Morte Mussolini - 28 aprile '45: La strabiliante giornata di Valerio e Guido
18.08.2010 - Questa strabiliante giornata del 28 aprile 1945, con il prologo della notte precedente, che stiamo per raccontare, venne trascorsa da Valerio alias Walter Audisio (1909 – 1973), in forza al Comando del CVL e dicesi inviato a Dongo, con lo strano grado di colonnello, per tradurre Mussolini e gli altri prigionieri della RSI in Milano oppure, viceversa, per fucilarli sul posto e Guido Conti alias Aldo Lampredi (1899 – 1973), alto dirigente comunista (vice di Luigi Longo al Comando del CVL), suo accompagnatore.
I due “compari di merende” partirono da Milano, dicesi verso le 7 del mattino, arrivarono a Como e quindi, dopo esseri separati giunsero, ognuno per conto proprio e dopo le 14 a Dongo, per recarsi poi verso le 16 a Giulino di Mezzegra a fucilare Mussolini e la Petacci, tornare a Dongo e finire di fucilare altri 16 prigionieri della RSI dal giorno prima.
Questi avvenimenti, in ogni caso, rappresenta uno dei casi più oscuri ed emblematici di come si sia (volutamente) ingarbugliata e resa quasi imperscrutabile la ricostruzione degli ordini impartiti e ricevuti, degli orari di quelle cronache e degli eventi succedutisi collezionando, oltretutto, un'infinità di testimonianze inattendibili o contraddittorie.
Eppure proprio il poter chiarire l'esatto svolgersi degli avvenimenti in quelle ore, appurando anche le finalità delle disposizioni emanate da Luigi Longo (1900 – 1980), massimo dirigente del PCI al Nord e comandante delle Brigate Garibaldi e l'ordine del Comando generale del CVL (Raffaele Cadorna comandante e Longo suo vice), Comando che rappresentava la struttura armata della Resistenza, sistematosi il 27 aprile 1945 a Milano in Palazzo Cusani, angolo via Brera consentirebbe, a cascata, di svelare il mistero della morte di Mussolini.
Noi ora rievocheremo quelle cronache, che forse molti lettori avranno già avuto modo di leggere, magari con varie difformità e varianti, in innumerevoli articoli e libri. Il fatto è che fin dal dopoguerra si è preso a scrivere su questi avvenimenti a ruota libera, pubblicando resoconti e notizie distorte, false o inattendibili che hanno fatto da contorno ad una “storica versione” già di per sè stessa inattendibile. Per quanto ci riguarda possiamo dire che la nostra ricostruzione ha seguito la letteratura più seria ed aggiornata e solo dopo averla sottoposta a vari riscontri ed incroci con altre testimonianze. Ma, in ogni caso, siamo alle solite: dobbiamo lavorare in uno scenario disegnato più che altro dalla retorica resistenziale, in cui molti elementi importanti sono stati sottaciuti o artefatti e, quindi, prendere per buono quello che invece è quantomeno dubbio, navigando in un mare di “memoriali”, “relazioni” e testimonianze che riferiscono gli stessi episodi con date, orari, presenze fisiche di partecipanti e aneddoti, in parte o totalmente diversi, creando una confusione indescrivibile.
Il fatto è che il quadro generale di quelle cronache, parte essenziale della “ vulgata”, come la definì lo storico Renzo De Felice, ovvero della “ storica versione ” sulla morte di Mussolini, è più o meno quello che ci è stato tramandato dalla agiografia resistenziale, anche se ognuno se lo è “aggiustato” a modo suo, ma all'interno di quegli avvenimenti ci sono un paio di varianti e qualche mistificazione, che riguardano proprio gli eventi decisivi che hanno determinato una uccisione di Mussolini ben diversa da quella che è stata raccontata. E queste varianti le conoscono, o meglio le conoscevano, pochissime persone le quali hanno poi mantenuto, letteralmente, un silenzio tombale.
Con tutti questi limiti rievochiamo quella giornata la cui inverosimiglianza in alcuni episodi trasparirà evidente e dimostrerà la falsità complessiva di tutta la vulgata [1].
Quella strabiliante giornata
La mattina del 28 aprile 1945 verso le ore 7, l'insignificante e tristemente famoso ragionier Walter Audisio di Alessandria partì da Milano su incarico del CVL ( Corpo Volontari della Libertà ) , e dicesi con pieni poteri conferitigli dal CLNAI ( Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia, rappresentante del governo del Sud nel Nord Italia) e tanto di lasciapassare in lingua inglese, intestato al Colonnello Valerio alias Giovanbattista Magnoli , firmato dal capitano Emilio Daddario dei servizi segreti degli Stati Uniti, giunto appositamente da Lugano (Svizzera) in quelle ore [2].
Proprio quel Daddario, dalla fama di non certo alta efficienza che sarebbe stato incaricato del recupero di Mussolini, il quale però il tardo pomeriggio del 27 aprile, stranamente, se la prese comoda, procedendo prima a recuperare il maresciallo Rodolfo Graziani arresosi a Cernobbio, poi accettò a Como la resa del generale tedesco Hans Leyers e dei suoi uomini. Quindi trasportato Graziani a Milano finì sul tardi al Comando del CVL dove firmò il famoso lasciapassare in inglese per Walter Audisio. In pratica, lento pede Daddario si mosse talmente male da far venire il sospetto che, in realtà avesse ben altre segrete disposizioni.
Scrive a questo proposito lo storico Alessandro De Felice, da non confondere con il più celebre Renzo, nel suo “ Il gioco delle ombre ” (richiedibile tramite il sito www.alessandrodefelice.it ):
<< Daddario non fece alcuno sforzo per cercare Mussolini: gli ordini che aveva ricevuto da Dulles, in combutta con Wolff, non erano di catturare l'ex dittatore, ma di lasciarlo prendere dai partigiani. Finito questo bel lavoro, Wolff rientrò a Bolzano, passando per la Svizzera >>.
Comunque sia, ufficialmente Walter Audisio, alias Colonnello Valerio , dovrebbe andare a prelevare il Duce e i ministri prigionieri a Dongo, e tradurli a Milano. Qui arrivati si dovrebbe intendere che Mussolini sia consegnato agli Alleati in base agli accordi previsti dalla clausole armistiziali imposte al governo italiano e da questo sottoscritte.
Per questo, si dice, il Daddario firmò il lasciapassare (risultato poi decisivo per il riconoscimento della autorità di Audisio/ Valerio a Como), su intercessione di Cadorna e Vittorio Palombo suo aiutante di campo.
In realtà Audisio ha l'ordine segreto di fucilare Mussolini e tutti gli altri prigionieri sul posto.
Valerio è accompagnato da Aldo Lampredi (Guido ), alto esponente comunista al Comando del CVL, di provata esperienza ed uomo già facente parte del Comintern, affiancatogli al momento di partire da Luigi Longo con un incarico di partito (ovvero per avere la strada spianata con il PCI del comasco) e apparentemente, ma solo apparentemente, subordinato al comando di Valerio [3] .
Regista di questa spedizione, dalle segrete finalità omicide, escogitata nella serata del 27 aprile, è Luigi Longo (vice comandante al CVL, comandante delle Brigate Garibaldi, uomo del CLNAI e massimo dirigente comunista nel nord Italia), desideroso di sottrarre il prezioso prigioniero agli Alleati, mentre Raffaele Cadorna, comandante del CVL, la cui autorità però è più che altro nominale, sembra muoversi, almeno formalmente, per un incarico di traduzione dei prigionieri a Milano.
27 aprile1945: il prologo
Torniamo un poco indietro, alla giornata precedente del 27 aprile perché, in definitiva, nel mare di inesattezze e contraddizioni, rilasciateci dai vari Longo, Cadorna, Sardagna (ufficiale di Cadorna a Como), Audisio, Lampredi e compagnia bella, occorrerebbe far luce su tutto il confuso quadro di quelle ore, tra il tardo pomeriggio del 27 e il 28 aprile, dove vi furono una serie di ordini strampalati, piani e progetti contraddittori, palesi o riservati, elaborati da vari personaggi e autorità e finalizzati sia ad andare a prendere Mussolini, da poco catturato a Dono e portarlo a Milano e sia ad ammazzarlo, in qualche modo, sul posto.
Fermo restando che mentre Longo, con i compari Sandro Pertini socialista, Emilio Sereni comunista e Leo Valiani azionista (quest'ultimo operava anche per il Soe il servizio segreto inglese), tutti del Comitato Insurrezionale antifascista , erano e si mossero, senza dubbio, in funzione di una immediata uccisione del Duce, i movimenti e le vere intenzione di tutti gli altri esponenti presenti al Comando Generale sono avvolti in un alone di ambiguità.
Questa confusione ha fatto si che siano state prodotte una infinità di cronache diverse, leggende varie con fantomatici piani di salvataggio del Duce, ovviamente poi abortiti, quasi tutte inattendibili.
Le notizie sulla cattura di Mussolini
Cominciamo con il dire che, oltretutto, non è mai stato possibile stabilire con certezza l'orario preciso in cui effettivamente arrivarono a Milano le notizie del fermo di Mussolini, eseguito in Dongo tra le 15 e le 15,30 del 27 aprile, dando generalmente per scontato l'orario delle 18 (ma addirittura si oscilla tra dopo le 16,30 e le 18,30) di quel pomeriggio, quando il brigadiere della Guardia di Finanza Antonio Scappin Carlo, utilizzando le linee telefoniche della Società Idroelettrica Comacina, da Gera Lario si mise in collegamento con l'Azienda elettrica Comunale Milanese e qui la notizia fu poi riferita ad un sottufficiale della finanza convocato sul posto, il quale in bicicletta raggiunse la Prefettura dove si trovava il suo comandante.
Il Comando Regionale Lombardo della Finanza del colonnello Alfredo Malgeri, dalla notte precedente del 26 aprile passato definitivamente dalla parte della Resistenza, ne diffuse subito la notizia [4] .
E' ovvio e sicuro, anche se non è possibile attestarlo con precisi riferimenti, che staffette e telefonate arrivarono contestualmnte a Como e a Milano al partito comunista.
Di fatto, partito comunista e Guardia di Finanza erano in quei momenti e in quelle località (l'alto Lago di Como) le sole strutture che potevano contare su uomini adatti e su una certa efficienza.
Scrisse Walter Audisio che, ancor prima che Mussolini venisse catturato a Dongo:
<<Alle 3 del pomeriggio del 27 aprile il Comando generale si riunì al completo nell'ufficio di Cadorna ed un ora dopo venni chiamato per ricevere l'ordine di interessarmi subito, con tutti i mezzi disponibili, per avere notizie precise sull'itinerario seguito dalla colonna fascista >>
E Luigi Longo scrisse anche, a proposito di quelle prime riunioni:
<<Avemmo, tra i componenti del comando generale, uno scambio di opinioni sulla sorte da riservare a Mussolini, se fosse stato catturato dai partigiani – lo si deve accoppare subito, in malo modo, senza processo, senza teatralità, senza frasi storiche, fu la risposta>>.
In questo quadro stupisce la notizia che a Como, all'aiutante di campo del generale Cadorna cioè Giovanni Sardagna barone di Hohenstein, (che ha da poco preso il comando della piazza) arrivò a sera una telefonata (o un fonogramma) del Comando Generale del CVL di Milano, da notificare a Dongo, così concepito: << Tradurre Mussolini e gerarchi a Milano il più presto possibile. Evitare di sparare in caso di fuga >> .
