del
-
Le
Firme
Goffredo
Palmerini
Gianni
Berengo Gardin, in percorsi
di Luce, svela Marcello
Mariani
Settanta
immagini d'un genio della
fotografia mondiale in un
libro sul grande pittore
abruzzese
03.03.08,
L'AQUILA - Un forte fermento
sociale, spirituale e culturale
viveva la città,
all'inizio del Seicento,
per l'arrivo in quegli anni
di nuovi ordini religiosi
che si aggiungevano a celestini,
domenicani e francescani
insediatisi immediatamente
dopo la sua fondazione,
tre secoli e mezzo prima.
L'arrivo all'Aquila dei
gesuiti aveva portato un'istruzione
d'alto livello, mentre a
quella popolare pensavano
piuttosto i barnabiti. Eppure,
nel 1607, molto s'arricchì
culturalmente la città
con il sorgere d'una comunità
di padri filippini che diede
notevole impulso alle attività
teatrali, letterarie e musicali
cittadine. Cominciarono
a riunirsi, insieme ai laici,
in un oratorio cinquecentesco
dedicato a San Gerolamo,
situato in parte dove ora
insiste la chiesa di
Santa Caterina Martire,
di cui più avanti
si dirà, lungo la
via che dalla grande piazza
del mercato scendeva fino
alla fontana dalle molte
cannelle progettata da Tancredi
da Pentima, vicino la porta
urbica della Rivera. Trent'anni
dopo, ben cresciuta di numero,
la comunità dei filippini
gettò le fondamenta
della chiesa di San Filippo.
Tempio raccolto, cruciforme,
vantò l'opera d'artisti
provetti nella realizzazione
degli altari, del transetto,
degli stucchi della navata
e delle cappelle arricchite
da tele ed affreschi. Resistita
al terribile terremoto del
1703, la bella chiesa è
arrivata fino ai nostri
giorni, mutando la sua funzione
una ventina d'anni fa dal
culto al teatro, ad opera
dell'ente teatrale d'innovazione
"L'uovo",
con un intervento che segna
un armonioso equilibrio
tra sacro e profano.
Copertina
del volume di G. Berengo
Gardin
|
In
questa preziosa bomboniera,
dove l'antica propensione
dei filippini per l'arte
ha trovato degna eredità,
il 29 febbraio scorso è
stato presentato "Marcello
Mariani. Percorsi di luce"
di Gianni Berengo Gardin,
stupendo volume fotografico
curato da Silvia Pegoraro,
per la collana Fotografia
delle Edizioni Mazzotta
di Milano. Berengo
Gardin, uno dei più
grandi maestri al mondo
di tale arte, unico
fotografo citato da Ernst
H. Gombrich in "The
Image and the Eye"
(Oxford,1982), nel 2003
scelto con pochi altri eletti
per la mostra "Les
choix d'Henry Cartier Bresson"
dal grande artista francese,
appunto lui, il genio dell'obiettivo
nato nel 1930 a Santa Margherita
Ligure, in settanta scatti
è riuscito, con un'efficacia
ed una poetica singolari
e con il garbo che lo distingue,
a frugare fin nel profondo
ed a svelare l'anima e l'arte
di Marcello Mariani,
grande pittore informale
abruzzese. Dunque a
Mariani, dopo Lucio Fontana,
Giorgio de Chirico,
Henry Moore, Emilio
Vedova ed altri grandi
artisti, Berengo Gardin
dedica proprio un altro
capitolo del suo viaggio
in bianco e nero nel mondo
dell'arte. Il volume, corredato
dai testi in italiano/inglese
di Daniele Mariani,
presidente dell'Associazione
"Angelo ribelle",
e Silvia Pegoraro,
reca notazioni sulla pittura
di Marcello Mariani di Roberto
Mutti, Gabriele Simongini,
Roberto Gramiccia
e di Ottaviano Del Turco,
Presidente della Regione
Abruzzo, insolitamente in
veste di critico, pittore
egli stesso ed appassionato
cultore delle arti figurative.
