Il
virus dell' HIV, eletto "Presidente
della Repubblica della Morte"
Pensieri
di novembre dalla Costa d'
Avorio
15.11.08
- Il virus dellHIV
ha vinto ancora una volta
le elezioni. Non cè
opposizione che tenga, lHIV
è salito sul gradino
più alto. Ha fatto
man bassa di anime ed è
stato eletto allunanimità
Presidente della Repubblica
della Morte. Il suo
governo di alleanze trasversali
con il partito della malaria
e quello della tubercolosi
detiene la maggioranza dei
seggi.
Con
lacronimo HIV si intende
il virus dellimmunodeficienza
umana responsabile
della sindrome dellAIDS
che sta per sindrome
dellimmunodeficienza
acquisita. In poche
parole il virus dellHIV
può essere trasmesso
da una persona infetta ad
unaltra sana causando,
in seguito, una serie di
sintomi e segni clinici
inquadrabili in una sindrome.
Sembra certa la relazione
tra il virus dellHIV
e la sindrome dellAIDS,
anche se alcuni studiosi
mettono in dubbio tale nesso.
Esistono
due ceppi del virus, ossia
lHIV-1 e lHIV-2
dove il primo è il
più diffuso e il
più virulento. Il
virus sopravvive in ambiente
esterno per quasi due ore
ed è ucciso dalla
candeggina, dallalcool
a 70% oppure se viene esposto
ad una temperatura superiore
ai 60°C . E invece
nel corpo umano che lHIV
trova il suo ambiente naturale.
Il
virus é stato isolato
in diversi liquidi biologici
come il plasma, le secrezioni
vaginali, lo sperma e il
latte materno, e, in quantità
ridotta nella saliva, nelle
urine, nelle lacrime e nel
liquido cefalorachidiano.
Si è quindi giunti
alla conclusione che i liquidi
biologici implicati nella
trasmissione dellHIV
sono essenzialmente il sangue,
le secrezioni vaginali,
lo sperma e il latte materno
che contengono il virus
in quantità sufficiente
rispetto agli altri.
LHIV
può essere trasmesso
tra gli esseri umani attraverso
tre modalità. La
prima e la più frequente
è quella sessuale,
ossia attraverso rapporti
sessuali non protetti tra
una persona infetta e una
sana (sia tra eterosessuali
che omosessuali). La seconda
via è attraverso
il sangue e i suoi derivati
e coinvolge in particolar
modo chi fa uso di droghe
per via endovenosa e si
scambia le siringhe, chi
riceve trasfusioni di sangue
infetto, chi utilizza aghi
e strumenti non sterili
per eseguire agopuntura,
mesoterapia, tatuaggi o
piercing, e infine gli operatori
sanitari che si espongono
accidentalmente e traumaticamente
al sangue di un sieropositivo.
Lultima via di trasmissione
è quella in cui una
madre sieropositiva può
trasmettere al figlio linfezione
sia durante le ultime settimane
di gravidanza, sia nel corso
del parto che in occasione
dellallattamento.
Una
volta che il virus dellHIV
penetra nellorganismo
di un essere umano è
capace di distruggere alcune
cellule del nostro corpo
e in particolare i linfociti
T-CD4 implicati nei meccanismi
della risposta immunitaria.
Il virus ha quindi come
effetto più importante
quello di abbassare le difese
immunitarie dellospite
(immunodepressione) favorendo
così linsorgenza
di alcune gravi infezioni
opportunistiche e di particolari
neoplasie.
Si
diviene sieropositivi (ossia
quando il nostro corpo inizia
a produrre anticorpi contro
il virus) dopo 4-6 settimane
dal contagio, ma si può
trasmettere linfezione
anche prima di questo periodo
anche se si è sieronegativi
(il famoso e temibile periodo
finestra in cui il
soggetto infetto non è
positivo al test, ma può
trasmettere linfezione).
Invece, il lasso di tempo
che intercorre tra lessere
divenuti sieropositivi e
linsorgenza di una
o più infezioni opportunistiche
(ossia infezioni causate
da alcuni microrganismi
che se presenti in un soggetto
non immunodepresso non si
comportano da patogeni)
può durare anche
diversi anni. Quando ciò
avviene si entra in una
fase sintomatica grave (AIDS
conclamata) in cui il soggetto
è colpito da particolari
forme di polmonite, dalla
tubercolosi, da certe micosi,
da diarree e da alcuni tipi
di tumore come i linfomi
e il sarcoma di Kaposi.