Fu questa una manovra diversiva per preparasi un alibi in vista della imminente uccisione del Duce, oppure ci furono effettivamente delle forze che tentarono di farlo arrivare vivo a Milano? E avvenne effettivamente che Riccardo Lombardi, neo prefetto di Milano, in questo senso tenne verso il CVL un primo silenzio sulla cattura del Duce, come gli rimproverarono i comunisti?
Sembra, si dice, ma non è possibile attestarlo con certezza e quindi non lo sapremo mai.
Viceversa, intorno alle 19, ci furono una serie di idee e proposte al Comando generale (se ne fece carico proprio Audisio che in quei momenti rappresentava la Polizia Militare), dove in pratica si proponeva di andare a prendere Mussolini a Dongo facendo capire di doverlo uccidere simulando un suo tentativo di fuga. Sembra che queste proposte, sotto metafora, furono fatte anche al colonnello Malgeri della Legione milanese della Guardia di Finanza che ebbe a reclinarle. Si può così dedurre che la scelta di Audisio per quella “missione” era già in auge prima della assegnazione del famoso incarico e che allo stesso venne probabilmente detto che doveva procedere a fucilazioni sommarie sul posto anche se poi, il giorno dopo, Audisio, arrivato in Prefettura a Como, per necessità di avere mano libera e ottenere assistenza, mentì alle autorità locali e affermò di essere venuto a prelevare Mussolini per condurlo a Milano.
Tutto questo comunque non toglie che, come vedremo, parallelamente alla missione di Audisio, venne incaricato qualcun altro per prendere in mano la situazione di Mussolini precariamente nascosto notte tempo in un posto segreto in quel di Bonzanigo.
Comunque sia, altre notizie su Mussolini prigioniero e più o meno dettagliate arrivarono nelle ore successive e sembra che verso le 22,30 Cadorna da Milano e Sardagna da Como si sentirono telefonicamente e che concertarono un piano di prelevamento del Duce per portarlo a Milano, piano che poi, si dice sempre, fecero loro stessi rientrare, oppure che abortì per qualche imprecisato motivo.
Intorno alle ore 23 circa, poi, tramite il tenente colonnello Luigi Villani della Guardia di Finanza arrivò da Como, via Menaggio, un messaggio che precisava meglio la notizia dell'arresto del Duce, indicando anche che il suddetto era stato portato nella vicina (qualche chilometro sopra Dongo) adibita casermetta della Guardia di Finanza di Germasino.
E Luigi Longo quando e da chi fu informato?
Non è dato saperlo con certezza, ma si può accettare il fatto che, come detto, in quei caotici momenti e nelle località tra Como e l'alto Lago, le uniche strutture organizzate e di una certa efficienza erano quelle del partito comunista, oltre a spezzoni della Guardia di Finanza, e quindi gli elementi dirigenti del partito tra Dongo, dove c'è Michele Moretti Pietro Gatti (1908 – 1995), fedele comunista e commissario della 52 a Brigata Garibaldi, quella che ha catturato Mussolini e Como (federazione comunista), non possono certo essere rimasti con le mani in mano!
Nel tardo pomeriggio poi a Dongo era sopraggiunto, accompagnato da Giuseppina Tuissi Gianna, anche Luigi Canali capitano Neri, comunista “atipico” e in quel momento in disgrazia con il partito e con il Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi, ma noto e stimato tra i garibaldini della 52 a Brigata di cui era stato il Comandante.
Certo è che, forse a tarda sera, venne presa la decisione e quindi data indicazione al comando della 52 a Brigata di Dongo, che aveva in mano i prigionieri da poco catturati, di tradurre Mussolini, spostandolo nuovamente da Germasino, in un posto sicuro e segreto.
Chi diede quest'ordine non si sà, ma certamente venne da alte autorità fuori Dongo e non può essere andata diversamente.
Se, infatti, il momentaneo trasferimento in serata intorno alle 19 di Mussolini a Germasino, per ragioni di prudenza, fu una decisione che, al limite, poteva essere stata presa in loco dai partigiani di Dongo, quella della delicata traduzione di Mussolini in luogo distante e segreto è invece una decisione che deve forzatamente essere venuta da alte autorità fuori da Dongo .
Come e perché fu poi accoppiata al Duce anche la Petacci (una donna, a quel tempo le donne erano poco considerate, ma tenute in un certo rispetto) e se questa iniziativa sorse sul posto o venne da fuori è un altro bell'indovinello, non essendo infatti credibili i romanzetti rosa di Pedro (il Pier Bellini delle Stelle, comandante della 52 a Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, quella che si prese il merito di aver catturato il Duce) in merito a questa decisione (disse il Pier Bellini che praticamente fu la stessa Petacci che chiese di essere portata con il Duce).
Chi diede queste disposizioni? Non è dato saperlo, varie testimonianze al Comando generale del CVL di Milano, dicono che non si sapeva che con Mussolini c'era una donna, per cui se questa iniziativa è venuta da lontano probabilmente non era di comune conoscenza.
Sappiamo comunque che poi agirono e misero in opera il trasferimento notturno dei due prigionieri tre personaggi eterogenei del comando della 52 a Brigata: Pedro (Bellini), Neri (Canali) e Pietro (Moretti) [5] .
Comunque sia sembra che Longo, verso la sera del 27, quando ebbe notizie più precise sulla cattura di Mussolini si recò in Prefettura dove era riunito il CLNAI e trovatovi qui il Pertini (altre versioni invece dicono che Longo e Pertini venivano dalla sede dell'EIAR in Corso Sempione) tornerà con lui al Comando del CVL di via Brera.
Ricorda Pertini:
<<Si stabilisce chi il giorno dopo sarebbe andato a prendere Mussolini su a Dongo, questo era l'obiettivo. Non era un obiettivo diverso, come qualcuno volle far credere, l'obiettivo era di portarlo a Milano. Però questa disposizione si perdeva in parecchi distinguo. Ognuno aveva un obiettivo proprio, sicchè un vero e proprio obiettivo unico non si intravedeva>>.
Ma questi accademici ricordi lasciano il tempo che trovano, perché in realtà Luigi Longo, d'accordo con il preoccupato Pertini (preoccupato perché il Duce poteva essere preso dagli Alleati) e con il consenso degli altri compari del Comitato Insurrezionale Sereni e Valiani, si incaricò anche di mettere in piedi l'operazione per la soppressione sul posto del Duce al fine di evitare che potesse finire nelle mani degli Alleati e in quella sede, anche se poi ognuno diede versioni di comodo fingendo di non sapere bene come stavano le cose circa l'uccisione del Duce, oltre ai sunnominati del Comitato Insurrezionale, c'erano anche gli altri componenti del Comando, come Cadorna e Giovanni Battista Stucchi [6] .
Giustamente, ebbe ad osservare il giornalista storico Franco Bandini, che intorno alle ore 23 la sorte di Mussolini, condannato a morte, era definitivamente decisa.
Alcuni anni dopo Luigi Longo ci tenne a precisare che quella notte Enrico Mattei (alto rappresentante della DC nel CVL) sostenne apertamente la decisione di fucilare immediatamente Mussolini ed anzi fu proprio lui a provvedere alla formazione della Delegazione del commando stesso incaricato di recarsi sul posto per procedere alla applicazione delle decisioni prese.
In quelle ore serali del 27 aprile, si interpellarono anche, sembra da parte di Pertini e Longo, alcuni grossi Comandanti delle divisioni dell'Oltrepò da poco accasermate in viale Romagna come Italo Pietra Edoardo , Luchino dal Verme Maino, e il Commissario politico Alberto Mario Cavallotti Albero , proponendogli individualmente di andare a Dongo a prelevare il Duce (e magari sopprimerlo), ma costoro, seppur forse concordi nelle finalità proposte, si tirarono tutti indietro (sembra che il padre di Alberto Mario Cavallotti, interpellato dal figlio in merito, gli disse di non fare il boia ).
L'incarico a Walter Audsio
Alla fine, quando precisamente non è dato sapere, forse intorno alle ore 23, la scelta precisa (del resto già in auge) cadde su Valerio alias Walter Audisio, elemento della Segreteria del Comando quindi, seppur comunista, rappresentativo del CVL a cui, proprio in quelle ore, erano stati assegnati compiti di polizia militare , ma che per i suoi trascorsi tutto aveva meno che un minimo di doti militari.
Si narra che Audisio si recò (quando non è ben precisato) nell'ufficio di Cadorna lasciandoci, nelle sue memorie, questo suo sintetico ricordo:
<<Dopo rapidi scambi di opinioni tra questi e tutti gli altri membri del Comando Generale, mi venne affidata dal Comando Generale la missione di organizzare immediatamente una spedizione per recarmi a Dongo al fine di applicare, senza indugio il decreto del CLNAI contro i responsabili della catastrofe alla quale era stata condotta l'Italia>> [7].
Assegnato dunque l'incarico a Valerio /Audisio i comandanti delle divisioni dell'Oltrepò se ne ritornarono dai loro uomini in viale Romagna mentre Luigi Longo, Sandro Pertini, Emilio Sereni, Vittorio Palombo, Raffaele Cadorna e Walter Audisio (anche se forse non tutti costoro) presero a studiare i particolari della missione: in che termini?
Palesemente omicidi, magari sotto metafora, ma sempre per una eliminazione sbrigativa sul posto (quasi sicuramente), o mascherati per una missione di sola traduzione dei prigionieri a Milano come, almeno formalmente, sembrava muoversi Cadorna e pur appariva esteriormente lo stesso incarico assegnato ad Audisio?
Ferme restando le segrete intenzioni dei tre membri del Comitato Insurrezionale , come sia andata esattamente quella faccenda non è dato saperlo con esattezza. Insomma non si sa se si giocò a carte scoperte e quindi anche Cadorna ne era coinvolto, oppure quest'ultimo seguiva un suo segreto piano rimasto però sulla carta.
La logica degli avvenimenti e mezze ammissioni fatte in seguito da vari attori di quelle vicende attestano comunque che praticamente quasi tutti ben conoscevano le finalità omicide della missione affidata ad Audisio.
In ogni caso le varie congetture e difformità in questo senso non sono poi così importanti e si dipanano in un vortice di testimonianze e ricordi confusi, contraddittori e spesso ritrattati, forse uno più fasullo dell'altro, perché poi, a cose fatte, dovettero tutti, obbligatoriamente, trovare un minimo denominatore comune per una storica e collegiale “versione” .
Molti hanno visto in questa missione omicida anche la mano dell'Intelligence inglese. Storicamente questo operare degli inglesi (forse i più interessati alla soppressione di Mussolini) non è pienamente comprovabile, perché mancano i documenti e chi sa, non ha mai parlato, ma se anche questo non è documentabile, è altamente prevedibile ed una loro “ispirazione” in questo senso abbastanza nota [8].
Dovendo comunque attenerci ai soli fatti effettivamente accertati è meglio non addentrarci in questi aspetti da “spy story”.