Il volume reca infine un
testo di Sergio Zavoli,
quasi una lettera aperta
a Marcello Mariani. Serata
davvero eccezionale ed intensa,
il fotografo ed il pittore
presenti. La platea rossa
del San Filippo colma in
ogni ordine di posti. L'attrice
Milena Vukotic, che
incantò Fellini con
il suo stile in "Giulietta
degli Spiriti" - lo
ha raccontato Zavoli ricordando
l'apprezzamento verso l'attrice
che il regista gli confidò
- ha prestato la sua bella
voce nella lettura di alcuni
testi del volume. Atmosfera
rarefatta, grande emozione,
specie quando proprio Zavoli
ha portato un suo contributo
a braccio sull'arte di due
maestri, Berengo Gardin
e Mariani, uniti in una
meravigliosa simbiosi, con
una riflessione che ha spaziato
sul senso della cultura,
delle arti e dell'etica,
sui valori profondi dell'umanità.
Temi che la televisione
pubblica italiana, nella
decadenza del tempo che
viviamo, non riesce più
a cogliere, presa com'è
dall'affannosa rincorsa
all'audience ed all'effimero,
con programmi sovente melensi
e grevi.
Silvia
Pegoraro, nella sua rigorosa
introduzione al volume,
annota come similmente a
Cartier Bresson, padre del
reportage contemporaneo,
"
Berengo Gardin,
pur dotato di un inconfondibile
eleganza formale, privilegia
l'approccio documentario.
Non si tratta mai, del resto,
di una documentazione freddamente
analitica, ma di un documento
istantaneo e istintivo,
sintesi di una situazione
colta velocemente nel suo
divenire. Una percezione
più umana che meccanica,
colta dall'occhio nel momento
irripetibile in cui un evento
si manifesta. E infatti,
uno degli elementi che hanno
reso singolare e inconfondibile
il lavoro di Berengo Gardin
nel panorama della fotografia
degli ultimi cinquant'anni
è lo sguardo affabile,
partecipe, ma mai patetico,
con il quale egli coglie
gesti e atteggiamenti capaci
di rivelarci leggerezza
e peso della vita di ogni
giorno. Più che fotografie,
quelle di Berengo Gardin
sono frammenti di tempo
e spazio vissuti dall'autore
e memorizzati dalla machina
fotografica
".
Ottaviano Del Turco, tra
l'altro, scrive sul pittore:
"
Più
Marcello Mariani si sforza
di aiutarci (
) inventando
suggestioni formali (che
nei suoi lavori non ci sono
mai) più ci è
chiaro che il suo è
un processo creativo che
ha radici, origini, sviluppi,
che nascono da sentimenti,
emozioni, suggestioni, tutti
parenti stretti di quel
"sacro" che vive
sempre in ognuno di noi,
anche quando lo ignoriamo
o cerchiamo di rimuoverlo.
(
) Il suo lavoro somiglia
al suo carattere e, soprattutto,
somiglia al suo sorriso.
Veder sorridere Mariani
nel suo studio, e guardare
i suoi lavori, è
un'operazione che vi rivela
più di qualunque
saggio critico l'origine
della sua ispirazione e
il processo che la guida
". Un aspetto,
il "sacro", presente
anche nella nota critica
di Gabriele Simongini: "
Non si può capire
la pittura di Mariani senza
tenere a mente le radici
abruzzesi dell'artista:
il nitore cristallino dell'aria
e dei cieli aquilani, i
verdi e i rossi infuocati,
autunnali, delle campagne,
gli scabri ed ascetici profili
montuosi, gli equilibri
geometrici di antiche architetture
attaccate dall'inflessibile
aggressività del
tempo. E tutto ciò
affiora in immagini distillate
non per un fragile residuo
naturalistico ma per l'insopprimibile
e spontanea esigenza sentita
da Mariani di dipingere
prima di tutto il calore
vitale, la traccia immanente
di una presenza sacrale
(
) Infine, guardando
attentamente il magnifico
reportage fotografico che
Gianni Berengo Gardin ha
dedicato a Mariani ne emerge
la figura anticonformista
di un uomo e di un artista
che cerca la propria strada
con inesausta umiltà,
in silenzio, affidando la
propria voce all'incanto
di un colore inquieto, talvolta
corrucciato, ma sempre rivelatore
nelle sue luminescenze interiori
ed umanissimo nella sua
palpitante verità".
