande Finanza e del grande Capitale: quelli, cioè che ci costrinsero alla guerra per poter abbattere quelle “idee” che si stavano espandendo in tutto il mondo e che, di conseguenza, avrebbero messo in dubbio lo status quo instaurato dai padroni delle casseforti mondiali.

Mi creda, Signor X, le traversie di Sua bisnonna addolorano tutte le persone civili, ma non per questo si debbono addossare le colpe ad un uomo che fece l’impossibile per evitargliele.

Se tutto quanto ho scritto corrisponde a verità, io denuncio un altro scempio della Giustizia: per i motivi sopra accennati il Sindaco di Roma inaugurerà il prossimo anno un Museo della Shoà che sarà locato a Villa Torlonia. Perché proprio a Villa Torlonia, già residenza della famiglia Mussolini?
La risposta è ovvia. Vero Signor X?

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P.S. Avevo appena terminato l’articolo quando ho avuto occasione di leggere su Libero del 6 agosto un intervento di Francesco Perfetti sullo stesso argomento. L’Autore, facendo perno sulle Carte di Dino Grandi, addossa le colpe delle leggi razziali a Benito Mussolini. Mi meraviglio che un ottimo ricercatore come Perfetti non estenda le sue indagini su due argomenti:
a) il perché delle leggi razziali;
b) l’attendibilità del personaggio Dino Grandi.

E mi spiego:

1) Mussolini aveva una notevole considerazione degli ebrei (come è noto), e da questi era ampiamente ripagato, tanto che la stragrande maggioranza degli ebrei italiani era di fede fascista. Fra l’altro aveva loro concesso, con le leggi del 1930 e 1931, riconoscimenti unici al mondo. E allora, perché le leggi razziali? Ne La Seconda Guerra Mondiale di Winston Churchill, Vol. 2°, pag. 209, si legge: <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola>. Più o meno con le stesse parole lo storico inglese George Trevelyan condanna la politica inglese nei confronti di Mussolini. Il sopra citato Franco Monaco ha scritto: <Le leggi razziali del 1938 furono, comunque una conseguenza diretta ed esclusiva del nefasto Asse Roma-Berlino di cui eravamo stati costretti a gravarci come di una croce>. L’“aver forzato”, l’essere “stati costretti” sono affermazioni che convalidano, a loro volta, quanto già sopra esposto da Renzo De Felice. E, del resto, il giornalista svizzero Paul Gentizon nel 1945 scrisse: <Solo Mussolini si levò non soltanto a parole ma a fatti contro Hitler, il nazionalsocialismo, il pangermanesimo. Se le democrazie occidentali lo avessero ascoltato, il destino del mondo sarebbe stato ben differente>. Ma le democrazie occidentali non vollero ascoltarlo, non potevano!

2) Dino Grandi fu l’autore principale del defenestramento di Mussolini il 25 luglio 1943. Grandi aveva necessità di passare come contestatore del Duce; quindi, quale migliore occasione che apparire oppositore delle odiose leggi razziali? Anche moralmente (almeno questo è il mio punto di vista) la figura di Grandi è discutibile. Pochi sanno che, venuto a conoscenza di un’indagine in corso per la sua precedente attività di fervente fascista, Grandi chiese a Winston Churchill un attestato delle sue benemerenze quale deciso oppositore di Mussolini. L’ex Premier inglese gli inviò questa lettera, datata 26 febbraio 1947: <Caro Grandi, Voi avete la mia piena autorizzazione a usare e pubblicare la mia lettera indirizzatavi nell’ottobre 1939 in qualsiasi modo Voi crediate più opportuno. LA VOSTRA AZIONE NEL LUGLIO 1943 FU DI GRANDE AIUTO PER IL PROCESSO VITTORIOSO DELLA CAUSA DEGLI ALLEATI. Vostro fedelmente, Winston Churchill>. Il maiuscolo è nel testo. Anche questa lettera proviene dalle Carte di Dino Grandi conservate nell’Archivio Storico del Ministero degli Esteri di Roma. Un personaggio simile non deve essere ridimensionato da un serio ricercatore?
E Francesco Perfetti è un serio ricercatore.