Quello che però accadde, anche se non è sicuro che venne progettato in quel momento e in quella sede, fu che qualcuno ideò e spedì a notte alta, via radio al Quartier Generale Alleato di Siena, il famoso radiogramma dal testo fuorviante:
<<CVL ad AGH - spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato Tribunale Popolare è stato fucilato stesso posto ove precedentemente fucilati da nazifasciti quindici patrioti stop>>.
Si è potuto sapere chi materialmente inviò questo radio (Giuseppe Cirillo, Ettore capo del servizio collegamenti radiotelegrafici del Comando CVL, un napoletano ufficiale della Regia Marina) e chi lo ricevette per gli Alleati a Siena (Antonello Trombadori in servizio al centro radio Alleato), ma non si è mai saputo con certezza chi lo ha concepito ed ordinato.
E' però evidente che l'invio di questa falsa informazione doveva servire a crearsi un alibi e ad avere un certo lasso di tempo a disposizione, ma non è neppure escluso che fu tutto un gioco delle parti tra americani e ciellenisti al fine di mistificare l'operato dei primi apparentemente, ma solo apparentemente intenti a catturare Mussolini vivo in ottemperanza agli accordi con il governo del Sud ed anche quello dei secondi propensi ad eliminare Mussolini.
Ma torniamo a Valerio ed al suo incarico appena ricevuto che lo portò più tardi a recarsi, assieme a Lampredi, nelle adibite caserme in viale Romagna dove doveva essere scelta la scorta da assegnare alla spedizione.
Ricorda Codaro, Renato Rachele Codara, che sarà uno degli uomini di quella scorta:
<<Dormivamo quando fummo prescelti da Ciro, Piero e da qualche altro comandante che ci fece poi radunare in un salone presentandoci questo sconosciuto, per lo meno a noi, colonnello Valerio, ci doveva parlare. La diceria secondo cui Valerio era Luigi Longo è assurda. Io ho conosciuto Longo e posso escluderlo decisamente>>.
Dopo questa incombenza Valerio tornerà al Comando in via Brera e racconterà, descrivendosi pomposamente come un eroico solitario nella notte:
<<Avevo ricevuto un ordine, dovevo eseguirlo. Erano le 1,20 dopo la mezzanotte, palazzo Brera sede del Comando Generale era silenzioso. Dopo la riunione eravamo rimasti al primo piano solo il compagno Guido ed io nel mio ufficio attiguo a quello di Cadorna ed il colonnello Pieri (Vittorio Palombo, n.d.r) , aiutante in prima, nel suo studio.... Erano già passate le 4 quando salii al primo piano dal tenente colonnello Pieri.... “Ho bisogno delle carte topografiche e di conoscere le ultime notizie della zona di Dongo”>>.
Si dice che poi intorno alle 4 Valerio ebbe il lasciapassare firmato da Daddario attraverso il colonnello Vittorio Palombo Pieri aiutante di campo di Cadorna.
Il colonnello Pieri inoltre gli consegnerà un appunto per il colonnello Sardagna in Como:
<< In relazione alla comunicazione di stanotte alle ore 1,20 circa l'arresto delle personalità fasciste si prega di voler fornire al portatore della presente, membro del Comando Generale del CVL, le ultime notizie conosciute.... ed inoltre tutte le indicazioni per raggiungere Dongo in macchina>> Una preziosa commendatizia, per avere magari notizie aggiornate su Mussolini e risparmiare tempo, ma che, come vedremo, risulterà inutile .
Tutto sommato però questi sono particolari di secondaria importanza, anche perché la genesi degli avvenimenti futuri e le modalità della morte di Mussolini fanno pensare che la missione di Valerio doveva più che altro essere di facciata, ovvero quella di dare una parvenza ufficiale, politica e militare, alla fucilazione dei ministri a Dongo e a quella di Mussolini che però, quest'ultima, a causa delle incertezze sulla sua prigionia, per sicurezza doveva essere subito presa sotto controlla anche da altri e se il caso lo rendeva necessario, poteva anche essere eseguita in tutta fretta al di fuori della missione di Audisio.
In pratica, mentre Audisio andrà necessariamente a perdere tempo in Prefettura a Como, dove dovrà rappresentare e imporre al CLN locale, gli ordini ricevuti per prelevare tutti i prigionieri e portarli a Milano , a sua insaputa altri elementi , partiti da Milano o forse reperiti sul posto (federazione comunista di Como), assieme ai partigiani che sanno dove trovasi Mussolini (quindi Michele Moretti di sicuro e forse anche Luigi Canali che appunto erano arrivati a Como in Federazione tra le 6 e le 7 del mattino reduci dall'aver nascosto il Duce e la Petacci a Bonzanigo) si recano in primo mattino in casa dei contadini De Maria dove trovasi Mussolini, per controllare che tutto sia a posto e prendere in mano la situazione.
Come vedremo, però, a seguito della precipitazione e di alcuni imprevisti, finiranno per sopprimere il Duce sul posto tra le 9 e le 10 (vedesi G. Pisanò: Gli ultimi 5 secondi di Mussolini, Il Saggiatore 1996).
E' certo che anche questa seconda spedizione venne organizzata da Luigi Longo, più o meno contestualmente a quella di Audisio, come lo confermerà anche il successivo atteggiamento di Longo che, di fatto, smetterà di preoccuparsi di cosa stia facendo Audisio.
Alcuni giornalisti storici hanno supposto che la messa in scena di una finta fucilazione con due cadaveri inscenata il pomeriggio del 28 aprile a Villa Belmonte, sia dimostrata anche dal fatto che, in realtà, Audisio partito da Milano non aveva l'incarico di fucilare sul posto il Duce, perché questa incombenza era stata demandata ad un altra “missione” rimasta misteriosa. Ma le cose non stanno proprio così perché, intanto, molti riscontri portano alla conclusione che Audisio venne da subito incaricato, anche se in via riservata, di andare a fucilare Mussolini, ma questo non toglie che comunque, a prescindere dal tipo di incarico assegnato ad Audisio, Longo abbia anche incaricato “qualcuno” di andare ad assicurarsi che il nascondiglio del Duce fosse al sicuro. Furono poi altri avvenimenti e imprevisti, subentrati in quella mattinata, che determinarono la necessità di sopprimere subito Mussolini senza aspettare l'arrivo di Audisio.
Alla base di partenza di queste logiche ricostruzioni c'è la considerazione che a Milano devono per forza sapere del trasferimento notturno di Mussolini in luogo segreto (il cui indirizzo magari non conoscono di preciso), se non lo hanno ordinato proprio da lì.
E' logico che lo sappia il PCI e, come noto, Sardagna da Como, in collegamento sia con Milano che con Dongo, cercò di organizzare il prelevamento, finto, vero e poi rinunciato che sia, di Mussolini a Moltrasio per portarlo nella villa dell'industriale caseario Remo Cademartori a Blevio, e quindi sapeva che Mussolini doveva essere spostato da Germasino.
In ogni caso Audisio e compagni, ufficialmente dovevano recarsi a Dongo, passando per Como, onde recuperare Mussolini e gli altri gerarchi e portarli a Milano (o meglio, fucilarli sul posto a seguito di un altro ordine segreto). Resta quindi strano e sospetto che furono fatti partire da Milano prima delle 7 del mattino senza informarli che, nel frattempo, Mussolini è stato trasferito in località segreta.
A tal fine, come detto, Valerio ha in pratica un ordine del CVL in base ad un decreto del CLNAI, ma dell'esatta origine e soprattutto finalità di quest'ordine e del suo orario di emanazione, gli storici hanno sempre dato una diversa configurazione, tanto che tra loro sono anche divisi nel ritenere con certezza se Valerio , al momento della partenza, sapesse o meno di dover uccidere il Duce sul posto o invece lo venne a sapere solo in un secondo momento, forse da Lampredi stesso o magari quando intorno alle 11 fece la famosa telefonata da Como al Comando di Milano e dicesi che parlò con Luigi Longo.
L'osservazione del comportamento di Audisio in quelle ore farebbe sembrare che in quel momento ancora non lo sapeva; ma altre considerazioni, spezzoni di testimonianze e la logica dei fatti, fanno ritenere il contrario, ovvero che lo sapeva benissimo.
Non a caso una volta che Audisio con il suo plotone arrivarono a Dongo, egli fece chiudere in uno scantinato del municipio i due rappresentanti del CLN comasco, Cosimo Maria De Angelis e Oscar Sforni con i quali in Prefettura si era poco prima accordato per recarsi a prendere i prigionieri. Proprio questo sequestro dei due commissari del CLN di Como, dimostra che ora egli voleva avere le mani libere per mettere in atto i suoi ordini di morte, come infatti subito dopo comunicò in municipio al comandante Pier Bellini delle Stelle.
In ogni caso di un incarico di procedere alle fucilazioni sul posto, sicuramente ne era a conoscenza Guido il Lampredi, ma comunque sia oramai questo dubbio assume un significato relativo visto che, c'erano anche altri elementi segretamente incaricati di prendere in mano il “problema Mussolini”.
Verso le ore 8 di quella mattina del 28 aprile, si mise in moto anche un altra cortina fumogena al fine di predisporre una veste legale a quanto si stava per compiere:
Leo Valiani del Comitato Insurrezionale , infatti, si recò da Cadorna con un ordine di fucilazione di Mussolini a nome del CLNAI.
Quest' ordine, alquanto fantomatico, fu fatto poi passare alla Storia come l'effettiva decisione del CLN, ma in realtà sembra più una messa in scena ed una convalida solo a posteriori e a cose fatte e persino ridicola [9].
Una cosa è certa: al di la di qualche distinguo, Mussolini, morto ammazzato sbrigativamente e sul posto, faceva comodo a tutti [10] .
Audisio, Lampredi e il plotone dell'Oltrepò partono da Milano
Torniamo a Valerio e Guido, che come sappiamo saranno scortati da un gruppo di 12 partigiani (più due comandanti: Alfredo Mordini Riccardo e Orfeo Giovani Landini Piero ) delle brigate dell'Oltrepò Pavese arrivate nel pomeriggio del 27 e accasermati alla bene e meglio a Milano nelle scuole di viale Romagna e scelti tra quelli delle Brigate Crespi e Capettini e del Servizio Informazioni Politiche.
Hanno tutti divise americane color caki, nuove fiammanti, berretti a bustina e sono armati di mitra Sten o Beretta. Nonostante le coccarde tricolori del CVL, più che partigiani, sembrano dei soldati di un qualche strano esercito ed infatti spesso sollevarono dubbi e perplessità quando li si vede apparire a Como e a Dongo [11] .
Non si è ben compreso, nè mai è stato spiegato con precisione, se il comando di quella scorta era esclusivamente di Alfredo Mordini Riccardo (ed in via subordinata di Orfeo Landini Piero ), oppure era in condominio tra i due. Quisquiglie.
Alfredo Mordini, Riccardo , è un uomo privo di cultura e di pochi scrupoli, ma benvoluto dai suoi uomini, comunista e già miliziano delle brigate internazionali di Spagna e attivo terrorista in Francia e quindi con una certa esperienza militare; Orfeo Giovanni Landini, Piero è un altro elemento, definito impulsivo e sanguinario, ma ex ufficiale, comunista e anch'egli militarmente esperto.
