Che
sfilino le Brigate Rosse!
Si abbia il coraggio di andare fino in fondo
nella logica della cultura del 25 aprile
26.04.08
- Credo che l'Italia sia l'unica nazione al
mondo che festeggia l'invasione del suo territorio:
non era mai venuto in mente a nessuno. Certo
una parte di italiani, invero assai sparuta,
passò dalla parte del nemico nel settembre
del 1943 quando il re coniglio e il primo
ministro vigliacco scapparono a gambe levate
nelle braccia del nemico e si affrettarono
a chiamarlo amico. Quella piccolissima porzione
d'italiani, alcuni per fede, altri per tornaconto,
altri ancora per obbedienza, si misero a fiancheggiare
l'avanzata del nemico, incuranti che questa
fosse contrassegnata da bombardamenti di città,
stupri e stermini di donne, violenze sui civili
e persino eccidi ingiustificati. In poco meno
di due anni la lunga marcia del nemico si
concluse con la sua vittoria nella guerra.
Ne derivarono eccidi, lo scempio vergognoso
di Piazzale Loreto, epurazioni selvagge contrassegnate
da regolamenti di conti per rivalità
personali. Ne nacque la Repubblica fondata
sull'accordo tra poteri affaristici, in particolare
quelli mafiosi che avevano organizzato gli
sbarchi americani in Sicilia e a Salerno e
ottenuto in cambio la mano libera per i traffici
sul versante tirrenico fino a Marsiglia. Ne
seguì un periodo di lunga e vergognosa
sottomissione internazionale accompagnata
da un disprezzo nei nostri confronti, ancora
oggi non del tutto sopito, dovuto appunto
alle nostre capriole sfrontate. Al di là
dei sentimenti non si capisce proprio cosa
ci fosse da festeggiare, né tanto meno
cosa ci sia da celebrare oggi.
Perché
intervenne quella retorica
Allora
una ragione per mitizzare quel 25 aprile c'era;
ce l'aveva un'intera classe politica sconfitta
dalla storia e dal fascismo, emarginata dalla
nazione, che per venti anni era passata a
vita privata (ma sempre assistita dal buon
Benito) o all'esilio parigino con tanto di
stipendio mensile (mai accaduto in nessun
altro contesto o in nessun'epoca). Uno stipendio
mensile che cresceva con l'aumento della vita
perché bastò che una figlia
di Saragat andasse dal Duce (che riceveva...)
per lamentarsi del caro-vita perché
il buon Benito allargasse i cordoni della
borsa. Ora quella classe politica di falliti
cercava un posto al sole e lo reclamava dal
nemico vittorioso al quale si era offerta
ossequiosa e incurante della sorte dei suoi
compatrioti. Bisognava mitizzarlo quel 25
aprile perché si doveva creare un'aura
di epos e di gloria che desse autorevolezza
ai falliti di ritorno. Così intervenne
la retorica intrisa di ogni menzogna. Al punto
di capovolgere la realtà oggettiva
delle cose. L'invasore non fu
più chi ci bombardava dal mare, chi
sbarcava sulle nostre coste, violentava le
nostre donne, occupava le nostre città,
ovvero il nemico di guerra, anglo/franco/americano,
bensì il tedesco che pure non solo
era nostro alleato ma si trovava in Italia
a difendere la nostra terra chiamatovi addirittura
dal re coniglio in persona poche settimane
prima della sua ignobile fuga. E allora, sulla
falsa riga di questa mistificazione chi si
era battuto contro l'invasore,
per un sogno di libertà, in nome del
tirannicidio, era nobile e da mitizzare. La
sconfitta italiana - ma la sua vittoria
diventava così festa nazionale. E il
mito partigiano s'impadronì
della cultura politica, letteraria e poi televisiva
della penisola affranta.
Ora è tempo di scelte
Ora
quella classe dirigente è sparita,
morta di vecchiaia, dopo aver spolpato ogni
bene dell'Italia e averla trascinata nella
bancarotta. Che senso ha dunque continuare
a celebrare il triste rito della contraffazione
e il gusto dell'odio? Immagino che alcuni
nostalgici delle rivoluzioni mancate, alcuni
orfani degli arcobaleni e maniaci della legge
di Lynch non possano fare altrimenti, ma il
resto? Non si può superare questa stucchevole
retorica resistenzialista, così come
in molti iniziano a chiedere? Perché
delle due l'una: o si supera quest'impasse
o la si celebra fino in fondo. In tal caso
si accetti e si esalti la cultura partigiana,
quella dell'omicidio a freddo, del mordi e
fuggi in nome di un sol dell'avvenire e di
un qualsiasi tirannicidio. Si riprenda quella
cultura che avvelenò gli animi negli
anni Sessanta e Settanta da tutte le cattedre,
da tutti gli schermi e che fece presa su migliaia
di giovani che finirono per imitarli, e si
facciano allora sfilare i Brigatisti Rossi
che hanno di certo molti più numeri
dell'Anpi.
Essi,
infatti, hanno creduto alla retorica resistenzialista,
ne hanno messo in atto il modello, sono insorti,
hanno cecchinato, hanno ucciso. Ma, a differenza
dei loro patrigni, non avevano alcun carro
armato nemico da seguire e hanno quindi perso.
E hanno pagato sulla loro pelle (e ovviamente
su quella di molte loro vittime) la cultura
del 25 aprile. Hanno trascorso dietro le sbarre
periodi più lunghi del Ventennio mussoliniano
e hanno, di certo, più titoli dei partigiani
per camminare a fronte alta. Se la fronte
può andare alta in marce fondate sull'odio
e il rancore.
di
Gabriele Adinolfi
<ga@gabrieleadinolfi.it>
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