La
citta' che voleva volare
di Patrizia Tocci
20.04.09
- Lho vista dal finestrino
di un camper, la città
che voleva volare. Lho
sentita e vista tremare,
nella notte. I lampioni
che si muovevano, in una
danza macabra. Latmosfera
rossastra, infernale. Una
polvere sottile ed alta
impediva persino di capire
cosa non cera più.
Mutato improvvisamente il
profilo, mancavano dei campanili,
cerano dei vuoti ma
la notte oscura proteggeva
cullando la paura, che cresceva
e montava come un mal di
mare, il terreno allimprovviso
diventato liquido. La paura
per i cari, per gli altri,
per tutto. Una sensazione
di perdita dellequilibrio,
qualcosa di atavico che
scatta: contemporaneamente
i sensi tutti allerta
e un ottundimento. Con la
prima luce dellalba,
levidenza del disastro,
la colonna sonora delle
ambulanze, degli elicotteri
, delle sirene, la ricerca
spasmodica dei familiari,
degli amici. LAquila,
unaquila con le ali
spalancate, la città
sopra la collina. Voglio
pensarla così, la
mia città. Una città
sospesa. Cerano, fino
a qualche anno fa due aquile
in gabbia, dentro una specie
di piccola grotta, sulla
strada del vecchio ospedale
civile. Tutti gli aquilani
le ricorderanno. Metafora
e simbolo della città.
Perché questa città,
invece deve restare
a terra, ingabbiata,
ferita. Ma qui, su questa
collina dalla quale ha tentato
altre volte di prendere
il volo. Non la lasceremo
volare. Le cureremo le ali
spezzate, le zampe ferite,
ma solo a patto che resti
dovè prigioniera
dei nostri sogni e delle
nostre paure, e che la sua
gabbia diventi la nostra
salvezza. La città
sospesa, non la città
fantasma. Certo molte vite
perdute, certo le strade
tutte vuote, certo le macerie.
I sogni custoditi dalle
case anchesse in frantumi
e sbriciolate. I palazzi
lesionati e sventrati.
E
stata una via crucis di
ricordi, mentre camminavamo
in fila indiana in Via Garibaldi,
al centro della strada vuota
e con gli elmetti sulla
testa; un pellegrinaggio
silenzioso. I vigili del
fuoco ragazzi e uomini
rudi e gentili - a farci
compagnia e a guidarci come
si fa con i piccoli scolari
a cui si vuole bene, discreti,
attenti, vigili; perché
saremmo rimasti ore dentro
le case a prendere lutile
e linutile, con il
rischio di mettere a repentaglio
la nostra vita e la loro.
Voglio ringraziare Raffaele,
un vigile di Pisa. Non so
altro di lui. Ma la sua
stretta di mano e la reciproca
commozione mi basterà
per molto. Uno per tutti
quelli che in questi giorni
ci hanno aiutato, sorretto,
capito, ascoltato. Perché
in questi momenti si diventa
davvero un ci
un noi; la mia gente aquilana,
fiera e caparbia, che cela
le emozioni, nasconde le
lacrime e si sottrae alle
telecamere, nasconde il
dolore o lo comunica con
poche parole. Tutte le persone
che abbiamo incontrato;
poche parole, una stretta
di mano, la lista dei lutti,
la casa, tutto bene
e adesso dove vai
? Tra le tante, due
immagini conservo: una ciabatta
impolverata, una sola, che
qualcuno aveva pietosamente
messo su un muretto e un
gatto macilento a cui abbiamo
dato dellacqua. Ci
sarà tempo per i
ricordi e per elaborare
tutto questo. Non è
ancora il momento. Quella
ciabatta sapeva di casa
e di fuga. Anche lei spaiata
e disorientata, anche lei
in cerca dellaltra
di sé. Manca tutta
una parte della mia identità:
le cose, gli odori, i rumori
e i suoni, le piccole abitudini
quotidiane, le certezze.
Ma se i simboli hanno un
senso, LAquila deve
restare così comè
nel gonfalone della nostra
città. Ferma, con
le ali spalancate sulla
collina. Incatenata a terra
da uomini resi più
saggi dal dolore. Fissata
con sapienza alla terra,
nei piloni delle sue stanze,
nelle fondamenta. Il gatto
magro ma vivo, a guardia
della casa. Ricostruiremo
le case della nostra città.
Riempiremo le strade e le
finestre, apriremo saracinesche
e vetrine. Torneremo, come
dopo una lunga transumanza.
Siamo abituati alle lunghe
attese e a vivere sobriamente.
Voglio dedicare a Giustino
Parisse e a sua moglie questi
pensieri, a quell
immenso dolore. A tutti
quelli che in questo momento
soffrono, spaesati, lontani,
divisi. A tutti quelli che
lottano perché la
nostra città resti
dovè e come
era.
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Patrizia Tocci è
nata a Verrecchie (LAquila)
nel 1959. Si è laureata
in filosofia alla Sapienza
di Roma. Insegna materie
letterarie negli istituti
superiori. Ha pubblicato
Un paese ci vuole,
l Aquila 1990 (prose
e poesie) con introduzione
di Vittoriano Giannangeli
e Pietra serena,
Chieti 2000 con introduzione
di Anna Ventura. Una silloge
inedita è stata pubblicata,
con il commento di Angelo
Fabrizi, sul n. 1 anno 2003
di «Caffè Michelangiolo».
Tra i segnalati al premio
«Eugenio Montale»,
Patrizia Tocci ha vinto
il primo premio "Marianna
Fiorenzi" per una poesia
damore, con giuria
presieduta da Cesare Garboli.
Patrizia Tocci è
infine studiosa di Laudomia
Bonanni, scrittrice aquilana
tra i grandi della letteratura
del Novecento.
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gopalmer@hotmail.com