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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Maurizio Barozzi

Morte Mussolini: Il lungo cammino verso la verità

<< Oltre sessanta anni di bugie, mezze verità, inchieste da rotocalco e telenovele, ma passo dopo passo, qualcosa è  pur venuta fuori>>

18.07.2010

1945 – 1947: NASCE LA “VULGATA”

Il 30 aprile del 1945 il foglio del partito comunista l' Unità! pubblicò uno stringato racconto di un “misterioso giustiziere”. Vi si diceva che il precedente sabato 28 aprile egli aveva “giustiziato” Benito Mussolini e Claretta Petacci. Era la prima “storica versione” sulla fucilazione di Mussolini e da quelle poche righe ci si capiva poco e niente per la scarsità delle notizie dalle quale appariva addirittura che questo “giustiziere” aveva agito da solo, al massimo accompagnato da un autista, in quel di Bonzanigo e Giulino di Mezzegra (Tremezzina).

Sette mesi dopo, a novembre del '45, quel misterioso giustiziere, che ora scrisse di chiamarsi “ colonnello Valerio ” presentò, una lunga ed esaustiva relazione, pubblicata in 24 articoli sempre su l' Unità!, avallata da un autografo di presentazione di Luigi Longo già comandante delle Brigate Garibaldi che ne garantiva la veridicità. Era la seconda “storica versione”.

Ed infine, ancora due anni dopo, nel marzo del 1947, con altri 6 articoli sull' Unità!, questo colonnello Valerio , che ora si firmò anche con il suo nome di battesimo, Walter Audisio, fornì una terza versione di quella sua “eroica” impresa.

Tre versioni tutte diverse tra loro, mentre alle autorità dello Stato o alle ex autorità cielleniste non era pervenuto un bel niente come non erano pervenute le armi utilizzate per quella “eroica” impresa per la quale si era anche richiesta la medaglia d'oro per Walter Audisio.

Era comunque nata la “vulgata” come spregiativamente la definì lo storico Renzo De Felice. E non gli si poteva dare torto, visto che nel giro di due anni e dopo tutte queste relazioni, si erano fornite una serie incredibile di inesattezze, fanfaronate da fumetto, discrasie e contraddizioni tra le stesse tre versioni, tanto che nessun storico avrebbe potuto prendere in seria considerazione quelle panzane.

Tra una versione e l'altra, infatti, variavano il numero dei colpi sparati addotto a Mussolini (da 5 a 10 con sequenze tutte diverse), variava l'appartenenza delle pistole tirate fuori per la bisogna e poi dicesi inceppatesi, variava addirittura il nome di un partecipante all'impresa (dapprima si disse che era Bill ovvero Urbano Lazzaro e poi si dovette ammettere che invece era Pietro ovvero Michele Moretti), non corrispondeva la descrizione dello stabile, la casa dei contadini De Maria in Bonzanigo, dove erano stati rinchiusi Mussolini e la Petacci e soprattutto non corrispondeva il percorso fatto da questo “colonnello Valerio” per andare a prenderli in quella casa e portarli al luogo della fucilazione (il cancello di Villa Belmonte, circa 350 metri oltre in Giulino di Mezzegra).

Si raccontava di un Mussolini che con passo svelto camminava per quei viottoli scoscesi pur avendo uno stivale, il destro, “sdrucito” dietro, quando oggi si sa che non era sdrucito, ma aveva la saracinesca, la lampo, saltata all'altezza del tallone e quindi Mussolini assolutamente non avrebbe potuto camminarci.

Cambiava infine la modalità e l'intenzionalità della uccisione (o meglio assassinio) di una donna di certo non colpevole di essere messa a morte, cioè Claretta Petacci, la quale leggendo le tre versioni di Valerio / Audisio, passava da una fucilazione premeditata e intenzionale, ad un mezzo incidente causato dalla agitazione della donna, per finire sempre a un mezzo incidente, ora però descritto quasi come una specie di suicidio involontario. E soprattutto veniva anche introdotta la novità che questa poveretta, colpita a morte, si era abbattuta sull'erba umida, quando davanti a quel maledetto cancello di Villa Belmonte l'erba non c'era mai stata!

E tante altre contraddizioni e assurdità che è inutile stare a riportare per intero, per le quali il giornalista scrittore Bruno Spampanato, sulla base di semplici deduzioni alla portata di tutti, scrisse sul suo “ Meridiano Illustrato” (1949 – 1951) qualche riga sardonica, per evidenziare e mettere in ridicolo tutte e tre le versioni fornite da Valerio e/o Audisio.

Scrisse Spampanato:

<< La prima volta (prima versione del 1945) tutto procede regolarmente ed il colonnello, a tre passi, con i suoi bravi 5 colpi liquida il bersaglio. La seconda volta (seconda versione del '45) una vera sequenza da western: il colonnello vuole sparare, non spara, lascia il mitra, prende la pistola, lascia la pistola, prende il MAS, tira 5 colpi e poi 4 colpi e poi un ultimo colpo che sarebbe il decimo e lui dice che è il sesto; e chi gli ha portato il MAS che funziona è il vicecommissario, che poi è il commissario e si chiama Bill e invece si chiama Pietro Gatti, cioè Moretti;  e quel Guido, il più importante di tutti, che resta ‘freddo… impassibile,,,' e che sta a raccattare le armi che non vanno come il ragazzo  che regge le mazze da golf…

La terza volta (terza versione del 1947) , Valerio ha chiamato che gli si portasse il MAS ‘a voce alta': troppo poco a 100 metri di distanza; nel secondo racconto aveva chiamato a ‘gran voce'! >>.

Peccato che, al tempo, Spampanato ancora non sapesse che il Lampredi, sempre definito da Audisio nelle sue versioni freddo e impassibile, nel libro postumo del 1975 diventò invece “attento e partecipe”.

Ma tanti erano gli interessi politici, che ruotavano attorno alla versione di comodo inerente tutta la Seconda Guerra mondiale, lascito della propaganda di guerra alleata e agli interessi dei nuovi partiti post ciellenisti che, di fatto, si erano spartiti il potere in Italia (la fetta più grossa, quella governativa, alla DC, in simbiosi con il Vaticano, e la fetta minore dell'opposizione, ovvero al PCI, assieme al controllo su molti Enti Locali, garantendo in ogni caso la sottomissione del paese all'Alleanza Atlantica), che attorno a questa “storica versione”  venne eretta una cortina protettrice, anche con l'ausilio massonico (che garantiva il controllo sulla politica e sull'editoria), e fu persino imposto di riportarla su molti testi scolastici del dopoguerra, anni '50 e '60.

