Goffredo
Palmerini
Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo - Istituto
Cinematografico dell'Aquila
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L' AQUILA, 03.01.07 –
Non si è ancora attenuata l’eco dell’
avvincente avventura di Louis Carrozzi, l’emigrato
abruzzese di Camarda che, a piedi, dall’Argentina
raggiunse New York con un viaggio di quasi due
anni, tra giugno 1930 e maggio ’32.
Forte l’interesse destato anche sui giornali
in lingua italiana all’estero. Inviando loro
un mio articolo (poi pubblicato in Canada, Usa,
Rep. Dominicana, Venezuela, Argentina e Sud
Africa) sono venuto a conoscere la storia d’un
altro abruzzese, Salvatore Borsei, con una incredibile
affinità con quella di Carrozzi. Sembrano veramente
due vicende parallele. Borsei parte nel 1930 a piedi dalla Tunisia,
per raggiungere dopo 21 mesi, tra immani fatiche
e pericoli, il Sud Africa. Medesima l’epoca
del viaggio, quasi stessa la durata, simili
le difficoltà vissute e superate, identica la
determinazione dei due abruzzesi. Mentre inviavo
alla Gazzetta del Sud Africa il mio scritto
su Carrozzi, il direttore di quella testata,
Ciro Migliore, con una simpatica risposta
( “… Camminata per camminata, questa è la nostra!
…”) mi spediva la storia di Salvatore Borsei,
apparsa il 19 giugno sul suo giornale,
così come raccontata dal figlio Mario. Ho chiesto
al direttore della Gazzetta autorizzazione a
passare alla stampa abruzzese ed oltre quest’altra
odissea, ricevendo il suo pieno assenso. Penso
anche l’avventura di Salvatore Borsei, emigrato
in Argentina, Venezuela, Francia ed infine Sud
Africa, possa interessare i lettori, nel caso
sia possibile recuperare un po’ di spazio sul
suo giornale.
Buon
Anno.
Goffredo
Palmerini
gopalmer@hotmail.com
- Consiglio
Regionale Abruzzesi nel Mondo
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Goffredo Palmerini
Storie di italiani
La lunga marcia di Salvatore Borsei: nel 1930, a piedi dalla Tunisia
al Sud Africa , in ventuno mesi
L’emigrazione al principio del
ventesimo secolo era molto diversa da com’è
oggi. Secondo Pitagora “quando passi i confini
della tua patria, non guardare mai indietro”.
E sembrava essere un fatto naturale per la gente
della regione Abruzzo fare esattamente così.
Davano l’addio alle loro adorate montagne e
non si voltavano più indietro. Mostrarsi sentimentali
sarebbe stato come dare prova di carattere debole
e questo non si concilia con lo stereotipo della
gente d’Abruzzo. Mio padre, Salvatore Borsei,
perse suo padre nella costruzione della ferrovia
transiberiana nel 1888. Parigi divenne
la sua città quando i suoi zii lo accolsero
in casa loro e lui per questo si considerava
un figlio adottivo della Francia. Sposò mia
madre nel 1922. Il lavoro scarseggiava e quindi
prese la decisione di cercarlo altrove. Al principio
del 1924 lasciò l’Europa e partì per Buenos
Aires, in Argentina, Sud America. Là lavorò
per una ditta inglese che aveva vinto il contratto
per la costruzione di una delle più pericolose
ferrovie del mondo, che serpeggiava da La Paz,
in Bolivia, a Lima, in Perù, fino a Bogotà.
In certi punti la ferrovia saliva fino a 3000
metri. Si dovevano affrontare dirupi e si dovevano
attraversare fiumi e i gradienti erano generalmente
molto ripidi.
Nel 1930, dopo sette anni di
questo arduo lavoro, si imbarcò su una nave
a Caracas, in Venezuela, e ritornò in
Italia, dove incontrò il suo primo figlio, mio
fratello, che aveva ormai sette anni, per la
prima volta. Ma la polizia si mise a indagare
sui sotterfugi con cui aveva evitato il servizio
militare ed egli dovette scappare a Marsiglia,
dove si imbarcò su una nave in partenza per
la Tunisia. Di
nuovo lasciava mia madre sola e incinta di me.
