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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Maurizio Barozzi

Morte Mussolini: La Relazione riservata al Pci di Aldo Lampredi

Il 23 gennaio 1996 l' Unità, direttore Walter Veltroni, epigoni del vecchio PCI, ora PDS, pubblicò una “Relazione riservata al partito”, resa nel 1972 dal partigiano comunista Aldo Lampredi Guido-Conti, e rimasta sepolta negli archivi del partito, sugli avvenimenti inerenti la fucilazione di Mussolini in cui il Lampredi, dicesi, ne fu uno dei protagonisti.

Con questa “rivelazione” si ritenne forse di aver messo fine a mezzo secolo di dubbi che avevano accompagnato la assurda, contraddittoria e poco credibile “storica versione” di Walter Audisio e del Pci, su quei fatti. In realtà, come ora dimostreremo, si era in presenza dell'ennesima mistificazione.

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11.08.2010

Agli inizi degli anni '70, pur non essendo ancora stati individuati quegli elementi oggettivi, che oggi conosciamo (per esempio il giaccone imperforato indosso al cadavere di Mussolini, non passato attraverso le fasi di una fucilazione), i quali smentivano la “ storica versione ” di Walter Audisio sulla morte del Duce, una versione con tante incongruenze, contraddizioni e assurdità, rilasciata a “puntate” negli anni , [1] era però evidente a tutti che quella “versione” si stava sempre più trasformando in una “barzelletta storica”.

Per gli ambienti storiografici vicini al vecchio PCI, garante di quella “versione” per la quale si era anche richiesta la concessione della medaglia d'oro ad Audisio, la situazione stava divenendo insostenibile, specialmente quando Franco Bandini preannunciò che sul numero di febbraio del 1973 di Storia Illustrata avrebbe pubblicato una inchiesta a dimostrazione che Mussolini era stato “fucilato due volte”: la prima volta in ore antimeridiane, cosicché il pomeriggio del 28 aprile 1945 davanti al cancello di Villa Belmonte in Giulino di Mezzegra si era avuta una macabra messa in scena.

Per la verità  a quel tempo Bandini non aveva prove concrete per dimostrare la sua ipotesi, ma tuttavia, come oggi sappiamo, aveva colto nel segno, chissà forse in virtù di qualche “soffiata” ed in ogni caso la situazione preoccupava e non poco gli ambienti storiografici resistenziali ed in particolare il Pci.

Fatto sta che costoro reagirono immediatamente pubblicando a puntate sull' Unità! una “controinchiesta” del giornalista Candiano Falaschi: “ Gli ultimi giorni del fascismo”, poi raccolta in un libretto stampato dagli Editori Riuniti nel 1973, con la quale il PCI cercò di difendere e puntellare la “ storica versione ” di Audisio, soprattutto con una selezione di testimonianze, in genere di comunisti.

Ma il vero colpo di genio, ci fu circa un anno dopo quando Carlo Lizzani, un regista cinematografico vicino al partito comunista, mise in scena il film “ Mussolini ultimo atto” con Franco Nero nella parte del colonnello Valerio e Rod Steigher in quella di un tremebondo Mussolini, di fatto la “storica versione”, ovvero la “vulgata”, come magnificamente la chiamò Renzo De Felice, edulcorata e mitizzata.

Una pellicola, alla cui prima presenziarono gli alti vertici del Pci, tutto sommato mediocre, ma come spesso accade in questi casi, particolarmente efficace nel colpire l'immaginario collettivo, tanto che ancora oggi molte persone, poco informate, credono alla “storica versione” sulla morte di Mussolini, più che altro, proprio sulle immagini di quel film periodicamente riprodotto anche in televisione.

Oggi sappiamo però che per sostenere la “vulgata” di Audisio non venne utilizzato anche un documento, una “ Relazione riservata ” sui fatti del 28 aprile 1945, che intorno al 22 maggio 1972, era stato consegnato al partito comunista, attraverso Armando Cossutta, da Aldo Lampredi alias Guido Conti , uno dei tre partigiani (oltre Audisio Valerio, l'altro era Michele Moretti Pietro ) che, si sosteneva, avevano partecipato alla fucilazione pomeridiana di Giulino di Mezzegra.

Questa “Relazione”, infatti, rimase nascosta per quasi 24 anni, cioè fino al 1996, negli archivi del partito, pur trovandosene forse alcuni passaggi di minore importanza nella “controinchiesta” di Candiano Falaschi. Evidentemente non fu allora ritenuto necessario renderla pubblica.

La si è  invece conosciuta integralmente quando l' Unità! , direttore Walter Veltroni, la rese pubblica il 23 gennaio del 1996.

E' presumibile che l' Unità! , negli anni '90 avanzati, agì nel clima di una certa glasnost , post caduta “muro di Berlino” e nascita del nuovo Pds, forse anche per anticipare possibili sgradevoli sviluppi sulle vicende dello scomparso Carteggio di Mussolini, che in quei tempi si temeva potessero uscir fuori dopo la riapparizione in Italia di Pierluigi Carissimi-Priori ex azionista a capo dell'ufficio politico della questura di Como nei giorni post liberazione.

Carissimi-Priori, infatti, in un primo momento sotto pseudonimo, stava rilasciando importanti testimonianze proprio sul Carteggio Mussolini - Churchill al tempo passato dalle mani del PCI di Como e venduto agli inglesi, oltre che sull'oro di Dongo, ecc.

Ma forse anche le dichiarazioni di Renzo De Felice del 1995, nell'intervista di Pasquale Chessa, pubblicata su Rosso & Nero , circa una ispirazione inglese nella eliminazione del Duce, indussero probabilmente l' Unità! a rendere nota la vecchia, e fino ad allora inutilizzata, “Relazione riservata” di Lampredi che si disse rinvenuta in una busta con altro materiale.

Non pochi ritengono, infatti, che nei primi anni '70 questa “Relazione riservata” di Lampredi, fu astutamente “concertata”, tra questi e il Pci, perché probabilmente avrebbe dovuto servire come ruota di scorta in caso di necessità, ovvero per puntellare gli inattendibili resoconti di Audisio.

Ancora oggi, una volta che si è conosciuta la Relazione, i patetici difensori di quella storiografia si aggrappano ad essa, alla autorevolezza dell'autore ed al ruolo da lui ricoperto in quelle vicende, per cercare di tenere in piedi la “ storica versione ” che oramai fa acqua da tutte le parti, finendo però per aggiungere assurdità e contraddizioni a quante già sono presenti nei resoconti di Valerio / Walter Audisio .

In effetti non c'era alcun motivo perché il Lampredi, dopo decenni di silenzio, improvvisamente nel 1972, si metta a rievocare e dettagliare puntigliosamente, minuto per minuto, fatti e avvenimenti che il partito comunista conosce benissimo. Se voleva puntualizzare ed esporre, come scrisse, alcune critiche, per altro tardive, al modo di come la sua figura era stata trattata dalla stampa di partito ed alle fanfaronate pittoresche di Audisio, avrebbe dovuto farlo con una lettera riservata di tutt'altro genere. Ci ritroviamo invece una assurda Relazione retrospettiva che evidentemente nascondeva tutt'altre finalità.

Come ebbe anche ad osservare lo storico Renzo De Felice (deceduto poi proprio a maggio del ‘96) non è credibile che gli autori della storica fucilazione di Mussolini non avessero già relazionato, e da subito, il partito e sentissero improvvisamente il bisogno di farlo dopo 27 anni (1945 – 1972)!

Ce lo conferma anche Pio Bruni, un collaboratore della segreteria di Raffaele Cadorna al CVL, in una testimonianza raccolta dal ricercatore storico Marino Viganò nel 1990, dove ebbe a dire:  <<(... Audisio) ... Ai comunisti ha relazionato di sicuro e Aldo Lampredi, Guido, ancora di più >>.

Ma su questa “ fantomatica ” Relazione riservata di Lampredi, altri critici, come per esempio il giornalista scrittore Raffaello Uboldi, non sono andati tanto per il sottile ed hanno osservato:

<< ...ha tutta l'aria di un santino, tanto suona falsa fin nelle virgole, peraltro mal distribuite, oltre ad alcune  pennellate che peggiorano ulteriormente questa versione>> [2] .

Non è  peregrino quindi sostenere che questa Relazione venne messa negli archivi del PCI per ogni ed eventuale uso futuro, ovvero per avere a disposizione una versione più credibile che comunque confermasse, ed è quello che veramente interessava, gli eventi (falsi) di una fucilazione davanti al cancello di Villa Belmonte alle 16,10 del 28 aprile. In pratica e se il caso, essa doveva rivedere criticamente, ma al contempo rimarcare la validità della “ storica versione”, attraverso il racconto critico di “uno che c'era”.

Questo scopo venne raggiunto da Lampredi riportando, en passant, alcuni sfoghi personali verso Audisio (di cui si insinuano anche interessi venali) e la sensibile riduzione delle sue fanfaronate, ma soprattutto con la strabiliante aggiunta della rivelazione di un “ mirate al cuore!” gridato da Mussolini al momento della fucilazione. Si è probabilmente ritenuto che se un alto dirigente comunista, come Lampredi, aveva fatto questo genere di concessione al Duce, smentendo Audisio che aveva descritto un Mussolini terrorizzato e incapace di profferir parola, ergo anche il resto della “Relazione” poteva essere creduto a occhi chiusi!

La prova della falsità di quella “Relazione”

Premettiamo adesso alcune considerazioni che dimostrano, da subito, tutta la falsità  di quella “Relazione” di Lampredi.

A prescindere dal fatto che oramai quasi tutti gli storici non credono più ad un Audisio sparatore e gli stessi sostenitori della “storica versione” hanno dovuto ammettere, sia pure in sordina, sulla base di qualche testimonianza indiretta e soprattutto in considerazione di vari riscontri retrospettivi sulle possibili ipotesi balistiche (distanzialità delle ferite, apparente loro conformazione in foto e possibili inclinazioni eterogenee delle stesse) che rendono molto probabile il fatto che il Duce fu attinto da nove colpi sparati da due tiratori con due armi diverse (mitra e pistola), e quindi che comunque oltre ad Audisio Valerio , forse sparò anche -un altro fucilatore (tra i partigiani del comasco e lo stesso Carissimi-Priori sostennero che fosse il Moretti Pietro , mentre negli ambienti ex PCI venne sussurrato che fosse Lampredi Guido ), a prescindere da questo, vi è poi una versione che invece attesta addirittura proprio nel Lampredi il vero uccisore di Mussolini.