Una cortina protettrice ed un silenzio omertoso che, parafrasando quanto disse a suo tempo Giacomo de Antonellis (che si riferiva però al silenzio ambientale sulle misteriose morti di Neri Luigi Canali e Gianna Giuseppina Tuissi) e applicandolo alle vicende che stiamo affrontando, possiamo anche noi dire:

<<Il prolungato silenzio... si spiega con due circostanze concomitanti.

La volontà  dell'apparato comunista di allontanare la sia pur minima ombra all'intero capitolo della Resistenza, confortata da una parallela indifferenza dell'apparato democristiano ad approfondire: per le sinistre il movimento partigiano doveva essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto, per i cattolici bastava dimostrare il proprio significativo apporto al rinnovamento dello Stato.

Ogni altro intervento avrebbe turbato la “pax partigiana”, contratto non scritto, ma perfettamente osservato>> !

Oggi, concludiamo noi, che la politica, l'ideologia e l'occupazione di potere democristiano e comunista non ci sono più, laddove la convenienza del “silenzio” si perpetua ancora, lo è in virtù di una certa continuità ideale e utilitaristica che ne ha ereditato le basi e le strutture culturali, politiche e sociali. Ma oramai è un silenzio squarciato da tutte le parti, tanto che si può dire con certezza che,  trascorsi 65 anni da quando quel sabato 28 aprile 1945 Benito Mussolini e Claretta Petacci vennero assassinati in circostanze mai esattamente chiarite, oramai nessun storico e giornalista storico di una certa serietà, crede più a quella “storica versione”.

Una “versione” a cui è invece rimasta disperatamente attaccata, come un ostrica allo scoglio, più che altro una certa storiografia post resistenziale, rappresentata dall' Istituto di Storia Contemporanea di Como.

Ma tanti altri attenti studiosi di quegli eventi, anche grazie ad alcuni elementi oggettivi, emersi tra gli anni 90 e questi del terzo millennio, sono giunti alla logica conclusione che Mussolini e la Petacci vennero uccisi al mattino con modalità del tutto diverse da quelle raccontate dalla “ vulgata” di Walter Audisio.

Ci sarebbe da considerare attentamente come sia potuto accadere che una “versione” così palesemente assurda e non credibile, abbia allegramente vivacchiato tutti questi anni, laddove il solo “interesse politico”, poc'anzi accennato non è sufficiente a spiegarne il fenomeno.

Quello che più ha giocato in favore di un “muro di gomma” a protezione di questa “vulgata” è stato soprattutto il fatto che essa viene raccontata attraverso una serie di aneddoti ed episodi, per oltre tre quarti veritieri, seppur in parte alterati, e per meno di un altro quarto con eventi mistificati o addirittura inventati, ma pur sempre attestabili nelle cronache del tempo, come per esempio l'evento della fucilazione pomeridiana davanti al cancello di Villa Belmonte, che pur essendo una messa in scena, in quanto si finse di sparare addosso a dei cadaveri, fece udire comunque ai pochi residenti del posto (tra l'altro opportunamente deviati da una voce messa in giro dopo le 13, a recarsi a veder passare nel primo pomeriggio Mussolini prigioniero nella sottostante provinciale) una sparatoria appunto alle 16,10 e il risultato di due cadaveri ai piedi del cancello.

L'esaltazione di quei momenti veramente eccezionali e l'intimazione minacciosa del silenzio in tutto quel circondario (Mezzegra, Bonzanigo, Giulino, Azzano, ecc.), esaltata dalla paura di oltre 400 assassinati o scomparsi per sempre in quei tempi, post liberazione, nel comasco, fecero il resto e determinarono il crearsi di una “omertà ambientale” che per decenni ha cucito le bocche a tutti i residenti.

Alla fine del 2008, in una intervista alla Tv Espansione di Como, il vicesindaco di Mezzegra Vittorio Bianchi, confermò che a suo tempo la gente del posto venne “zittita”. Basterebbe questa sola asserzione per dimostrare tutta la falsità della “storica versione” che, se invece fosse stata veritiera, non avrebbe certo avuto bisogno di imporre il silenzio alla gente.

Il quadro generale di questa “ storica versione”, comunque, attesta la partenza, al mattino del 28 aprile 1945 da Milano, di una missione (con mandato segreto di fucilare il Duce e gli altri fascisti e ministri catturati a Dongo) affidata a Walter Audisio, alias colonnello Valerio del CVL , coadiuvato da Aldo Lampredi Guido , alto dirigente del PCI e scortata da un plotone dell'Oltrepò Pavese. Audisio, partito da Milano prima delle 7 e arrivato a Como in Prefettura verso le 8,30.

Qui Audisio rimase a discutere e litigare per far riconoscere la sua autorità e poi alle 14,10 arrivò a Dongo e da qui, requisita una macchina con autista sul posto (tale Giovambattista Geninazza) assieme a Michele Moretti Pietro (che conosceva il luogo dove era stato nascosto Mussolini) e ad Aldo Lampredi si recò a Bonzanigo a prelevare Mussolini e la Petacci per fucilarli alle 16,10 nella sottostante Giulino di Mezzegra.

Tutti questi eventi saranno raccontati con dovizia di particolari, ma tutti incongruenti e in una girandola pazzesca di variazioni, dalle Relazioni appena accennate di Walter Audisio, del quale verrà anche pubblicato postumo nel 1975 (Audisio era morto ad ottobre 1973) dalla Teti, casa editrice utilizzata dal PCI, il libro curato dalla moglie di Audisio: “ In nome del popolo italiano”, con il quale si sperò, ma invano, di mettere la parola fine a tutte le critiche.

Nel frattempo nel 1972 (ma lo si fece sapere solo nel 1996) Aldo Lampredi aveva rilasciato al suo partito una Relazione riservata (dopo 27 anni!) che ridimensionava le fanfaronate di Audisio su Mussolini, precisava qualche particolare, ma sostanzialmente (e questo era il suo vero scopo) confermava la fucilazione eseguita da Audisio, alle 16,10 e davanti il cancello di Villa Belmonte.

Ma se il quadro generale di questa versione può in qualche modo tenersi in piedi, pur tra episodi, nominativi e dialoghi inattendibili e continuamente modificati, è altrettanto vero che all'interno di questo quadro si svolse un altra storia, rimasta segreta, ma non totalmente oscura.

E' quella che vede la partenza da Milano, o il reperimento sul posto (Como e dintorni), di una altra missione a cui ancora non si riesce a dare i nomi, che a latere della spedizione di Audisio, si recò a Bonzanigo ad uccidere il Duce intorno alle  9, o poco prima della 10, del 28 aprile 1945.

