I
Della Robbia in una grande
mostra di ceramiche ad Arezzo
Uno dei capolavori di Andrea
della Robbia nella basilica
di San Bernardino all'Aquila
Singolare
vista della basilica
di San Bernardino
sotto la neve (foto
Maurizio D'Antonio)
|
27.02.09
- L'AQUILA - Si è
aperta ad Arezzo,
dal 21 febbraio e fino al
7 giugno, una grande mostra
con i capolavori dei maestri
Della Robbia - Luca,
Andrea, Giovanni e Girolamo
- famiglia di scultori e
ceramisti insigni, messi
a confronto con i protagonisti
del tempo: Donatello,
Verrocchio, Rossellino,
Filippo Lippi, Pollaiolo,
Pisanello, Perugino, Ghirlandaio,
Leonardo, Sansovino e
Domenico Veneziano. Non
a caso l'esposizione "I
Della Robbia. Il dialogo
tra le Arti nel Rinascimento"
è aulica, non lascia
dubbi di sorta sul valore
dell'evento. Titoli cubitali
sui giornali, pagine ed
inserti speciali, si tratta
d'un viaggio affascinante
nell'arte rinascimentale,
in particolare tra quelle
produzioni ceramiche dove
sugli altri colori dominano
il bianco ed il blu, sculture
meravigliose in terracotta
invetriata che furono innovazione
per l'epoca e cifra d'una
famiglia di artisti, a cominciare
da Luca della Robbia
(Firenze, 1400-1481) che
ne fu il capostipite. L'innovazione
stava nell'applicare alle
sculture un rivestimento
di smalto di maiolica, trattato
in due cotture e colorato
con ossidi metallici. Riferisce
lo storico Giorgio Vasari:
"Luca della Robbiiola
scultor fiorentino, il quale
s'affaticò ne i marmi
lavorando molti anni. Et
avendo una maravigliosa
pratica nella terra, la
quale diligentissimamente
lavorava, trovò il
modo di invetriare essa
terra col fuoco, in una
maniera che non la potesse
offendere né acqua
né vento. E riuscitoli
tale invenzione, lasciò
dopo sé eredi i figliuoli
di tal secreto".
L'effetto sui loro lavori
fu eccezionale, tutte le
corti e gli amanti dell'arte
d'Europa fecero a gara per
assicurarsi un'opera dei
Della Robbia che, intanto,
tenevano gelosamente segrete
le tecniche dei procedimenti
di pittura e smaltatura
delle proprie sculture.
Luca della Robbia,
il primo, formatosi nella
bottega di Donatello, e
suo nipote Andrea
(1435-1525), allievo del
Verrocchio, quindi i figli
di Andrea, Giovanni e
Girolamo: questa
la famiglia dei più
grandi scultori ceramisti
del Rinascimento. Centotrentuno
le opere dei quattro Della
Robbia in mostra, giunte
dal Louvre di Parigi,
dai Musei di Berlino
e Amburgo, da altre
collezioni pubbliche e private,
insieme a tante opere "in
dialogo" degli artisti
loro contemporanei. A fianco
dell'evento espositivo,
infine, predisposti anche
cinque itinerari nella provincia
aretina, che nelle chiese
conserva la maggior concentrazione
di terrecotte invetriate,
per ammirare le opere di
questi sommi artisti toscani.
Ma ora un po' di pazienza,
dobbiamo fare un salto temporale
andando dietro di qualche
secolo.
"Eamus, fratres,
ad Aquilam. Non subsisto
possum, ad Aquilam, ad Aquilam,
ad Aquilam missus sum".
La notte del 30 aprile 1444
Bernardino degli Albizzeschi,
64 anni, sfinito ed emaciato
dalla malattia e dalle penitenze
aveva salutato per l'ultima
volta i frati del convento
della Capriola, nei pressi
di Siena. Vincendo
le loro pressanti e preoccupate
implorazioni a restare in
città, spinto da
una grande forza interiore,
in compagnia di quattro
confratelli s'era dunque
messo in cammino verso l'Abruzzo,
in quello che sarebbe stato
il suo ultimo viaggio. Un
viaggio lungo, faticoso
e pieno di sofferenze. Quasi
alle porte di Aquila, Bernardino
da Siena ebbe in visione
San Pietro Celestino,
con la predizione che egli
sarebbe diventato il quarto
protettore della città,
accanto a San Massimo, Sant'Equizio
ed al medesimo Papa Santo
della visione. Giunto all'Aquila,
nel suo convento di San
Francesco, sentendo vicina
la morte, Bernardino chiese
ai confratelli d'essere
deposto, spoglio e con le
braccia aperte a croce,
sul nudo pavimento della
sua cella. Poco dopo, al
vespro di quel mercoledì,
spirò. Era il 20
maggio del 1444. Con tutte
le sue forze aveva desiderato
transitare alla vita eterna
non nella sua terra toscana
(era nato a Massa Marittima
l'8 settembre 1380), ma
ad Aquila, la bella
città che più
amava, dove aveva molto
predicato l'Osservanza,
insieme ai suoi fedeli discepoli
Giovanni da Capestrano
e Giacomo della Marca,
con grande influenza nella
vita spirituale, sociale
e civile della città,
in forte affermazione in
tutta Europa.