In ogni caso tutto dimostra che Valerio parta con il presupposto che Mussolini sia ancora a Dongo o nei pressi e queste sono le indicazioni che quella notte gli fornisce Pieri , il colonnello Palombo (aiutante in prima di Cadorna), il che è alquanto strano considerando che, come detto, al partito comunista e/o al Comando del CVL si doveva essere almeno a conoscenza che era stato attuato uno spostamento di Mussolini in un rifugio segreto (spostamento che, come detto, il Bellini, il Canali ed il Moretti a Dongo, non potevano mettere in atto, senza i dovuti ordini, o almeno informandone, sia pure a grandi linee, chi di dovere). Quindi logica vorrebbe che Valerio dovrebbe recarsi, per prima cosa a cercare il barone Sardagna che qualcosa in proposito dovrebbe sicuramente sapere.
Inoltre, si tenga a mente, che dopo le 7 della mattina del 28 aprile doveva anche essere arrivata al partito comunista in Milano la giusta informazione dalla federazione comunista di Como dove, tra le 6 e le 7, erano giunti Moretti e Canali con le notizie degli ultimi avvenimenti sulla traduzione notturna di Mussolini a Bonzanigo. Il PCI quindi se in alta nottata sicuramente sapeva del trasferimento ma ancora non sapeva come era andata a finire l'impresa, in prima mattinata doveva aver saputo della sua perfetta riuscita e forse anche dell'indirizzo di Bonzanigo.
Ma per tornare alla missione di Audisio, se il prigioniero più importante ed in situazione più delicata e critica è Mussolini, perché Audisio alias colonnello Valerio viene fatto partire da Milano senza precise informazioni, almeno sul fatto che in piena notte il Duce doveva essere nascosto, lontano da Dongo e che la sua sicurezza di detenzione potrebbe non essere sicura?
Possibile che, almeno l'iniziativa di questa traduzione di Mussolini in luogo segreto e lontano da Dongo, non era a conoscenza di alcuno in quel di Milano?
Nè di Cadorna, in contatto a Como con Sardagna, nè del PCI, nonostante che il Bellini, il Canali ed il Moretti hanno riferimenti sia nel CVL che nel PCI ? Non è possibile!
E invece niente di tutto questo, Audisio partirà prima delle 7 di mattina con destinazione Dongo, previa sosta alle autorità di Como, ignaro di tutto. L'unico aiuto che il colonnello Palombo gli ha fornito è il biglietto che, in caso di un incontro con Sardagna a Como gli consente di chiedere le ultime notizie conosciute, ma come vedremo, Valerio , non è neppure certo che si incontri con Sardagna. E invece, se la sua missione avesse avuto al primo posto Mussolini, proprio Sardagna avrebbe dovuto subito cercare ad ogni costo! E invece sosterà ben 4 ore a discutere in Prefettura! Tutti questi particolari non tornano affatto [12] .
Detto questo non possiamo non rimarcare il fatto curioso e assurdo che, mentre da una parte avrebbe dovuto esserci una maledetta urgenza di raggiungere Mussolini, Audisio che fu informato di questo incarico forse verso le 23 del 27 aprile, finì poi per partire solo verso le 7 di mattina del 28 o poco prima : è un indizio chiaro che la sua missione, Valerio lo sapesse o meno, aveva al primo posto obiettivi diversi da quelli che poi si volle far credere.
Alcune versioni, tra cui quella di Audisio stesso , asseriscono che questi si mosse solo verso le 5,30 per andare a prendere la scorta alle scuole di viale Romagna, per il fatto di aver lasciato dormire gli uomini scelti del plotone che non riposavano da tempo.
Oltretutto poi, si dice che, nel frattempo, la scorta si era già avviata incontro a lui e quindi, non incontrandolo, persero altro tempo in giro per Milano tanto che Audisio imprecò e protestò asserendo di essere stato boicottato.
Ma è un pò difficile da credere che con l'urgenza che avrebbe – e sottolineiamo avrebbe - dovuto esserci di raggiungere il Duce prima degli Alleati, si sia fatto fare un sonnellino agli uomini del plotone (anche se, anni dopo, lo confermò uno di loro Dick Oreste Alpegiani) e questa scorta poi, presa dalla fretta, sarebbe anche uscita prima del tempo senza incontrare Valerio.
Tutto è possibile, ma ci sembrano, più che altro, aggiustamenti per rendere credibile ciò che invece è alquanto problematico e certamente non si concilia con i ricordi di chi asserisce che Luigi Longo confidò ad Albero Alberto Mario Cavallotti che dovevano fare in fratta perché da Mussolini stavano andando anche gli americani della missione Daddario.
A nostro avviso, invece, questo ritardo dipese forse dal fatto che dovevano ancora arrivare certe informazioni dalle località comasche dove, infatti, nella notte era stata messa in atto a Dongo la farsa del trasporto in due auto di Mussolini e la Petacci fino a Moltrasio, dicesi per portare Mussolini in una base di Brunate o consegnarlo ad una barca (che poi non venne) che doveva traghettarlo a Blevio nella Villa dell'ingegnere caseario Remo Cademartori (era questo il piano di “salvataggio Cadorna – Sardagna poi rientrato) e invece successiva deviazione delle macchine indietro, dicesi improvvisata per il pericolo di farsi sequestrare il prigioniero dagli Alleati , fino a Bonzanigo in casa dei contadini De Maria.
Se Valerio, che aveva atteso impaziente tutta la notte, si avviò solo verso le 5,30 del mattino alle scuole elementari di viale Romagna per prendere la scorta e partire poi per Como prima delle ore 7, probabilmente è perché solo a quell'ora era stata prevista la partenza per la sua missione che in realtà prescindeva dal raggiungere subito il Duce e quindi non aveva eccessiva urgenza. Questo perché attorno a quelle ore, come accennato, si diede anche il segnale di via a quant'altro era già stato predisposto [13] :
un'altra spedizione, sbrigativa e segreta, per andare a controllare la situazione, che potrebbe essere precaria nel luogo dove è stato portato Mussolini e che agisse a latere della missione ufficiale e di paravento costituita da Audisio e che, in ogni caso, si rechi sul posto dove è nascosto il Duce per prendere saldamente in pugno la situazione.
Insomma, quella di Valerio era una spedizione, se non propriamente idonea a raggiungere subito il Duce ed ucciderlo sul posto, però necessaria, efficientissima e rappresentativa per interpretare ed imporre a Como e Dongo la giustizia ciellenista e procedere a fucilare i ministri e fascisti ivi tranquillamente detenuti.
E proprio questa duplice necessità – fretta per una uccisione immediata del Duce (tra l'altro diversamente locato) e dover agire legalmente , per esigenze politiche e per la storia, passando prima dalle autorità locali di Como e Dongo – e il caso di possibili imprevisti, creerà già da ora le premesse per una futura, ma necessaria finta seconda fucilazione del Duce formalmente giustificativa.
E' infatti naturale che coloro che arrivarono per primi, quel mattino, in casa dei De Maria a Bonzanigo, dovevano più che altro prendere in mano la situazione a scanso di qualsiasi sorpresa e magari fare in modo di coordinarla successivamente con la missione di Audisio e quindi fucilare il Duce regolarmente più o meno come furono fucilati i gerarchi e gli altri elementi della RSI sul lungolago di Dongo.
Ma probabilmente, accadde un imprevisto in casa dei De Maria, con Mussolini rimasto ferito in stanza durante una burrascosa irruzione (lo si deduce, come vedremo, dalla testimonianza di Dorina Mazzola e da quella della vedova di Guglielmo Cantoni Sandrino uno dei guardiani di Mussolini e la Petacci in quella casa.
Fatto sta che, finalmente, Valerio parte prima delle sette di mattina su un camioncino scoperto Fiat 121 a nafta, requisito alla società Ovesticino, guidato dal giovane partigiano Barba (generalità non note) ed una 1100 targata BN8840 guidata dal socialista Giuseppe Perotta.
Racconterà Paolo , Paolo Murialdi tra i capi di stato maggiore delle Brigate accampate in viale Romagna:
“ Pietra (Italo Pietro, comandante delle divisioni dell'Oltrepò, n.d.r.) mi telefonò alla scuola di viale Romagna dove eravamo accasermati alle bene e meglio e mi disse di cominciare a preparare questo drappello, poi arrivò anche lui... organizzai il gruppo e li misi su di un camion scoperto che non era un grosso camion e sapevo che dovevano andare fino all'alto lago... si è acceso un alterco tra Valerio e me perché Valerio cominciò ad urlare che il camion era piccolo. Io dicevo che il camion bastava. Per lui era piccolo, però non mi dava spiegazioni, evidentemente Valerio pensava forse già di portare i corpi a Milano”.
Dopo un viaggio di circa un'ora e sotto una pioggia a dirotto, il sinistro plotone arrivò a Como intorno alle ore 8, infilandosi pochi minuti dopo nella Prefettura ( Valerio scrisse: verso le 8,30).
Valerio, per la sua grande occasione della vita aveva indossato una giacca a vento militare grigia (Murialdi dice con i gradi: “ rettangolo rosso con due stelle dorate” , nelle foto in divisa che Audisio si fece nel dopoguerra porta tre stelle), pantaloni grigio verde e, qualcuno dice, si era anche pomposamente addobbato con una sciarpa trasversale tricolore (oltre alla coccarda del CVL), cinturone e pistola, mentre Guido (Aldo Lampredi) è in borghese con tanto di impermeabile bianco, forse un basco ed è armato di una pistola Beretta modello 34 celata in tasca [14].
Un primo commento riassuntivo
Possiamo intanto fare un primo riassunto cercando di individuare, nella esposizione precedentemente illustrata e scremata dalle stupidaggini e palesi inattendibilità scritte in tutti questi anni, cosa sia veramente accaduto tra il pomeriggio del 27 aprile 1945 e le prime ore del 28.
1. Nel primo pomeriggio del 27 aprile “chi sa”, soprattutto tra le intelligence degli Alleati, è in attesa della cattura di Mussolini, facilmente prevedibile visto gli accordi di resa dei tedeschi trattati con gli Alleati in Svizzera e nei quali è più che certo che si sia parlato di Mussolini (sotto tutela tedesca) dove il generale Karl Wolff, massimo artefice germanico di quegli accordi, dovette promettere in qualche modo di lasciarlo catturare. Essendo in quel momento gli Alleati ancora lontani da Dongo le contingenze fecero si che il frutto di quelle promesse finirono per coglierle i partigiani della 52 a Brigata Garibaldi i quali però già verso sera subirono il triplice condizionamento, in qualche modo esplicatosi per via telefonica, staffette comuniste e presidi della Guardia di Finanza, da parte delle strutture del CVL, del Pci e forse delle intelligence Alleate (soprattutto inglesi). Nella concitazione e nella confusione di quelle ore, forse ci furono una varietà di ordini eterogenei e contraddittori, qualche imprevedibile tentativo velleitario, ecc., ma alla fin fine si impose l'ordine segreto di trasferire Mussolini, con acclusa la Petacci, in località segreta fuori da Dongo ed a questi ordini si attenne tutto il trio di comando della 52 a Brigata.