A queste conclusioni ci si è arrivati con il tempo, dopo un lungo e contraddittorio cammino, durato oltre sessanta anni, cosparso anche di cervellotiche “versioni alternative” il quale, pur avendoci mostrato la fine di questa montatura ed indicato con molta veridicità una diversa dinamica e modalità di quella morte, non ha però ancora consentito di dare un nome agli assassini. 

FERRUCCIO LANFRANCHI

Per la cronaca, iniziò Ferruccio Lanfranchi, nell'estate/autunno del 1945 con il suo Corriere d'Informazione (praticamente il Corriere della Sera al momento “epurato”) di cui era capo redattore fornendo alcuni particolari che, di fatto, scombussolavano la primogenita stringata e anonima versione del 30 aprile 1945 apparsa sull'Unità.

Si trattò  però di particolari molto confusi e spesso inesatti anche se, per altri versi, proprio quei primi resoconti del Lanfranchi, una fonte cioè non comunista, forse sottilmente e indirettamente ispirati, costituirono un primo avallo al quadro d'insieme di quella “ versione” che implicitamente si contribuiva così a divulgare. Come giustamente notò l'avvocato Alessandro Zanella: “ Lanfranchi rappresenta..., il culmine di una montatura e, se vogliamo, anche l'inizio di una revisione ” (A. Zanella, L'ora di Dongo, Rusconi 1993).

In pratica il Lanfranchi, un giornalista molto informato, pur muovendosi nel solco della “versione” primogenita (la prima) dell'Unità! del 30 aprile 1945, intanto svelava che il “misterioso giustiziere” portava il nome di battaglia di “ colonnello Valerio ” e poi vi aggiungeva tutta una serie di particolari, spesso fantasiosi e comunque inesatti, che, come detto, da una parte avallavano la sostanza della versione fatta circolare dal PCI e dall'altra la stravolgevano alquanto.

Quel che sconcerta è però il fatto che il Lanfranchi, dopo aver ingarbugliato, avallato e in parte smentito, la versione di Valerio , agli inizi del 1946 abbandonò inaspettatamente le sue inchieste tanto che Franco Bandini, già cronista del Lanfranchi, scrisse significativamente:

<<Dovevano esserci ragioni valide… egli all'inizio del 1946 era arrivato molto vicino alla verità (...) Se egli non si occupò più della fucilazione di Mussolini fu per altre e sottili ragioni ( non per la mancanza di coraggio , n.d.r.), forse connesse alla sua amicizia con molti grossi nomi del gruppo azionista milanese, ed alla comune appartenenza ad una qualche ideologia, piuttosto segreta>> (come non pensare alla Massoneria?! N.d.A .).

DUE MASTINI DELLA CONTROINFORMAZIONE: BANDINI E PISANO'

Nei primi anni '50 e seguenti, altri due giornalisti portarono sensibili colpi alla " vulgata ":  Franco Bandini e Giorgio Pisanò.

Il primo, con le sue inchieste per varie riviste e soprattutto sull'Europeo, raccolte poi nel " Le ultime 95 ore di Mussolini ", Sugar 1959, aveva messo insieme fatti inediti e importanti testimonianze, da lui raccolte sul posto (laddove era parzialmente possibile squarciare il muro di omertà e paura) e rese da alcuni presunti testimoni di quegli eventi (soprattutto quelli che, in quei giorni erano sul posto perché sfollati e poi erano tornati ai loro paesi di origine) che però risentivano dei loro limiti, per così dire, " da rotocalco " e spesso risultavano contraddittorie, ma facevano comunque intuire che c'era come un “eco” di ben altri avvenimenti accaduti quel giorno a Bonzanigo e Mezzegra.

Per esempio, alcuni racconti dicevano che al mattino c'erano stati strani movimenti e spari attorno ai luoghi dove poi il pomeriggio ci sarebbe stata la “fucilazione” del Duce, alcuni posti di blocco fatti in quelle stradine da gruppetti di partigiani, che assolutamente non avrebbero dovuto esserci se, come si diceva, Audisio era poi arrivato dopo le 15,30, improvviso e  inaspettato da tutti, testimonianze che asserivano di uno strano “rigor mortis” delle salme di Mussolini e la Petacci ai piedi del Cancello della Villa ed anche del poco sangue ivi notato, ecc.

Il secondo, Pisanò, condusse varie e approfondite inchieste su “ Il Meridiano d'Italia ”, poi su “ Oggi ”, e su “ Candido ”. Specialmente su “Oggi”, allora un settimanale vendutissimo, Pisanò nel febbraio del 1956 raccolse la testimonianza di Guglielmo Cantoni Sandrino , il quale raccontò qualche particolare non troppo in sintonia con le versioni di Audisio, ma soprattutto confidò, fuori testimonianza e chiedendo di non pubblicarlo, alcuni particolari “strani” al Pisanò, come per esempio che aveva avuto l'impressione che Audisio stesse sparando a dei cadaveri e che comunque c'erano anche altre cose che ora però non era il momento per raccontare.

Fatto sta che, prima ancora che Oggi andasse in edicola, l'Unità! pubblicò una smentita autografa di Sandrino il quale, evidentemente minacciato (tempo dopo dovette anche recarsi a lavorare in Svizzera), ritrattò tutta l'intervista e intese restituire la bella sommetta (120.000 di allora) avuta a compenso dall'editore.

Ma come vedremo, sarà soprattutto con gli anni successivi che Bandini e Pisanò, come due mastini che non mollano l'osso, pur tra qualche esagerazione, speculazioni politiche, scoop giornalistici e balle varie, assesteranno colpi importanti alla vulgata resistenziale.

Fino alla fine degli anni '60 infatti, tutti i ricercatori storici, che prendevano in mano quegli eventi e riscontravano nella “ storica versione ” contraddizioni gravi, elevando quindi sensibili dubbi e sospetti, si muovevano sul canovaccio di quella versione stessa, dando per scontata una fucilazione di Mussolini a Villa Belmonte alle 16,10.

Questa limitazione, ovviamente, faceva giungere tutte le ricostruzioni di quegli eventi, ad un  punto morto, come ammise anni dopo Franco Bandini, anche se uscivano fuori molti particolari interessanti, come per esempio quelli di Franco Serra nella sua inchiesta per la Settimana Incom Illustrata dell'aprile 1962 in cui, basandosi sulle rivelazioni, seppur sospette, della Francesca De Tomasi (dattilografa del CVL, figlia di una cugina di Audisio e ben conosciuta da Luigi Longo e che già aveva avuto una sua parte nelle inchieste del Lanfranchi) e di Martino Caserotti (il comandante Roma che al tempo operava nella Tremezzina) mise in discussione il ruolo di Audisio quale unico fucilatore e la parte giocata come colonnello Valerio .