E' una voce che ha serpeggiato in alcuni ambiti dell'ex partito comunista, dove nonostante le apparenze, nessuno aveva mai creduto ad un Audisio “fucilatore”. Tra i sostenitori di questo ruolo del Lampredi c'è, per esempio, la medaglia d'oro, ex comandate dei GAP, Giovanni Pesce Visone, uomo politicamente e storicamente di una certa importanza nel partito (vedesi, anche, ma non solo, la sua intervista al “ Manifesto” del 10 agosto 2007), una convinzione non da poco.

Ma soprattutto, alla fine degli anni '80, fu Massimo Caprara, già segretario di Palmiro Togliatti, che indicò il Lampredi come un agente del Komintern, struttura che comprendeva anche una categoria particolarmente determinata di esecutori materiali, e rivelò che Togliatti gli aveva confidato che ad uccidere Mussolini era stato proprio Lampredi, il cui nome il partito volle poi mantenere coperto. Successivamente nel 1996 il Caprara pubblicò su questa rivelazione un importante articolo su Storia Illustrata di agosto/settembre 1996 e ne precisò poi ancor più i contorni in un suo libro dell'anno successivo “ Quando le Botteghe erano Oscure” , il Saggiatore 1997.

Tra una rivelazione e l'altra Massimo Caprara ebbe ad affermare:

<<” Lo mandò Secchia”, mi aveva detto Togliatti. Ma perché proprio lui? E perché tenerlo mimetizzato, presentando pubblicamente sulla scena giornalistica e politica l'improbabile ragioniere Audisio? Mi rispose Negarville: “E' Togliatti che ha corretto il tiro. Lui non avrebbe mai dato una faccia all'esecutore. Ma visto che alcuni giornalisti e politici italiani era giunti assai vicino al nome della persona incaricata di chiudere il conto con Mussolini, si premurò d'una cosa soprattutto: proteggere il funzionario kominternista che è Lampredi” (...). Ma era proprio lui, Lampredi, il giustiziere di Mussolini e della Petacci? “Lui ha sparato su Mussolini. Con la Petacci non c'entra”, assicurò Negarville. “La Petacci è stata uccisa altrove. Lampredi trovò un cadavere in più, che non era nel conto” (...) ».

Il Caprara anni prima aveva anche detto a Marcello Staglieno del Giornale : [3]

« Affermo, senza possibilità di smentite, che un nucleo ristretto dell'apparato centrale del PCI (al secondo piano della sede romana di via Botteghe Oscure) apprese, subito dopo la fucilazione di Mussolini, che l'esecutore era il Lampredi. Fu lo stesso Togliatti, io ero presente quando lo disse, a decidere di coprirlo per meglio destinarlo a futuri importanti incarichi organizzativi, alle dipendenze di Pietro Secchia. E come esecutore, da quel nucleo ristretto al vertice del PCI, venne indicato Walter Audisio ».

Ed ancora, sul Corriere della Sera, aggiunse:

«E ' mia convinzione che ad uccidere materialmente Mussolini fu il Lampredi. Audisio se ne prese la colpa per proteggerlo, essendo Lampredi uno del Comintern. Doveva attuare le decisioni del Comintern e Togliatti doveva esserne quindi perfettamente consapevole » [4].

A tutto questo, inoltre, occorre anche aggiungere il colpo di grazia alla “storica versione” che contempla un Audisio fucilatore che da “ tre passi con 5 colpi fulminò il Duce” (in altra versione i colpi diventarono 10, n.d.r.).

Nel 2007, infatti, proprio quel regista Lizzani che, con il suo film, aveva tanto contribuito a divulgare la “storica versione” ha rivelato nel suo libro di memorie “ Il mio lungo viaggio nel secolo breve”, Einaudi 2007, che Sandro Pertini, un pezzo da novanta della Resistenza, nel 1975 ebbe a scrivergli una lettera per lamentarsi della parte che nel film Mussolini ultimo atto era stata assegnata a chi doveva storicamente interpretare il suo personaggio e a suo dire non corrispondente alla realtà. E aggiunse Pertini:

<< ...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi>> .

Una vera e proprio pietra tombale su tutta la “storica versione”.

Dunque, che Audisio non centri nulla con la morte di Mussolini e non abbia sparato un solo colpo contro il Duce (come in effetti oggi sappiamo), oppure che vi abbia partecipato, ma sparando in condominio con Lampredi, oppure con Moretti (tesi sussurrata da ambienti resistenziali revisionisti, ma in realtà altrettanto falsa), resta il fatto che Aldo Lampredi, nella sua “Relazione riservata” del 1972 al Pci, partito il quale, si badi bene, doveva sapere perfettamente come erano andati i fatti ed inoltre erano ancora vivi, Audisio, Moretti, Longo, Gorreri, e tanti altri attori di quelle vicende, avrebbe spudoratamente mentito, perché nella sua “Relazione” egli attesta invece e con precisione Audisio come unico e solitario sparatore.

In pratica dovremmo assurdamente credere che Lampredi avrebbe scritto il falso, mentendo a sè stesso e a chi conosceva benissimo quei fatti!

Tutto questo non è assolutamente possibile, e quindi si dimostra tutta la falsità di quanto riportato in quella Relazione che evidentemente, concordata con “chi di dovere” nel partito, doveva eventualmente servire per scopi ben diversi che il dire finalmente la verità.

Aldo Lampredi, il partigiano Guido Conti

Il dirigente comunista Aldo Lampredi alias partigiano Guido Conti era nato a Firenze nel 1899 ed entrò a far parte del movimento giovanile socialista nel 1919. Aderì poi al Partito Comunista. Dicesi che avrebbe dovuto fare il falegname.

Con il consolidamento del fascismo entrò in clandestinità, ma venne arrestato nel 1926 e condannato a dieci anni e sei mesi di carcere. Ne scontò solo sei e fu scarcerato nel 1932.

Nel 1934 espatriò in Francia e quindi passò anche in Russia alla scuola di partito a Mosca. Con la guerra civile spagnola lo ritroviamo in Spagna con il grado di capitano istruttore , e sembra alle dipendenza del generale dell'Armata Rossa Alexander Orlov alias Lew Feldbin, quindi tornò in Francia.

In Francia si vociferò di una sua implicazione in attività per conto del Komintern.

Rientrò  in Italia nel novembre del 1943 e lavorò nel PCI della Venezia Giulia e a Padova divenendo responsabile del triunvirato insurrezionale del Veneto, prima di essere trasferito a Milano al comando del CVL. Qui Guido si collocava tra gli Ispettori generali del CVL, e si può considerare un vice Longo.

Come noto la notte del 27 aprile Lampredi venne incaricato assieme ad Audisio ( colonnello Valerio ) e apparentemente a questi subordinato nel comando, della spedizione mattutina a Como e Dongo organizzata da Longo a Milano al Comando generale del CVL e autorizzata da Raffaele Cadorna (comandante, più che altro nominale del CVL) per andare a fucilare i fascisti e gli altri esponenti della RSI detenuti a Dongo.

In realtà  Lampredi, alta autorità all'interno del PCI, aveva un forte legame con Riccardo Mordini, Alfredo (invece sconosciuto ad Audisio) sotto il cui comando erano gli uomini del plotone dell'Oltrepò di scorta a quella spedizione e quindi poteva,  quando voleva, imporsi al mediocre Valerio.

Nel dopoguerra Lampredi, uomo dalla grigia e schiva personalità, rientrò nell'ombra, non cercando la notorietà, ma ricoprì numerosi incarichi di partito tra cui, per diversi anni, quello di segretario della Commissione Centrale di Controllo per la sezione disciplina e democrazia interna di patito, in pratica una polizia politica interna.

Sempre l'ex segretario di Togliatti, Massimo Caprara, descrivendo in Aldo Lampredi un soggetto alquanto ombroso e silenzioso, che con il suo basco oramai scolorito, veniva a lavorare a Botteghe oscure, cercando sempre di farsi notare il meno possibile, accenna anche al vero ruolo sostenuto da Lampredi nel partito e rispetto alla sua designazione come esecutore di Mussolini:

<< La sua designazione costituì una soluzione strettamente Kominternista. Vero è che la Terza Internazionale, da cui il Komintern dipendeva, venne sciolta pubblicamente il 15 maggio 1943... ma è altrettanto vero che il nucleo d'acciaio del Komintern, composto da Dimitrov, Manuilskji, Torez, Kuusinen ed Ercoli Togliatti, resistette a lungo e fu raggruppato nel cosiddetto “Istituto 200” che costituì la nuova centrale operativa e dirigente (...)

L'operazione affidata a Lampredi fu considerata come un'operazione delicata, ma pur sempre di polizia e tale avrebbe dovuto rimanere, nei limiti circoscritti, con figuranti di secondo piano del livello di Audisio”( ...)  Perché  la  designazione di Lampredi fu mantenuta segreta? Chi conosce usi e costumi del Komintern non se ne può meravigliare>>.

Altre testimonianze comuniste, viceversa, descrivono in Aldo Lampredi un elemento alquanto fine e gentile e comunque del tutto inadatto al ruolo di “esecutore” e sparatore ed più che altro utilizzato dal partito in incarichi di natura diplomatica, specialmente nella Venezia Giulia e nei rapporti con la Jugoslavia .

Morì d'infarto durante una vacanza in Jugoslavia il 21 luglio del 1973 precedendo di pochi mesi (ottobre) la scomparsa di Walter Audisio.

La presenza di Lampredi a Bonzanigo la mattina del 28 aprile 1945

Dobbiamo ora fare una parentesi per considerare un importante aspetto cronologico nella morte di Mussolini.