Le fasi terminali della
malattia sono caratterizzate
da un sopravvento delle
suddette manifestazioni
cliniche su di un paziente
oramai completamente immunocompromesso
e defedato.
La
prognosi della persona sieropositiva
dipende da un tempestivo
inquadramento clinico e,
quando vi è lindicazione,
da una corretta somministrazione
delle terapie antiretrovirali
che hanno come effetto principale
quello di ritardare la replicazione
virale, ma non quello di
eliminare il virus. In poche
parole, oggigiorno, lAIDS
è curabile, ma non
guaribile. Vuol dire che
il sieropositivo, se curato,
può vivere più
a lungo di chi non riceve
alcuna terapia ritardando
linsorgenza dellAIDS.
Nonostante gli sforzi fatti
e il fiume di denaro impiegato
non esiste a tuttoggi
un vaccino contro lHIV
e probabilmente non sarà
disponibile per molti altri
anni.
Restano
comunque molte ombre sullorigine
del virus e di come si possa
essere diffuso sul pianeta.
Secondo alcuni studi sembra
che il virus dellHIV
sia comparso in Africa centrale
agli inizi del XX secolo
quando alcuni uomini vennero
a contatto con un virus
animale chiamato SIV (virus
dellimmunodeficienza
della scimmia) contenuto
nelle carni macellate di
alcuni scimpanzé.
Si ipotizza che il SIV si
sia trasformato nellHIV
una volta passato dalla
scimmia alluomo. Alcuni
localizzano lepicentro
della prima infezione nella
metropoli di Kinshasa (capitale
dellattuale Repubblica
Democratica del Congo).
Da qui, grazie a una diffusione
interumana su larga scala,
il virus sembra essersi
diffuso in tutto il mondo.
Mentre in occidente la maggior
parte dei sieropositivi
si contano soprattutto tra
le categorie cosiddette
a rischio (tossicodipendenti,
prostitute ed omosessuali),
nei paesi in via di sviluppo
le persone infette si ritrovano
trasversalmente in ogni
categoria comprese quelle
a basso rischio.
Secondo
i dati pubblicati dallUNAIDS
il numero di sieropositivi
nel mondo ha superato i
33 milioni nel 2007 con
un numero di decessi legati
allHIV pari a circa
2 milioni, mentre il numero
di nuovi contagi è
stato vicino ai 3 milioni.
Il 67% dei sieropositivi
(22 milioni) vive nellAfrica
sub-sahariana, dove si concentra
anche il 75% delle morti
per AIDS.
Nellanno
2007 la prevalenza dellHIV
in Costa dAvorio,
nella popolazione di età
compresa tra i 15 e i 45
anni, si è attestata
tra il 3,2 e il 4,5% (il
tasso più alto in
Africa occidentale assieme
al Camerun e al Gabon),
mentre in Botswana, Lesotho
e Swaziland tale percentuale
ha superato addirittura
la soglia del 20%. Sempre
nello stesso anno la prevalenza
dellinfezione tra
le donne gravide ha raggiunto
l8% in Costa dAvorio.
Si
stima che nel 2007 potessero
esserci nel mondo circa
2 milioni di bambini sieropositivi
di età inferiore
ai 15 anni di cui il 90%
in Africa sub-sahariana.
La quasi totalità
di questi bambini ha contratto
linfezione durante
la gravidanza, il parto
oppure lallattamento.
Le
donne rappresentano nel
mondo il 50% dei sieropositivi,
mentre tale percentuale
raggiunge il 60% nellAfrica
sub-sahariana. Si prevede,
inoltre, che nel 2010 gli
orfani per AIDS saranno
oltre 20 milioni.
Nonostante
in questi ultimi anni si
è registrato un certo
miglioramento nella sopravvivenza
dei sieropositivi e nella
diffusione dei farmaci antiretrovirali,
la situazione resta ancora
critica e appare probabile
una sottostima dellepidemia.
Si calcola che in Africa
sub-sahariana soltanto il
12% degli uomini e il 10%
delle donne si è
sottoposto al test per l'HIV.
Infatti, resta preoccupante
limmenso serbatoio
di sieropositivi non diagnosticati,
ossia coloro che possono
trasmettere linfezione
senza sapere di essere malati.
