Nell'
inferno di Palmasola, il
carcere di Santa Cruz
La proditoria visita di
suor Alessandra al Presidente
boliviano Sanchez aprì
nuove vie alla speranza
Santa Cruz, plaza
24 Septiembre e cattedrale
|
01.08.08
- SANTA CRUZ (Bolivia) -
Solo nel 1993 suor Alessandra
Carosone, missionaria
della Dottrina Cristiana,
riuscì a rispondere
all'insistente voce interiore
che la chiamava in Bolivia,
dove già da sette
anni alcune sue consorelle
operavano. Il desiderio
le era scoppiato dentro
nel 1985, quando all'Aquila
- la città capoluogo
d'Abruzzo dove lei è
nata - aveva ascoltato dalla
voce di padre Remo Prandini
l'invito alla Congregazione
ad aprire una missione in
quel Paese. Vari motivi
non le avevano consentito
di partire con il primo
gruppo in quella terra meravigliosa,
dove il salesiano bresciano,
in pochi anni d'apostolato
aveva seminato in sperduto
villaggio nella foresta
amazzonica - Hardeman
- dignità umana,
istruzione, progresso civile
e tanta fede, prima della
sua tragica scomparsa a
soli 44 anni d'età.
Testimonianza esemplare
ed intensa, quella di padre
Remo, che stava man mano
cambiando il volto di Hardeman,
specie dopo la sua morte,
attraverso l'opera delle
Missionarie che ne
avevano raccolto l'eredità,
comprese tante vocazioni
del luogo. Altre due missioni,
intanto, le religiose avevano
aperto nella città
di Santa Cruz, dal
momento del loro arrivo
in Bolivia. Una casa d'accoglienza
nel barrio Victoria,
ed un'altra opera avviata
nel '90 in una splendida
villa in centro città,
già dimora di Georges
Suarez, detto "Testa
di paglia" per
via dei capelli chiari,
noto narcotrafficante cruceño
a quale era stata sequestrata
dopo l'arresto e dalla Prefettura
affidata per opere sociali
proprio alle Missionarie.
In questa struttura madre
Alessandra cominciò
la sua missione verso poveri
ed emarginati.
Detenute nel carcere
di Palmasola, con
i loro bambini
|
La
incontro di domenica, il
solo giorno per lei un po'
tranquillo, in questa magnifica
villa con parco, piscina
e muro di cinta. All'ingresso
l'insegna "Hogar
Maria Inmaculada".
Mentre giriamo nella casa
- gli arredi firmati da
noti stilisti - rimasta
tal quale per precisa consegna
d'inventario e dove nulla
l'autorità consente
di cambiare, madre Alessandra
mi racconta come il boss
avesse celato le attività
criminose con una vita "normale",
tenendo persino alcuni cavalli
in quell'isola dorata, e
come alla polizia non fosse
finora riuscito, nonostante
le minuziose ricerche, di
trovare il "tesoro"
del criminale. Ma io non
son venuto per ascoltare
storie del genere. Voglio
invece conoscere la storia
di questa religiosa abruzzese,
mite all'apparenza, di cui
al contrario so già
d'una determinazione e d'un
vigore eccezionali. "Incominciai
il mio lavoro apostolico
- mi dice suor Alessandra
- in questa città
dove i raggi solari ti bruciano
la pelle e i 40 gradi del
mezzogiorno ti prostrano,
togliendoti fame e sonno.
Però, in compenso,
gli occhi vivi di tanti
bambini, la sofferenza di
tanti anziani e l'anelito
di tante mamme disperate
per gli innumerevoli problemi
economici e familiari mi
facevano dimenticare le
avversità della vita".
Finché un giorno
una insegnante non l'invitò
a visitare Palmasola,
il carcere di Santa Cruz,
per portare conforto alle
tante persone castigate
prima dalla società
e poi da quella vita dannata.
"Un'esperienza per
me unica - continua
suor Alessandra - una
realtà inconcepibile,
una povertà materiale
e spirituale che mette paura.
Centinaia di mani tese che
chiedevano aiuto, il volto
sofferente di tanti bambini
che mi afferravano il vestito
per avere un gesto d'affetto
e tante altre scene mi tolsero
il sonno per giorni, facendo
dare alla mia vita una svolta
inimmaginabile. Prima di
quel fatto mai avrei pensato
d'esser in grado di vivere
una simile esperienza, tutti
i giorni. Da quel momento
cominciai a rubare un po'
di tempo alle mie giornate
per dedicarlo a loro. Un
via vai di persone che vedono
morire la speranza fu lo
sconvolgente impatto nell'entrare
nel carcere di Palmasola".