Basilica
di San Bernardino:
pala in ceramica smaltata
di Andrea della Robbia
"Resurrezione"
(foto Maurizio
D'Antonio)
|
San
Giovanni da Capestrano,
predicatore e condottiero
di grande carisma, già
uomo di legge, gli era stato
molto utile nel difenderlo
dall'accusa nel processo
per idolatria, perché
Bernardino soleva predicare
l'adorazione del Nome
di Gesù, rappresentato
nel monogramma IHS
impresso su una tavoletta
dorata, tuttora conservata
all'Aquila nel Museo del
convento francescano di
San Giuliano. San Giacomo
della Marca, dedito
alle opere di carità
e di sostegno materiale
ai poveri, aveva costituito
i Monti di Pietà,
praticamente inventando
quello che sarebbe poi diventato
il sistema bancario. Con
ciò impartendo un
notevole impulso al cambiamento
della mentalità cittadina,
con concezioni mercantili
e creditizie fino ad allora
mai praticate dalle vecchie
famiglie aquilane. Enorme
impressione e generale commozione
aveva procurato alla città
la scomparsa di Bernardino
da Siena. Gli aquilani avevano
ottenuto che le sue spoglie
riposassero all'Aquila.
Il processo di canonizzazione,
subito avviato in Vaticano,
aveva in appena sei anni
portato alla santificazione
di Bernardino. E tuttavia,
nonostante i buoni propositi
annunciati subito dopo la
scomparsa, a quasi dieci
anni dalla morte del Santo
ancora nulla si muoveva
riguardo la promessa della
città di costruirgli
una degna basilica dove
avrebbe dovuto essere traslato
e conservato il suo corpo.
Fu a questo punto che l'infaticabile
Giovanni da Capestrano,
in giro per l'Europa a predicare
il pericolo d'una penetrazione
turca nel continente, indirizzò
agli Aquilani una lettera
aperta, una durissima reprimenda
alla città per non
aver ancora edificato a
San Bernardino la promessa
basilica.
Nel 1980, nella prima delle
sue numerose visite all'Aquila
da Pontefice, Giovanni
Paolo II, dentro la
basilica, in ginocchio davanti
all'urna che di san Bernardino
custodisce incorrotte le
spoglie, volle ricordare
la storica ammonizione di
San Giovanni da Capestrano
agli Aquilani. "La
spirituale emozione invade
il mio cuore - disse papa
Wojtyla - al pensiero che
la costruzione di questo
tempio, segno di un'interrotta
devozione al santo religioso,
fu voluta ed incoraggiata
da un altro santo, Giovanni
da Capestrano, grande apostolo
e difensore dell'Europa
e tanto venerato in Polonia
per la sua azione pastorale
incisiva e riformatrice.
Egli, infatti, indirizzò
da Cracovia - come voi ben
sapete - un caloroso appello
ai cittadini dell'Aquila,
affinché erigessero
un degno monumento al proprio
confratello e maestro, elevato
agli onori degli altari
dal Papa Niccolò
V, nel 1450, sei anni dopo
la morte. San Bernardino,
per imperscrutabile disegno
di provvidenza, concluse
la sua operosa giornata
terrena tra le mura di questa
amata città".
In effetti la sveglia data
agli Aquilani da San
Giovanni da Capestrano
con quella lettera, ed una
seconda missiva del 12 maggio
1254 diretta "ai
Signori della Camera"
- i governanti municipali
- per ricordare che "tucto
lo mundo edifica lochi ed
ecclesie bellissime a san
Bernardino
"
, impressero una svolta
alla situazione. Tanto che
in quello stesso anno, sotto
il comando generale di San
Giacomo della Marca,
iniziarono i lavori di costruzione
della basilica sul colle
dominante la vallata e con
magnifica vista a mezzogiorno,
nel quarto di Santa Maria
Paganica accanto all'Ospedale
San Salvatore, anch'esso
voluto da Giovanni da Capestrano.
"La basilica
- scrive Mons. Orlando
Antonini, Nunzio apostolico
in Paraguay, in Chiese
dell'Aquila (Carsa Edizioni,
2004), il terzo dei suoi
preziosi volumi sull'architettura
religiosa - molto
probabilmente progettata
da frate Francesco dall'Aquila
che ne diresse i lavori
dall'inizio fino al 1489,
fu principiata nel 1454
(
). Nel 1458 si gettavano
le fondamenta della cappella
del Santo, sulla fiancata
destra della costruzione
(
). Nel 1459 si iniziava
anche il vasto complesso
conventuale a quattro chiostri,
porticati ad archi ogivali,
loggiati ed il grande refettorio
dei frati. Interrotta per
tre anni nel 1461, a causa
del terremoto di quell'anno
che ne fece crollare alcune
parti in costruzione, la
fabbrica fu ripresa nel
1464, con alcune modifiche,
e condotta al termine sostanzialmente
nel 1472, anno nel quale
il corpo del Santo vi fu
traslato dalla chiesa di
San Francesco".
