IL CULTO DI SAN GABRIELE, PATRONO
D’ABRUZZO, TRA GLI EMIGRANTI
Per il centenario della beatificazione del Santo
Passionista un convegno
storico-teologico e un musical
22.11.08
- L’AQUILA – Diverse iniziative
hanno messo in cantiere
i Padri
Passionisti per la ricorrenza
del centenario della beatificazione
di San Gabriele dell’Addolorata, proclamato
Patrono
d’Abruzzo da papa Giovanni
XXIII nel 1959.
Dal mese di maggio una serie
di eventi religiosi e culturali
si è dispiegata al Santuario
di San Gabriele, nei
pressi di Isola
del Gran Sasso, in Abruzzo,
dove è custodito il corpo
del giovane Santo qui passato
alla gloria del cielo il
27
febbraio 1862 e subito
entrato nel cuore di tutti
gli Abruzzesi. Il 12 e 13
novembre, coordinato dal
passionista Tito
Paolo Zecca, docente
alla Pontificia
Università Lateranense,
si è tenuto il IV
Colloquio “San Gabriele
ed il suo tempo”, che
ha visto la partecipazione
di numerosi storici, teologi
e studiosi. La sezione storica
dell’importante Convegno
ha indagato a fondo i primi
anni dell’Italia unificata
ed i difficili rapporti
tra Stato e Chiesa, dalla
questione romana affrontata
dallo storico Roberto De Mattei, vice presidente del
CNR, alla questione meridionale
trattata da Massimo Viglione, docente dell’Università
Europea di Roma, con
una relazione molto
interessante sul Regno delle
Due Sicilie sotto Ferdinando
II – il più antico d’Italia,
risalente con gli Altavilla
e i Normanni all’inizio
del secondo millennio -
sovente dipinto con tratti
negativi ed invece assai
avanzato in molti settori,
dalla marina alla cultura,
dai servizi sociali allo
sviluppo delle infrastrutture,
come strade e ferrovie.
Altri
aspetti della storia locale
abruzzese dell’Ottocento
sono stati esposti da Silvio Di Eleonora, mentre Tarcisio
Turriti e Claudio
Verducci hanno analizzato
alcuni aspetti storici sulla
vita e sul culto del Santo.
Attenzione anche alla storia
dell’arte con Nicola
Petrone, poi da Elisa
Amorosi della Soprintendenza
PSAE dell’Aquila e dal restauratore
Corrado Anelli, che hanno illustrato la serie di affreschi sulla vita
di San Francesco rinvenuta
nell’antico convento e di
recente restaurata. Molto
curata, nella sessione pomeridiana
del 12 novembre, la sezione
pastorale, trattata da mons.
Domenico
Segalini, Gabriele
Orsini e Giuseppe Comparelli, rispettivamente sulla
proponibilità di San Gabriele
nel contesto della pastorale
giovanile e sul culto del
Santo in alcune regioni
italiane. Ricca la sezione
teologica tenuta nella sessione
antimeridiana del 13, con
relazioni di illustri accademici
quali Antonio
Artola Arbiza, Alberto
Valentini, Carlo Maria Baldini, Giovanni Di Giannatale e Tito Paolo Zecca su vari aspetti teologici
analizzati sulla vita del
Santo e sulla morale presente
nei suoi scritti, come pure
risultanti dall’agiografia
e dalla storia critica.
Nel pomeriggio sono stati
affrontati gli aspetti pastorali,
affidati a Goffredo Palmerini, Domenico Lanci e Pierino Di Eugenio, rispettivamente sul culto di san Gabriele tra
gli emigrati, sulla devozione
verso il Santo nei canti
popolari abruzzesi, sul
ruolo dell’ECO
di san Gabriele, il mensile dei Passionisti molto diffuso in Italia
ed all’estero, in 130 mila
copie. Interessanti e cospicue
le relazioni sui temi del
Convegno, anche se è impensabile
mortificarle nell’angustia
d’un articolo. Esse, peraltro,
formeranno oggetto di pubblicazione
negli Atti del IV Colloquio.