Non molti sapevano che, pochi giorni dopo, la famosa prima relazione dell' Unità! del 30 aprile 1945 nel comasco era girata una “Relazione al CLN di Como”, scritta da una certa Angela Bianchi, nipote di Martino Caserotti, nella quale si fornivano particolari dell'arrivo del famoso “giustiziere” a Bonzanigo e della fucilazione, alquanto difformi dai racconti dell'Unità. Questa versione però venne subito accantonata, anche perché vi erano particolari inverosimili (per esempio si diceva che era presente anche il figlio di Matteotti) e a novembre del 1945, come detto, l' Unità!, direttamente per bocca del colonnello Valerio aveva fornito la sua definitiva (che poi definitiva non fu, perché la si dovette continuamente modificare) versione.

L'AUTISTA GIOVAMBATTISTA GENINAZZA

Negli anni ‘50 si riuscì anche ad ottenere delle testimonianze dall'autista, che requisito da Audisio sulla piazza di Dongo, lo aveva condotto assieme al Lampredi e al Moretti a Bonzanigo, ovvero Giovambattista Geninazza. Questi pur palesando un evidente timore, rese un racconto che confermava, ma con molte differenze, la versione di Audisio, introducendo però novità, costituite dal fatto che, secondo il Geninazza, l'Audisio non salì a casa De Maria a prelevare i prigionieri, ma rimase con lui sulla piazzetta del Lavatoio (smentendo così tutti i fantasiosi e denigratori dialoghi di Audisio con Mussolini). Aggiunse poi che Mussolini, quando venne ucciso, si aprì il bavero del pastrano e gridò “ Sparatemi al petto! ”.

I racconti di questo autista però, oltre a varie incongruenze, lasciavano perplessi dato che egli asserì che quella sera era poi tornato con la macchina e con Audisio, a Villa Belmonte per prelevare i cadaveri da portare al camion che era venuto a prenderli da Dongo, cosa questa alquanto dubbia, e soprattutto che, in un suo contemporaneo memoriale, per anni rimasto inedito, aveva scritto anche che egli, la notte precedente aveva fatto parte del gruppo che, partito da Germasino e passando per Moltrasio, aveva poi trasferito e nascosto Mussolini e la Petacci in casa De Maria a Bonzanigo.

Ma la partecipazione del Geninazza a quel viaggio notturno non risultava da nessuna parte (Vedi: Memoriale di Geninazza in Libero 25 aprile 2009).

Insomma, per qualche strano motivo, i racconti di questo Geninazza risultavano poco credibili, tanto più che su questo autista, rivelò il giornalista Marcello Staglieno, nel suo libro “L'Italia del colle”, Boroli 2006: << Incontrandolo con lo storico Gianfranco Bianchi il 2 febbraio 1975 ci disse: (il Geninazza, n.d.r.) “Parlare? Fossi matto!”>>.

Eppure anni prima aveva parlato e raccontato, che altro doveva dire e non poteva?!

IL COLPO DI SCENA DEGLI ANNI '70: “FU FUCILATO DUE VOLTE”

In definitiva, fino alla fine degli anni '60, non si poteva contare su elementi qualificati per mettere seriamente in dubbio la “vulgata” e la critica faceva conto, più che altro, su le evidenti e palesi contraddizioni della stessa vulgata.

Nel febbraio del 1973 però, proprio il Bandini, scrisse un indimenticabile servizio sul mondadoriano Storia Illustrata N. 183, titolato “Fu fucilato due volte”, riportando una sconvolgente ipotesi: l'uccisione di Mussolini intorno a mezzogiorno e poi la sua finta fucilazione a Villa Belmonte.

Come il Bandini abbia avuto questa intuizione resta un mistero, visto che la sua ipotesi non poggiava su capisaldi concreti (resisi palesi solo negli anni successivi).

Agli inizi del 1973 infatti, non erano ancora noti gli studi balistici e cronotanatologici del dottor Aldo Alessiani che dimostravano l'inattendibilità della versione di Audisio, nè si era ben focalizzato lo stivale destro del Duce rotto nella sua chiusura lampo, particolare che smentiva il normale deambulare di un Mussolini condotto all'esecuzione per i viottoli di Bonzanigo e soprattutto quello del giaccone indosso al cadavere di Mussolini e assolutamente imperforato, indice di una evidente rivestizione da morto.

Come accennato, si sapeva che Giorgio Pisanò, in una intervista del 1956 per il settimanale Oggi , aveva raccolto da Sandrino Guglielmo Cantoni (uno dei due guardiani del Duce e la Petacci in casa De Maria a Bonzanigo) anche una confidenza sul fatto che Audisio aveva sparato a dei cadaveri. Ma il Cantoni, evidentemente minacciato, aveva poi sorvolato su questa che disse era stata una sua impressione ed anzi aveva anche ritrattato tutta l'intervista, con tanto di dichiarazione autografa.

Al tempo, più  che altro il Bandini contava su una testimonianza, tra l'altro indiretta, di un certo Maxmiliam Mertz, già proprietario di una villa adiacente a Villa Belmonte, il quale aveva raccontato di aver visto, alle 16,10 sparare, davanti al cancello della Villa, su dei cadaveri. La testimonianza sembra che il Mertz l'aveva lasciata scritta in una lettera al figlio, ma la lettera non era stata mostrata, anzi in seguito questa rivelazione venne anche smentita. Insomma una rivelazione non comprovabile, inconsistente.

Forse, non è azzardato sospettare, il Bandini ebbe qualche “soffiata”  e quindi forte di altri particolari raccolti in anni e anni di ricerche, arrivò proprio alla deduzione della “doppia” fucilazione. E colse veramente nel segno!

Questa versione, comunque, sempre non sufficientemente dimostrata, venne poi, dal giornalista storico di origini toscane, puntualizzata meglio nel suo libro del 1978, Vita e morte segreta di Mussolini, Mondadori, dove insinuò anche una possibile sostituzione di Audisio con Luigi Longo e quindi avrebbe potuto benissimo essere quest'ultimo il vero colonnello Valerio .

Ma come disse Renzo De Felice, al Bandini mancava la cornice per tenere uniti i vari pezzi.