La struttura "penitenziaria",
se così si può
definire, costruita per
500 detenuti, ne ospita
quasi quattromila in condizioni
disumane. Una volta registrati,
entrano in un mondo dove
si perdono tutti i diritti.
"Mi
piace raccontare questa
mia esperienza di vita
- aggiunge la religiosa
- perché la sento
come una missione straordinaria.
Avvicinarsi a queste persone
che desiderano prendere
una nuova strada e vederle
buttate come stracci vecchi
aspettando che la "ingiustizia
umana" possa un giorno
toccare la loro porta, è
una realtà dura da
accettare. Un giorno chiesi
il perché di tanta
tristezza ad un giovane
di 25 anni. Mi rispose che
erano tre anni che stava
in carcere, che ancora non
riusciva a svegliarsi da
quel sonno eterno. Stava
ammanettato e seminudo,
in una cella di tenebre.
Mi rispose: "Vivo
con tre figli e non so che
dar loro da mangiare, mia
moglie me li ha lasciati
come si lascia un sacco
di patate e non l'ho più
vista". Come ci si
può sentire tranquilli
- continua la missionaria
- entrando in un carcere
dove convivono persone innocenti,
ladruncoli e criminali,
assassini, sequestratori,
spacciatori? Dove si vedono
camminare liberamente persone
con coltelli, punte di ferro
e pistole nascoste nella
cintura? Dove drogati, alcolizzati,
malati di Aids, tossicodipendenti
si avvicinano per chiederti
quel pizzico d'amore e di
comprensione che da anni
non ricevono?".
Già, perché
Palmasola è
un carcere particolare,
dove trafficanti di droga
e criminali danarosi si
permettono ogni libertà,
dal cibo alla sistemazione
in alloggi decenti, con
visite giornaliere di familiari
ed amici. Mentre i poveri
disgraziati vi marciscono
senza speranza. Delle drammatiche
condizioni all'interno di
Palmasola ha lasciato
in un libro (El carcel)
una lucida testimonianza
un italiano, Marco Marino
Diodato, che vi è
stato detenuto cinque anni
e ne ha descritto lo squallore,
il degrado e la corruzione
che vi regna. Diodato, in
Italia ex poliziotto dei
corpi speciali e paracadutista,
emigrato dall'Abruzzo
in Bolivia, divenne
ufficiale istruttore dell'esercito
boliviano. Ben introdotto
nel mondo politico, aveva
sposato la nipote dell'ex
Presidente boliviano Hugo
Banzer Suarez. Arrestato
nel '99 e condannato a dieci
anni per narcotraffico,
nel 2004 si diede alla fuga
da una clinica dov'era ricoverato
per problemi cardiaci, eludendo
la stretta sorveglianza.
Ma la sua vicenda giudiziaria
- che coinvolse persone
di spicco della comunità
italiana di Santa Cruz -
dai contorni politici controversi,
un complesso intrigo internazionale,
è ancora tutta da
chiarire. Dichiaratosi sempre
innocente, tale è
ritenuto dall'opinione pubblica
boliviana che ha seguito
il caso passo passo sui
mezzi d'informazione. Dunque,
tornando al carcere, ancor
peggio si stava quando suor
Alessandra vi entrò
per la prima volta. Ma da
quel lontano 1993 qualcosa
cominciò ad illuminare
la speranza. Dapprima per
i bambini che le donne tenevano
in cella e che condividevano
una drammatica condizione
di detenzione. La prima
preoccupazione di suor Alessandra
fu rivolta subito a loro,
chiedendo alle autorità,
poi ottenendo e quindi organizzando
una scuola materna per i
più piccoli, poi
la primaria per i più
grandi. Accompagnato da
madre Alessandra anch'io
sono entrato nel carcere
di Palmasola. Non ho spazio
ora per le mie impressioni,
sarà per un'altra
occasione, anche per raccontare
l'incontro con l'unico detenuto
italiano.
Negli
anni questa tenace missionaria
è riuscita, con il
credito che si è
guadagnato all'interno delle
istituzioni boliviane, e
grazie agli aiuti giunti
dall'Abruzzo e dall'Italia,
a mettere in piedi nel carcere
di Santa Cruz tutti i cicli
di formazione scolastica,
fino all'università.
Vi studiano i figli dei
reclusi, ma anche i detenuti,
donne e uomini, coltivando
una dignità nuova
ed una speranza nel futuro,
quando la reclusione avrà
termine. Vi insegnano docenti
esterni, ma anche - dice
suor Alessandra - "detenuti
ingegneri, professori e
avvocati". Poi,
con legittimo orgoglio,
aggiunge: "Quest'anno
escono i primi 18 laureati
in giurisprudenza dalla
nostra sezione universitaria,
con laurea regolarmente
riconosciuta dallo stato".