Come oggi ben sappiamo, da vari riscontri balistici, rilievi sulle foto del vestiario dei cadaveri, in particolare un giaccone imperforato e quindi chiaramente messo indosso ad un cadavere (compreso uno stivale di Mussolini che aveva la chiusura lampo sconnessa all'altezza del tallone e quindi non poteva assolutamente consentire di camminarci per essere portati alla fucilazione) e soprattutto dalla testimonianza di Dorina Mazzola, al tempo diciannovenne abitante a Bonzanigo a poco più di cento metri da casa dei coniugi De Maria, luogo ove erano stati nascosti Mussolini e la Petacci, oltre alla confidenza di Savina Santi, vedova di Sandrino uno dei due guardiani armati in quella casa, Mussolini venne ucciso tra poco dopo le nove e poco prima delle 10 del 28 aprile, nel cortile sotto casa dei De Maria, mentre la Petacci venne uccisa intorno alle ore 12, proprio dietro casa della signora Mazzola. I cadaveri vennero poi nascosti per alcune ore nel garage dell'albergo Milano ubicato li vicino sulla via Albana.

Nel pomeriggio poi, intorno alle 16,10 ci fu la sceneggiata davanti al cancello di Villa Belmonte sulla via XXIV Maggio [5].

Stabilito questo, sappiamo anche, come la “storica versione” recita, che Walter Audisio e Aldo Lampredi, giunti a Como verso le 8,30, provenienti da Milano da dove erano partiti prima delle 7, si infilarono nella Prefettura dove subito Audisio fu alle prese con litigi e incomprensioni varie con i rappresentati del CLN locale che non volevano riconoscere la sua autorità (in pratica non volevano farsi sottrarre i preziosi e prestigiosi prigionieri di Dongo).

Fatto sta che Audisio si trattenne in Prefettura fin verso le 12,05, ora in cui disse partì per Dongo dove vi arrivò alle 14,10. Lampredi, invece se la squagliò alla chetichella con la scusa di andare a cercare in Federazione comunista di Como, aiuti per la loro missione alle prese con tutte quelle difficoltà.

In effetti però Lampredi non tornò più da Audisio, ma scomparve letteralmente per riapparire quasi in contemporanea, chi dice poco prima, chi dice poco dopo, con Audisio a Como arrivato per conto suo con il resto del plotone.

Purtroppo non è mai stato possibile, nella ridda di ricordi contraddittori, accertare esattamente a che ora di mattina del 28 aprile 1945 Aldo Lampredi se la svignò dalla Prefettura di Como, abbandonando Audisio ai suoi litigi con le autorità cielleniste locali, portandosi via il comandante della scorta Alfredo Mordini Riccardo, l'auto e l'autista di quella spedizione, Giuseppe Perotta.

Considerando l'incertezza della uscita di Lampredi dalla Prefettura di Como (alcune testimonianze indicano circa le 10, il Lampredi proprio nella sua Relazione, indicò le 11, ma considerando che a Lampredi poco potevano importare le controversie di Audisio in Prefettura, è probabile che sia venuto via quasi subito ovvero intorno alle 9), non sappiamo se egli potè arrivare a Bonzanigo in tempo per eseguire la uccisione del Duce, oppure vi arrivò a metà mattinata, a cose fatte, per organizzare e pianificare la sceneggiata pomeridiana. Comunque sia a Bonzanigo, distante circa 45 minuti di macchina (per quei tempi e a causa dei posti di blocco) da Como, Lampredi vi arrivò di certo [6].

Si deve tenere infatti presente che a Como, in federazione comunista dove ci sono i dirigenti Dante Gorreri Guglielmo, da poco rientrato dalla Svizzera e il suo sostituto Giovanni Aglietto Remo, vi erano arrivati tra poco prima delle 6 e poco prima delle 7, Michele Moretti Pietro e Luigi Canali Neri, reduci da aver lasciato Mussolini e la Petacci a Bonzanigo, i quali misero al corrente i dirigenti comunisti degli ultimi sviluppi della vicenda Mussolini.

A costoro venne detto che occorreva informare il partito a Milano ed attendere ordini.

Ma la storica versione ci racconta anche, incredibilmente, che il Moretti e il Canali, che conoscono l'indirizzo del nascondiglio del Duce e possono andarci senza farsi sparare addosso perché noti ai due guardiani, verrebbero fatti andar via per conto loro e senza alcuna disposizione.

Come non ritenere, invece, che i due partigiani vennero fatti attendere in Federazione l'arrivo di “qualcuno” che, a latere della missione di Audisio, si recasse a Bonzanigo e prendesse subito in mano la delicata situazione di Mussolini prigioniero in quella casa?

Devesi, infatti, considerare che la missione di Audisio venne predisposta anche in considerazione di varie esigenze politiche che implicavano il coinvolgimento, per le previste fucilazioni “in nome del popolo italiano, di tutte le componenti della Resistenza, al fine di operare unanimemente e giustificare verso gli Alleati il mancato rispetto della consegna del Duce come pur prevedevano gli accordi armistiziali firmati dal governo del Sud.

Un operato “giustizialista “quindi che doveva apparire collegiale ad uso della storia e per il Pci da far valere nelle future alchimie dei governi del dopoguerra.

Ne risultava quindi che la missione di Audisio, anche in considerazione delle località  dell'alto Lago dove erano detenuti i prigionieri, in mano ai comandi non tutti comunisti della 52° Brigata Garibaldi “ Luigi Clerici”. quella che li aveva catturati, contemplava tempi lunghi per attuare la prevista “giustizia ciellenista”.

E' chiaro quindi che Longo, contestualmente alla missione di Audisio, doveva anche aver predisposto un altro incarico, con altri elementi, partiti da Milano o trovati per telefono sul posto (Como e dintorni), affinché si recassero subito dove era nascosto il Duce, accompagnati ovviamente dai partigiani che ve lo avevano nascosto, per prendere in mano quella precaria situazione detentiva, tenerla sotto controllo nella massima sicurezza e se necessario fucilare immediatamente il  Duce o meglio, coordinarsi con la missione di Audisio in modo che questi, adempiuti i suoi impegni, potesse poi fucilare tutti i fascisti regolarmente in piazza (ma come sappiamo non andò così per l'imprevisto occorso in casa De Maria che rese Mussolini ferito e quindi intrasportabile e impresentabile per una normale pubblica fucilazione).

E tutto questo lo conferma il comportamento di Longo stesso a Milano, il quale una volta fatto partire Audisio e il suo plotone, oltretutto verso le 7 e quindi con comodo e senza informarlo, che Mussolini a Dongo non c'è più , [7] da quel momento sembra disinteressarsi del “problema” Mussolini e neppure dice ad Audisio, durante la telefonata di quest'ultimo dalla Prefettura al Comando generale a Milano delle 11, che Mussolini non è a Dongo.

Ma lo conferma anche l'atteggiamento di Pier Bellini delle Stelle Pedro, l'altro comandante che aveva tradotto e nascosto Mussolini a Bonzanigo e che, tornato a Dongo per le 8. si disinteressa della problematica prigionia della sua preda. Lo confermano infine proprio Moretti e Canali che, dicesi andati via dalla Federazione comunista, non si preoccuperebbero più del Duce.

Tutti costoro, se a Dongo per le 14,10 non fosse arrivato un esagitato Walter Audisio o colonnello Valerio, tra l'altro non gradito e inaspettato, a reclamare Mussolini, fino a che ora avrebbero continuato ad ignorare il problema Mussolini e i due guardiani abbandonati dalle 5 di mattina in quella casa?

E ovvio che questi racconti non sono credibili e che invece la “pratica” Mussolini era stata oramai chiusa al mattino con la sua morte.

Per quel che qui interessa, non è infine da escludere che questa “seconda e misteriosa missione”, risultata poi decisiva, fu in realtà un incarico affidato segretamente proprio a Lampredi, a latere della sua missione con l'ignaro Audisio. Ecco perché poi, a Como in Prefettura, Lampredi se ne andò alla chetichella e finì in Federazione comunista dove, guarda caso, c'era o c'erano già stati coloro (Canali e Moretti) che potevano portarlo sul posto dove era stato nascosto Mussolini.

La “Relazione riservata” di Lampredi

Entriamo ora nel merito di questa Relazione il cui particolare più eclatante, ma in effetti meno importante e mistificante è, come anticipato, quello che attesta un Mussolini che, al momento di essere fucilato, si apre il bavero del pastrano e grida “ Mirate al cuore!” [8].

Il revisionista Lampredi premette, ad un certo punto della sua introduzione alla Relazione, quasi a voler giustificare eventuali contraddizioni, quanto segue:

<<Mi limiterò a riferire i fatti essenziali e che più  mi interessano trascurandone molti di quelli resi noti da Audisio , anche se a loro proposito ci sarebbe assai da dire.

D'altra parte ho dimenticato molti particolari e non sarei in grado di ricostruire, con valida approssimazione, quello che ho fatto nei giorni della insurrezione a Milano. >>.

Quindi a latere della sua relazione aggiungerà:

<<Sento invece il bisogno di esprimere ampie riserve sul modo con cui si è proceduto alla pubblicazione degli articoli sull'Unità e sul loro contenuto ed inoltre sul fatto che io sia stato sempre escluso da tutto quanto riguardasse gli avvenimenti di Dongo... 

...Si sarebbe almeno evitato di rappresentare la mia assenza dalla Prefettura come strana e sospetta: si sarebbe potuto fornire una spiegazione plausibile alla mia presenza nella spedizione, che appare invece non giustificata a nessun titolo...>>.

La partenza da Milano e l'arrivo di Audisio e Lampredi a Como

Nel complesso Lampredi cercherà di fornire giustificazioni a posteriori lamentandosi che a suo tempo il partito non lo fece [9]:

<<Quello che ricordo è che, nella serata di venerdì 27 aprile, per motivi di lavoro sono rientrato a Palazzo Brera (sede del Comando generale, n.d.r) ad un ora abbastanza tarda, e che Audisio mi ha detto della missione che dovevamo compiere in quanto Longo aveva deciso che vi partecipasi anch'io... La mattina del 28 quando siamo andati in viale Romagna a prelevare il reparto partigiano che doveva accompagnarci (circa 12 elementi più due comandanti, n.d.r.) ho avuto la lieta sorpresa di trovare al comando del reparto stesso, il compagno Riccardo Mordini ...