2. Longo, su ispirazione anche di forze esterne (sovietici ed inglesi), essendo in quelle località a capo delle cellule comuniste che hanno la possibilità di mettere le mani sul Duce, predispone subito un programma per la sua soppressione. La pianificazione di questo piano deve tenere conto di varie situazioni, come ad esempio gli accordi ufficiali del governo del Sud che impongono la consegna del Duce agli Alleati (il fatto che segretamente gli Alleati, inglesi soprattutto, ma anche gli americani, sono propensi a lasciarlo ammazzare dai partigiani, non impedisce a Longo di tenere conto di questa situazione contraddittoria, anche perché non è escluso che se una “missione” Alleata capita sulle tracce di Mussolini e lo cattura, questi possa sopravvivere); la necessità di compattare su questa decisione di morte tutte le componenti cielleniste in modo da farla poi pesare nelle alchimie governative del dopoguerra; la necessità di chiudere alla grande, con un immagine agiografica della Resistenza, attraverso l'esternazione eclatante di una giustizia in nome del popolo italiano , il periodo bellico, ecc.
Su queste basi viene partorito l'incarico a Walter Audisio rappresentativo del Clnai e uomo del Comando CVL, affiancandogli per ogni esigenza Aldo Lampredi e una forte scorta armata. Molto probabilmente sono quasi tutti, al Comando del CVL, consapevoli dell'incarico omicida del Colonnello Valerio, ma ognuno si copre, coscienza e posizione personale, soprattutto futura, facendo il pesce in barile.
E' probabile, ma non certo, che anche Audisio sia subito messo al corrente che deve andare a fucilare Mussolini e gli altri gerarchi sul posto. Ed è ancor più sicuro che almeno Aldo Lampredi sappia “qualcosa in più”, visto che, come vedremo, arrivati in Prefettura a Como, svicolerà da Audisio per sparire alcune ore.
3. Longo però non può essere certo che una missione così complessa, laboriosa e necessaria dei suoi tempi, ma indispensabile per tutti i motivi espressi nel precedente punto, possa andare felicemente in porto e Mussolini attenda in tutta sicurezza di essere prelevato, tanto che Audisio parte da Milano senza neppure sapere che Mussolini non è più a Como. E quindi si premunisce, nelle primissime ore del 28 aprile, mettendo in moto “qualcun altro” che partendo da Milano o reperendolo sul posto a Como, possano prendere subito sotto controllo la situazione di Mussolini. Potrebbe anche darsi che un incarico segreto di questo genere sia invece già stato dato segretamente ad Aldo Lampredi il quale infatti, non a caso, lascia Audisio in Prefettura e passa in federazione Comunista di Como, dove al primo mattino erano arrivati Michele Moretti e Luigi Canali con le informazioni giuste sul nascondiglio di Mussolini e quindi proceda di conseguenza. Ma comunque sia è anche probabile uno sdoppiamento di incarichi, per cui oltre a quello ufficiale assegnato ad Audisio, quello segreto affidato a Lampredi, si spediscono ugualmente a prendere in mano la situazione di Mussolini a Bonzanigo anche altri elementi. In ogni caso, non potendosi fidare completamente dell'eterogeneo comando della 52 a Brigata che ha in mano e nascosto il Duce, qualcun altro venne spedito sicuramente a Bonzanigo prima delle 9.
L'arrivo di Audisio in Prefettura a Como
Arrivati in Prefettura di Como, Audisio che adesso è più che altro il colonnello Valerio , incontrerà subito una serie di problemi e diffidenze, nonostante che il CLN locale sembra fosse stato preavvisato telefonicamente da Milano. La prima autorità che Valerio incontra è il neoprefetto Gino Bertinelli al quale presentò le sue credenziali. Poco presi in considerazione il suo certificato del Comitato e la carta d'identità, ebbe la fortuna di farsi accettare il lasciapassare firmato dal Daddario, la cui firma il Bertinelli conosceva molto bene.
Valerio espose quindi gli ordini del Comando Generale che lo autorizzavano a prelevare i prigionieri e trascorse quindi circa un ora per aspettare e conoscere le decisioni del CLN locale. Perse poi altro tempo, più che altro litigando, per farsi assegnare quanto gli occorreva (un grosso camion) e per un evidente sabotaggio operato ai sui danni dalle autorità locali non certo contente di vedersi sottrarre il prezioso prigioniero e gli altri gerarchi: avevano evidentemente immaginato e sognato una consegna del Duce agli Alleati, con tanto di corteo, musica e fanfare! (Si dice, ma sono solo voci, che a Como erano state già predisposte celle nel carcere comasco di S. Donnino, concordando con il capitano di fregata Giovanni Dessì e con Salvadore Guastoni, elementi di raccordo con l'O.S.S. americano, già presenti in luogo, il trasferimento dei prigionieri).
In Prefettura c'era anche il responsabile militare del CLN di Como, il maggiore Cosimo Maria De Angelis e poi il neo segretario del CLN, cioè il repubblicano commendator Oscar Sforni ed arrivarono anche altri elementi (dodici in tutto ne ricorda Valerio).
La situazione però, per Valerio non si sblocca.
Arriviamo quindi alle 11 circa , ora in cui si dice, Valerio in evidenti difficoltà in Prefettura e per sapere se l 'ordine ricevuto è superiore a qualsiasi decisione locale, fece la famosa telefonata al Comando CVL a Milano dove, si racconta sempre, dall'altra parte del telefono c'era Longo in persona che, minacciosamente, ma più che altro come modo di dire usuale in quei tempi, gli dice: (“ O fate fuori lui, o sarete fatti fuori voi!” ), confermandogli d'autorità il fatto di avere carta bianca.
C'è chi, invece, dice che è in questo frangente che Longo o chi per lui gli riveli il vero scopo della missione , ovvero l'uccisione di Mussolini e dei gerarchi, ma vengono fatte anche altre ipotesi (oltretutto si mette in dubbio che all'apparecchio ci fosse Longo in persona in quanto forse non presente in quel momento al Comando, ma niente di sicuro è dimostrato) [15] .
E' comunque clamoroso che con questa telefonata, a metà mattinata, Longo o non Longo all'apparecchio, ancora non venga detto a Valerio che Mussolini non si trova a Dongo e che, lì vicino, in federazione comunista ci sono informazioni aggiornate.
Questo dimostra che la missione di Valerio ha scopi diversi che prescindono dal raggiungere in fretta Mussolini, anzi significa, visto che non ci sono notizie che descrivono l'ansia e il trepidare di Longo, il quale oltretutto dopo le 14 se ne andrà tranquillamente a incontrare le divisioni di Moscatelli giunte a Milano, che la “pratica” di Mussolini era già stata chiusa al mattino con la sua uccisione!
Tornando all'esagitato Audisio in Prefettura, questi finalmente riuscirà ad imporsi ed avere soddisfazione in Prefettura in base all'accordo che avrebbe firmato una ricevuta di scarico dei prigionieri e sarebbe stato accompagnato nella missione dai due rappresentanti del CLN: De Angelis e Oscar Sforni (in un primo momento si accoderà anche il capitano di fregata Giovanni Dessì uomo di collegamento con gli Alleati, ma verrà subito scaricato). Vari e pittoreschi sono gli aneddoti tramandatici per quelle ore di un irascibile Audisio in Prefettura, ma hanno poca importanza e quindi li tralasciamo.
A questo punto, dopo aver atteso e cercato invano il Lampredi Guido , giunto con lui in Prefettura e poi sparito senza preavvisarlo o, dicesi, con la scusa di andare a fare una telefonata, Valerio parte per Dongo alcuni minuti dopo le 12 (dirà alle 12,05) portandosi dietro, come da accordi, il maggiore Cosimo Maria De Angelis in rappresentanza del comando militare di Como ed il segretario del CLN locale cioè Oscar Sforni (questi verranno con la loro Aprilia nera targata RM001 [regia marina] ). Saranno utili a Valerio per i posti di blocco [16] .
Quindi Guido , il Lampredi, alla chetichella, e all'insaputa di Valerio, era improvvisamente scomparso e non si riesce, ancora oggi, a sapere con certezza a che ora.
Alcuni affermano, con una certa logica, intorno alle ore 9 (quindi dopo più di mezz'ora che vi soggiornava), perché un prolungato trattenimento in Prefettura con evidente perdita di tempo era assurdo per chi aveva l'incarico di arrivare al più presto a Mussolini o comunque cooperare per quello scopo o forse, ancora meglio, per coordinare la missione di Valerio con “l'altra” missione omicida che doveva andare ad ammazzare il Duce sul posto .
Altri, basandosi su alcune, sempre discutibili, testimonianze spostano questa ora alle 10 circa come già riportò l' Unità nel dopoguerra (prolungando così però l'assurda permanenza di Guido in Prefettura di un'altra ora).
Lo stesso Lampredi, nella sua Relazione riservata al partito del 1972, perfettamente conscio della gravità di questa incongruenza, che negli anni precedenti aveva sollevato più di un dubbio, spostò la sua uscita dalla Prefettura addirittura verso le ore 11 e questo ci pare veramente un insulto alla logica delle cose.
Oltretutto, ragionando con la stessa logica della storica versione, dovendo il Lampredi, rintracciare al più presto Mussolini, che tra l'altro non è a Dongo e a quanto sembra lui non dovrebbe neppure sapere dove esattamente sia, cosa gli potevano interessare i litigi ed i problemi di Valerio in Prefettura?
Già il comportamento di Valerio , con il tipo di incarico che lo investiva e che stranamente era partito tardi da Milano e che ora perde ancora ben 4 ore di tempo in inutili, ma lui dirà purtroppo necessari e inevitabili, battibecchi e litigi in Prefettura (o alla ricerca poi per strada di un camion), è un pò difficile da accettare, ma quello di Lampredi è addirittura assurdo, come sarà anche assurda, a sentire lui, la sua successiva e ulteriore prolungata permanenza in Federazione comunista (a far che?), e comunque non è assolutamente credibile.
Infatti, guardate un pò cosa avrebbe fatto Guido il Lampredi :
egli aveva abbandonato Valerio alla Prefettura di Como portandosi via, per giunta, l'automobile, l'autista Perotta e soprattutto il capo scorta Alfredo Mordini ( Riccardo )! (Anche se era rimasto l'altro capo scorta, l'Orfeo Landini. Il Mordini si racconta che venne rintracciato alla svelta in un'osteria dove si era recato a bere un bicchiere di vino, ma sulla genuinità di questi aneddoti non c'è certo da giurarci).
Un comportamento questo, evidentemente, reso necessario ed impellente per il disbrigo di più importanti e urgenti incarichi.
E questa sortita, a dire di Lampredi stesso, sarebbe invece avvenuta per recarsi alla Federazione Comunista di Como, appena trasferitasi in palazzo Terragni, alla ricerca di dirigenti che potessero aiutarli in quella situazione ingarbugliata (!?).
Fatto sta che comunque Lampredi neppure tornerà più in Prefettura (dirà con faccia tosta di non ricordare se vi ripassarono oppure seppero per telefono che Valerio era già partito) e partirà invece, dice lui , per Dongo.