Ma non è ancora tutto.
La sua preoccupazione, dopo
l'infanzia, fu rivolta alle
donne detenute, investendo
sul loro desiderio di cambiare,
di sperare in un futuro
per sé e per i propri
figli. Soprattutto pensando
per loro a laboratori di
mestiere. Nel 1994 le venne
in soccorso l'approvazione
d'un progetto presentato
dalla Congregazione alla
Conferenza Episcopale Italiana,
finanziato con i fondi dell'8
per mille. Il progetto prevedeva
l'acquisto di macchinari
ed attrezzature per un laboratorio
di sartoria e ricamo. Tuttavia,
diversi mesi erano passati
dall'approvazione del progetto
senza però che i
numerosi tentativi di suor
Alessandra sulle autorità
boliviane portassero a far
finanziare e realizzare
i locali per il laboratorio,
con il rischio di veder
perso il contributo della
Cei. Fu così
che in autunno, andando
a La Paz per tenere
degli esercizi spirituali,
suor Alessandra riuscì
in un'incredibile quanto
proditoria operazione,
nel palazzo presidenziale.
Ci
vorrebbero molte pagine
per descriverla in dettaglio,
come me l'ha raccontata.
Qui mi limito a riassumerla
brevemente, perché
non solo illustra l'indomito
carattere di questa religiosa,
come pure talvolta la fortuna
assista gli audaci. Fatto
gli è che la suora,
con atteggiamento da turista
un po' svagata e digiuna
della lingua, fa capire
a gesti di voler dare un'occhiata
al palazzo presidenziale.
Vuoi per l'abito che per
l'atteggiamento dimesso,
supera il primo livello
di sicurezza. Prosegue l'impresa,
salendo al piano della residenza
presidenziale, dove continua
ad alimentare l'equivoco
anche alla seconda barriera.
Anzi, il servizio di sicurezza
la munisce perfino d'un
contrassegno di "visitatore"
che le consenta di girare
nel palazzo. E' qui che
la religiosa inizia a muoversi
con perizia, sgusciando
tra i posti di blocco della
sicurezza fino ad arrivare
alla residenza del Presidente
della Repubblica. Vi s'infila,
accolta da un'esclamazione.
E' la voce di Gonzales
Sanchez de Losada -
Capo di Stato dal
1993 al '97 e poi dal 2002
al 2003, Goni per
i boliviani - che le chiede:
"Madrecita, de
donde viene".
E la religiosa: "Signor
Presidente, sono italiana,
vengo da Santa Cruz dove
lavoro nel carcere di Palmasola".
Ella espone dunque al Presidente
la ragione che l'ha condotta
fin lì, tutte le
difficoltà incontrate
con le autorità di
Santa Cruz per realizzare
i locali per il laboratorio,
il rischio di perdere gli
aiuti dall'Italia per l'acquisto
delle attrezzature.
Il
Presidente si fa chiamare
la Prefettura di Santa
Cruz, al telefono si
dice sorpreso di quanto
sta accadendo per il laboratorio
nel carcere. Congeda quindi
suor Alessandra, invitandola
a recarsi appena possibile
agli uffici della Prefettura.
Fatto sta che quando lei
vi si reca, le porte si
spalancano, i sorrisi si
sprecano, le soluzioni subito
si trovano. In un mese a
Palmasola vengono realizzati
i locali per il laboratorio,
vi vengono montati gli arredi,
le macchine da cucire e
le altre attrezzature intanto
acquistate con i fondi della
Cei. A gennaio del
'95 la struttura s'inaugura.
Da allora, molte donne vi
si sono formate. Uscite
dal carcere, quel mestiere
è stato utile per
una vita nuova. Anche molti
detenuti hanno poi frequentato
altre strutture per imparare
un mestiere messe su dalla
madrecita italiana
che nel carcere gode d'una
autorità morale indiscussa
e di forte credibilità.
La sua parola è un'assicurazione.
Ormai l'autorità
carceraria non fa obiezioni,
avendone verificato la concretezza.
Certo, Palmasola è
sempre un carcere con molti
e gravi problemi. Ma in
questi anni è tanto
cambiato da quell'inferno
che suor Alessandra vide
nel '93 quando vi entrò
per la prima volta. Se non
altro è tornata ad
esistervi la speranza, grazie
ad una coraggiosa e sorridente
missionaria abruzzese.
*
gopalmer@hotmail.com - componente
del Consiglio Regionale
Abruzzesi nel Mondo