Siamo arrivati a Como poco dopo le otto e siamo andati in Prefettura...

Malgrado l'autorità ufficiale che Audisio cercava di far valere onde ottenere un camion e l'aiuto per arrivare ai gerarchi catturati, il tempo passava senza giungere ad una conclusione.

Fu allora che mi resi conto che per superare le difficoltà  che stavamo incontrando in Prefettura e quelle che avremmo incontrato a Dongo, abbisognava l'aiuto del partito .

Intanto era necessario che almeno il nostro rappresentante nel CLN facilitasse il nostro compito e cessasse di solidarizzare in pieno con gli altri membri. Non ricordo come individuai il nostro compagno, prof. Renato Scionti, ma appena mi fu noto lo invitai a venire in Federazione per discutere la questione.

Mi pare di essere andato via dalla Prefettura verso le 11 quando Valerio cercava di telefonare a Longo a Milano ...

( Quindi tanta era la fretta, poi sparita! che non gli interessò neppure sapere cosa poteva dire o ordinare Longo! N.d.A .).

Giunto in Federazione incontrai il compagno Mario Ferro che mi conosceva  bene....  (a quanto sembra non ha avuto problemi per farsi riconoscere ed accettare. N.d.A..)>>.

Mario Ferro anni dopo racconterà: 

<< Stavo salendo le scale della ‘Casa del Popolo' per andare a salutare i dirigenti della Federazione comunista quando incontrai, mentre stava scendendo, Aldo Lampredi ‘Guido' il caro compagno dell'esilio in Francia. Ci abbracciammo.... ( Più oltre aggiungerà) ... Aldo Lampredi era un uomo longilineo, piuttosto magro, che portava gli occhiali e vestiva un impermeabile>>.

Riprendiamo dalla Relazione di Lampredi:

<<Ferro mi garantì a Dante Gorreri che stava riprendendo in mano la Federazione e a Giovanni Aglietto che ne era stato dirigente durante la sua assenza.

Discutemmo più di quanto avessi previsto (excusatio non petita, n.d.r.) perché, in certa misura i compagni erano stati influenzati dal programma elaborato dal CLN, ma alla fine, riconobbero la giustezza della posizione del partito e fu discusso il modo migliore per superare gli ostacoli....

Qui venimmo a conoscenza che il commissario della Brigata, Michele Moretti, un bravo compagno, tra l'altro sapeva dove erano stati trasportati in nottata Mussolini e la Petacci e che lo sapeva anche Neri, Luigi Canali, capo di stato maggiore della Brigata, perché l'aveva indicato lui. Costoro infatti la mattina presto, erano venuti in Federazione (vecchia sede) per informare di questo e chiedere istruzioni, che non furono date perché si disse che occorreva sentire Milano>>.

(Il Lampredi non si accorge neppure della assurdità di quanto va dicendo e da cui si dovrebbe dedurre che quando dopo le 12 loro partirono da Como, il PCI a Milano non era ancora stato informato delle importantissime notizie su Mussolini! In una sua testimonianza Giovanni Aglietto, per giustificare questa assurdità, ne aggiunge un altra, affermando:

 << decidemmo di aspettare qualche ora prima di prendere una decisione perché volevamo sapere il parere di Milano>>. Ma addirittura, dalle ore 6 o 7 di mattina e fino a tutta la permanenza di Lampredi in Federazione, non avevano fatto nulla!).

Andiamo avanti con la “ Relazione” di Lampredi:

<<... a conclusione della discussione fu deciso che Giovanni Aglietto sarebbe venuto con me per presentarmi e garantirmi a Moretti... a noi si aggiunse Mario Ferro e quindi nella macchina dovemmo trovarci in cinque: io, Mordini, Aglietto, Ferro e l'autista. Non ricordo se passammo dalla Prefettura, oppure se sapemmo per telefono che Audisio era già partito >> .

Un primo commento riassuntivo

Da questo racconto e da queste cronache, dobbiamo evidenziare almeno due cose:

primo , il poco credibile orario delle 11, indicato da Lampredi, come uscita alla chetichella dalla Prefettura (la stessa Unità del novembre '45 aveva genericamente indicato un ora prima), ed il fatto che, in un modo o nell'altro, egli non torna a risolvere i problemi di Valerio, motivo da lui addotto per svicolare verso la federazione del partito.

secondo , è poco credibile che Moretti e Canali, arrivati la mattina presto in Federazione comunista non abbiano rivelato ai dirigenti anche il luogo dove era nascosto Mussolini (tra l'altro a conoscenza del Pier Bellini delle Stelle, non comunista, e dei due autisti del trasporto notturno lasciati poi andare per conto loro).

Qui nella Relazione si dice infatti che, da Como, dovevano sentire Milano : ebbene cosa dissero e cosa avevano immediatamente ordinato da Milano ? Non verrà mai detto.

E come non pensare che Moretti e Canali, dovevano essere stati invitati a rimanere a disposizione, lì nei pressi, perché i soli in grado di arrivare ed entrare in quella casa di Bonzanigo in quanto conosciuti dai due guardiani armati ? 

Se così  non fosse si dovrebbe pensare che il partito a Milano, avuta la urgente e preziosa informazione, non faccia niente, non dia ordini, e come sappiamo non informi neppure Audisio qualche ora dopo, alle 11, nella sua telefonata al Comando generale! [10]

Nè si può pensare che forse il partito abbia almeno spedito Moretti a Dongo in attesa dell'arrivo della spedizione di Valerio, perché allora sarebbe logico che Moretti venga invitato ad attendere Valerio a Como, visto che questi vi deve arrivare intorno alle ore 8 e, del resto, Moretti dalle sue testimonianze, fa trasparire chiaramente che nulla sapeva (come nulla sapevano tutti gli altri a Dongo) dell'arrivo del plotone di Valerio (addirittura in un primo momento scambiati per fascisti) , e ora qui, Lampredi dice che in federazione comunista “ discutemmo più di quanto previsto”, per riconoscere la giustezza della posizione del partito, attestando indirettamente che il partito a Como fino a mezzogiorno non aveva avuto disposizioni!  E' tutto irreale.

Si osservi poi il comportamento di Longo:  la sera e la notte del giorno precedente, il 27, tutto teso ad organizzare l'uccisione sbrigativa di Mussolini; poi di lui si sa poco e nulla e quindi, partito Valerio al mattino presto, se ne perdono le tracce. Sembra sparito, chi dice che starà al Comando del CVL, chi che poi andrà agli stabilimenti dell'ex Il Popolo d'Italia dove deve preparare le edizioni dell' Unità;

Audisio dirà  di averci parlato alle ore 11 per telefono quando lo chiamò al Comando (e la cosa, pur confermata da Longo stesso, è da alcuni messa in dubbio), ma comunque non abbiamo attestazioni che si danni l'anima e si affaccendi per sapere dove è stato portato il Duce, informarne Valerio ed essere sicuro della sua immediata eliminazione, come sarebbe logico e naturale che fosse . Longo se ne va invece, placido e tranquillo verso le 14 incontro a Moscatelli arrivato a Milano con le sue Divisioni della Valsesia e poi intorno alle 16 terrà un comizio in piazza Duomo: eppure, dalle 11 non aveva più notizie di Audisio!

Ma vi pare che se  Longo e il partito, la mattina del 28 aprile non avevano la certezza di sapere dove e con chi si trovava il Duce ed essere certi che non succedessero colpi di mano o imprevisti che lo potessero sottrarre alla morte, non avremmo avuto riscontri dei loro atti e del loro agitarsi in proposito?

Ed allora, come mai la “ storica versione” ci vuol far credere che il non aver dato disposizioni ed informazioni precise a Valerio, nè alla partenza da Milano, nè per telefono alle 11, ma lasciatolo andare semplicemente a Dongo dove il Duce non c'è, via Como, sia un fatto normale ?

Eppure secondo questa storica versione , quella di Valerio doveva essere l'unica ed autorizzata spedizione inviata a fucilare il Duce!

E' mai possibile che Longo e il Pci, ancora la mattina del 28 aprile, non sapevano dove era finito Mussolini e quindi, corrano il rischio di farselo soffiare via o che altro, e restino così tranquilli?

Eppure è  proprio quanto traspare dalle cronache tramandateci per quelle ore.

Ma inoltre, è credibile che Lampredi parte da Como con gli altri dirigenti della federazione comunista e va diritto a Dongo senza deviare per Azzano, che è sulla strada (circa a metà strada) e dove, in base a quanto appena osservato e dedotto, avrebbero invece dovuto essere a conoscenza che li, dietro Azzano, c'è nascosto il Duce ?    

Nulla di tutto questo è credibile, e per rendersi bene conto della assurdità di tutta questa “ storica versione” così come è stata narrata, vediamo meglio anche quello che accadde in prima mattinata al comandante Pier Bellini delle Stelle, a Michele Moretti e Luigi Canali (con questi c'era anche Giuseppina Tuissi Gianna ) tutti reduci dall'aver nascosto Mussolini nella casa dei De Maria a Bonzanigo e tranne il Bellini, che filò a Dongo, arrivati in federazione comunista di Como, diciamo, per essere possibilisti, tra le 5,30 e le 7.

L'allegra attesa: lo spensierato Pedro il Bellini sparisce di scena

Il Pedro Pier Luigi Bellini delle Stelle, uscito al mattino con gli altri partigiani, da casa dei De Maria dove ha lasciato in custodia Mussolini e la Petacci, circa alle 5 (ma sono anche possibili altri orari come le 4 o poco più delle 5) questo pomposo comandante, fino a poche ore prima orgoglioso e geloso artefice della vicenda di Mussolini, sparisce di scena. Sembra che passi per Como, poi  intorno alle 8 incontri Bill Urbano Lazzaro (vice commissario politico della 52 a Brigata) a Dongo, il quale gli restituisce il comando che aveva preso in consegna durante la sua assenza notturna.

