Sergio
Romano, la lettera del giorno |Mercoledi'
28 Maggio 2008
http://www.corriere.it/romano/
Parigi sotto
l' occupazione e il tran - tran quotidiano
28.05.08
- A Parigi sono state esposte molte fotografie
della capitale francese occupata dai tedeschi.
È stata molto criticata perché
i francesi (vale anche per noi, sia chiaro)
sono stati tutti resistenti ed hanno pure
vinto la guerra! Potenza di Charles De Gaulle,
l'odiato generale (prima dai francesi, durante
e dopo dagli alleati che lo consideravano
un grande seccatore). Mio padre era a Parigi
in quel periodo e la vita scorreva placida,
teatri aperti (Jean Paul Sartre potè
mettere in scena una sua pièce), molti
sorrisi ai tedeschi e nessuna azione di disturbo
o di resistenza: solo dal '43 i francesi incominciarono
a pensare...al futuro! È forse una
ricostruzione approssimativa, però
abbastanza veritiera anche per quello che
ho letto nei pochi libri che onestamente riportavano
la vita in Francia, quella occupata ed a Vichy.
Poco narrati gli episodi brutti (ebrei) e
un Paese con pochi eroi.
I francesi ringrazino De Gaulle; noi purtroppo
abbiamo avuto Badoglio!
Amedeo
Principe , principe.amedeo@hotmail.it
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CCaro
Principe,
Le fotografie di cui le scrive nella sua lettera
sono state presentate nell'ambito di una mostra
organizzata nelle sale d'esposizione della
Biblioteca storica della città di Parigi
e intitolata «I parigini sotto l'occupazione».
Come ha ricordato Guido Santevecchi in una
corrispondenza al Corriere, le immagini sono
state scattate da un fotografo, André
Zucca, che lavorava in quegli anni per Signal,
un bimensile illustrato pubblicato in diverse
lingue (vi fu anche una edizione italiana)
che i servizi di propaganda del Terzo Reich
distribuivano in tutta l'Europa. Le fotografie
furono scattate con pellicola Agfa a colori,
molto rara in quegli anni, ma, a quanto pare,
non vennero mai pubblicate. Quando gli eredi
di Zucca vendettero il suo archivio alla città
di Parigi (22.000 negativi di cui 6.000 sul
periodo della occupazione e 1058 a colori),
il materiale venne catalogato e andò
ad arricchire il fondo di documentazione della
Biblioteca storica. Le 270 fotografie esposte
sono quindi il risultato di una scelta.
Ho visto la mostra negli scorsi giorni e comprendo
le polemiche che le foto di Zucca hanno suscitato
in una parte della stampa francese. Anche
se non sempre sappiamo con esattezza quando
le singole immagini siano stata scattate,
il quadro complessivo è quello di una
città tranquilla, ridente, impegnata
nelle proprie occupazioni quotidiane e soprattutto
nel suoi svaghi. Vi sono i segni della presenza
militare tedesca: i reparti della Wehrmacht
che sfilano nelle strade, gli ufficiali seduti
nei caffè all'aperto, il «Soldaten
Kino» (il cinema dei soldati), i cartelli
stradali nella lingua dei vincitori. Ma vi
è nell'aria il senso della normalità
se non addirittura della spensieratezza: donne
eleganti, uomini vestiti di tutto punto, ristoranti
e caffè affollati e, sui muri delle
vie, i manifesti di film appena realizzati
con alcuni dei maggiori attori francesi del
momento. Era dunque questa Parigi all'epoca
dell'occupazione? Non è vero che la
Resistenza sia cominciata nel 1943. Il primo
episodio parigino fu l'uccisione di una cadetto
navale tedesco, Alfons Moser, in una stazione
della Metropolitana il 22 agosto 1941, seguito
il 3 settembre da un attentato mortale contro
un altro ufficiale, che provocò l'esecuzione
di tre ostaggi. Ma le fotografie di Zucca
autorizzano qualche sospetto sui sentimenti
patriottici dei francesi, soprattutto nel
periodo che precede i primi rovesci dalle
forze tedesche in Africa e in Russia.
Per comprendere il clima di quegli anni occorre
ricordare che l'occupazione di Parigi fu assai
più lieve di quella di Praga e Varsavia.
A dispetto delle rivalità politiche
e del sangue versato, i tedeschi hanno sempre
avuto una sorta di debolezza per la Francia,
per la sua cultura, la sua eleganza intellettuale,
i suoi piaceri raffinati. Hitler visitò
Parigi per due ore all'alba del 23 giugno
1940 insieme ad Albert Speer e allo scultore
Arno Becker. Voleva trarre dal viaggio qualche
spunto per i grandi lavori che avrebbero rinnovato
le città tedesche dopo la fine della
guerra. Il ministro degli Esteri Ribbentrop
fece un viaggio a Parigi un mese dopo e constatò
che la città era cupa, malinconica,
depressa. Convinse il vertice del regime che
occorreva favorire il suo ritorno alla normalità.
La capitale francese era, fra i bottini di
guerra, il più prezioso. Bisognava
quindi valorizzarla, esibire al mondo una
immagine trionfale e rassicurante della potenza
tedesca. Fu questa la ragione per cui venne
inviato a Parigi un ambasciatore tedesco,
Otto Abetz, che conosceva bene la cultura
francese e strinse buoni rapporti con molti
intellettuali. Fu questa la ragione per cui
venne dato ordine ai soldati tedeschi di salutare
la tomba del soldato ignoto quando passavano
di fronte all'Arco di Trionfo. Se lei terrà
conto di questi fattori, caro Principe, le
sarà meno difficile comprendere perché
Parigi fosse, sino agli inizi del 1943, un'oasi
di apparente normalità. Ho scritto
«apparente» perché l'orgoglio
francese si era soltanto assopito. E De Gaulle
ebbe il grande merito d'incarnarlo.