Marcello
Mariani
(il pittore ritratto
davanti la basilica
di Collemaggio)
|
Il
percorso fotografico di
Berengo Gardin dentro l'avventura
artistica ed umana di Marcello
Mariani, descritta per immagini
nel prezioso volume, è
uno zoom graduale che parte
dal contesto ambientale:
gli orli dei monti intorno
alla campagna aquilana,
poi speroni rocciosi ed
eremi sospesi, quindi Mariani
nei borghi arrampicati alle
montagne e poi immerso nelle
architetture della sua città,
il primo piano dell'artista
sullo sfondo d'insigni monumenti.
Poi ancora più dentro:
lo sguardo ieratico del
pittore, il senso di mite
inquietudine ma anche d'innocente
leggerezza che muove il
suo sorriso, la sua delicatezza
ed il suo rigore, quindi
l'ingresso nel suo laboratorio
"sacro", tra utensili
attrezzi tele e colori che
conoscono un'atavica sapienza
d'artigiano, l'ordine inconsueto
dell'atelier, tra le tracce
singolari dell'antico luogo
di culto. Sì, quella
chiesa di Santa Caterina
Martire legata con un
filo d'Arianna alla presenza
religiosa e culturale dei
filippini in città,
da quasi un ventennio è
lo studio di Marcello Mariani.
Su quei particolari, su
quei muri dove le tele sembrano
un tutt'uno, sul viso dell'artista
all'opera, gli scatti di
Berengo Gardin realizzano
una sequenza d'immagini
che di Marcello Mariani
svelano tutto, fino all'anima.
Incredibile, confessa Mariani
stesso, come Berengo Gardin
in una sola settimana l'abbia
scandagliato e svelato così
nel profondo.
Marcello
Mariani nasce all'Aquila,
nel 1938. Allievo di
Fulvio Muzi, si forma
all'Accademia di Belle Arti
di Napoli, iniziando al
teatro San Carlo i suoi
primi lavori di scenografia.
Nei primi anni Sessanta
viaggia in Europa, conosce
artisti a Berlino,
ad Amburgo tiene
una mostra personale. A
Parigi conosce Sartre
e gli esistenzialisti. Rientrato
in Italia, nell'ambiente
romano conosce Boille,
Manzoni, Rotella,
Lisi e Rauschenberg.
Con Rauschenberg
intesse dialoghi franchi
ed istintivi sulla pittura
e sulla cultura. Con Boille,
Lisi, Manzoni e Rotella
vive gli anni infuocati
delle contestazioni giovanili.
Inizia ad insegnare all'Istituto
Statale d'Arte dell'Aquila.
Tra gli anni '60 e '70 si
dedica con slancio alla
pittura informale, sull'influenza
di Alberto Burri,
che conosce e frequenta
in "Alternative
Attuali", importanti
mostre internazionale d'arte
contemporanea tenutesi all'Aquila
nel 1962, '63, '65 e '68,
curate da Enrico Crispolti.
Frequenti incontri con Mario
Ceroli, Lucio Fontana,
Alberto Burri e Carmelo
Bene, imprimono nel
giovane artista un influsso
determinante sulla sua ricerca
pittorica. Sempre più
poetica ed anarchica la
sua visione del mondo, per
l'avversione al consumismo
d'una società dominata
dal mercato. Nel 1974 conosce
Joseph Beuys e rafforza
la sua convinzione in una
terza via umana e sociale,
fuori dal capitalismo e
dal comunismo. Quello stesso
anno espone insieme a Guttuso,
Accardi e Consagra. Nel
1979 inizia il ciclo di
viaggi in Oriente, in Madagascar
ed in Australia, dove a
Melbourne terrà due
mostre personali, nel '79
e nell'80. Proprio in
Australia è conquistato
dal fascino della cultura
aborigena tribale, che ancor
più gli fa scoprire
il senso della materialità
e dei colori della terra.