Da questo momento in poi, di lui non si sa più nulla, fino a quando un inaspettato colonnello Valerio , dopo le 14,10 non lo butta giù dal suo ufficio e lo fa venire in piazza a conferire.

Non risulta che avvisi il comando del CVL a Milano o Sardagna del CVL a Como degli ultimi cambiamenti notturni, che relazioni a qualcuno sul nascondiglio di Mussolini. Niente. Pare che si dedichi a incombenze del momento, faccia qualche misteriosa telefonata e poco altro. Sembra come se per lui, la pratica Mussolini fosse oramai chiusa. Di fatto sparisce di scena per tutta la mattinata da quegli eventi.

L'allegra attesa: lo spensierato Moretti Pietro

La favoletta resistenziale recita che, dopo il resoconto delle 7 dei fatti notturni in Federazione comunista, Moretti se ne va a Dongo, ma passerebbe prima da Tavernola dove sono mesi che non si fa vedere dai genitori e non vede il figlio ed è anche qualche giorno che non vede la moglie Teresina Tettamanti  (in  pratica sparisce di scena, allegro e spensierato in un bel quadretto familiare).  Egli racconta che passando di strada per Azzano ebbe la forte sensazione di fermarsi alla casa dei De Maria, ma temendo di dare nell'occhio desistette e proseguì per Dongo dove la sua presenza era necessaria. Questo è tutto.

L'allegra attesa: gli indaffarati Canali Neri e Tuissi la Gianna

Neri e Gianna, invece, sembra che se vanno con Remo Mentasti, Andrea, il valigiaio di piazza S. Fedele, amico del Neri e noto punto di appoggio per i comunisti in clandestinità e con lui si portano tutti dal neo sindaco comunista di Como, tale Armando Marnini al quale, si dice, gli chiederebbero di andare a Dongo a presiedere uno speciale tribunale del popolo per giudicare Mussolini e gli altri (ma questi non se la sentirebbe).

Altra versione invece dice che il Neri uscito dalla Federazione comunista disse di recarsi in Prefettura dove si sapeva che era in corso una riunione del CLN provinciale presenti Virginio Bertinelli, Luigi David Grassi, Armando Marnini, Oscar Sforni, ecc.

Quindi il Neri , sul cui capo dovrebbe sempre pendere una condanna a morte per tradimento da parte del partito e del Comando Generale delle Brigate Garibaldi, che sembra al momento sospesa, ma non revocata, passa prima in Prefettura (ma non è accertato). dove sta arrivando Audisio con il suo plotone e poi andrà in giornata a salutare la mamma Maddalena Zannoni (e questa confermerà il  particolare) in via Zezio. Ma stranamente non incontra nessuno, eppure gli uomini del plotone di Audisio non sono di certo dei fantasmi che passano inosservati.

In ogni caso il Canali arriverà poi a Dongo, intorno alle ore 14, poco prima di Valerio. A Dongo vi arrivò in auto con Remo Mentasti, Nino Corti e Dante Cerruti, e dovremmo dedurre anche lui tranquillo e sicuro circa la messa in custodia del Duce nel nascondiglio di Bonzanigo!

Il colonnello Valerio e Lampredi arrivano a Dongo

  Riprendiamo con la Relazione riservata di Lampredi:

<<Allora prendemmo la strada per Dongo e durante il viaggio fummo fermati alcune volte da posti di blocco partigiani che ci fecero perdere abbastanza tempo. Arrivammo a Dongo quando Audisio era già sul posto . L'incontro avvenne sulla piazza e fu burrascoso...>> .

Varie testimonianze attestano di un diverbio tra Valerio e Guido appena ritrovatisi: c'è chi dice che fu a causa del fatto che Lampredi informò Valerio che Mussolini era stato già ammazzato, altri che invece fu per via della sparizione di Guido dalla Prefettura, altri ancora che Lampredi gli disse, solo ora, che doveva fucilare i prigionieri e non portarli vivi a Milano.

Il maggiore De Angelis, che dicesi presente, ricorda che almeno intese queste aspre parole di Valerio : “ Tu a me questi scherzi non li devi fare!”.

Ma quel che lascia stupiti è anche il fatto che se tutto fosse andato come la “storica versione” racconta, dovremmo credere che Audisio e Lampredi, ciascuno con il suo gruppo, transitarono a poca distanza l'uno dall'altra, sulla via Regina, una lunga fettuccia da Como a Dongo di circa una cinquantina di chilometri, piena di posti di blocco partigiani, che a quanto sembra fecero perdere molto tempo ai viaggiatori, ma non certo di traffico, e questi arrivarono a Dongo anche qui a poca distanza di tempo, gli uni dagli altri, senza che uno dei due gruppi,  Audisio con un camion, un  plotone di partigiani e alcuni esponenti del CLN di Como e Lampredi e Mordini in un auto con alcuni esponenti comunisti conosciuti in zona (Mario Ferro e Giovanni Aglietto) sia stato informato del transito dell'altro. Un altro aspetto irreale che dimostra come quelle cronache non sono veritiere.

Per completare il quadro di quegli avvenimenti è anche utile leggere alcune testimonianze di Michele Moretti Pietro :

<<Lampredi è arrivato a Dongo per conto suo poco prima di Valerio, ma con lui non ho avuto alcun diverbio.... Fu incaricato Mario Ferro di accompagnare Lampredi a Dongo e di presentarmelo .... Senonchè arrivato a Dongo Ferro tardò a presentarmi Lampredi e le cose andarono per le lunghe (veramente strana questa perdita di tempo nell'informare Moretti con l'urgenza che doveva esserci, N. d. A .) >> .

Sempre sull'arrivo di Valerio a Dongo circa alle 14,10 con il suo plotone che destava il sospetto di fascisti travestiti il Michele Moretti Pietro ricorda:

<<Chiesi a Pedro se conoscesse quella gente armata e così ben equipaggiata ed egli mi rispose che erano appena arrivati da Milano ed avevano presentato un ordine scritto.

Mi allontanai allora passando tra la gente che affollava il cortile e mi imbattei in Remo (Aglietto) che avevo conosciuto appena in mattinata a Como presso la Federazione del PCI. Lo presi in disparte chiedendogli cosa facessero e se conosceva quei nuovi arrivati.

Egli non si pronunciò apertamente, solo, a seguito delle mie insistenze, disse:'Lascia fare Pietro! Mi tranquillizzai ed informai della faccenda Neri, che era appena ritornato da Como, assieme a Nino Corti, con Remo Mentasti e Cerrutti Dante, per cui il timore dei fascisti finì lì. Remo poi mi presentò a Lampredi, mentre Valerio mi pregò di chiamare Pedro>>.

Si evince, se pur ce ne fosse bisogno, che Audisio non era atteso e quindi c'è da chiedersi, se questi non fosse giunto a Dongo, fin quando il comandante Bellini Pedro, il Canali Neri e il Moretti Pietro stesso, tutti allegramente spensierati in quel di Dongo, si sarebbero dimenticati di Mussolini e dei due partigiani di guardia lasciati all'alba in casa De Maria, dove potevano essere stati notati o potevano essere incorsi imprevisti di varia natura?

Anche questa è un altra indiretta dimostrazione che Mussolini era stato già ucciso al mattino, ma lo vedremo meglio poco più avanti.

Proseguiamo con Lampredi:

<< Mi pare che Aglietto mi presentò a Moretti prima della riunione che Audisio ed io facemmo con Pedro (Pier Bellini) comandate della brigata per informarlo della nostra missione e per esaminare la lista dei gerarchi catturati.

A Moretti parlai a nome del partito sullo scopo della nostra presenza a Dongo ed in particolare sul modo di raggiungere il posto dove si trovava Mussolini, ottenendo da lui l'assicurazione che ci avrebbe accompagnati a destinazione. Successivamente fui presentato a “Neri” ed anche a lui dissi del nostro compito, senza far cenno agli accordi presi con Moretti per la fine di Mussolini e questo perché mi era stato detto che su  Neri vi erano delle forti riserve circa il suo comportamento durante un arresto.

Alla riunione dove furono scelti i gerarchi da fucilare, partecipò  in un primo momento il solo Pedro, poi Moretti e Bill (Lazzaro)>>.

La sottile ricostruzione di Lampredi, lasciando intendere una partenza per Dongo successiva a quella di Valerio risolve l'incongruenza di esserci arrivato dopo di questi e quella ancora più grave di non essere tornato da lui o non averlo informato di quanto fatto e appreso in federazione comunista. 

Peccato che tale escamotage non sia ugualmente plausibile per il fatto che bisognerebbe credere, a sentire lui, ad una sua assurda permanenza in Prefettura di quasi 3 ore! (cioè da poco dopo le 8 e fino alle 11) e poi di circa un altra ora e mezza in Federazione comunista (diciamo fin verso le 12,30 ?) quando Valerio era già partito, e quest'altra permanenza per non certo complicate presentazioni ai compagni (tra cui c'è Mario Ferro che lo conosce bene) e sbrigative richieste di informazioni e di aiuto!

Oltretutto, stando anche al suo stesso racconto, che attesta che alle 7 in federazione  comunista  avevano detto a Moretti che bisognava sentire Milano, avrebbe pur dovuto trovare a quell'ora (dopo le 11), cioè dopo circa 4 ore dalle 7 del mattino, precise disposizioni da Milano!  [11].

Ed invece no, nessuno sa niente, vanno tutti verso la Mecca , cioè a Dongo dove ci sono appunto gli informatissimi Moretti e il Canali!  Ma chi lo può credere?

Arrivati a Dongo, come sappiamo, ci fu il ricongiungimento burrascoso tra Valerio e Guido, quindi una riunione segreta con Pedro il Pier Bellini delle Stelle, Audisio e Lampredi a porte chiuse. Nel frattempo Pietro il Moretti si tranquillizza perché Aglietto gli fa capire che questi strani e nuovi arrivati sono dei loro; poi la riunione generale con tutto il comando della 52 a , ecc.  Infine si andò a far visita ai prigionieri ivi detenuti.