Ma l'incredibile serie di colpi di scena non è ancora finita: mentre infatti Valerio con il resto della scorta, rimasta sotto la responsabilità di Piero Orfeo Landini, partirà finalmente dalla Prefettura, dicesi intorno alle 12,05 e arriverà a Dongo, dicesi intorno alle 14,10, anche a causa della ricerca di un camion più adatto di quello che gli avevano appena rimediato dopo tanti litigi e sopratutto di alcuni posti di blocco incontrati strada facendo [17] , da parte sua Guido Aldo Lampredi con l'inseparabile Alfredo Mordini Riccardo e l'autista Giuseppe Perotta, ed altri dirigenti raccolti nella federazione comunista come Giovanni Aglietto Remo , Mario Ferro (che, stando alla cronologia da alcuni di loro stessi indicata, eccezion fatta per Lampredi, erano partiti prima, Mario Ferro, disse una volta incredibilmente: “ non più tardi delle 10” ), giungeranno invece a Dongo qualche minuto dopo di Valerio , ovvero come diranno altri, qualche minuti prima!
Ma che il gruppo Lampredi fosse partito per Dongo prima o dopo di Valerio, e sia arrivato a Dongo qualche minuto prima o dopo [18], è clamoroso che i due gruppi non si siano, neppure per caso, incontrati per strada o, almeno, che il gruppo di Valerio oppure quello dello stesso Guido abbiano saputo, da qualche posto di blocco, del passaggio degli altri! La via Regina, da Como a Dongo, era a quel tempo una lunga fettuccia priva di traffico e sotto controllo di vari blocchi partigiani.
E' quindi veramente improbabile, anche in relazione al fatto che tutti confermarono di esser stati fermati da più di un posto di blocco! e considerando poi che gli elementi comunisti in macchina con Lampredi sono tutti importanti partigiani conosciuti in quei posti, che il gruppo di Valerio e quello di Lampredi, separatisi e persisi da ore, siano transitati a poca distanza di tempo tra loro ignorandosi a vicenda, anzi teoricamente Valerio , secondo chi asserisce che sia partito per Dongo dopo di Lampredi, avrebbe addirittura dovuto sorpassarlo, in quanto è poi arrivato prima!
Ecco, in riassunto, come Aldo Lampredi, nella sua ambigua Relazione riservato al partito del 1972 cercherà di aggiustare le cose e gli orari [19].
Anticipiamo che dirà di aver lasciato Valerio in Prefettura verso le 11 e che poi si mosse dalla federazione comunista per Dongo quando Valerio era già partito dalla Prefettura (dopo le 12 quindi n.d.r. ): ne consegue quindi che, nonostante la fretta, Lampredi si gingillò con i compagni della federazione per quasi un ora e mezza: incredibile!
Se poi si considera che, molto più probabilmente, egli era uscito dalla Prefettura ancor prima delle 11, la cosa diviene addirittura irreale.
Da quanto si deduce da queste versioni, alle ore 11 del 28 aprile il partito comunista a Como sembra come se non avesse alcun ordine o disposizione dalla Direzione di Milano circa la situazione di Mussolini; dovendosi quindi pensare che verso le 7 di mattina, se non alle 6, arrivati il Canali ed il Neri con le notizie su Mussolini, queste notizie urgenti, determinanti e importantissime erano rimaste a giacere in federazione comunista, dove il suo dirigente Dante Gorreri (appena rientrato dalla Svizzera la sera del 27 aprile assieme a Mario Ferro), e l'altro dirigente che fino ad allora lo aveva sostituito, Giovanni Aglietto, perdono tempo in altre faccende.
Lampredi premetterà comunque di riferire solo i fatti essenziali, trascurando quelli resi noti da Audisio (evidentemente in contrasto) sui quali dice: “ci sarebbe assai da dire” .
Preciserà anche (a scanso di eventuali contestazioni aggiungiamo noi), che potrebbe aver dimenticato molti particolari. Nel complesso cercherà di fornire giustificazioni a posteriori lamentandosi che a suo tempo il partito non lo fece [20]:
<<Quello che ricordo è che, nella serata di venerdì 27 aprile, per motivi di lavoro sono rientrato a Palazzo Brera (sede del Comando generale, n.d.r) ad un ora abbastanza tarda, e che Audisio mi ha detto della missione che dovevamo compiere in quanto Longo aveva deciso che vi partecipasi anch'io... La mattina del 28 quando siamo andati in viale Romagna a prelevare il reparto partigiano che doveva accompagnarci ho avuto la lieta sorpresa di trovare al comando del reparto stesso, il compagno Riccardo Mordini ...
Siamo arrivati a Como poco dopo le otto e siamo andati in Prefettura...
Malgrado l'autorità ufficiale che Audisio cercava di far valere onde ottenere un camion e l'aiuto per arrivare ai gerarchi catturati, il tempo passava senza giungere ad una conclusione.
Fu allora che mi resi conto che per superare le difficoltà che stavamo incontrando in Prefettura e quelle che avremmo incontrato a Dongo, abbisognava l'aiuto del partito .
Intanto era necessario che almeno il nostro rappresentante nel CLN facilitasse il nostro compito e cessasse di solidarizzare in pieno con gli altri membri. Non ricordo come individuai il nostro compagno, prof. Renato Scionti , ma appena mi fu noto lo invitai a venire in Federazione per discutere la questione.
Mi pare di essere andato via dalla Prefettura verso le 11 quando Valerio cercava di telefonare a Longo a Milano ...
( Quindi tanta era la fretta, poi sparita! che non gli interessò neppure sapere cosa poteva dire Longo! N.d.A .).
Giunto in Federazione incontrai il compagno Mario Ferro che mi conosceva bene.... (a quanto sembra non ha avuto problemi per farsi riconoscere ed accettare. N.d.A..)>>.
Mario Ferro anni dopo racconterà:
<< Stavo salendo le scale della ‘Casa del Popolo' per andare a salutare i dirigenti della Federazione comunista quando incontrai, mentre stava scendendo, Aldo Lampredi ‘Guido' il caro compagno dell'esilio in Francia. Ci abbracciammo.... ( Più oltre aggiungerà) ... Aldo Lampredi era un uomo longilineo, piuttosto magro, che portava gli occhiali e vestiva un impermeabile>>.
Riprendiamo dalla Relazione di Lampredi:
<<Ferro mi garantì a Dante Gorreri che stava riprendendo in mano la Federazione e a Giovanni Aglietto che ne era stato dirigente durante la sua assenza.
Discutemmo più di quanto avessi previsto (excusatio non petita, n.d.r.) perché, in certa misura i compagni erano stati influenzati dal programma elaborato dal CLN, ma alla fine, riconobbero la giustezza della posizione del partito e fu discusso il modo migliore per superare gli ostacoli....
Qui venimmo a conoscenza che il commissario della Brigata, Michele Moretti, un bravo compagno, tra l'altro sapeva dove erano stati trasportati in nottata Mussolini e la Petacci e che lo sapeva anche Neri, Luigi Canali, capo di stato maggiore della Brigata, perché l'aveva indicato lui. Costoro infatti la mattina presto, erano venuti in Federazione (vecchia sede) per informare di questo e chiedere istruzioni, che non furono date perché si disse che occorreva sentire Milano. (Il Lampredi non si accorge neppure della assurdità di quanto va dicendo e da cui si dovrebbe dedurre che quando dopo le 12 loro partirono da Como, il PCI a Milano non era ancora stato informato delle importantissime notizie su Mussolini! N.d.A.) >> .
Andiamo avanti con la “ Relazione” di Lampredi:
<<... a conclusione della discussione fu deciso che Giovanni Aglietto sarebbe venuto con me per presentarmi e garantirmi a Moretti....a noi si aggiunse Mario Ferro e quindi nella macchina dovemmo trovarci in cinque: io, Mordini, Aglietto, Ferro e l'autista. Non ricordo se passammo dalla Prefettura, oppure se sapemmo per telefono che Audisio era già partito >> .
Ancora una pausa per notare che forse il Lampredi, per evitare incongruenze, non dice a che ora avrebbero cercato Valerio e a che ora partirono per Dongo, ma l'indicazione che “ Valerio era già partito” è chiara.
Un secondo commento riassuntivo
Da questa Relazione e da queste cronache, dobbiamo evidenziare almeno due cose:
primo , il poco credibile orario delle 11, indicato da Lampredi, come uscita alla chetichella dalla Prefettura (la stessa Unità del novembre '45 aveva genericamente indicato un ora prima), ed il fatto che, in un modo o nell'altro, egli non torna a risolvere i problemi di Valerio, motivo da lui addotto per svicolare verso la federazione del partito.
secondo , è poco credibile che Moretti e Canali, arrivati la mattina presto in Federazione comunista non abbiano rivelato ai dirigenti anche il luogo dove era nascosto Mussolini (tra l'altro a conoscenza del Pier Bellini delle Stelle, non comunista e dei due autisti del trasporto notturno) e quindi Guido appena arrivato e fattosi presentare ne venne certamente a conoscenza !.
Qui nella Relazione si dice infatti che, da Como dovevano sentire Milano : ebbene cosa dissero e cosa avevano immediatamente ordinato da Milano ? Non verrà mai detto.
E come non pensare che Moretti e Canali, dovevano essere stati invitati a rimanere a disposizione, lì nei pressi, perché i soli in grado di arrivare ed entrare in quella casa di Bonzanigo in quanto conosciuti dai due guardiani armati ?
Se così non fosse si dovrebbe pensare che il partito a Milano, avuta la urgente e preziosa informazione, non faccia niente, non dia ordini, e come sappiamo non informi neppure Audisio qualche ora dopo nella sua telefonata al Comando delle 11!
Nè si può pensare che forse abbia almeno spedito Moretti a Dongo in attesa dell'arrivo della spedizione di Valerio, perché allora sarebbe logico che Moretti venga invitato ad attendere Valerio a Como, visto che questi vi deve arrivare intorno alle ore 8 e, del resto, Moretti dalle sue testimonianze, fa trasparire chiaramente che nulla sapeva (come nulla sapevano tutti gli altri a Dongo) dell'arrivo del plotone di Valerio (addirittura in un primo momento scambiati per fascisti) , e ora qui, Lampredi dice che in federazione comunista “ discutemmo più di quanto previsto”, per riconoscere la giustezza della posizione del partito, attestando indirettamente che il partito a Como fino a mezzogiorno non aveva avuto disposizioni! E' tutto irreale.
Si osservi poi il comportamento di Longo: la sera e la notte del giorno precedente, il 27, tutto teso ad organizzare l'uccisione in sordina di Mussolini; poi di lui si sa poco e nulla e quindi, partito Valerio al mattino presto, se ne perdono le tracce. Sembra sparito, chi dice che starà al Comando del CVL, chi che poi andrà agli stabilimenti dell'ex Il Popolo d'Italia dove deve preparare le edizioni dell' Unità;
Audisio dirà di averci parlato alle ore 11 per telefono quando lo chiamò al Comando (e la cosa, pur confermata da Longo stesso, è da alcuni messa in dubbio), ma comunque non abbiamo attestazioni che si danni l'anima e si affaccendi per sapere dove è stato portato il Duce, informarne Valerio ed essere sicuro della sua immediata eliminazione, come sarebbe logico e naturale che fosse.
Ma vi pare che se Longo e il partito, la mattina del 28 aprile non avevano la certezza di sapere dove e con chi si trovava il Duce ed essere certi che non succedessero colpi di mano o imprevisti che lo potessero sottrarre alla morte, non avremmo avuto riscontri dei loro atti e del loro agitarsi in proposito?
Ed allora, come mai la “ storica versione” ci vuol far credere che il non aver dato disposizioni ed informazioni precise a Valerio, nè alla partenza da Milano, nè per telefono alle 11, ma lasciatolo andare semplicemente a Dongo dove il Duce non c'è, via Como, sia un fatto normale ?
