In
Bolivia un' emigrazione
abruzzese tutta speciale
Le opere delle Missionarie
della Dottrina Cristiana,
Congregazione religiosa
nata all'Aquila nel 1890
20.07.08
- BOLIVIA, Santa Cruz de
la Sierra - Amerigo Vespucci
la definì un paradiso
terrestre. Tre secoli dopo
il naturalista Alcide
Dessalines d'Orbigny,
che nel 1830 la girò
in lungo e in largo, descrisse
la Bolivia nel "Viaggio
nell'America meridionale"
come una "sintesi
dell'universo"
per la varietà dei
paesaggi che spaziano dalla
cordigliera andina ai grandi
altipiani, dalle valli alle
pianure ricche di fiumi,
vestibolo alle meraviglie
della foresta amazzonica.
Ad est dell'altipiano si
snoda la Cordigliera
Reale con centinaia
di vette sopra i cinquemila
(come l'Illimani che
domina La Paz), ad
ovest la Cordigliera
Occidentale, con alte
cime vulcaniche (il Sajama
supera i 6500 metri), poi
sempre sull'acrocoro i grandi
laghi Titicaca e
Poopò, i deserti
di sale di Uyuni
e Coipasa, le lagune
Verde e Colorada.
Vette ed orizzonti sembrano
fondersi con il cielo. Nelle
valli il clima è
mite e la natura rigogliosa.
In pianura terre fertili
danno raccolti in tutte
le stagioni, le foreste
amazzoniche pregiati legnami.
E poi gas e petrolio nella
regione del Chaco,
al confine con il Paraguay,
per non parlare degli enormi
giacimenti d'argento, stagno,
rame, oro ed altri minerali,
che hanno segnato la terribile
storia di sofferenze e sfruttamento
dei nativi boliviani, indios
quechua ed aymara (60%),
meticci e guarani (30%),
il resto sono bianchi. Quando
Diego Halpa, un indio
quechua, nel 1544 scoprì
l'argento del Cerro Rico
a Potosì,
non si rese conto che toglieva
il coperchio ad un vaso
di Pandora. In quei mesi
erano arrivati in Bolivia
gli invasori spagnoli. Carlo
V, il sovrano sul cui
regno non tramontava mai
il sole, nel 1555 già
decretava Potosì
"città imperiale"
per sfruttarne le immense
miniere d'argento. Cominciava
così la storia d'indicibili
sofferenze per gli indios,
lastricata da almeno otto
milioni di morti per arricchire
la Spagna, un vero etnocidio
nelle miniere d'argento
di Cerro Rico durato quasi
quattro secoli, poi in quelle
di mercurio quando
lo si usò per la
depurazione dell'argento,
quindi in quelle di stagno,
fino ai tempi di Patiño,
il tristo magnate boliviano
d'America, finiti negli
anni Cinquanta del Novecento.
Nei secoli precedenti quel
fiume d'argento dall'altipiano
all'Europa faceva morti
e tragedie alla sorgente,
alla foce ingrassava lo
sperpero spagnolo, alimentava
la prima inflazione della
storia ed il nascente capitalismo
europeo, come pure l'inizio
della rivoluzione industriale.
Questa,
in pillole, la Bolivia:
grande tre volte e mezzo
l'Italia, quasi 10 milioni
d'abitanti, con il reddito
pro capite più basso
dell'America Latina. Dunque
un popolo povero, ma gentile
e gioviale, con una storia
segnata dall'instabilità
politica, specie nel Novecento,
tra governi militari ed
una rivoluzione nel 1952,
tra conati di guerriglia
(qui nel 1967 fu catturato
ed ucciso Ernesto "Che"
Guevara) e colpi di
stato, e qualche scampolo
di democrazia. La Bolivia
deve il nome a Simon
Bolivar, il libertador
venezuelano ispirato ai
princìpi della rivoluzione
francese che vi arrivò
e vi restò un anno,
lasciando nel 1826 una bella
Costituzione rimasta lettera
morta fino ad oggi. Ora
è una repubblica
presidenziale, dal 2005
è capo di stato e
di governo Evo Morales,
per la prima volta un indio:
tempo di forti contrasti
nel Paese, scosso da spinte
autonomistiche e finanche
da un referendum revocatorio
del Presidente, in agosto.
Eppure la Bolivia è
una terra molto ricca: giacimenti
minerari, risorse energetiche
nel sottosuolo, un'agricoltura
potenzialmente generosa
dalle valli alla foresta
amazzonica, l'allevamento
di bestiame d'ogni specie.
