Sito della Comunita' eu del -
Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Pubblicita'

del -
Le Firme

Goffredo Palmerini

Gianni Berengo Gardin, in percorsi di Luce, svela Marcello Mariani
Settanta immagini d'un genio della fotografia mondiale in un libro sul grande pittore abruzzese

03.03.08, L'AQUILA - Un forte fermento sociale, spirituale e culturale viveva la città, all'inizio del Seicento, per l'arrivo in quegli anni di nuovi ordini religiosi che si aggiungevano a celestini, domenicani e francescani insediatisi immediatamente dopo la sua fondazione, tre secoli e mezzo prima. L'arrivo all'Aquila dei gesuiti aveva portato un'istruzione d'alto livello, mentre a quella popolare pensavano piuttosto i barnabiti. Eppure, nel 1607, molto s'arricchì culturalmente la città con il sorgere d'una comunità di padri filippini che diede notevole impulso alle attività teatrali, letterarie e musicali cittadine. Cominciarono a riunirsi, insieme ai laici, in un oratorio cinquecentesco dedicato a San Gerolamo, situato in parte dove ora insiste la chiesa di Santa Caterina Martire, di cui più avanti si dirà, lungo la via che dalla grande piazza del mercato scendeva fino alla fontana dalle molte cannelle progettata da Tancredi da Pentima, vicino la porta urbica della Rivera. Trent'anni dopo, ben cresciuta di numero, la comunità dei filippini gettò le fondamenta della chiesa di San Filippo. Tempio raccolto, cruciforme, vantò l'opera d'artisti provetti nella realizzazione degli altari, del transetto, degli stucchi della navata e delle cappelle arricchite da tele ed affreschi. Resistita al terribile terremoto del 1703, la bella chiesa è arrivata fino ai nostri giorni, mutando la sua funzione una ventina d'anni fa dal culto al teatro, ad opera dell'ente teatrale d'innovazione "L'uovo", con un intervento che segna un armonioso equilibrio tra sacro e profano.


Copertina del volume di G. Berengo Gardin

In questa preziosa bomboniera, dove l'antica propensione dei filippini per l'arte ha trovato degna eredità, il 29 febbraio scorso è stato presentato "Marcello Mariani. Percorsi di luce" di Gianni Berengo Gardin, stupendo volume fotografico curato da Silvia Pegoraro, per la collana Fotografia delle Edizioni Mazzotta di Milano. Berengo Gardin, uno dei più grandi maestri al mondo di tale arte, unico fotografo citato da Ernst H. Gombrich in "The Image and the Eye" (Oxford,1982), nel 2003 scelto con pochi altri eletti per la mostra "Les choix d'Henry Cartier Bresson" dal grande artista francese, appunto lui, il genio dell'obiettivo nato nel 1930 a Santa Margherita Ligure, in settanta scatti è riuscito, con un'efficacia ed una poetica singolari e con il garbo che lo distingue, a frugare fin nel profondo ed a svelare l'anima e l'arte di Marcello Mariani, grande pittore informale abruzzese. Dunque a Mariani, dopo Lucio Fontana, Giorgio de Chirico, Henry Moore, Emilio Vedova ed altri grandi artisti, Berengo Gardin dedica proprio un altro capitolo del suo viaggio in bianco e nero nel mondo dell'arte. Il volume, corredato dai testi in italiano/inglese di Daniele Mariani, presidente dell'Associazione "Angelo ribelle", e Silvia Pegoraro, reca notazioni sulla pittura di Marcello Mariani di Roberto Mutti, Gabriele Simongini, Roberto Gramiccia e di Ottaviano Del Turco, Presidente della Regione Abruzzo, insolitamente in veste di critico, pittore egli stesso ed appassionato cultore delle arti figurative. Il volume reca infine un testo di Sergio Zavoli, quasi una lettera aperta a Marcello Mariani. Serata davvero eccezionale ed intensa, il fotografo ed il pittore presenti. La platea rossa del San Filippo colma in ogni ordine di posti. L'attrice Milena Vukotic, che incantò Fellini con il suo stile in "Giulietta degli Spiriti" - lo ha raccontato Zavoli ricordando l'apprezzamento verso l'attrice che il regista gli confidò - ha prestato la sua bella voce nella lettura di alcuni testi del volume. Atmosfera rarefatta, grande emozione, specie quando proprio Zavoli ha portato un suo contributo a braccio sull'arte di due maestri, Berengo Gardin e Mariani, uniti in una meravigliosa simbiosi, con una riflessione che ha spaziato sul senso della cultura, delle arti e dell'etica, sui valori profondi dell'umanità. Temi che la televisione pubblica italiana, nella decadenza del tempo che viviamo, non riesce più a cogliere, presa com'è dall'affannosa rincorsa all'audience ed all'effimero, con programmi sovente melensi e grevi.