Eppure secondo questa storica versione , quella di Valerio doveva essere l'unica ed autorizzata spedizione inviata a fucilare il Duce! E' possibile che Longo e il Pci, ancora la mattina del 28 aprile, non sapevano dove era finito Mussolini e quindi, corrano il rischio di farselo soffiare via o che altro, e restino così tranquilli? Eppure è proprio quanto traspare dalle cronache e dagli aneddoti tramandati per quelle ore.
E' credibile che Lampredi parte da Como con gli altri dirigenti della federazione comunista e va diritto a Dongo senza deviare per Azzano, che è sulla strada (circa a metà strada) e dove, in base a quanto appena osservato e dedotto, avrebbero invece dovuto essere a conoscenza che li dietro Azzano c'è il Duce ?
Non è credibile per nulla.
Il colonnello Valerio e Lampredi arrivano a Dongo
Continuiamo con la Relazione riservata di Lampredi:
<<Allora prendemmo la strada per Dongo e durante il viaggio fummo fermati alcune volte da posti di blocco partigiani che ci fecero perdere abbastanza tempo. Arrivammo a Dongo quando Audisio era già sul posto . L'incontro avvenne sulla piazza e fu burrascoso...>> .
Varie testimonianze attestano di un diverbio tra Valerio e Guido appena ritrovatisi: c'è chi dice che fu a causa del fatto che Lampredi informò Valerio che Mussolini era stato già ammazzato, altri che invece fu per via della sparizione di Guido dalla Prefettura, altri ancora che Lampredi gli disse, solo ora, che doveva fucilare i prigionieri e non portarli vivi a Milano.
Il maggiore De Angelis, che dicesi presente, ricorda che almeno intese queste aspre parole di Valerio : “ Tu a me questi scherzi non li devi fare!”.
Qualcosa di simile riferì anche Pedro il Pier Bellini delle Stelle, ma in tutta questa ridda di testimonianze incontrollabili qualcuno mette anche in dubbio, pur non portando alcuna prova, che quel “ Valerio” fosse Walter Audisio..
Per completare il quadro di quegli avvenimenti è anche utile leggere alcune testimonianze di Michele Moretti Pietro :
<<Lampredi è arrivato a Dongo per conto suo poco prima di Valerio, ma con lui non ho avuto alcun diverbio.... Fu incaricato Mario Ferro di accompagnare Lampredi a Dongo e di presentarmelo .... Senonchè arrivato a Dongo Ferro tardò a presentarmi Lampredi e le cose andarono per le lunghe (veramente strana questa perdita di tempo nell'informare Moretti con l'urgenza che doveva esserci, n.d.r .) >> .
Sempre sull'arrivo di Valerio a Dongo circa alle 14,10 con il suo plotone che destava il sospetto di fascisti travestiti il Michele Moretti Pietro ricorda:
<<Chiesi a Pedro se conoscesse quella gente armata e così ben equipaggiata ed egli mi rispose che erano appena arrivati da Milano ed avevano presentato un ordine scritto.
Mi allontanai allora passando tra la gente che affollava il cortile e mi imbattei in Remo (Aglietto) che avevo conosciuto appena in mattinata a Como presso la Federazione del PCI. Lo presi in disparte chiedendogli cosa facessero e se conosceva quei nuovi arrivati.
Egli non si pronunciò apertamente, solo, a seguito delle mie insistenze, disse:'Lascia fare Pietro! Mi tranquillizzai ed informai della faccenda Neri, che era appena ritornato da Como, assieme a Nino Corti, con Remo Mentasti e Cerrutti Dante, per cui il timore dei fascisti finì lì. Remo poi mi presentò a Lampredi, mentre Valerio mi pregò di chiamare Pedro>>.
Si evince, se pur ce ne fosse bisogno, che Audisio non era atteso e quindi c'è da chiedersi, se questi non fosse giunto a Dongo, fin quando il comandante Bellini Pedro, il Canali Neri e il Moretti Pietro stesso, tutti allegramente spensierati in quel di Dongo, si sarebbero dimenticati di Mussolini e dei due partigiani di guardia lasciati all'alba in casa De Maria, dove potevano essere stati notati o potevano essere incorsi imprevisti di varia natura?
Anche questa è un altra indiretta dimostrazione che Mussolini era stato già ucciso al mattino, ma lo vedremo meglio poco più avanti.
Proseguiamo con Lampredi:
<< Mi pare che Aglietto mi presentò a Moretti prima della riunione che Audisio ed io facemmo con Pedro (Pier Bellini) comandate della brigata per informarlo della nostra missione e per esaminare la lista dei gerarchi catturati.
A Moretti parlai a nome del partito sullo scopo della nostra presenza a Dongo ed in particolare sul modo di raggiungere il posto dove si trovava Mussolini, ottenendo da lui l'assicurazione che ci avrebbe accompagnati a destinazione. Successivamente fui presentato a “Neri” ed anche a lui dissi del nostro compito, senza far cenno agli accordi presi con Moretti per la fine di Mussolini e questo perché mi era stato detto che su Neri vi erano delle forti riserve circa il suo comportamento durante un arresto.
Alla riunione dove furono scelti i gerarchi da fucilare, partecipò in un primo momento il solo Pedro, poi Moretti e Bill (Lazzaro)>>.
La sottile ricostruzione di Lampredi, lasciando intendere una partenza per Dongo successiva a quella di Valerio risolve l'incongruenza di esserci arrivato dopo di questi (secondo lui) e quella ancora più grave di non essere tornato da lui o non averlo informato di quanto fatto e appreso in federazione comunista.
Peccato che tale escamotage non sia ugualmente plausibile per il fatto che bisognerebbe credere, a sentire lui, ad una sua assurda permanenza in Prefettura di quasi 3 ore! (cioè da poco dopo le 8 e fino alle 11) e poi di circa un altra ora e mezza in Federazione comunista (diciamo fin verso le 12,30 ?) quando Valerio era già partito, e quest'altra permanenza per non certo complicate presentazioni ai compagni (tra cui c'è Mario Ferro che lo conosce bene) e sbrigative richieste di informazioni e di aiuto!
Oltretutto, stando anche al suo stesso racconto, che attesta che alle 7 in federazione comunista avevano detto a Moretti che bisognava sentire Milano, avrebbe pur dovuto trovare a quell'ora (dopo le 11), cioè dopo circa 4 ore dalle 7 del mattino, precise disposizioni da Milano! [21]
Ed invece no, nessuno sa niente, vanno tutti verso la Mecca , cioè a Dongo dove ci sono appunto gli informatissimi Moretti e il Canali! Ma chi lo può credere?
Arrivati a Dongo, come sappiamo, ci fu il ricongiungimento burrascoso tra Valerio e Guido, quindi una riunione segreta con Pedro il Pier Bellini delle Stelle, Audisio e Lampredi a porte chiuse. Nel frattempo Pietro il Moretti si tranquillizza perché Aglietto gli fa capire che questi strani e nuovi arrivati sono dei loro; poi la riunione generale con tutto il comando della 52 a , ecc. Infine si andò a far visita ai prigionieri ivi detenuti. [22]
Piero Orfeo Landini, uno dei comandanti del plotone dell'Oltrepò giunto con Valerio , ricorda i momenti della visita ai prigionieri:
<<Alcuni dei prigionieri apparivano alquanto depressi, altri meno, e tra questi Pavolini che aveva un braccio al collo, evidentemente ferito. Ci domandammo dove fosse stato portato Mussolini: non sapevamo ancora che era stato trasferito a Bonzanigo>>.
Un ultima rivelazione fa Guido nella sua Relazione a proposito della decisione di fucilare i gerarchi e la Petacci, palesando quindi di conoscere lo scopo omicida della missione:
<<L'importante era adempiere all'incarico ricevuto e le formalità non mi interessavano. Comunque è un fatto che il comando delle brigate approvò la lista dei gerarchi da giudicare (eufemismo per “ ammazzare!” n.d.r.) e dette il suo contribuito alla realizzazione dell'esecuzione” (si riferisce a Pedro, il Bellini, e gli altri del comando Brigata, per il quale intende che pur non condividendo tutte le condanne a morte, finirono per accettarle, n.d.r).
...E' un fatto che l'esecuzione di Mussolini e della Petacci fu eseguita a sua insaputa... (aggiunge, infatti, che Pedro credeva ad una fucilazione di tutti insieme i condannati) come per la fucilazione dei due fu decisiva la partecipazione di Moretti ottenuta soltanto in nome del partito”... Bisogna riconoscere che le decisioni prese a Milano e cioè: un incarico ufficiale dato ad Audisio e un compito di partito affidato a me, furono giuste e che si deve alla combinazione degli atti compiuti da una parte e dall'altra se il compito affidatoci fu portato a buon fine. Dopo la riunione col Comando della 52ma Brigata, mentre Pedro provvedeva a trasportare a Dongo i gerarchi che erano altrove, stabilimmo di procedere alla fucilazione di Mussolini e della Petacci>>.
Alcune testimonianze, soprattutto quella di Bill Urbano Lazzaro, attestano che Valerio , fattasi consegnare la lista con i 31 più importanti prigionieri, prese ad apporvi delle crocette indicando le condanne a morte. Incredibilmente dopo aver pronunciato il nome di Mussolini, scandì quello della Petacci, che oltretutto neppure era in quella lista, sollevando le rimostranze, soprattutto di Pedro il Bellini, per questa inaspettata condanna a morte di una donna, tutto sommato incolpevole. Si racconta che Valerio , imprecando, strillò che già era stata condannata e impose rabbiosamente la sua decisione. Seguirono poi altre “condanne a morte” del tutto gratuite e cervellotiche, come per esempio quella di Mario Nudi o di Pietro Calistri, ma non ci fu nulla da fare, nonostante le obiezioni, Valerio impose di passarli per armi.
Ora questo aneddoto, però mai ammesso dalle fonti e testimonianze di ex comunisti, se fosse vero dimostrerebbe, senza ombra di dubbio, che Valerio sapeva benissimo che Claretta Petacci era già morta e quindi andava messa nella lista in previsione della sceneggiata delle 16,10 a Villa Belmonte. Evidentemente l'aveva appreso all'incontro di poco prima con Lampredi sulla piazza. Molto contraddittoriamente invece la “storica versione ” asserisce che la Petacci fu uccisa a seguito delle caotiche fasi della fucilazione, essendosi costei dimenata vicino al Duce, non spiegando però, se così fosse, perché venne portata sul luogo dell'esecuzione. Ora la frase di Lampredi ( “stabilimmo di procedere alla fucilazione di Mussolini e la Petacci” ) sembra confermare i ricordi di Bill il Lazzaro (in altre circostanze molto poco attendibile) appena riportati.
Abbiamo voluto dare un certo spazio a questi episodi ed alla Relazione di Lampredi, per rimarcare l'inconsistenza e la poca credibilità di svariate testimonianze, in particolare sugli orari e le finalità degli ordini, elargite a più mani e tutte difformi l'una dall'altra.
La domanda che purtroppo rimarrà senza risposta è questa: cosa fece e dove andò esattamente Lampredi (con Mordini) una volta che uscì alla chetichella dalla Prefettura?
Ma soprattutto a che ora esattamente vi uscì?