Piero Orfeo Landini, uno dei comandanti del plotone dell'Oltrepò giunto con Valerio , ricorda i momenti della visita ai prigionieri: 

<<Alcuni dei prigionieri apparivano alquanto depressi, altri meno, e tra questi Pavolini che aveva un braccio al collo, evidentemente ferito. Ci domandammo dove fosse stato portato Mussolini: non sapevamo ancora che era stato trasferito a Bonzanigo>>.

Un ultima rivelazione fa Guido nella sua Relazione a proposito della decisione di fucilare i gerarchi e la Petacci, palesando quindi di conoscere lo scopo omicida della missione:

<<L'importante era adempiere all'incarico ricevuto e le formalità non mi interessavano. Comunque è un fatto che il comando delle brigate approvò la lista dei gerarchi da giudicare (eufemismo per “ ammazzare!” N. d. A.) e dette il suo contribuito alla realizzazione dell'esecuzione” (si riferisce a Pedro, il Bellini, e gli altri del comando Brigata, per il quale intende che pur non condividendo tutte le condanne a morte, finirono per accettarle, n.d.r).

...E' un fatto che l'esecuzione di Mussolini e della Petacci fu eseguita a sua insaputa... (aggiunge, infatti, che Pedro credeva ad una fucilazione di tutti insieme i condannati)   come per la fucilazione dei due fu decisiva la partecipazione di Moretti ottenuta soltanto in nome del partito”...  Bisogna riconoscere che le decisioni prese a Milano e cioè: un incarico ufficiale dato ad Audisio e un compito di partito affidato a me, furono giuste e che si deve alla combinazione degli atti compiuti da una parte e dall'altra se il compito affidatoci fu portato a buon fine. Dopo la riunione col Comando della 52ma Brigata, mentre Pedro provvedeva a trasportare a Dongo i gerarchi che erano altrove, stabilimmo di procedere alla fucilazione di Mussolini e della Petacci>>.

Come vedesi, Lampredi, al pari della prima relazione dell'Unità! del 30 aprile 1945 che aveva fatto chiaramente capire la volontarietà di uccidere la Petacci (poi invece nelle successive Relazioni si fece capire che la Petacci era morta perché si era agitata vicino a Mussolini, non spiegando però perché era stata portata sul luogo dell'esecuzione), confermando indirettamente alcune testimonianze, soprattutto quella di Bill Urbano Lazzaro, le quali raccontano quanto segue:

Valerio , arrivato a Dongo e fattasi consegnare la lista con i 31 più importanti prigionieri, prese ad apporvi delle crocette indicando le condanne a morte.

Incredibilmente dopo aver pronunciato il nome di Mussolini, scandì quello della Petacci, che oltretutto neppure era in quella lista, sollevando le rimostranze, soprattutto di Pedro il Bellini, per questa inaspettata condanna a morte di una donna, tutto sommato incolpevole. Si racconta che Valerio , imprecando, strillò che già era stata condannata e impose rabbiosamente la sua decisione. Seguirono poi altre “condanne a morte” del tutto gratuite e cervellotiche, come per esempio quella di Mario Nudi o di Pietro Calistri, ma non ci fu nulla da fare, nonostante le obiezioni, Valerio impose di passarli per armi.

Ora questo aneddoto, però mai ammesso dalle fonti e testimonianze di ex comunisti, se fosse vero dimostrerebbe, senza ombra di dubbio, che Valerio sapeva benissimo che Claretta Petacci era già morta e quindi andava messa nella lista in previsione della sceneggiata delle 16,10 a Villa Belmonte (evidentemente l'aveva appreso all'incontro di poco prima con Lampredi sulla piazza).

Ebbene la frase di Lampredi nella sua Relazione ( “stabilimmo di procedere alla fucilazione di Mussolini e la Petacci” ) sembra confermare i ricordi di Bill il Lazzaro (in altre circostanze molto poco attendibile) appena riportati.

Ma la subdola e tardiva Relazione di Lampredi contiene anche un altro particolare che ne dimostra tutta la sua inattendibilità laddove, evidentemente per sollevare il PCI dal peso dello scempio di Piazzale Loreto, ad un certo punto il Lampredi scrive:

<<...andammo a scaricare i cadaveri dei gerarchi a Piazzale Loreto. La decisione di metterli in quel posto fu presa durante il viaggio di ritorno e mi pare proprio su mio suggerimento.

Di sicuro è che quando partimmo da Milano questo problema non ci venne posto, nè ci pensammo.  .... mi recai in ufficio e telefonai a Longo che era nell'ex tipografia del Popolo d'Italia dove si stampava l'Unità e altri giornali antifascisti.... quando gli dissi di Piazzale Loreto dove erano stati fucilati i 15 partigiani, espresse disappunto ritenendo che avessimo profanato il luogo...>>.

Peccato che Audisio invece ebbe a scrivere di avere avuto, per Piazzale Loreto, ordini dal Comando Generale. Questa storiella escogitata da Lampredi è comunque ugualmente inverosimile. Infatti, non solo egli usa, qui come in altre parti, il dubitativo mi pare , rendendosi evidentemente conto della improponibilità di quanto dice, ma è assurdo che si possa essere partiti da Dongo, con un grosso camion carico di cadaveri (tra l'altro disperatamente ricercato all'andata), senza sapere dove andarli a scaricare, quando poi in Piazzale Loreto tutto era già pronto (cineoperatori americani) per riprendere lo scempio!

Secondo commento riassuntivo

La “ storica versione ” recita che il colonnello Valerio e Aldo Lampredi Guido Conti , arrivati a Dongo intorno alle 14,l0 separatamente e inaspettati, e finalmente impostisi d'autorità ai comandi partigiani locali, poco dopo le 15 di quel sabato 28 aprile 1945 si prepararono ad andare a fucilare Mussolini e la Petacci che erano custoditi in casa dei contadini De Maria. Con loro venne deciso che ci sarebbe andato anche Michele Moretti Pietro Gatti. Fatto sta che requisiti sulla piazza di Dongo un auto (una 1100 nera con guida a destra) ed uno sconosciuto autista (tal Giovanbattista Geninazza a disposizione del comando della 52° Brigata sembra dal giorno precedente), si diressero verso Azzano, passarono per Giulino e la via XXIV Maggio e arrivarono a Bonzanigo per compiere la loro giustizia in nome del popolo italiano [12] .

Tenendo inoltre conto che Mussolini e la Petacci erano stati rinchiusi in quella casa da circa le 5 del mattino ed ivi abbandonati assieme ai due partigiani “carcerieri” (il giovane Guglielmo Cantoni Sandrino e Giuseppe Frangi Lino ) ne viene fuori un quadro letteralmente assurdo.

Non è  infatti assolutamente credibile,  che Lino il Frangi e Sandrino il Cantoni , due giovani  partigiani stanchissimi, che praticamente non dormono da oltre due giorni, siano stati lasciati tranquillamente soli nella casa con i prigionieri, senza un cambio o un controllo, per più di 11 ore filate e se non arriva a Dongo l'inaspettato  Valerio chissà fino a quando!

- Eppure poteva esserci il pericolo che l'arrivo a casa De Maria fosse stato notato dai paesani o poteva esser confidato a qualcuno dai due contadini propagandosi la voce;

- bisognava pur mettere in conto, anche se era molto  improbabile, un tentativo di qualche gruppetto fascista sbandato ed in armi;

- c'era il pericolo dell'arrivo di qualche  spedizione di servizi o emissari stranieri, che avevano molte basi nei dintorni, scatenati sulle tracce del Duce che volevano prelevare o uccidere;  

- oppure, anche se improbabile, non c'era neppure la garanzia che Mussolini poteva, con qualche grossa promessa, vera o falsa che fosse, corrompere i giovani carcerieri;  

- o meglio ancora, che si potesse verificare un tentativo di ribellione o addirittura di suicidio dei prigionieri con risvolti cruenti e imprevedibili; 

e comunque tanti altri imprevisti ancora che sarebbero stati incontrollabili da Dongo e che partigiani con una certa esperienza come Pedro il Bellini , Neri il Canali e Pietro il Moretti, quali responsabili dell'impresa, non potevano non mettere in conto e temere.

Ma ancor più  è impossibile  che con questo super ricercato prigioniero, i partigiani che lo hanno portato a casa De Maria, possano ciecamente fidarsi tra loro!

Intanto ci sono i due autisti Edoardo Leoni e Dante Mastalli che pur lasciati con l'imposizione del silenzio, non si può avere la certezza che, a lungo andare,  confidandosi con qualcuno non facciano la frittata ;  ci sono poi:

Pedro (Bellini) che non è comunista ed ha, sì operato in sintonia con gli altri, ma è pur sempre in contatto e dipende da ambienti e forze non comuniste ed addirittura si dice che, durante la notte, doveva mettere in pratica un tentativo di consegna dei prigionieri al CLNAI - CVL, a Moltrasio; a chi deve dar di conto costui?

Non potrebbe rivelare la prigione e far venire a prelevare i prigionieri?

E lui stesso come può fidarsi dei comunisti che, in quel momento i più  efficienti, potrebbero arrivare ed imporre le loro decisioni? 

Pietro (Moretti), che è invece un comunista ligio agli ordini di partito, come può garantire al partito e a lui stesso che gli altri non gli soffino il Duce? 

Neri (Canali), con la sua amante la Gianna, (Tuissi) è un altro comunista, però atipico, sul quale pende addirittura una condanna a morte e nei mesi precedenti gli è stato fatto il vuoto attorno; come ci si può fidare che ora non operi da indipendente appunto o peggio  per conto di qualche servizio straniero?

E tutti costoro, all'alba del 28 aprile, si lasciano ognuno per conto loro sulla reciproca e cieca fiducia ?! Impossibile. Neppure dei dirigenti partigiani, comunisti o non comunisti che siano, inesperti e da operetta, avrebbe potuto agire in questo modo!

Pedro , che conosce il luogo di prigionia di Mussolini (tra l'altro a lui fino allora sconosciuto), se ne sta affaccendato a Dongo per tutto il giorno e neppure comunica a Milano il sopraggiunto cambiamento di programma attuato nella notte precedente; 

Neri e Pietro dopo essere passati e aver riferito alla Federazione comunista di Como, non si sa bene cosa fanno (anzi Moretti è tanto tranquillo che dice di essere andato a trovare moglie e figlio a Tavernola, mentre il Canali gironzola ancora un pò per Como), ma comunque non tornano a Bonzanigo a controllare, né ci mandano qualcuno, magari per un cambio ai due guardiani.