Rientrato in Italia sviluppa
la sua pittura arricchendola
di tracce materiche più
calde. Pittura quasi muraria,
originaria e simbolica dell'essenza.
Sono anni intensi d'incontri
e contaminazioni, con Tullio
Catalano, Berardino Marinucci,
Enrico Crispolti e Antonio
Gasbarrini, i quali
presenteranno alcune sue
mostre collettive. Numerose
le sue partecipazioni ad
esposizioni con le grandi
firme della pittura contemporanea.
Rilevanti le sue più
recenti personali: Archetipi,
nel 1997, presentata da
Vito Apuleo all'Aquila;
poi nel '98 una nuova personale
presso la Brera Galleries
di Melbourne;
quindi la grandiosa mostra
"I colori del sacro"
nella trecentesca chiesa
di San Domenico all'Aquila,
curata da Silvia Pegoraro,
con un magistrale allestimento
di luci realizzato dall'Accademia
dell'Immagine con la
supervisione di Paolo
Carnera, un grande autore
della fotografia cinematografica;
infine, nel 2007, a Castelbasso
la partecipazione alla rassegna
sull'arte informale europea
ed americana, accanto alle
opere dei più grandi
artisti del '900, quali
Fontana, Burri, Vedova,
Marca-Relli, Pollock, Kline,
Fautrier, Wols, Afro, Appel,
Baj, Tapis, Boille, Soulages,
Hartung.
Marcello
Mariani
(il pittore nel suo
atelier)
|
I
viaggi in Africa, Oriente
ed Australia, quasi
sempre fuori dalle grandi
città, segnano per
Mariani la continuazione ideale
d'un vissuto perduto nell'infanzia,
il ricordo della povertà
del dopoguerra ed una semplicità
esistenziale colma di libertà
e sofferenza. La sua pittura
è imbevuta di Mediterraneo,
quello vero della sua giovinezza,
quando anche i nostri paesi
d'Abruzzo erano villaggi rurali
allagati dal sole, con chiese
vecchie di secoli rattoppate
con calce e mattoni fatti
a mano. Dunque il suo peregrinare
in terre lontane è
propaggine d'un sogno esistenziale.
Accanto ad un vissuto del
genere, Mariani aggiunge grandi
esperienze artistiche vissute
quasi inconsapevolmente, fuggendo
da una sorta di repressione
familiare che gli impediva
di esplodere. Spesso spariva,
per tornare poi in Abruzzo,
terra ancora antica e sapida
di memorie. Spesso il suo
ritirarsi è voluto,
quasi genetico, un'aspirazione
mistica alla solitudine. La
sua pittura è molto
diversa da quella dei suoi
contemporanei. Il suo è
uno splendido informale dai
toni caldi, lucentemente poetici.
Egli entra profondamente nella
poetica del muro. Le sue tele
sono superfici memoriali,
sfiorate dalla luce e dal
segno, tracce di un'esistenza
incerta, tragicamente esistenziale.
Gli aborigeni australiani
usavano la terra per dipingere
sui muri delle caverne. Si
sente vicino alla loro esperienza,
capisce che l'umanità
ha avuto una cultura poetica
universalmente comune. Il
suo impegno umano e politico
origina da tale convinzione,
dal profondo rispetto per
la grande armonia del creato
di cui l'uomo è solo
un ingranaggio. Un artista
con tale sensibilità
non può condividere
il consumismo o l'omologazione
esistenziale della società
contemporanea, l'infelicità
che l'opulenza reca, la superficialità
nell'analisi delle cose, dei
sentimenti perduti. Insomma,
quest'opera ci rivela davvero
molto di Marcello Mariani.
Ma è anche un altro
grande dono di Gianni Berengo
Gardin alla città,
dopo quello di alcuni anni
fa con la stupenda monografia
"L'Aquila",
edita dall'Istituto Cinematografico
"La Lanterna Magica",
di cui il grande fotografo
è membro onorario.
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