Si diceva che a chi
scrive è stata affidata
la relazione riguardante
“Il culto di San Gabriele tra gli emigranti d’Italia e d’Abruzzo”.
Di essa potrebbe risultare
d’interesse la parte specifica,
affrancando il lettore dalla
ricognizione storica sul
fenomeno migratorio e sull’associazionismo
degli italiani all’estero,
se non per il ruolo che
le associazioni hanno svolto
nella conservazione della
religiosità popolare delle
regioni di provenienza trapiantata
in ogni angolo del mondo.
L’opera di straordinario
valore sociale svolta dai
religiosi italiani - scalabriniani,
francescani, salesiani,
gesuiti ed altri - che seguirono
i migranti, con il grande
merito di fornire loro i
servizi spirituali, ma anche
d’accompagnarli senza forti
traumi nell’inserimento
e nell’integrazione nelle
nuove terre, ha consentito
alle nostre comunità all’estero
di trovare nelle chiese
e negli oratori un luogo
di sostegno, solidarietà
e d’aiuto morale per superare
i difficili salti di cultura
e di convenzioni sociali
nei Paesi d’emigrazione,
come pure un’ulteriore opportunità
di ritrovarsi, nella fede,
con la propria comunità
nazionale. La fede cattolica
e la pratica religiosa per
i nostri emigrati sono state
il primo importante supporto
allo loro identità. Essi
sono arrivati nei Paesi
d’emigrazione talvolta con
palesi carenze conoscitive
della fede cristiana - molto
è cambiato dopo il Concilio
Vaticano II - ma con una
notevole carica d’espressività
spirituale ed uno spiccato
senso della festa religiosa,
tanto che numerose associazioni
sono state costituite portando
il nome del Santo del paese
o della regione di provenienza.
Basti ad esempio citare
il caso australiano, dove
sono circa 150 le feste
religiose gestite da altrettante
associazioni in ogni angolo
del continente oceanico,
riflettendo per lo più storie
e culture tipiche del meridione
d’Italia. A distanza di
anni, queste feste religiose
continuano a conservare
una notevole vitalità. Ma
veniamo al caso abruzzese.
Il
sistema associativo ha contribuito
a mantenere salda la religiosità
originaria, specie riguardo
alle forme. Tanto che, nel
corso del Novecento, afferma
Lia Giancristofaro in un suo interessante
saggio sugli abruzzesi all’estero,
pubblicato di recente dalla
Regione Abruzzo, “… alla venerazione per i santi ed i santuari della madrepatria si è affiancata
la progressiva riproposizione
di essi nei luoghi d’immigrazione
(…) come si evidenzia in
occasione della cerimonialità
delle feste patronali, che
presso le comunità estere
si tengono nelle stesse
modalità del luogo d’origine,
mediante l’uso d’una statua
costruita sul modello di
quella del paese”. E’
davvero così, nel riscontro
effettivo presso le comunità
all’estero, abruzzesi in
particolare, orgogliose
di coltivare la religiosità
secondo costumi, ritualità
e tradizioni regionali,
come segno distintivo delle
proprie radici e della propria
cultura. La citazione dal
saggio di Lia Giancristofaro
apre questa mia riflessione
sul culto di san Gabriele,
come lo vivono all’estero
le comunità italiane ed
abruzzesi in particolare.
Una riflessione, la mia,
che non si basa su studi
e ricerche di natura antropologica
e sociologica. Si fonda,
invece, su quanto conosciuto
con la diretta constatazione
in loco delle abitudini
spirituali e delle forme
di religiosità, riscontrate
nel corso d’una consuetudine
di relazioni con le comunità
italiane, e sopra tutto
abruzzesi, dal nord al sud
America, dall’Africa all’Australia,
a quelle in Europa. Credo
si possa fornire così conferma
che tra i caratteri dell’identità
nazionale e regionale un
cospicuo rilievo l’assume
la religiosità conservata
dagli emigrati, vissuta
con riti e devozioni, riferibili
anzitutto al culto dei santi
protettori e della Vergine
Maria, sovente riprodotti
nelle stesse forme espressive
dei luoghi di provenienza.