Comunque, in quei primi anni '70, vuoi perché il Bandini aveva colto nel segno, o vuoi perché oramai la misura era colma, l'allora PCI incaricò il giornalista Candiano Falaschi dell' Unità di svolgere una contro inchiesta , attraverso le solite testimonianze di partigiani comunisti, una inchiesta a puntate, pubblicata dapprima sull 'Unità!, e raccolta poi anche in un libretto edito dagli Editori Riuniti: “ Gli ultimi giorni del fascismo” , 1973.  Insomma il Falaschi cercava di rendere il meno incongruente possibile le Relazioni di Audisio, ma riuscirci era una impresa veramente impossibile, visto che le contraddizioni erano interne a tutti i racconti così assurdamente tramandati per coprire delle evidenti mistificazioni.

IL FILM MUSSOLINI ULTIMO ATTO

Nel frattempo nel 1974 uscì il mediocre film di Carlo Lizzani “ Mussolini ultimo atto” , con Franco Nero che impersona Valerio e Rod Steigher un tremebondo Mussolini, una retorica ricostruzione della fine del Duce, infarcita di luoghi comuni (di fatto la “ versione ufficiale” edulcorata e riversata in pellicola), ma che per il carattere di impatto che la filmografia ha sull'immaginario collettivo, può definirsi un vero colpo di genio.

Fatto sta che, per colmo dell'ironia, lo stesso regista Lizzani, confesserà molti anni dopo, che l'allora presidente della camera Sandro Pertini gli scrisse una lettera in cui, lamentandosi del personaggio nel film che lo raffigurava, a suo parere non ben delineato, affermò anche:

<< ...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi>>.

E questa confidenza, una vera e propria pietra tombale su tutta la “storica versione”, da parte di un pezzo da novanta della Resistenza, non solo la liquida definitivamente, ma liquida anche la sua ruota

di scorta ovvero la “ Relazione riservata al PCI” di Aldo Lampredi del 1972, che pure attestava il ruolo di esecutore di Audisio. Anzi la rivelazione di Pertini indirettamente dimostra come quella Relazione del Lampredi (messa agli atti del partito evidentemente per utilizzarla in caso che fosse naufragata del tutto la versione di Audisio, ma poi fu ritenuto necessario pubblicarla) sia tutta una messa in scena, perché sarebbe assurdo che il Lampredi, aveva addirittura dato una relazione non veritiera al suo stesso partito che pur doveva ben sapere come stavano le cose e nel 1972 erano ancora vivi Longo, Gorreri federale di Como, Moretti, ecc.!

LE TELENOVELE DEGLI ANNI '80/'90: VALERIO ALIAS LONGO E LA PISTA INGLESE

Con gli anni ottanta, anche per il ritorno in Italia di Bill alias Urbano Lazzaro e le sue tardive certezze, raccolte poi nel 1993 in un libro edito da Mondadori, Dongo mezzo secolo di menzogne sul fatto che il Valerio di Dongo e Mezzegra fosse Luigi Longo, sulla stampa si sviluppò tutta una nuova telenovela su chi si celasse dietro il nome di battaglia del famoso Valerio . L'argomento faceva cassetta, ricalcando in parte la morte antimeridiana del Duce e della Petacci già avanzata da Franco Bandini. Tante erano le congetture proposte dal Lazzaro, ma tutte però prive di elementi concreti e attendibili.

Nel frattempo, in quegli anni, ci si mise anche un certo Bruno Giovanni Lonati, ex partigiano Giacomo , con la sua storia di aver ucciso, verso le 11 del mattino, il Duce per ordine ed in compartecipazione di un misterioso ufficiale inglese, tale John . Un vero fumettone assolutamente inattendibile e comunque non compravato, ma come di solito accade in questi casi, la storia di Lonati, ampliata poi con il suo libro “ Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta la verità” , Edizioni Mursia 1994, per i suoi risvolti di intelligence e per l'aggancio con le vicende del famoso Carteggio Mussolini/Churchill fu, anche se assurda e non dimostrata, quella che più venne pubblicizzata, perfino attraverso vari servizi televisivi visto che l'audiens di una spy story del genere costituiva certamente un forte richiamo per gli spettatori.

Ci sarebbe da ridere, leggendo attentamente tutto il racconto del Lonati, ma purtroppo una storia di questo genere ha finito per creare una gran confusione nella divulgazione di notizie storica su la morte di Mussolini, nuocendo all'accertamento della verità.

ALDO ALESSIANI, UN GRANDE DELLA MEDICINA LEGALE

Alla fine degli anni '80 un medico legale, di Ascoli Piceno ed esercitante al tribunale della magistratura di Roma, Aldo Alessiani rese noti dei rivoluzionari ed interessanti studi durati anni.

Con tecniche empiriche alquanto intelligenti e rilievi logici, fatti sulle foto dei cadaveri ed il loro vestiario, le gore ematiche apparse e scomparse sulle salme ed una critica a tutto campo al verbale autoptico di Cattabeni, Alessiani ipotizzò una morte di Mussolini all'alba ed addirittura durante una fase di lotta e senza il vestiario indosso, nella stessa stanza di casa De Maria (vedere: A. Alessiani, ottobre 1990: Il teorema del verbale 7241 , reperibile telematicamente  in http://www.larchivio.org/xoom/ alessiani.htm ).

Le tesi di Alessiani fecero un certo scalpore, ma forse per alcune forzature o comunque per il fatto che non erano dimostrabili con certezza assoluta, oltre alla possibilità di leggere quei rilievi anche in altri modi, con il tempo finirono per perdere molto del loro mordente. Anche alcuni elementi, come per esempio la stanza di casa De Maria e i mobili che non presentavano gli esiti di una mattanza del genere e la Petacci sicuramente uccisa con la pelliccia indosso, quindi fuori casa, non collimavano con la versione di Alessiani (uccisione all'alba e tutta in camera).

E' un fatto però che da allora hanno tutti dovuto tenere conto di buona parte degli studi di Alessiani. Quasi tutti i ricercatori storici, infatti, hanno dovuto prendere atto delle inclinazioni e delle distanzialità delle ferite sul corpo di Mussolini, che indicavano chiaramente l'opera di almeno due fucilatori, uno con mitra ed un altro con pistola automatica e pur con tutte le limitazioni delle metodologie cronotanatologiche, non poteva scartarsi le osservazioni di Alessiani, in base alle foto dei cadaveri (ma anche da varie testimonianze) dove  sosteneva che la morte di Mussolini e della Petacci andava retrodata, forse non di oltre 10 ore come sosteneva questo medico legale, ma sicuramente di almeno 5 – 7 ore. Probabilmente le ferite al fianco e forse al braccio di Mussolini sono di pistola e vanno addebitate ad una colluttazione avvenuta in stanza. Portato poi nel cortile dello stabile, con indosso solo la maglietta di salute e i pantaloni,  venne sbrigativamente ucciso (Vedere: G. Pisanò: Gli ultimi 5 secondi di Mussolini, il Saggiatore 1996).