Silvia Pegoraro, nella sua rigorosa introduzione al volume, annota come similmente a Cartier Bresson, padre del reportage contemporaneo, "…Berengo Gardin, pur dotato di un inconfondibile eleganza formale, privilegia l'approccio documentario. Non si tratta mai, del resto, di una documentazione freddamente analitica, ma di un documento istantaneo e istintivo, sintesi di una situazione colta velocemente nel suo divenire. Una percezione più umana che meccanica, colta dall'occhio nel momento irripetibile in cui un evento si manifesta. E infatti, uno degli elementi che hanno reso singolare e inconfondibile il lavoro di Berengo Gardin nel panorama della fotografia degli ultimi cinquant'anni è lo sguardo affabile, partecipe, ma mai patetico, con il quale egli coglie gesti e atteggiamenti capaci di rivelarci leggerezza e peso della vita di ogni giorno. Più che fotografie, quelle di Berengo Gardin sono frammenti di tempo e spazio vissuti dall'autore e memorizzati dalla machina fotografica …". Ottaviano Del Turco, tra l'altro, scrive sul pittore: "… Più Marcello Mariani si sforza di aiutarci (…) inventando suggestioni formali (che nei suoi lavori non ci sono mai) più ci è chiaro che il suo è un processo creativo che ha radici, origini, sviluppi, che nascono da sentimenti, emozioni, suggestioni, tutti parenti stretti di quel "sacro" che vive sempre in ognuno di noi, anche quando lo ignoriamo o cerchiamo di rimuoverlo. (…) Il suo lavoro somiglia al suo carattere e, soprattutto, somiglia al suo sorriso. Veder sorridere Mariani nel suo studio, e guardare i suoi lavori, è un'operazione che vi rivela più di qualunque saggio critico l'origine della sua ispirazione e il processo che la guida …". Un aspetto, il "sacro", presente anche nella nota critica di Gabriele Simongini: "… Non si può capire la pittura di Mariani senza tenere a mente le radici abruzzesi dell'artista: il nitore cristallino dell'aria e dei cieli aquilani, i verdi e i rossi infuocati, autunnali, delle campagne, gli scabri ed ascetici profili montuosi, gli equilibri geometrici di antiche architetture attaccate dall'inflessibile aggressività del tempo. E tutto ciò affiora in immagini distillate non per un fragile residuo naturalistico ma per l'insopprimibile e spontanea esigenza sentita da Mariani di dipingere prima di tutto il calore vitale, la traccia immanente di una presenza sacrale ( …) Infine, guardando attentamente il magnifico reportage fotografico che Gianni Berengo Gardin ha dedicato a Mariani ne emerge la figura anticonformista di un uomo e di un artista che cerca la propria strada con inesausta umiltà, in silenzio, affidando la propria voce all'incanto di un colore inquieto, talvolta corrucciato, ma sempre rivelatore nelle sue luminescenze interiori ed umanissimo nella sua palpitante verità".


Marcello Mariani
(il pittore ritratto davanti la basilica di Collemaggio)

Il percorso fotografico di Berengo Gardin dentro l'avventura artistica ed umana di Marcello Mariani, descritta per immagini nel prezioso volume, è uno zoom graduale che parte dal contesto ambientale: gli orli dei monti intorno alla campagna aquilana, poi speroni rocciosi ed eremi sospesi, quindi Mariani nei borghi arrampicati alle montagne e poi immerso nelle architetture della sua città, il primo piano dell'artista sullo sfondo d'insigni monumenti. Poi ancora più dentro: lo sguardo ieratico del pittore, il senso di mite inquietudine ma anche d'innocente leggerezza che muove il suo sorriso, la sua delicatezza ed il suo rigore, quindi l'ingresso nel suo laboratorio "sacro", tra utensili attrezzi tele e colori che conoscono un'atavica sapienza d'artigiano, l'ordine inconsueto dell'atelier, tra le tracce singolari dell'antico luogo di culto. Sì, quella chiesa di Santa Caterina Martire legata con un filo d'Arianna alla presenza religiosa e culturale dei filippini in città, da quasi un ventennio è lo studio di Marcello Mariani. Su quei particolari, su quei muri dove le tele sembrano un tutt'uno, sul viso dell'artista all'opera, gli scatti di Berengo Gardin realizzano una sequenza d'immagini che di Marcello Mariani svelano tutto, fino all'anima. Incredibile, confessa Mariani stesso, come Berengo Gardin in una sola settimana l'abbia scandagliato e svelato così nel profondo.