Poi il turismo, ancora in
embrione, per le sue bellezze
naturali e la sua storia,
dagli Incas alle
reduccion (Concepcion,
San Ignacio, San Rafael,
San Xavier e San Josè
de Chiquitos, dichiarate
nel 1990 dall'Unesco patrimonio
dell'umanità) delle
Misiones dei Gesuiti
nella foresta amazzonica,
che operarono fino alla
loro espulsione decretata
dai sovrani di Spagna e
Portogallo nel 1767, ma
della cui presenza restano
splendide vestigia nelle
magnifiche chiese di legno
e nella musica barocca,
specie grazie al religioso
svizzero Martin Schmid,
architetto e musicista.
A
Santa Cruz de la Sierra,
nella zona piana della Bolivia,
sono arrivato da alcuni
giorni per conoscere da
vicino una speciale emigrazione
abruzzese. Santa Cruz è
una città che supera
i due milioni d'abitanti,
ben ordinata urbanisticamente
in una decina d'anelli concentrici
di grande viabilità.
E' la capitale economica
del Paese, per industrie,
agricoltura, gas naturale
e servizi, ma anche per
il traffico della coca,
mai radicalmente estirpato.
Qui c'è l'aeroporto
internazionale più
importante che irradia le
rotte verso l'interno. E'
luogo di richiamo dagli
altipiani, forte è
il processo d'inurbamento.
E' poi punto di partenza
per la penetrazione nella
foresta dell'Amazzonia
boliviana. Da qui padre
Remo Prandini, un
salesiano originario di
Lodrino, in Valtrompia,
nel 1975 partì per
penetrare fino ad Hardeman,
allora villaggio di poche
capanne. Là il religioso
bresciano impiantò
la sua missione, basata
sulla formazione scolastica
e sulla difesa dei diritti
elementari di quella gente:
un "don Milani"
in una "Barbiana"
in versione amazzonica.
Padre Remo lottò
infatti per undici anni,
a rischio della vita, per
affermare il diritto dei
campesiños alla terra,
educando nella sua scuola
i loro figli al sapere ed
alla consapevolezza dei
propri diritti. Girava in
quei posti a piedi, a cavallo
o con la sua bicicletta,
fino alla sua tragica morte
a 44 anni, nel giorno di
Natale del 1986, quando
recandosi in un villaggio
con qualche giocattolo per
i più piccini nello
zaino, cadde da un ponte
di tronchi inghiottito dal
fiume in piena per le piogge
dell'estate. Rimane luminosa
la sua testimonianza che
negli anni ha dato frutti
copiosi di generosità,
opere e vocazioni. I suoi,
giunti dall'Italia per riportarne
indietro le spoglie, si
trovarono di fronte alla
decisa opposizione dei campesiños,
arrivati persino a "sequestrare"
il vescovo per tenere padre
Remo per sempre. Egli infatti
riposa nella sua missione,
la tomba davanti la chiesa
di Hardeman, tra i suoi
poveri che lo amano e lo
visitano ogni giorno. I
lodrinesi compresero. Anzi,
da allora sono diventati
di casa. Attraverso l'associazione
nata a Lodrino in ricordo
di padre Remo, hanno riversato
una valanga d'aiuti facendo
di Hardeman un centro d'istruzione,
di formazione professionale
e di progresso civile per
questa povera gente. Nel
1985, un anno prima della
scomparsa, padre Remo era
venuto in Italia. Era passato
anche all'Aquila,
a parlare di missioni in
Bolivia alle Missionarie
della Dottrina Cristiana,
Congregazione nata nel capoluogo
abruzzese nel 1890 ad opera
di madre Maria Francesca
De Sanctis - originaria
di Castiglione a Casauria,
un paese lungo la valle
del Pescara - e dell'arcivescovo
dell'Aquila, mons. Augusto
Vicentini. Donna assai
tenace, con tre sue sorelle
e poche altre religiose,
madre Maria Francesca seppe
dare un fortissimo impulso
alla propria Regola diffondendone
l'apostolato nelle scuole
e nelle parrocchie in tempi
allora molto difficili.
Nacquero così in
pochi decenni, sotto la
guida sua e delle Madri
che le succedettero, molte
case della Congregazione,
in Abruzzo come in Puglia,
Molise, Marche, Veneto,
Lazio, Umbria e Friuli.
Con
gli adeguamenti alla Regola
dopo il Concilio Vaticano
II, la Congregazione
si apre all'azione missionaria
all'estero. Madre Pierina
Santarelli, all'epoca
Superiora Generale, e madre
Nazarena Di Paolo
- l'attuale Generale, forte
tempra d'abruzzese operosa,
nata a Barisciano in provincia
dell'Aquila - con la benedizione
di Giovanni Paolo II,
nell'ottobre 1986 accompagnano
in Bolivia le prime sei
missionarie, a Santa Cruz
e ad Hardeman. Dopo appena
due mesi dall'arrivo, con
la scomparsa di padre Remo
tre di quelle suore raccolgono
il testimone della sua opera
ad Hardeman, ampliando e
gestendo la scuola del villaggio,
dove gli abitanti sono oggi
diventati quasi 4000, circa
2000 gli alunni da tutta
l'area e gli studi vanno
fino al livello superiore.