ALESSANDRO ZANELLA: UN PREZIOSO STUDIO BEN DOCUMENTATO

Siamo oramai negli anni '90, quando un prezioso e dettagliato lavoro dell'avvocato Alessandro Zanella: L'ora di Dongo, Rusconi 1993, portò un notevole contributo alla chiarificazione di molti avvenimenti soprattutto perché si articolava su una numerosa mole di fatti e testimonianze. Lo Zanella forni anche tutta una serie di intelligenti intuizioni su di una possibile dinamica degli eventi, ma poi si lasciò andare ad una sua fantasiosa ipotesi sull'uccisione di Mussolini e la Petacci, sostenendo che sarebbe avvenuta all'alba sotto casa De Maria, ad opera anche di Luigi Canali ( capitano Neri ). Nonostante questa ipotesi sia non comprovabile, l'opera dello Zanella divenne un testo imprescindibile per ogni ricerca su quell'oscuro periodo.

LA “VULGATA” SI RIFÀ IL LOOK

Con i primi anni ‘90 la storiografia resistenziale (il PCI si trasformerà in PDS) si può dire che reagì, attraverso Giusto Perretta il direttore dell 'Istituto comasco per il movimento di Liberazione , poi divenuto Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta” , che raccolse vecchie o inedite testimonianze, come al solito in buona parte di ex comunisti, per confermare la “ storica versione” che venne anche ribadita in una “solenne Dichiarazione ” dell'Istituto del settembre 1995.

Con il libro del Perretta: Dongo 28 aprile 1945. La verità nei racconti di Michele Moretti, edizioni Actac Como 1990, pur senza convincere, l'autore riuscì a prospettare un più credibile assieme tra le versioni di Audisio, la Relazione di Aldo Lampredi del 1972 e le memorie di Michele Moretti.

E' sintomatico però che il Perretta nella seconda edizione aggiornata del libro del 1997 non dedicò spazio alla testimonianza della signora Mazzola, già residente a Bonzanigo, che pur l'anno prima aveva sconvolto il panorama delle testimonianze storiche e neppure un rigo al “ Viva l'Italia” gridato da Mussolini in punto di morte e che Michele Moretti aveva confidato al giornalista Giorgio Cavalleri nel 1990, il quale lo rese noto nel 1995 nel suo libro “Ombre sul Lago”, Ed. Piemme. Eppure questi due aspetti (un testimone coevo a quei fatti e residente a poco più di cento metri da casa dei De Maria e la confidenza di Moretti a un giornalista legato agli ambienti resistenziali (che a domanda, se quel “viva l'Italia! gli avesse dato fastidio, si era sentito rispondere di no dal Moretti, perché tanto per lui quella non era la sua Italia, ma quella di Mussolini), erano devastanti per tutta la storica versione e avrebbero dovuto essere necessariamente contestati!

Probabilmente non sapendo che dire e soprattutto per non aumentare i dubbi e incasinare tutto, si preferì tacere.

A seguire, nel 2005, il professor Pierluigi Baima Bollone, medico legale e cattedratico all'Università di Torino, diede alle stampe per i tipi della Mondadori Le ultime ore di Mussolini, con il quale “reinterpretava” la “ storica versione ”, l'aggiustava un poco nelle sue più clamorose incongruenze dinamiche ipotizzando che oltre a Valerio sparò almeno un altro tiratore.

Era questa l'ultima ciambella di salvataggio per una versione che vuole a tutti i costi confermare una fucilazione alle 16,10 davanti al cancello di Villa Belmonte, ma gli argomenti portati a supporto dal Bollone non convinsero affatto ed oltretutto egli sorvolò allegramente su importantissimi rilievi (come quello del giaccone imperforato messo indosso al cadavere di Mussolini indice inequivocabile di una rivestizione “da morto” e quindi di una falsa fucilazione ), forse non potendo fare diversamente, perché quegli elementi, da soli, smentivano tutto quell'episodio.

IMPORTANTI ELEMENTI PRECEDENTEMENTE TRASCURATI

Alla fine degli anni '90 si poteva anche dare per accertato il fatto che prima ancora che Audisio arrivasse a Dongo e sapesse dove si trovava Mussolini, in quel di Bonzanigo, Mezzegra ed Azzano, forse intorno alle ore 13, venne messo in atto un diversivo inspiegabile (se non per organizzare, in discrezione, una messa in scena al cancello di Villa Belmonte), consistente nell'indirizzare i pochi abitanti di quelle parti, verso il bivio di Azzano e la strada Regina, dove si fece credere che nel primo pomeriggio sarebbe passato Mussolini prigioniero. All'ora di pranzo infatti, Audisio ancora doveva arrivare a Dongo, dove neppure lo conoscevano o attendevano e quindi nessuno poteva aver avuto la prevveggenza di organizzargli la sua fucilazione di Villa Belmonte delle 16,10 in discrezione, ma invece quella discrezione riguardava una già programmata messa in scena davanti al quel cancello, una messa in scena che in qualche modo doveva aggiustare e rendere presentabile per la storia e per tutte le altre componenti della resistenza, l'uccisione improvvisa di Mussolini e della Petacci al mattino.

Ma ancor più, nei giorni successivi e per moltissimi anni ancora, venne sparsa per tutto quel circondario una pesante intimidazione, fatta di minacce di morte e ritorsioni per costringere la popolazione al silenzio su quanto era accaduto quel giorno. Minacce ancor più accentuate da oltre 400 omicidi che in quei tempi avvenivano nel comasco, tanto da spargere un terrore mai più eliminato. E' evidente che una reiterata minaccia del genere poteva avere la sola e unica ragione di non far trapelare fatti e particolari che dovevano assolutamente restare segreti. Ergo la “ storica versione ” era falsa!

IL COLPO DI SCENA DEL 1996: DORINA MAZZOLA IL TESTE DI BONZANIGO

Dopo Bandini ed Alessiani un altro grosso macigno contro la versione ufficiale, forse quello più decisivo, lo buttò Giorgio Pisanò grazie al recupero della testimonianza di Dorina Mazzola, una anziana signora al tempo diciannovenne e abitante a Bonzanigo che la mattina del 28 aprile del 1945 assistette, pur senza sapere di chi si trattava, alla uccisione di Claretta Petacci sotto casa sua e ad alcuni precedenti episodi correlati all'uccisione di Mussolini sotto casa De Maria.