Considerando l'importanza e la delicatezza dell'impresa, con Mussolini super ricercato da tutti, ci troviamo alle prese con  un quadro irreale e assurdo soprattutto in quello che in quei resoconti avrebbe dovuto esserci e non c'è: da Milano nè il PCI, nè il Cvl chiede notizie o da ordini ai comandi della 52 a Brigata a Dongo in merito alla situazione di Mussolini; da Como la federazione comunista dice intorno alle 7 di dover informare il partito a Milano, ma non fa più nulla; a Dongo il Bellini Pedro non informa i suoi superiori, non chiede e non da ordini (se invece lo avesse fatto, non si spiegherebbe il silenzio del CVL). E Mussolini è abbandonato così, alla carlona, in casa dei De Maria.

Anche per questo è quindi evidente che la “pratica” Mussolini era stata chiusa al mattino!

La fucilazione di Mussolini e la Petacci

Ed arriviamo così agli eventi della fucilazione narrati da Lampredi nella sua relazione:

<<Partimmo, Audisio io e Moretti, con una macchina e l'autista requisiti sul posto.

Arrivammo alla casa De Maria, salimmo le scale e davanti alla porta della stanza dove stavano  Mussolini e la Petacci  trovammo di guardia i due partigiani Lino e Sandrino.

Entrammo e ricordo con grande vivezza che alla mia destra, vicino alla porta, in piedi, stava Mussolini mentre la Petacci era distesa sul letto.

Debbo dire che da quel momento,  i miei occhi,  tutte le mie facoltà,  furono concentrate su Mussolini.   Rimasi profondamente colpito  dall'aspetto miserevole che egli presentava. Forse ero ancora influenzato dall'immagine apologetica fattane dalla propaganda fascista e mi aspettavo di trovare un uomo vigoroso, energico, invece avevo davanti a me un vecchietto bianco di capelli, basso di statura, con un'aria svanita.

Teneva gli avambracci leggermente alzati e in ciascuna mano aveva un ascuccio di occhiali che immediatamente gli presi: non so nemmeno perché, (li consegnai poi al Comando Generale). La mia attenzione concentrata su di lui, non mi ha consentito di seguire tutto quello che accadeva d'intorno.

Ricordo il riferimento alle mutandine della Petacci, ma non ho sentito le parole che Audisio dice di aver detto a Mussolini e la risposta di Lui. D'altra parte non vedo che bisogno c'era di tranquillizzare Mussolini che, in ogni evenienza, poteva esser finito sul posto; come pure non vedo quali promesse egli poteva fare nelle condizioni in cui si trovava.

Scendemmo a piedi fino alla macchina (questo riferimento è palesemente falso, perché per raggiungere la macchina, lasciata verso la piazzetta del Lavatoio, provenendo da casa dei De Maria, si doveva salire, non scendere! N. d. A.) vi facemmo salire i prigionieri, ed io presi posto vicino all'autista. Audisio si pose sul parafango anteriore e forse, Moretti sull'altro.

Il tragitto era breve e presto arrivammo al cancello della Villa Belmonte dove avevamo stabilito di procedere all'esecuzione.

Mentre Audisio si accertava che non ci fossero persone in vista e forse, aspettando l'arrivo di Lino e Sandrino, che invece arrivarono dopo la fucilazione, io mi avvicinai alla portiera dalla parte dove sedeva Mussolini, mi chinai verso di lui e gli dissi alcune frasi il cui senso era questo: ‘chi avrebbe detto che tu, tanto hai perseguitato i comunisti, avresti dovuto regolare i conti con loro?'.

Mussolini non disse nulla, la Petacci mi rivolse un lungo sguardo interrogativo al quale essa deve aver trovato fredda risposta nei miei occhi.

Mussolini e la Petacci furono fatti scendere dalla macchina e fatti mettere al muro, vicino al cancello. Lei alla destra di lui.

Audisio non lesse alcuna sentenza, forse disse qualche parola, ma non ne sono sicuro.

Puntò  il mitra, ma l'arma non funzionò. Io che stavo alla sua destra, presi la pistola che avevo nella tasca del soprabito, premetti il grilletto, ma inutilmente: la pistola si era inceppata.

Allora chiamammo Moretti, che si trovava alla nostra sinistra, verso la piazza col lavatoio, Audisio prese il suo mitra e sparò ad ambedue.

Tutto questo avvenne in brevissimo tempo: uno due minuti durante i quali Mussolini restò immobile, inebetito, mentre la Petacci gridava che non potevamo fucilarlo e si agitava vicino a lui quasi volesse proteggerlo con la sua persona.

Fu forse il comportamento della donna, così in contrasto con il proprio, che all'ultimo momento spinse Mussolini ad avere un sussulto, a raddrizzarsi, e sgranando gli occhi ed aprendo il bavero del pastrano, ad esclamare: “Mirate al cuore!” >>.

A questo punto Lampredi affronta il problema della uccisione della Petacci, rievocandone negativamente il ruolo avuto in passato dalla donna. Un tentativo di giustificare questo delitto con il particolare momento storico. Di fatto, smentisce tutti i marchingegni di Audisio, riportati nelle sue versioni (tranne la prima ), per far credere all'uccisione accidentale della Petacci. Dice anche espressamente: 

<<Tra me e Audisio non ci fu discussione a proposito della Petacci tanto normale ci parve dovesse seguire la sorte di Mussolini> >.

Nel complesso, come si vede,  una ricostruzione della fucilazione meno impasticciata di quella di Audisio, ma che oggi non trova riscontro in testimonianze credibili, alcuni rilievi tanatologici e balistici ragionevolmente concreti, ed alcuni elementi oggettivi (da noi spesso dettagliati su queste pagine), tutti particolari che attestano, senza ombra di dubbio, che il Duce e la Petacci erano invece già stati uccisi al mattino.

Dopo aver scritto la sua stupidaggine, già riportata, su la decisione di scaricare i cadaveri in piazzale Loreto, Lampredi conclude la sua relazione con questo “ p.s. ” che deve ritenersi di notevole importanza:

<< Non ho parlato con nessuno del gesto finale di Mussolini (il “mirate al cuore!” n.d.r.) e questo è l'unico scritto che lo riferisce. Non né scriverò, né parlerò nemmeno in  avvenire, a meno che il partito non lo renda pubblico. Moretti  mi ha garantito che si comporterà nello stesso modo  e credo che si possa prestargli  fiducia.  Non so quello che possa fare Audisio >>.

Ed invece, come abbiamo visto, nell'ottobre del 1990, Michele Moretti fece quella che venne definita, dal giornalista che la raccolse, “ ammissione sofferta”, inerente il “ Viva l'Italia!” pronunciato da Mussolini.

In definitiva, se pur ce ne fosse bisogno mettendo insieme le strampalate versioni di Audisio, le testimonianze di Michele Moretti e questa subdola “Relazione” di Lampredi, la “ storica versione ” finisce per autosmentirsi da sola.

NOTE:

[1] Visto che sulla fucilazione di Mussolini, così come su quella dei membri della RSI fucilati a Dongo, non venne mai resa una relazione ufficiale al CLNAI, al tempo rappresentante del governo Bonomi nel Nord Italia, nè al CVL (Corpo Volontari della Libertà, praticamente il comando militare della Resistenza) e neppure in seguito, agli organi dello Stato italiano, per “ storica versione ”, dobbiamo considerare queste relazioni eterogenee, tra loro incongruenti, contraddittorie e palesemente inattendibili, emesse negli anni, più che altro da fonti vicine al Pci:

1. Il sintetico resoconto, pubblicato dall' Unità il 30 aprile 1945 a nome di un anonimo “giustiziere”; 

2. i 24 articoli pubblicati dall'Unità dal 18 novembre al 24 dicembre 1945, su relazioni del colonnello Valerio, avallati da due righe di presentazione scritte da Luigi Longo, già comandante delle Brigate Garibaldi e vice comandante del CVL ;

3. i sei articoli, nomati “ Il Colonnello Valerio racconta”, pubblicati ancora sull' Unità a partire dal 25 marzo del 1947 e questa volta firmati da Walter Audisio; 

4. il libro postumo “ In nome del Popolo italiano” Edizioni Teti 1975, di Walter Audisio;

5. la “Relazione riservata al partito” del 1972 di Aldo Lampredi resa nota integralmente dall' Unità, il 23 gennaio del 1996;  

6. le testimonianze di Michele Moretti ( Pietro Gatti ), raccolte da Giusto Perretta, al tempo presidente dell' Istituto comasco per la storia del movimento di Liberazione, nel libro  Dongo, 28 aprile 1945. La verità,  Ed. riveduta Actac 1997.

[2] Vedi: R. Uboldi: “ 25 aprile 1945” , Mondadori 2004.

In effetti se, per esempio, prendiamo il particolare, ivi riportato dal Lampredi, che dice di essere entrato nella stanza dei prigionieri in casa De Maria a Bonzanigo e di avervi trovato un Mussolini quale “un vecchietto bianco di capelli”, descrivendo quindi un uomo notoriamente calvo e che fu “sbarbato” a Grandola dal milite Otello Montermini appena due giorni prima ed il cui cadavere in foto non mostra peluria sul capo, non si può dare torto all'Uboldi. Come egli abbia potuto partorire questa descrizione del Duce lascia perplessi anche perché il Lampredi quel 28 aprile, in qualche modo, dovette pur vedere almeno il cadavere di Mussolini.

[3] Vedesi: “ Caprara conferma: fu proprio Lampredi a fucilare il Duce” , Il Giornale, 6 giugno 1989.

[4] Vedesi: “ Togliatti diede o no l'ordine di uccidere Mussolini? E' giallo ”, Corriere della Sera 11 agosto 1996.

[5] Per tutti questi particolari vedasi l'importante libro di Giorgio Pisanò “ Gli ultimi 5 secondi di Mussolini” , il Saggiatore 1996.