In una seconda fase venne
dato inizio ai lavori per
la realizzazione della facciata,
rimasta però incompiuta
fino ai primi del Cinquecento
per la scomparsa (nel 1504)
di Silvestro dell'Aquila,
l'artista e architetto che
aveva diretto fino a quel
punto l'opera. Nel 1506
Papa Giulio II aveva fortemente
esortato gli aquilani a
completare al più
presto la basilica. L'incarico
fu quindi affidato all'architetto
e pittore Nicola Filotesio,
più noto come Cola
dell'Amatrice. Questi
curò i lavori con
grande passione, riuscendo
in poco tempo a terminare
la fascia più bassa
della facciata, con i tre
portali, come testimoniato
da un'incisione sull'angolo
sinistro del cornicione.
Completata definitivamente
nel 1542, la suggestiva
facciata rinascimentale,
elegante e maestosa, luminosa
per il candore della pietra
che il sole incendia di
luce per gran parte del
giorno, si sviluppa con
una struttura su tre fasce
orizzontali sovrapposte,
in ognuna delle quali si
inseriscono quattro coppie
di colonne, rispettivamente
di stile dorico, ionico
e corinzio. Si forma così
un armonioso disegno a nove
quadrati su tre livelli:
i tre in basso contengono
i portali, quelli delle
due fasce alte sono occupati
alternativamente da finestre
tonde e dal simbolo di San
Bernardino, il monogramma
IHS. La curiosa finestra
centrale sopra al portale
principale è invece
un modifica fatta dopo il
terribile terremoto del
1703. La basilica presenta
una pianta a croce latina,
con tre navate sulle quali
si aprono cappelle laterali,
recanti cupole ottagonali.
Lo stile che caratterizza
l'interno è quello
ricco del barocco, rappresentato
esemplarmente dal soffitto
in legno policromo e dorato,
opera di Ferdinando Mosca
da Pescocostanzo, al quale
è attribuito anche
l'organo monumentale. A
sinistra dell'altare maggiore,
nella cui abside insiste
un prezioso coro ligneo,
s'ammira l'elegante sepolcro
a Maria Pereyra Camponeschi,
realizzato da Silvestro
dell'Aquila, scultore
allievo di Donatello.
Al centro della navata destra
l'imponente mausoleo di
San Bernardino, interamente
cesellato a bassorilievi
marmorei, anch'esso opera
dell'insigne scultore aquilano.
Le spoglie del Santo sono
racchiuse in un'urna d'argento
moderna, in sostituzione
dell'originale trafugata
dai Francesi nel corso dell'invasione
del 1799. All'interno della
basilica presenti opere
pittoriche di Francesco
da Montereale, Pompeo
Cesura, Giulio Cesare
Bedeschini e Girolamo
Cenatiempo.
Finalmente,
in conclusione di questo
viaggio circolare, torniamo
ai Della Robbia.
Non a caso. Giacché
nella seconda cappella della
navata destra della basilica
risplende una magnificente
pala d'altare in terracotta
smaltata bianca su fondo
azzurro. Una vera meraviglia.
E' di Andrea della Robbia.
Commissionata all'artista,
la portarono da Firenze
all'Aquila per la propria
cappella di famiglia all'interno
della basilica gli Oliva
Vetusti. Quella famiglia
ha avuto un grande ruolo
nella storia dell'Aquila
del Cinquecento. Proveniente
da Norcia, annota l'insigne
storico Raffaele Colapietra,
la famiglia Oliva Vetusti
diede alla città
arcidiaconi e uomini di
chiesa molto autorevoli.
Al centro della pala - una
splendida Resurrezione
- c'è Gesù
che risorge dal sepolcro,
con due figure di santi
a destra e sinistra e, a
terra, altre figure che
dormono. Nella parte superiore
il Redentore pone, con atteggiamento
molto dolce, una corona
sul capo della Vergine.
Su ognuno dei due lati quattro
gruppi di angeli adoranti
completano il gruppo centrale.
Nella predella insistono
quattro bassorilievi e raffigurano
nell'ordine l'Annunciazione,
la Natività, l'Adorazione
dei Magi e la Presentazione
di Gesù al Tempio.
"Lo stile è
di singolare purezza -
scrive in una nota critica
Charles Perkins -
ed assomiglia al Raffaello
sotto l'influenza del Perugino.
La composizione ha un livello
molto alto, come il dipinto
di Raffaello in Vaticano,
sullo stesso soggetto".
In conclusione, un'opera
splendida che dovrebbe stare
esposta ad Arezzo accanto
ai 131 capolavori dei Della
Robbia. Comprensibilmente
ciò non è
possibile, ma sarebbe di
grande interesse. Chi tuttavia
voglia davvero apprezzare
questo capolavoro di Andrea
della Robbia non ha
che da venire all'Aquila.
Lo troverà in tutto
il suo splendore all'interno
d'un altro gioiello dell'arte
rinascimentale, il più
prestigioso in Abruzzo e
tra i più belli in
Italia: la basilica di San
Bernardino.
gopalmer@hotmail.com