Marcello Mariani nasce all'Aquila, nel 1938. Allievo di Fulvio Muzi, si forma all'Accademia di Belle Arti di Napoli, iniziando al teatro San Carlo i suoi primi lavori di scenografia. Nei primi anni Sessanta viaggia in Europa, conosce artisti a Berlino, ad Amburgo tiene una mostra personale. A Parigi conosce Sartre e gli esistenzialisti. Rientrato in Italia, nell'ambiente romano conosce Boille, Manzoni, Rotella, Lisi e Rauschenberg. Con Rauschenberg intesse dialoghi franchi ed istintivi sulla pittura e sulla cultura. Con Boille, Lisi, Manzoni e Rotella vive gli anni infuocati delle contestazioni giovanili. Inizia ad insegnare all'Istituto Statale d'Arte dell'Aquila. Tra gli anni '60 e '70 si dedica con slancio alla pittura informale, sull'influenza di Alberto Burri, che conosce e frequenta in "Alternative Attuali", importanti mostre internazionale d'arte contemporanea tenutesi all'Aquila nel 1962, '63, '65 e '68, curate da Enrico Crispolti. Frequenti incontri con Mario Ceroli, Lucio Fontana, Alberto Burri e Carmelo Bene, imprimono nel giovane artista un influsso determinante sulla sua ricerca pittorica. Sempre più poetica ed anarchica la sua visione del mondo, per l'avversione al consumismo d'una società dominata dal mercato. Nel 1974 conosce Joseph Beuys e rafforza la sua convinzione in una terza via umana e sociale, fuori dal capitalismo e dal comunismo. Quello stesso anno espone insieme a Guttuso, Accardi e Consagra. Nel 1979 inizia il ciclo di viaggi in Oriente, in Madagascar ed in Australia, dove a Melbourne terrà due mostre personali, nel '79 e nell'80. Proprio in Australia è conquistato dal fascino della cultura aborigena tribale, che ancor più gli fa scoprire il senso della materialità e dei colori della terra. Rientrato in Italia sviluppa la sua pittura arricchendola di tracce materiche più calde. Pittura quasi muraria, originaria e simbolica dell'essenza. Sono anni intensi d'incontri e contaminazioni, con Tullio Catalano, Berardino Marinucci, Enrico Crispolti e Antonio Gasbarrini, i quali presenteranno alcune sue mostre collettive. Numerose le sue partecipazioni ad esposizioni con le grandi firme della pittura contemporanea. Rilevanti le sue più recenti personali: Archetipi, nel 1997, presentata da Vito Apuleo all'Aquila; poi nel '98 una nuova personale presso la Brera Galleries di Melbourne; quindi la grandiosa mostra "I colori del sacro" nella trecentesca chiesa di San Domenico all'Aquila, curata da Silvia Pegoraro, con un magistrale allestimento di luci realizzato dall'Accademia dell'Immagine con la supervisione di Paolo Carnera, un grande autore della fotografia cinematografica; infine, nel 2007, a Castelbasso la partecipazione alla rassegna sull'arte informale europea ed americana, accanto alle opere dei più grandi artisti del '900, quali Fontana, Burri, Vedova, Marca-Relli, Pollock, Kline, Fautrier, Wols, Afro, Appel, Baj, Tapis, Boille, Soulages, Hartung.


Marcello Mariani
(il pittore nel suo atelier)

I viaggi in Africa, Oriente ed Australia, quasi sempre fuori dalle grandi città, segnano per Mariani la continuazione ideale d'un vissuto perduto nell'infanzia, il ricordo della povertà del dopoguerra ed una semplicità esistenziale colma di libertà e sofferenza. La sua pittura è imbevuta di Mediterraneo, quello vero della sua giovinezza, quando anche i nostri paesi d'Abruzzo erano villaggi rurali allagati dal sole, con chiese vecchie di secoli rattoppate con calce e mattoni fatti a mano. Dunque il suo peregrinare in terre lontane è propaggine d'un sogno esistenziale. Accanto ad un vissuto del genere, Mariani aggiunge grandi esperienze artistiche vissute quasi inconsapevolmente, fuggendo da una sorta di repressione familiare che gli impediva di esplodere. Spesso spariva, per tornare poi in Abruzzo, terra ancora antica e sapida di memorie. Spesso il suo ritirarsi è voluto, quasi genetico, un'aspirazione mistica alla solitudine. La sua pittura è molto diversa da quella dei suoi contemporanei. Il suo è uno splendido informale dai toni caldi, lucentemente poetici. Egli entra profondamente nella poetica del muro. Le sue tele sono superfici memoriali, sfiorate dalla luce e dal segno, tracce di un'esistenza incerta, tragicamente esistenziale. Gli aborigeni australiani usavano la terra per dipingere sui muri delle caverne. Si sente vicino alla loro esperienza, capisce che l'umanità ha avuto una cultura poetica universalmente comune. Il suo impegno umano e politico origina da tale convinzione, dal profondo rispetto per la grande armonia del creato di cui l'uomo è solo un ingranaggio. Un artista con tale sensibilità non può condividere il consumismo o l'omologazione esistenziale della società contemporanea, l'infelicità che l'opulenza reca, la superficialità nell'analisi delle cose, dei sentimenti perduti. Insomma, quest'opera ci rivela davvero molto di Marcello Mariani. Ma è anche un altro grande dono di Gianni Berengo Gardin alla città, dopo quello di alcuni anni fa con la stupenda monografia "L'Aquila", edita dall'Istituto Cinematografico "La Lanterna Magica", di cui il grande fotografo è membro onorario.


Pubblicita'
Repubblica Dominicana

Scrivono per Voi
 
 

Goffredo Palmerini


Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo - Istituto Cinematografico dell'Aquila

gopalmer@hotmail.com

Tel. +39-328-6113944
+39-0862-487131


Curriculum





in questo