Peraltro, appena si esce dalle devozioni
“domestiche”, retaggio dei
paesi e delle tradizioni
di provenienza, sarebbe
persino possibile stilare
una graduatoria dei santi
più venerati dalle varie
comunità regionali, anche
se un tale esercizio potrebbe
scadere in curiosità poco
rispettose della santità.
Ma l’annotazione è utile
per confermare la grande
e diffusa “popolarità” di
san
Gabriele dell’Addolorata
tra le comunità italiane
all’estero. In molti casi
ne ho avuto testimonianza.
Anzi, appena appresa la
mia provenienza dall’Abruzzo,
frequenti sono stati i riferimenti
al Santo ed al suo Santuario,
per ricordare con soddisfazione
d’avervi fatto visita in
ogni ritorno in Patria,
o per esprimere il desiderio
di provvedervi in un futuro
non lontano. Molto forte
è il desiderio di visitare
il Santo in Abruzzo, specie
tra le comunità più lontane,
come in Australia,
o in quei Paesi dell’America
Latina, specie in Argentina, che non solo la lontananza,
ma anche gli andamenti spesso
difficili delle loro economie,
non hanno consentito periodici
rientri in Italia. La crescita
costante della devozione
verso san Gabriele tra le
comunità italiane, oltre
alle ragioni intime della
spiritualità personale,
è sostenuta dalla sempre
più ampia diffusione dell’Eco,
il mensile molto apprezzato
tra gli italiani all’estero
per la qualità dei contenuti
come per il richiamo agli
aspetti devozionali ed alle
attività del Santuario.
E tuttavia tanta parte della
crescente devozione al Santo
credo la si debba accreditare
proprio al ruolo degli Abruzzesi all’estero, al loro modo di vivere le relazioni non chiudendosi
nella cerchia regionale,
ma coinvolgendo le altre
comunità italiane grazie
all’efficiente sistema associativo,
all’avanguardia rispetto
alle altre regioni. La comunità
abruzzese nel mondo sente
davvero fortemente la devozione
verso il Santo
Patrono d’Abruzzo. E’
uno dei cardini su cui si
fonda l’identità regionale,
connotata da una solida
coesione delle comunità
abruzzesi all’estero ed
appunto dal culto condiviso
verso san Gabriele. E’ per
certi versi inspiegabile
come questo giovane passionista,
arrivato nel 1859 nel convento
alle falde del Gran Sasso
e restatovi appena due anni
e mezzo fino alla sua morte,
il 27 febbraio del 1862,
abbia immediatamente conquistato
con la sua santità fresca
e sorridente il cuore dei
fedeli, specie degli abruzzesi,
che per generazioni hanno
raggiunto il Santuario in
pellegrinaggio, talvolta
a piedi e da luoghi assai
distanti, per pregare vicino
alle sue spoglie. Resta
il fatto che gli abruzzesi,
dovunque risiedano nel mondo,
san Gabriele se lo sentono
accanto e nel cuore, e ne
sono orgogliosi.
La devozione è declinata in modi differenti,
che si tratti di emigrati
nei Paesi europei e diversamente
da quelli d’oltreoceano.
Se, infatti, per i residenti
in Europa è usuale tornare
nella propria regione una
volta l’anno, solitamente
d’estate per un periodo
più o meno lungo, e far
visita al Santuario come
meta ambita, diverso è il
caso delle comunità abruzzesi
nei paesi extraeuropei che
più di rado hanno questa
possibilità, se non addirittura
assai difficilmente. Questa
forse la ragione del culto
verso san Gabriele riproposto
nei luoghi d’emigrazione
extraeuropei appunto con
quelle forme a volte esattamente
simili, per iconografia
e ritualità, alle festività
dei luoghi di provenienza.