Io nacqui il 23 marzo 1931, ma incontrai per
la prima volta mio padre nel 1947, quando arrivai
in Sud Africa, a Palmietfontein, vicino
a Johannesburg. Sulla nave mio padre divenne
amico di un tunisino, al quale parlò del suo
piano di raggiungere il Sud Africa. Mustafà
aveva molte cose in comune con mio padre, dato
che anche lui aveva vissuto abbastanza a lungo
in Francia. Ospitato per alcuni mesi dal suo
nuovo amico, mio padre attese di potersi unire
a una carovana per attraversare il deserto del
Sahara. Di tanto in tanto, attraversando la
parte algerina del deserto, nel Tassili, gli
capitava di incontrare fortini della Legione
Straniera francese, per cui, quando raggiunsero
la regione montana dell’Ahaggar fu come arrivare
in paradiso. Finalmente l’erba per i cammelli
era abbondante e i beduini parlavano anche di
fiumi sotterranei e di antiche pitture rupestri.
Vi erano più vita, più acqua e più verde di
quanto gli riuscisse di ricordare, il che gli
faceva comprendere quanto fosse diventato come
un isolano nel viaggiare per chilometri e chilometri
fra le dune di sabbia. Questa regione con montagne
alte quanto il Gran Sasso gli fecero anche sentire
la nostalgia del suo amato Abruzzo.
Il viaggi proseguì e la routine
più disgustosa ma necessaria era quella di dover
bere dalle sacche di acqua fatte con gli stomaci
delle capre. Il mattino presto, quando l’acqua
era ancora fredda o bollita per fare il tè,
era sopportabile, ma nel caldo asfissiante della
giornata diventava disgustosa. Incontrarono
numerose carovane lungo quella che veniva chiamata
una strada, benché per lui dovesse restare un
mistero come riuscissero a sapere dove stavano
andando. Carcasse di cammelli morti e abbandonati
nella sabbia gli ricordavano il famoso detto
di Ungaro su come la morte tocchi la vita di
ognuno. Piano, da un’oasi all’altra, arrivarono
fino a Bourem, che è il punto più a nord raggiungo
dal fiume Niger nel Mali. La peculiarità del
posto è che là dove arriva a toccare il 17°
parallelo, si trova quasi esattamente sul meridiano
di Greenwich. Più a sud, lungo il Niger, a Gao,
la parte più faticosa dell’intero viaggio era
finita. Sia gli uomini che i cammelli erano
esausti. Il difficile tragitto da Tunisi a Gao
aveva richiesto un periodo di quattro mesi.
La carovana partì per il viaggio di ritorno
e lui rimase là a compiere il proprio destino.
A piedi o in canoa riuscì a raggiungere Port
Harcourt, nel delta del fiume Niger. Qui potè
riposare in una stazione missionaria anglicana.
A questo stadio della sua vita era ormai un
provetto muratore e la sua voglia di essere
utile in tutti i modi possibili era molto apprezzata
dai missionari, non soltanto in questa missione,
ma in tutte quelle che visitò nel corso del
suo viaggio. Erano tutti più che felici che
restasse per tutto il tempo che desiderava.
Mio padre sapeva che a Douala, in Cameroun,
vivevano due suoi primi cugini, Quinto e Pio
D’Amico e quindi aveva bisogno di essere in
buona salute e in forze prima di partire per
andarli a trovare. I fratelli D’Amico erano
proprietari di una segheria nella giungla ed
esportavano legname in Francia. La sua permanenza
fra loro fu piacevole, ma ben presto decise
di continuare il suo viaggio attraverso il Gabon
e il Congo per raggiungere il fiume Congo. Da
qui si diresse verso Leopoldville (Kinshasa),
in Zaire. E questa parte del viaggio fu confortevole
quanto la traversata del Sahara, ma per opposte
ragioni. Il terreno era difficile e vi era fin
troppa acqua a causare molte malattie e tante
difficoltà.