Da
circa quattro mesi abbiamo
ottenuto lautorizzazione
di poter effettuare presso
lospedale di Anyama
il test gratuito e rapido
per lHIV e da allora
ci siamo veramente resi
conto di come questa terribile
infezione sta decimando
lAfrica. Ogni giorno
diagnostichiamo tre-quattro
donne sieropositive e tra
queste la maggior parte
gravide. Proponiamo ogni
volta alla donna di far
eseguire il test anche al
marito, ma molto spesso
senza successo. La società
rifiuta questa malattia
e chi ne è colpito
viene di solito stigmatizzato
ed allontanato. Un tessuto
sociale povero e smembrato
come quello africano ancora
non è in grado di
affrontare nella giusta
dimensione la problematica
dellAIDS. Ecco che
coloro che ne sono colpiti
vivono in solitudine la
propria tragedia aspettando
una fine quasi certa.
Una mattina come tante altre
laddetto al counseling
pre-test (ossia la procedura
che informa le donne che
afferiscono al nostro centro
sullutilità
di sottoporsi al test registrandone
il consenso) bussa alla
mia porta. Devo firmare
la lettera che ogni donna
diagnosticata positiva al
test deve consegnare al
dipartimento di prise
en charge. Leggo il
nome della malata e una
scossa violenta percorre
il mio corpo. Riconosco
di chi si tratta leggendo
le sue generalità.
Il suo nome è Salimata,
una ragazza di etnia djoula
di appena 22 anni che seguo
in consultazione prenatale
da qualche mese. Moglie
di un coltivatore di cola,
si era sposata da quasi
un anno. Ricordo ancora
adesso la sua eleganza e
i suoi tratti fini tipici
di una delle più
belle etnie africane. I
suoi occhi grandi, scuri
e allungati sormontavano
un naso perfetto e delle
labbra incantevoli. La sua
testa allungata era adornata
da un copricapo simile a
un turbante che portava
in ogni occasione. La pelle
scura e lucida contrastava
piacevolmente con i vestiti
leggeri ed eleganti di color
celeste o arancione. I suoi
polsi erano circondati da
bracciali dargento
e portava ai piedi sandali
a punta chiusi sul davanti.
Si era innamorata di un
uomo di venti anni più
grande di lei e non ascoltando
i consigli dei suoi genitori
aveva deciso di sposarlo.
Suo marito lavorava nei
campi tutto il giorno e
solo allimbrunire
tornava a casa. Aveva preso
labitudine di uscire
dopo cena e quando rincasava
ubriaco abusava di Salimata
che dopo un paio di mesi
era rimasta incinta. Solo
quel figlio che cresceva
in lei le dava la forza
di andare avanti e ogni
sera accarezzava il suo
pancione aspettando terrorizzata
che il marito tornasse da
un momento allaltro.
Il suo sogno damore
era ben presto diventato
un incubo. In occasione
di ogni consultazione prenatale
mi raccontava tutto quello
che passava lasciando che
una lunga lacrima che le
rigasse il volto rattristito.
Un giorno, senza dover troppo
insistere, lavevo
convinta a fare il test
per lHIV.
Lunedì 11 agosto
2008, ore 12,30. Una certa
Marthe, anni 55, chiede
di vedermi. Da qualche minuto
stringe tra le dita un foglio
sgualcito che contiene la
sua condanna: sieropositiva
per il virus HIV-1. Non
ci sono dubbi, ma quello
che mi colpisce è
la sua serenità nellapprendere
la notizia. Mi racconta
che suo marito era morto
da circa due anni dopo che
era uscito di casa da cinque
per andare a vivere con
unaltra donna. Era
morto di AIDS e aveva contagiato
sua moglie qualche anno
prima. Si diceva nel villaggio
che quelluomo andava
con troppe donne e che si
sarebbe prima o poi ammalato.
Marthe aveva pianto la morte
di suo marito, anzi era
riuscita anche a perdonarlo.
Ma da qualche giorno lei
non si sentiva troppo bene.
Era diventata debole e dimagriva
a vista docchio. Poi
una serie di attacchi di
diarrea lavevano buttata
a terra e quando sembrava
essersi ripresa una strana
febbre e delle tumefazioni
al lati del collo lavevano
assalita. I suoi figli volevano
portarla ad Abidjan a farla
vedere da qualche medico,
ma lei, come se sapesse
già tutto, aveva
deciso di sottoporsi al
test.
LHIV si nasconde abilmente
per anni sotto la pelle,
scorre silenzioso nel sangue
sino a quando decide di
esplodere con tutta la sua
potenza. Sega in due le
gambe, squassa le visceri,
prosciuga il corpo, inietta
gli occhi di sangue, spacca
i polmoni, in poche parole
distrugge. Annienta e cancella
interi gruppi e si diffonde
a macchia dolio.
Pietro
Iovenitti
* medico ginecologo
piero.iove@yahoo.it
(00225) 09209351 (cell.
Costa d'Avorio)
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