Sulla casa, sulla materna
e sui laboratori di mestiere
sovrintende madre Maria
Grazia Lepore, abruzzese
di Corfinio - città
dei Peligni dove fu usato
per la prima volta il nome
Italia nella Lega contro
Roma, nella guerra sociale
(91 a.C.) - con le boliviane
suor Julia e suor
Marta, mentre dell'intero
sistema scolastico di tutta
l'area, si cura come direttrice
didattica suor Anna Andreucci,
di Bominaco in provincia
dell'Aquila. A Santa Cruz,
intanto, erano restate tre
consorelle. Nel barrio Victoria
le tre suore cominciano
il loro apostolato. Ora
in quel quartiere la Congregazione
ha una struttura per giovani
aspiranti alla vita religiosa
che frequentano i corsi
della locale Università
Cattolica. La casa è
diretta da suor Erica,
boliviana, coadiuvata da
suor Albina De Bellis,
abruzzese di Sulmona, da
suor Bernadette Tavarozzi,
molisana, e da suor Patrizia
Timperi, altra abruzzese
di Basciano, in provincia
di Teramo. Nella grande
città, in una villa
requisita ad un narcotrafficante
(ne parleremo in altra occasione),
nel 1990 viene aperta una
casa d'accoglienza e formazione
per 70 orfane e disagiate.
Oggi quella villa, affidata
in comodato dalla prefettura,
si chiama Hogar Maria
Inmaculada. E' gestita,
insieme a suor Betty,
boliviana, da madre Alessandra
Carosone - nata a Monticchio,
frazione dell'Aquila - che
cura alla grande anche il
carcere di Palmasola.
Nel
1997 un'altra grande struttura
nasce a Santa Cruz. Costruita
in un solo anno, sorge l'Hogar
Sonrisa de Mariele,
in ricordo di Mariele
Ventre, l'indimenticabile
Maestra del Coro dell'Antoniano
di Bologna, grazie ai
fondi raccolti dal "39°
Zecchino d'Oro"
e da altri benefattori dall'Abruzzo
e dal resto d'Italia. E'
un complesso imponente,
disposto su un'area di tre
ettari, con strutture moderne
ed un'organizzazione perfetta.
Ospita 130 bambine e ragazze
"interne",
che frequentano l'annesso
sistema scolastico riconosciuto
dallo Stato, dall'istruzione
materna alla superiore,
aperto anche a frequenze
esterne, 800 gli alunni.
Campi sportivi, piscina,
palestre e laboratori corredano
le strutture, alle quali
con perizia sovrintende
madre Diomira Doria
- tenace abruzzese di Sulmona,
dal 1986 una pioniera nel
Paese - insieme a sei suore
boliviane (le hermanas Teodora,
Florinda, Zulma, Laura,
Sandra e Asteria), che
insegnano e coordinano il
personale esterno, quaranta
tra docenti ed ausiliari.
Tra qualche mese le madrecitas
della Dottrina Cristiana
apriranno un'altra casa
in Bolivia, nella città
di Cochabamba. Dal
1995 la Congregazione ha
attivato una missione anche
in Africa, nel Congo
francese. C'è
una bella fioritura di aiuti
dall'Italia, per sostenere
la crescita sociale ed umana
delle giovani ospiti boliviane
negli Hogar delle Missionarie
della Dottrina Cristiana,
con le adozioni a distanza.
Una forma diretta di solidarietà
davvero efficace che porta
a conoscere da vicino le
povertà del mondo,
senza sbrigativi scarichi
di coscienza cui sono abituate
le società opulente,
alle quali dà fastidio
la visione della sofferenza.
E' poi un valido supporto
a queste religiose, da tutti
apprezzate e rispettate
in Bolivia, alle quali non
manca mai il sorriso e le
cui giornate di lavoro non
conoscono soste. In loro,
infine, riconosco con orgoglio
la tenacia e la determinazione
tipiche dell'indole abruzzese,
anche in coloro che in Abruzzo
hanno solo realizzato la
propria formazione religiosa,
ricevendo comunque di quell'indole
l'imprinting. Dunque una
bella comunità abruzzese
in terra boliviana, di recente
arricchitasi con l'arrivo
di Mons. Luciano Suriani,
Nunzio apostolico in
Bolivia. Nato ad Atessa,
in provincia di Chieti,
Mons. Suriani è Vescovo
di Amiternum, l'antica
diocesi della città
sabina - patria di Caio
Crispo Sallustio, grande
storico romano - situata
poco distante dal luogo
dove molti secoli dopo sarebbe
stata fondata L'Aquila.
*gopalmer@hotmail.com
- componente del Consiglio
Regionale Abruzzesi nel Mondo
(CRAM)