Ci sono tanti santi, alcuni meritevoli
di questo appellativo, altri no. Ma almeno i
missionari in giro per l’Africa meritano un
posto in paradiso, nel caso esista. Sono eroi
sconosciuti capaci di altruismo nella forma
più pura, senza vanità e senza egoismo. Per
raggiungere Kananga, a metà strada fra Leopoldville
(Kinshasa) ed Elisabethville (Lumumbashi), fece
uso soprattutto di canoe e scoprì che questo
era un modo piacevole di viaggiare. L’acqua
era pulita e rinfrescante, certamente molto
diversa da quella nelle sacche di stomaco di
capra nel deserto. Un incontro con una tribù
indigena destò in lui una profonda impressione.
Una grande folla aveva formato un cerchio
intorno a un grande appezzamento di terreno
e aveva appiccato il fuoco all’erba. Poi avanzavano
lentamente verso il centro del circolo e tutto
quello che trovavano già cotto dalle fiamme
veniva mangiato. Formiche, topi, serpenti, vermi,
eccetera. Ma che ne sanno di bocconcini appetitosi
i frequentatori di Maxim a Parigi? Queste erano
vere delicatezze. La traversata da Lumumbashi, in Zaire, allo Zambia (Northern Rhodesia)
non presentò alcun problema e ancora una volta
trovò ospitalità in una missione anglicana a
Mufulira, sulla Copperbelt (cinture del rame).
E di nuovo pagò in natura per l’ospitalità,
ma dopo alcuni giorni cadde ammalato e svenne.
Aveva raccontato la sua odissea a uno dei missionari,
il quale fu veramente addolorato nel vederlo
morire dopo aver superato tante avversità. Il
corpo fu coperto con un lenzuolo e sistemato
su una barella. Fu scavata una tomba nel piccolo
cimitero della missione e mentre il “corpo”
sulla barella veniva trasportato alla sua estrema
dimora, il missionario che lo accompagnava recitava
le ultime preghiere. Il movimento ondulatorio
fece uscire un braccio dalla barella e il missionario
si chinò per rimetterlo a posto. Nel toccarlo
gli sembrò di percepire un battito cardiaco
e così il funerale fu annullato. Per sua fortuna
il braccio uscito dalla barella era proprio
dalla parte del religioso in preghiera.
Dopo un periodo di convalescenza,
riprese il suo viaggio verso sud attraverso
lo Zambia (Northern Rhodesia) e lo Zimbabwe
(Southern Rhodesia). Fu come una passeggiata
nel parco, dato che di tanto in tanto erano
anche disponibili mezzi di trasporto motorizzati.
Attraversò il confine per entrare in Sud Africa
e si diresse subito verso Johannesburg. A sua
insaputa, il suo amico missionario di Mufulira
aveva scritto alle autorità sudafricane, informandole
della sua morte, per cui, al suo arrivo, erano
già a conoscenza del suo lungo e difficile viaggio.
La sua storia li aveva colpiti e commossi, al
punto che gli diedero subito la residenza permanente.
La marcia era finita e la sua destinazione finale
era in vista. Salì su un treno per Durban, dove
ebbe il benvenuto dai molti suoi corregionali
abruzzesi: Argentieri, Cocciante, Buccimazza,
Morelli, eccetera. Erano quelli gli anni in
cui si costruivano ferrovie e ponti in tutto
il Natal (Kwa Zulu Natal) e fu ingaggiato come
caposquadra da Olaff Grinaker. Non prese le
malaria pur avendo attraversato l’Africa a piedi
e trascorrendo gran parte della sua vita lavorativa
nei cantieri all’aperto. La sua avventura
africana, cominciata nel settembre del 1930,
si concluse nel 1932, un’odissea di 21 mesi.
Mio padre era nato nel 1885 e morì nel dicembre
del 1969. Aveva 84 anni.
Mario Borsei
( da
La Gazzetta del Sud Africa)