Comunque la signora Dorina Mazzola raccontò di aver udito, intorno alle 9 del 28 aprile, un paio di colpi di pistola provenienti da casa De Maria. Quindi vide scendere, un uomo calvo, con la sola maglietta di salute a mezze maniche, che si trascinava a piccoli e difficoltosi passetti verso il cortile dello stabile, fuori della sua portata visiva. Nel frattempo udì una donna, affacciatasi ad un finestrone della casa, strillare e chiedere aiuto, ma ricacciata dentro in malo modo, oltre a strilli e lamenti dei coniugi De Maria. Poi una sparatoria nel cortile.

La Mazzola infine assistette anche, proprio dietro casa sua e intorno al mezzogiorno, all'uccisione proditoria di una giovane donna che camminava davanti ad un gruppo di partigiani e che seppe poi trattarsi di Claretta Petacci.

La signora Savina Santi, vedova Cantoni, invece, diede altri particolari alquanto precisi:

<<Mussolini e la Petacci non sono stati uccisi nel pomeriggio e davanti al cancello di Villa Belmonte. Mio marito mi disse che quella mattina lui si trovava di guardia alla stanza dove c'erano i prigionieri, quando vide salire le scale Michele Moretti e altri due partigiani che non aveva mai visto nè conosciuto. I tre gli ordinarono di restare sul pianerottolo fuori della stanza ed entrarono nel locale. Mio marito, restando sul pianerottolo, udì uno dei tre che diceva: “adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi”, e un altro gridare: “No, vi uccidiamo qui!”. Poi mio marito udì altre voci concitate, le urla della donna e colpi d'arma da fuoco..., ma non so dove li hanno uccisi con certezza, credo però che lo sappia un altra persona che ebbe la confidenza da mio marito>> .

[6] Se dovessimo considerare una importante testimonianza rilasciata nel 1987 in Como dall'ex maggiore Cosimo Maria De Angelis, responsabile per il Cln della zona di Como e già facente parte della “comitiva” di Audisio che arrivò a Dongo, dovremmo rivedere tutti i calcoli temporali.  Scrisse chiaramente il De Angelis:

<<Erano le 6 del 28 aprile 1945 ed ero in Prefettura a Como. Stavo riposando su un divano dopo le snervanti ore della resa quando arrivarono i due “messi” del Cvl di Milano “Valerio” e “Guido”>>.

Se l'orario fornito dal De Angelis dovesse corrispondere al vero, anche se magari impreciso di circa una oretta, cambierebbero molte considerazioni. Intanto che Audisio sarebbe partito, come logico che fosse da Milano tra le 5 e le 6 e quindi sarebbe arrivato in prefettura tra poco dopo le 6 e le 7 e non verso le 8,30 come lui disse.  A questo punto si che Lampredi, sgattaiolato dalla Prefettura, diciamo prima delle 8 sarebbe arrivato a Bonzanigo verso le 9!

[7] Si tenga presente che la decisione notturna di trasferire e nascondere Mussolini lontano da Dongo, accoppiandogli per giunta una donna, la Petacci, non poteva assolutamente essere frutto di una decisione locale del comando della 52 a Brigata Garibaldi di Dongo, vale a dire Pier Bellini delle Stelle il comandante sia pure ad interim, Michele Moretti commissario politico e Luigi Canali capo di Stato Maggiore (più che altro nominale), ma doveva provenire per forza da Milano.

Una decisione alla quale poi, i tre esponenti della Brigata si attennero scrupolosamente.

Non a caso il Pier Bellini, confidò in un secondo momento al neo sindaco di Dongo Giuseppe Rubini che si lamentava  della sottrazione di Mussolini e dell'epilogo di tutta la vicenda, che lui aveva avuto ordini da Milano.

[8] Questa “rivelazione” ha ovviamente sollevato l'entusiasmo di quanti hanno ha cuore la figura anche umana del Duce, soprattutto dopo le infami illazioni di Valerio/ Audisio, ma a parte il fatto che non c'è motivo di dubitare di un contegno dignitoso di Mussolini di fronte alla morte, come detto sorge il sospetto che il Lampredi, abbia a bella posta introdotto questo aneddoto per farsi credere e avvalorare indirettamente tutto il resto, ovvero la “storica versione” . Ma resta il fatto che questa rivelazione , non ha riscontri nei pochi rilievi disponibili i quali attestano inequivocabilmente che Mussolini venne ucciso senza avere indosso alcun cappotto o pastrano anzi in quel frangente era con la sola maglietta intima o di salute.

Devesi oltretutto considerare che, oltre alle frasi di terrore, messe a suo tempo in bocca a Mussolini da Walter Audisio, in un ottica di denigrazione, al fine di impedire il nascere nel dopoguerra di un “mito del Duce”, vi è anche un altra e più convincente testimonianza, quella del comunista Michele Moretti che riferì nel 1990, ma venne reso noto nel 1995 da Giorgio Cavalleri nel suo libro Ombre sul Lago , Ed. Piemme, che il Duce in quel momento aveva gridato con gran foga “ Viva l'Italia! ” (cosa questa, aggiunse il Moretti, che non gli aveva dato fastidio perché tanto si trattava dell'Italia di Mussolini non certo della sua). Come vedesi questa “storica versione” è una e trina, contraddittoria e incredibile. Si può comunque ragionevolmente sostenere che se le denigrazioni di Audisio sono gratuite in virtù delle necessità politiche dell'epoca e il “ mirate al cuore!” di Lampredi venne introdotto, come detto, per avallare, grazie a questo inaspettato riconoscimento, tutto il resto della sua Relazione, probabilmente il “ viva l'Italia!” confidato da Moretti risponde al vero, sia perché è in sintonia con l'adorazione dell'Italia da parte di Mussolini e sia perché sarebbe assurdo pensare che il Moretti, analogamente a Lampredi, per avallare le sue testimonianze vi abbia anche lui aggiunto questo riconoscimento al Duce. In questo caso, infatti, non poteva non prevedere che avrebbe invece ingarbugliato ancor più la vicenda, rendendola del tutto insostenibile.

[9] In effetti l' Unità nel suo resoconto (praticamente la “ seconda” versione di Valerio) del novembre 1945, aveva scritto:

<<Poi, scende nella strada (sembra infatti che Valerio scese anche in strada per controllare l'arrivo di un camion promessogli dal CLN, n.d.r.) ed apprende con profonda sorpresa che Guido ed il comandante della scorta erano spariti un'ora prima con la sua automobile per destinazione ignota.

A questo punto il colonnello Valerio teme veramente che la sua missione stia per fallire, tra il boicottaggio delle autorità comasche e la sparizione inopinata di Guido....

Solo due anni più tardi, l'Unità in un altra sua rievocazione di questa vicenda (la “terza” versione , questa volta firmata da Audisio), cambiò i toni ed escluse gli eventuali aggettivi che potevano generare equivoci. Comunque sia da tutto il complesso di questa “ storica versione” risalta che nè Lampredi e nè Audisio vennero informati da Milano che Mussolini è stato nascosto in altra località e che lì vicino  in federazione comunista a Como ci sono informazioni fresche (Lampredi vi si reca, dice, per trovare aiuti, ma senza sapere che oltretutto hanno queste informazioni).

[10] L'esistenza di questa telefonata di Audiso a Longo venne resa nota, da fonti comuniste, solo negli anni ‘60. Così raccontò il quotidiano para comunista Paese Sera descrivendo le remore e le resistenze che alcuni personaggi opponevano a Valerio in Prefettura:

“Al punto che Audisio, trovandosi già a  Como, sentì il dovere di chiedere ulteriori  chiarimenti a Milano «per sapere se l'ordine  ricevuto doveva ritenersi superiore a qualsiasi decisione locale». All'altro capo del telefono era  Longo, il quale ha raccontato: «Mentre mi trovavo al  comando fui chiamato al telefono da Como.

Era  'Valerio' che voleva informarmi della situazione... La  situazione era questa: quelli del CLN di Como erano  più terrorizzati che onorati della cattura di Mussolini.  Sollevano ogni possibile eccezione per non guidare  Lampredi e 'Valerio' dove si trovava Mussolini.  'Valerio' chiedeva istruzioni. La risposta fu semplice: 'O fate fuori lui o sarete fatti fuori voi »".

[11] Giovanni Aglietto per giustificare questa assurdità, ne aggiunge un altra, laddove disse che “ decidemmo di aspettare qualche ora prima di prendere una decisione perché volevamo sapere il parere di Milano”. Ma addirittura, dalle 7 se non prima e fino a tutta la permanenza di Lampredi in Federazione, oltre le 12, ancora non avevano informato Milano nè quindi avevano avuto disposizioni!

[12] Resterà alquanto inesplicabile  il perché l'Audisio o il Lampredi, pur avendo almeno tre autisti tra i loro uomini, e qualche comunista sicuro è certamente in giro (sembra oltretutto che a Dongo c'era anche quell'Edoardo Leoni che la notte precedente era stato uno dei due autisti che avevano portato Mussolini, la Petacci e gli altri partigiani a Bonzanigo), oltre ad avere alcune loro macchine (per esempio l'auto di Audisio guidata da Giuseppe Perotta, quella di Pier Bellini delle Stelle, quella di Urbano Lazzaro sopraggiunto in paese, quella di De Angelis, ecc.), requisiscono un auto e un autista del tutto sconosciuto. Una stranezza questa che fa il paio con l'assurdità che a Dongo Audisio imporrà rabbiosamente la fucilazione dei gerarchi alla schiena, nonostante le loro risentite proteste e davanti a tutti, comprese donne e bambini, mentre poco prima, a Giulino di Mezzegra egli raccontò di aver ucciso Mussolini, il “capo dei malfattori”, in discrezione e con fucilazione al petto! In realtà si può ragionevolmente ipotizzare che Audisio scelse autista e macchina del posto per avere un testimone, non di parte, al quale sarebbe stato fatto “vedere” quello che interessava onde avallare una “finta fucilazione”, mentre il fatto che Mussolini venne “fucilato” al petto ha la sola spiegazione possibile in una morte in orario e modalità del tutto diverse.

 



 
 

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Maurizio Barozzi



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