Con il libro-testimonianza di Pisanò “ Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”, il Saggiatore 1996  si giunse quindi ad una svolta storica, perché per la prima volta si era in presenza di una testimonianza di un teste dell'epoca a quel tempo residente vicino casa De Maria, non di parte, che con il suo racconto svelava finalmente una certa verità rimasta nascosta per mezzo secolo. Pisanò inoltre riportava, nel suo libro, una decisiva testimonianza di Savina Santi, la vedova di Sandrino Guglielmo Cantoni. La Santi con il suo racconto, indirettamente, precedeva e confermava in pieno la testimonianza della Mazzola.

Pur non potendo anora dare un nome al gruppetto di assassini giunti in quella mattinata a Bonzanigo, finalmente si era alzato un velo sul mistero di quella morte, tutti i pezzi del mosaico trovavano la loro giusta sistemazione.

Ma incredibile a credersi, il mondo del giornalismo storico e la stessa storiografia resistenziale non aprivano un dibattito, non affrontavano direttamente questa testimonianza, niente, passato un primo momento di sbandamento, andarono avanti come se nulla fosse, gli uni seguitando a proporre di volta in volta rivelazioni strampalate e inattendibili e gli altri, imperterriti, a riproporre la storiella di Valerio a Villa Belmonte sia pure con qualche aggiustamento!

Era evidente che non faceva comodo a nessuno mettere la parola fine sul quel mistero e quindi chiudere baracca e burattini di una editoria che era sempre stata remunerativa.

IL COLPO DI TEATRO DI MASSIMO CAPRARA E DI ORFEO LANDINI

Meritano infine menzione anche un paio di altri colpi di teatro verificatesi, guarda caso, dopo la clamorosa  testimonianza di Dorina Mazzola.

Il primo fu una importante informazione,  rilasciata da Massimo Caprara, ex segretario di Palmiro Togliatti, l'estate del 1996 su Storia Illustrata e precisata poi nel suo libro: “ Quando le Botteghe erano Oscure”, Il Saggiatore 1997.

Caprara riferì  una confidenza a lui fatta da Palmiro Togliatti, il quale gli avrebbe detto in privato che l'uccisore di Mussolini sarebbe stato Aldo Lampredi. Ma ancor più importante risultava un altra informazione data dal Caprara nel suo libro, ovvero quella che Celeste Negarville, ex direttore dell'Unità nel 1944 e futuro senatore comunista, gli disse che il Lampredi non c'entrava nulla con la morte della Petacci perché la donna era stata uccisa “da un altra parte”.

Un altro tassello del mosaico che confermava indirettamente la testimonianza di Dorina Mazzola, mentre invece più complessa rimaneva l'indicazione di Lampredi, definito “uomo del Komintern, quale fucilatore del Duce perché era alquanto problematico, anche se non impossibile, far coincidere la sua presenza, tra le 9 e le 10 di mattina del 28 aprile 1945 a Bonzanigo, visto che non si conosceva con esattezza l'ora in cui se la era svignata alla chetichella da Audisio in Prefettura.

In ogni caso la “rivelazione” di Togliatti, a suo tempo, poteva anche aver fatto parte di una manovra comunista all'interno del PCI, dove nessuno credeva ad un Walter Audisio fucilatore. Sostenere, in confidenza all'interno del partito, che lo sparatore era stato Aldo Lampredi, rendeva tutta quella sporca faccenda alquanto più credibile.

L'altra novità venne fuori nel 1998 dall'ex partigiano Giovanni Orfeo Landini, Piero, che rilasciò una clamorosa rivelazione, sinceramente poco attendibile. Raccolta da Fabrizio Bernini nel suo libro del 1998: “ Così uccidemmo il Duce”, per le edizioni C.D.L. di Pavia, Landini descrisse fatti con orari, luoghi e attori alquanto diversi da quelli di Audisio ed inoltre raccontava di una doppia fucilazione (secondo il Landini, Mussolini e la Petacci erano già stati uccisi intorno alle 15,30 in un vicolo vicino casa De Maria). Nonostante le sue clamorose rivelazioni, alquanto contraddittorie e assolutamente non comprovate, questa nuova versione dei fatti, oltretutto di un discusso, anche se importante ex partigiano, riscosse pochissimo credito.

ENTRA IN BALLO LA TECNICA MODERNA: LA VULGATA AFFONDA

Ma con il terzo millennio oramai i giorni della versione ufficiale erano contati.

Nei primi mesi del 2006, vennero resi noti alcuni rilievi riscontrati da una equipe del professor Giovanni Pierucci (Istituto di Medicina Legale dell'Università di Pavia) su foto e filmati d'epoca che, eseguiti con tecniche scientificamente all'avanguardia, dimostravano che Mussolini venne ucciso in canottiera (maglietta di salute) e forse con i soli pantaloni, e che alcuni colpi da lui attinti da vivo furono sparati quasi a bruciapelo. Un altra indiretta conferma alla testimonianza di Dorina Mazzola.

Fu la rivista Storia in Rete che a Maggio del 2006 pubblicò, con un articolo di Fabio Andriola, i resoconti della perizia di Pavia, intitolando significativamente l'importantissimo servizio: “ Mussolini: una morte da riscrivere. Una macabra messinscena”.

L'IPOTESI SUICIDIO DI MUSSOLINI

Già negli anni ‘60, ci fu chi prospettò un suicidio di Mussolini con la sua pistola (per esempio: Marcello Trinali, “Un colpo di pistola in casa De Maria” , Semerano 1966) che, si ipotizzò non gli era stata sequestrata al momento dell'arresto. Altri ipotizzarono invece che la pistola gli era stata segretamente fornita dal Canali il capitano Neri. Tutte ipotesi però prive di riscontri concreti. In ogni caso questo suicidio di Mussolini appariva oltretutto anomalo visto che, considerando il referto autoptico che riportava i colpi attinti dal corpo del Duce, ne risultava che questi aveva fatto il contorsionista sparandosi un colpo al cuore. Col tempo infatti questa ipotesi cadde nel dimenticatoio.

