La
sfortuna di essere nati
nel posto sbagliato
Pensieri
di settembre dalla Costa
d' Avorio
di Piero Iovenitti
ABIDJAN,
20 .09.08 - Ogni giorno
una storia diversa e di
queste mille ne potrei raccontare.
Storie che lasciano cicatrici
profonde che lentamente
ripercorro ogni volta che
mi fermo a pensare.
Venerdì
pomeriggio, ore quindici
e trenta. Termino un cesareo
eseguito a causa di un travaglio
troppo lungo e senza alcuna
speranza. Stanco dopo una
lunga settimana di lavoro
ripiego i pantaloni bianchi
e la maglietta, la mia divisa
da ospedale, saluto lostetrica
e lanestesista e mi
dirigo verso la macchina
che infuocata mi attende
fuori lospedale dopo
essere rimasta quasi otto
ore sotto il sole. Mi siedo
al posto di guida, abbasso
immediatamente i vetri degli
sportelli anteriori, accendo
il climatizzatore, monto
le lenti scure sugli occhiali
e metto in moto il vecchio
e rumoroso motore della
Mazda. Dopo una breve marcia
indietro volto a destra,
percorro la strada sterrata
che conduce al centro di
Anyama, passo di fronte
al municipio e inizio la
discesa in direzione di
Abidjan.
Improvvisamente
sono costretto a rallentare.
Sulla mia corsia vedo a
terra una forma immobile,
qualcosa dai contorni sfumati
che man mano che mi avvicino
diviene più chiara.
Un uomo accasciato a terra
aggrappato alla sua bicicletta.
Procedo lentamente e cerco
di capire prima che sia
troppo tardi. Ho a disposizione
una decina di secondi. Un
camion carico di grossi
tronchi strombazza alle
mie spalle e vorrebbe che
io accelerassi. Luomo
è accasciato a terra
rovesciato sulla spalla
sinistra, le sue mani stringono
ancora il manubrio della
bicicletta e le sue cosce
sono serrate intorno alla
canna. E come se avesse
sperato di poter controllare
la caduta o di potersi almeno
rialzare. Attorno a lui
un gruppo di bambini lo
fissano ammutoliti. Luomo
riposa a terra con la testa
appena graffiata dallasfalto,
gli occhi socchiusi e la
bocca serrata. Sembra come
se dormisse nel suo letto.
Dimostra una sessantina
danni, ma ne avrà
sicuramente quindici di
meno. Forse neanche lui
conosce esattamente la sua
età. Indossa un pantalone
e una casacca di colore
verde scuro consumata dal
tempo come quelle utilizzate
in Cina qualche hanno fa
dai quadri del partito dirigente.
Dietro la bicicletta, sul
portapacchi, è legato
con una corda di caucciù
un vecchio e affilato macete
di ferro. I piedi delluomo
ancora ben posizionati sui
pedali per compiere lultimo
sforzo, calzano un paio
di sandali di plastica blu.
Quasi certamente é
un contadino che stava ritornando
a casa dopo una giornata
di duro lavoro. Ho ancora
un paio di secondi prima
che il camion che mi tallona
entra nel portabagagli della
mia vettura. In quei due
secondi comprendo con certezza
che luomo é
senza vita, stroncato forse
da un infarto. Un colpo
di acceleratore mi allontana
dalla scena e un brivido
mi scuote il corpo.
Sono
oramai decine i corpi senza
vita che ogni giorno incontro
sulle strade. Vittime di
incidenti, bambini investiti
dalle macchine, pazzi abbandonati,
donne violentate, banditi
uccisi da qualcuno e poveri
derelitti. Ma il brivido
che mi percorre è
sempre lo stesso, anzi sempre
più forte. Teste
fracassate, teli che coprono
vite insanguinate, alberi
spaccati in due, carcasse
di auto carbonizzate, sirene
della polizia, nugoli di
gente curiosa, traffico
bloccato per ore e alla
fine sempre la stessa conclusione.
Una povera vita che violentemente
ha cessato di vivere e probabilmente
di soffrire. E sono tante
queste vite, tante storie
diverse, ma tutte accomunate
da una costante. La sfortuna
di essere nati nel posto
sbagliato, la maledizione
di dover essere dallaltra
parte, oltre il confine
dei diritti e della legalità,
al di là della vita.
E sono tante queste storie,
milioni di donne e uomini
che quotidianamente ci passano
accanto e che vorrebbero
tanto essere dalla nostra
parte, ma dei quali nessuno
si accorge non offrendo
loro alcuna possibilità.
Pietro
Iovenitti
* medico ginecologo
piero.iove@yahoo.it
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