Riti e feste assumono allora
forme diverse a seconda
della distanza dall’Abruzzo,
più comunitarie nei paesi
extraeuropei, più ristrette
e personali per i residenti
in Europa. Molto forte,
per esempio, è la devozione
verso san
Gabriele in Canada,
specie dove sono numerosi
gli abruzzesi, come a Toronto,
Montreal, Hamilton e Ottawa. D’un caso sono testimone. Nella
capitale canadese risiede
una comunità italiana di
quasi trentamila persone,
per un terzo abruzzese.
Da anni il Centro
Abruzzese Canadese di
Ottawa,
associazione molto attiva
e trainante rispetto alle
altre regioni, promuove
la festività di san Gabriele,
in agosto o settembre d’ogni
anno. Un’organizzazione
perfetta provvede a farne
un evento religioso che
riguarda l’intera comunità
italiana di Ottawa e si
svolge nel quartiere della
“little Italy”, dove ha sede la chiesa
italiana di Sant’Antonio.
Fino a qualche anno fa la festa estiva dedicata
al Santo, un’intera giornata,
iniziava con la Messa seguita da una breve processione intorno alla
chiesa recante l’immagine
del santo, riprodotta su
un quadro. Poi una grande
agape all’aperto tratteneva
gli intervenuti. Eppure
- mi confidava Nello Scipioni, presidente del Centro Abruzzese Canadese - quella non era ancora la festa che gli Abruzzesi sognavano.
Tanto che quello stesso
anno, tornato in Abruzzo,
si recò al Santuario per
acquistare una statua del
Santo identica al San Gabriele
del Santuario in Abruzzo,
secondo il desiderio della
comunità regionale in Canada.
L’anno successivo la celebrazione
della festività vide triplicare
le presenze, quasi cinquemila
gli italiani partecipanti
ai riti, con una lunga processione
nel quartiere italiano riprodotta
come se fosse in Abruzzo,
con la banda delle Giubbe
Rosse e persino con due
carabinieri in alta uniforme.
Poi la grande festa comunitaria
nel quartiere italiano,
con la gastronomia tipica
abruzzese. E’ solo un esempio
di quanto gli aspetti tradizionali
della religiosità popolare
siano sentiti dagli emigrati
e siano lo specchio d’un
legame profondo al patrimonio
culturale delle proprie
radici. Altro e diverso
è il discorso sulla fede,
anche se in occasione di
tali festività l’attenzione
verso il prossimo s’esprime
con opere di carità, che
della fede sono uno dei
cardini, come san Paolo
richiama nella sua prima
lettera ai Corinzi.
Immagini del genere sono consuete più o meno
in tutto il mondo. Situazioni
analoghe, infatti, riguardano
molti Paesi, come per esempio
l’Australia,
dove il Santo Patrono degli
Abruzzesi gode d’una devozione
molto diffusa ed è venerato
in più parti, da Brisbane
a Perth, da Adelaide a Melbourne. Ma
emblematico è il caso riscontrato
nell’area di Sydney, dove ben tre chiese dedicate a san Gabriele sono sorte per
iniziativa degli emigrati,
specie originari della provincia
di Teramo, a testimonianza della grande devozione
che gli abruzzesi nutrono
verso il loro Santo Patrono.
A Santiago del Cile da ormai vent’anni si
fa una grande festa a san
Gabriele, organizzata dalla
comunità abruzzese, alla
quale ormai partecipa tutta
la comunità italiana. Si
deve all’iniziativa d’un
abruzzese illustre la nascita
della festa al Santo, diventata
poi una tradizione. Fu mons.