Nel 2008, infine, il professor Alberto Bertotto di Perugia, dava alle stampe un pregevole libro “ La morte di Mussolini: una storia da riscrivere” P.D.C. Editori, in cui ipotizzava un tentativo di suicidio di Mussolini con il cianuro, al quale sarebbe seguita una sua sbrigativa eliminazione, dopo averlo trascinato sotto casa dei De Maria. Il professor Bertotto, pur illustrando con cognizione di causa tutte le possibilità e condizioni che avrebbero potuto portare ad un  tentativo di suicidio, non poteva però portare prove oggettive a sostegno di questa ipotesi (oltretutto la sua inchiesta era ancora in corso), ma resta il fatto che tutto il suo libro, riassunse ed espose molto bene anche la insostenibilità della “ storica versione ” di Audisio e la certezza di una morte di Mussolini e la Petacci al mattino.

L'ULTIMO SALVAGENTE ALLA “VULGATA”: IL MEMORANDUM “SEGRETO”

Incredibilmente nel 2009 ecco che tre noti giornalisti Cavalleri G., Giannantoni F., Cereghino M. vanno a pubblicare un libro che riporta un memorandum segreto (ma non troppo) del famoso agente americano V. Lada Mocarsky, il quale in quei mesi del 1945 raccolse tutta una serie di indiscrezioni e confidenze (luoghi comuni che giravano nel comasco), arrivando a stilare un rapporto per l'Oss americano. Il Mocarsky, con poco attendibili testimonianze, come lui stesso asseriva, finiva per riportare una versione che al tempo girava nel comasco. Una versione molto simile a quella stilata dalla partigiana Angela Bianchi per il CLN comasco e per  conto di suo zio Martino Caserotti il comandante Roma, dove si presentava la versione di Audisio in modo alquanto difforme,  ma sostanzialmente simile e si indicavano almeno un paio di fucilatori, di cui uno con pistola. Anche a causa di alcune astrusità (come abbiamo già visto si citava per esempio la presenza del figlio di Matteotti a Mezzegra) questa relazione della Bianchi era stata abbandonata e dimenticata.

Ora con il loro libro  “ La Fine. Gli ultimi giorni di Benito  Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-'46), Garzanti 2009, pomposamente presentato come una versione definitiva della morte del Duce, i tre autori attaccandosi a quell'inconsistente rapporto del Mocarsky, pensavano di aver finalmente scoperto la verità su quella morte, ritenendo anche di dover individuare il capitano Neri ovvero Luigi Canali, come colui che sparò il colpo di grazia a Mussolini, quando invece questa attestazione è palesemente fuori luogo ed oltretutto già molti anni addietro si era preso questo ruolo proprio Martino Caserotti. Non vale la pena parlarne oltre.

CONCLUSIONI

Nonostante non ci sia rassegnati (non conveniva a nessuno) ad accettare in toto la testimonianza di Dorina Mazzola, e nonostante nessuno abbia potuto smontarla, la ricostruzione della morte del Duce, mostrata nel 1996 di Giorgio Pisanò, resta la più attendibile e sufficientemente dimostrabile.

E così  oggi, giunti al 2010, possiamo dire di aver acquisito alcune ragionevoli certezze, ma di non aver ancora sciolto tutti i misteri intorno agli assassini di Mussolini e la Petacci. Possiamo comunque esser certi che Mussolini venne ucciso al mattino, tra le 9 e le 10 e la Petacci verso il mezzogiorno.

Il Duce, in quel momento, si trovava in maglietta bianca di salute e probabilmente con i pantaloni e forse era stato precedentemente ferito in stanza al fianco e/o al braccio dx.

Al momento della uccisione di Mussolini era sicuramente presente a Bonzanigo Pietro Michele Moretti, oltre ovviamente i due “carcerieri”  Lino e Sandrino (Frangi e il Cantoni). E' Molto probabile che era presente anche il Neri Luigi Canali e sicuramente alcuni dirigenti della federazione comunista di Como ed alcuni partigiani del posto (Martino Caserotti). Sicuramente arrivarono da fuori anche alcuni dirigenti comunisti.

L'esecuzione del Duce, per le sue modalità imprevsite, sfuggi probabilmente di mano o comunque forse doveva attuarsi in altro modo.

In ogni caso quella uccisione soddisfece ed appagò tanti interessi, visto che:

- lo volevano morto gli inglesi, per nascondere la compromettente intesa intercorsa con Churchill al momento dell'entrata in guerra dell'Italia, una intesa che una volta svelata, avrebbe rivoltato tutta l'interpretazione storiografia della seconda guerra mondiale, squalificato il britannico agli occhi del mondo e complicato la politica internazionale degli inglesi nel dopoguerra.

- Lo volevano morto gli americani, per gli stessi motivi di nascondere importanti documentazioni riguardanti Roosevelt, nonostante che apparentemente e ufficialmente asserivano (ma non facevano niente in proposito!) di volerlo catturare per processarlo e umiliarlo,.

- Lo volevano morto i sovietici, visto che Stalin voleva tenere nascoste certe “intese segrete” con l'Italia, risalenti fin dal 1924 (praticamente, avevano preservato, fino al 1941, l'Italia da attentati delle cellule comuniste, gli unici attentati infatti furono quelli dei massoni e di Giustizia e Libertà), ma voleva anche nascondere certi “sondaggi”, avvenuti nel primo semestre del 1943, quando Italia e Urss si approcciarono per verificare le possibilità di far uscire i sovietici dalla guerra.

- Lo voleva morto la Massoneria e l'Alta Finanza che, idealmente, lo consideravano il loro peggior nemico. Consorterie queste trasversalmente presenti nella Resistenza, nella RSI e negli Alleati.

- Lo desiderava morto il Re che paventava venissero fuori le sue responsabilità nella guerra, dove il Savoia, che deteneva tutti gli interessi finanziari della Corona nelle banche di Londra, aveva condiviso,  eccome,  la decisione di entrare in guerra.

- Morto, infine, non dispiaceva neppure ai tedeschi del generale Wolff, che lo avevano tradito con i loro accordi di resa con gli Alleati, conseguiti alle spalle degli italiani.

Ed ovviamente lo volevano immediatamente morto le componenti più estremiste della Resistenza, quali i comunisti, gli azionisti, i socialisti come Pertini, ecc.

Resta difficile stabilire, senza concrete documentazioni, a chi può farsi risalire l'ordine immediato di morte, perché è anche probabile che vi fu una segreta concomitanza di azioni e interessi, mentre l'esecuzione dell'assassinio venne assunta dai comunisti, gli unici, in quel momento ed in quelle località del comasco, in grado di agire alla svelta, avendo tra l'altro il Duce nelle proprie mani.

Sotto questo aspetto, quindi, la situazione resta ancora ingarbugliata essendo la verità definitivamente celata negli inaccessibili archivi anglo americani e del Vaticano.

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