Orlando
Antonini, ora Nunzio
apostolico in Paraguay,
ma allora Segretario presso
la
Nunziatura
in Cile guidata all’epoca
da mons. Angelo Sodano – poi nominato Cardinale e Segretario di Stato da Giovanni
Paolo II - a stimolare
gli Abruzzesi perché degnamente
onorassero il loro Santo
Patrono. Di anno in anno
la festa è cresciuta sotto
ogni aspetto con l’impegno
dell’associazione abruzzese,
ma è diventato un grande
evento per tutti gli italiani
di Santiago e dintorni.
Altrettante testimonianze
si hanno dal Brasile, dal Venezuela, dall’Uruguay,
dagli Stati
Uniti, ma sarebbe lungo
parlarne in questa occasione.
Resta solo un aspetto da
valutare. Quale iniziativa
si possa mettere in campo
perché il “Santo dei giovani” possa meglio raggiungere le nuove generazioni italiane
all’estero, interessando
le loro coscienze di ragazzi
del nostro tempo sui temi
della fede e dell’impegno
cristiano sui grandi problemi
dell’umanità. Le nuove generazioni,
infatti, sui temi della
religiosità e sulle modalità
espressive in cui è ancora
vissuta dalle generazioni
precedenti, rischiano un
distacco culturale incolmabile.
Già dal 2009,
nel Cinquantenario
della proclamazione di san
Gabriele Patrono d’Abruzzo,
nuove forme di religiosità
- come l’annuale Tendopoli al Santuario - potrebbero magari riguardare i giovani d’origine
italiana all’estero, aprendo
opportunità spirituali che
attraverso san Gabriele
possano rinforzare il legame
tra i giovani italiani d’ogni
continente, in un colloquio
fecondo d’esperienze.

In tale direzione non è
secondario l’aspetto artistico
e spettacolare, con espressioni
capaci di parlare più propriamente
alle giovani generazioni.
Come, per l’appunto, ha
fatto Carlo Tedeschi, noto autore e regista
teatrale, con un musical
sulla vita del Santo
“Gabriele dell’Addolorata”, del quale egli cura la regia, con musiche di Stefano Natale
e Andrea
Tosi, curatori anche
dei testi con Vassilly
Pasini, Giuseppe D’Amato, Giancarlo De Matteis, Roberto
Monastero e Leo
Militello. Il musical,
con le coregrafie
di Gianluca Raponi e le scenografie di Mauro Frascati, è stato promosso dalla Fondazione Leo Amici di Monte
Colombo (Rimini) e prodotto
dall’Associazione
Dare,
in collaborazione con il
Santuario di san Gabriele.
Un ottimo cast d’interpreti
(Emanuele Tedeschi, Raffaele Centorbi, Selene Morello, Mirko Occhipinti,
Deno Bonopera, Maya Manenti
e Ana
Maria da Cruz dos Santos)
completa il brillante risultato
dell’opera, presentata dal
regista nei suoi tratti
essenziali in una comunicazione
del citato IV Colloquio.
Carlo
Tedeschi ha costituito
l’Accademia
d’arte e teatro “Leo
Amici”, che attualmente
dirige. Ha dato vita a molte
opere umanitarie ed iniziative
culturali e artistiche,
coinvolgendo numerosi giovani.
Autore e regista di numerose
opere teatrali e musicali,
scrittore, Carlo Tedeschi ha curato diverse pubblicazioni e la direzione artistica
di due film documentari,
mentre la con sua Compagnia
teatrale porta in scena
“Alleluia, brava gente”, con Sabrina Ferilli, Massimo Ghini
e Rodolfo
Laganà. Questo, dunque,
un esempio illuminante di
come con l’arte possa diffondersi
nel mondo giovanile il messaggio
spirituale di san Gabriele,
non a caso definito il “Santo dei giovani”.
*gopalmer@hotmail.com
componente del Consiglio
Regionale Abruzzesi nel
Mondo