Una volta passati in federazione comunista a Como e raccolti i dirigenti comunisti locali, conosciutissimi in zona , essi si trovavano a circa tre quarti d'ora di distanza (per quei tempi) da Bonzanigo.
Quello che hanno tutti, più o meno dichiarato, è che i due, Lampredi e Mordini, più l'autista Perotta, partono con i compagni locali Ferro e Aglietto (e forse Gorreri), quindi non tornano da Valerio in Prefettura per aiutarlo nella sua missione e che dovrà andare a Dongo, si assentano per alcune ore e arrivano a Dongo solo dopo le 14.
La logica vorrebbe che, se Valerio e Guido sono arrivati alla Prefettura di Como poco dopo le ore 8 il Lampredi, conscio dell'incarico ricevuto (che forse non è solo quello di assistere Valerio ) e del problema di fare in fretta, non aveva alcuna necessità di trattenersi in prefettura e quindi, probabilmente, se l'è svignata quasi subito ovvero entro le ore 9, praticamente dopo una permanenza in federazione di circa 30 minuti.
In tal caso hanno avuto, lui e Mordini, considerando anche il tempo per il salto e gli incontri in Federazione Comunista (dove forse era addirittura aspettato), a disposizione circa cinque ore e un quarto per deviare di strada e recarsi ad Azzano (Bonzanigo) e quindi poi proseguire per Dongo dove è giunto poco dopo le 14!
Non conoscendo però l'esatta ora in cui fu ucciso Mussolini (poco dopo le 9 o alquanto prima delle 10? secondo il racconto di Dorina Mazzola il teste di Bonzanigo) non è dato sapere se arrivò in tempo per partecipare alla mattanza, o vi arrivò a cose fatte incaricandosi della successiva pianificazione per la “messa in scena” di una finta fucilazione pomeridiana.
In quest'ultima eventualità infatti si potrebbe anche ipotizzare, attenendoci agli orari (difformi) forniti da Lampredi ed altri, che Lampredi arrivi in federazione tra le 10,30 e le 11, qui raccolgono i dirigenti del PCI e vanno a Bonzanigo. In questo caso è certo che i dirigenti comunisti di Como (con Moretti e il Canali) a Bonzanigo c'erano già stati al mattino presto con qualcun altro “venuto da fuori”.
Comunque sia, il Lampredi una sua parte in commedia l'ha certamente avuta [23] .
L'allegra e spensierata attesa: beato chi ci crede!
Ma per rendersi bene conto della assurdità di tutta questa “ storica versione” così come è stata narrata, vediamo anche quello che accadde in prima mattinata al comandante Pier Bellini delle Stelle, a Michele Moretti e Luigi Canali (con questi c'era anche Giuseppina Gianna ) tutti reduci dall'aver nascosto Mussolini nella casa dei De Maria a Bonzanigo e tranne il Bellini, arrivati in federazione comunista di Como, diciamo per essere possibilisti, tra le 5,30 e le 7 (non si sa se erano prima erano anche passati a casa di Remo Mentasti Andrea compagno di riferimento per i comunisti a Como).
Lo spensierato Pedro il Bellini sparisce di scena
Non c'è il solo Luigi Longo a trascorrere tranquille ore a Milano in attesa degli aventi, senza apparentemente più preoccuparsi di come sia andata a finire con Mussolini, ma anche il Pedro Pier Luigi Bellini delle Stelle, uscito al mattino con gli altri partigiani, da casa de De Maria dove ha lasciato in custodia Mussolini e la Petacci, circa alle 5 (ma sono anche possibili altri orari come le 4 o poco più delle 5) questo pomposo comandante, fino a poche ore prima orgoglioso e geloso artefice della vicenda di Mussolini, sparisce di scena. Sembra che passi per Como, poi intorno alle 8 incontri Bill Urbano Lazzaro a Dongo, il quale gli restituisce il comando che aveva preso in consegna durante la sua assenza notturna.
Da questo momento in poi, di lui non si sa più nulla, fino a quando un inaspettato colonnello Valerio , dopo le 14,10 non lo butta giù dal suo ufficio e lo fa venire in piazza a conferire.
Non risulta che avvisi il comando del CVL a Milano o Sardagna a Como degli ultimi cambiamenti notturni, che relazioni a qualcuno sul nascondiglio di Mussolini. Niente. Pare che si dedichi a incombenze del momento, faccia qualche misteriosa telefonata e poco altro. Sembra come se per lui, la pratica Mussolini fosse oramai chiusa. Di fatto sparisce di scena per tutta la mattinata da quegli eventi. O sa “qualcosa” di quanto accaduto in mattina a Bonzanigo oppure gli è stato ordinato di farsi discretamente da parte nella responsabilità di Mussolini.
Lo spensierato Moretti Pietro
La favoletta resistenziale recita che, fatto il resoconto dei fatti notturni in Federazione comunista, Moretti se ne va a Dongo, ma passerebbe prima da Tavernola dove sono mesi che non si fa vedere dai genitori e non vede il figlio ed è anche qualche giorno che non vede la moglie Teresina Tettamanti (in pratica sparisce di scena, allegro e spensierato in un bel quadretto familiare). Egli racconta che passando per Azzano ebbe la forte sensazione di fermarsi alla casa De Maria, ma temendo di dare nell'occhio desistette e proseguì per Dongo dove la sua presenza era necessaria. Questo è tutto.
Gli indaffarati Canali Neri e Tuissi la Gianna
Neri e Gianna, invece, sembra che se vanno con Remo Mentasti, Andrea, il valigiaio di piazza S. Fedele, amico del Neri e noto punto di appoggio per i comunisti in clandestinità e con lui si portano tutti dal neo sindaco comunista di Como, tale Armando Marnini al quale, si dice (così la versione ufficiale ), gli chiederebbero di andare a Dongo a presiedere uno speciale tribunale del popolo per giudicare Mussolini e gli altri (ma questi non se la sentirebbe).
Altra versione invece dice che il Neri uscito dalla Federazione comunista disse di recarsi in Prefettura dove si sapeva che era in corso una riunione del CLN provinciale presenti Virginio Bertinelli, Luigi David Grassi, Armando Marnini, Oscar Sforni, ecc.
Quindi il Neri , sul cui capo dovrebbe sempre pendere una condanna a morte per tradimento da parte del partito e del Comando Generale delle Brigate Garibaldi, che sembra al momento sospesa, ma non revocata, passa prima in Prefettura (ma non è accertato). dove sta arrivando Audisio con il suo plotone e poi andrà in giornata a salutare la mamma Maddalena Zannoni (e questa confermerà il particolare) in via Zezio 53. Ma stranamente non incontra nessuno, eppure gli uomini del plotone di Audisio non sono di certo dei fantasmi che passano inosservati.
In ogni caso il Canali arriverà poi a Dongo, intorno alle ore 14, forse poco prima di Valerio. A Dongo vi arrivò in auto con Remo Mentasti, Nino Corti e Dante Cerruti, e dovremmo dedurre anche lui tranquillo e sicuro circa la messa in custodia del Duce nel nascondiglio di Bonzanigo!
La “ storica versione ”, infine, recita che il colonnello Valerio e Aldo Lampredi Guido Conti , arrivati a Dongo intorno alle 14,l0 separatamente e inaspettati, e finalmente impostisi d'autorità ai comandi partigiani locali, poco dopo le 15 di quel sabato 28 aprile 1945 si prepararono ad andare a fucilare Mussolini e la Petacci che erano custoditi in casa dei contadini De Maria. Con loro venne deciso che ci sarebbe andato anche Michele Moretti Pietro Gatti. Fatto sta che requisiti sulla piazza di Dongo un auto (una 1100 nera con guida a destra) ed uno sconosciuto autista (tal Giovambattista Geninazza a disposizione del comando della 52 a Brigata sembra dal giorno precedente), si diressero verso Azzano, passarono per Giulino e la via XXIV Maggio e arrivarono a Bonzanigo per compiere la loro giustizia in nome del popolo italiano [24] .
Terzo commento riassuntivo
Tenendo conto che Mussolini e la Petacci erano stati lasciati in quella casa di Bonzanigo da circa le 5 del mattino ed ivi abbandonati assieme ai due partigiani “carcerieri” (il giovane Guglielmo Cantoni Sandrino e Giuseppe Frangi Lino ) ne viene fuori un quadro letteralmente assurdo.
Non è infatti assolutamente credibile, che Lino il Frangi e Sandrino il Cantoni , due giovani partigiani stanchissimi, che praticamente non dormono da oltre due giorni, siano stati lasciati tranquillamente soli nella casa con i prigionieri, senza un cambio o un controllo, per più di 11 ore filate e se non arriva a Dongo l'inaspettato Valerio chissà fino a quando!
- Eppure poteva esserci il pericolo che l'arrivo a casa De Maria fosse stato notato dai paesani o poteva esser confidato a qualcuno dai due contadini propagandosi la voce;
- bisognava pur mettere in conto, anche se era molto improbabile, un tentativo di qualche gruppetto fascista sbandato ed in armi;
- c'era il pericolo dell'arrivo di qualche spedizione di servizi o emissari stranieri, che avevano molte basi nei dintorni, scatenati sulle tracce del Duce che volevano prelevare o uccidere;
- oppure, anche se improbabile, non c'era neppure la garanzia che Mussolini poteva, con qualche grossa promessa, vera o falsa che fosse, corrompere i giovani carcerieri;
- o meglio ancora, che si potesse verificare un tentativo di ribellione o addirittura di suicidio dei prigionieri con risvolti cruenti e imprevedibili;
e comunque tanti altri imprevisti ancora che sarebbero stati incontrollabili da Dongo e che partigiani con una certa esperienza come Pedro il Bellini , Neri il Canali e Pietro il Moretti, quali responsabili dell'impresa, non potevano non mettere in conto e temere.
Per la versione ufficiale, invece, sono trascorse undici ore, durante le quali Mussolini e la Petacci hanno tranquillamente dormito, si erano svegliati, avevano chiesto o gli era stato offerto qualcosa da mangiare. Undici ore quasi allegre , assurdamente tranquille, poi l'arrivo del colonnello Valerio e l'inferno.
Ma ancor più è impossibile che con questo super ricercato prigioniero, i partigiani che lo hanno portato a casa De Maria, possano ciecamente fidarsi tra loro!
Intanto ci sono i due autisti Edoardo Leoni e Dante Mastalli che pur lasciati con l'imposizione del silenzio, non si può avere la certezza che, a lungo andare, confidandosi con qualcuno non facciano la frittata ; ci sono poi:
Pedro (Bellini) che non è comunista ed ha, sì operato in sintonia con gli altri, ma è pur sempre in contatto e dipende da ambienti e forze non comuniste ed addirittura si dice che, durante la notte, doveva mettere in pratica un tentativo di consegna dei prigionieri al CLNAI - CVL, a Moltrasio; a chi deve dar di conto costui?
Non potrebbe rivelare la prigione e far venire a prelevare i prigionieri?
E lui stesso come può fidarsi dei comunisti che, in quel momento i più efficienti, potrebbero arrivare ed imporre le loro decisioni?
Pietro (Moretti), che è invece un comunista ligio agli ordini di partito, come può garantire al partito e a lui stesso che gli altri non gli soffino il Duce?
Neri (Canali), con la sua amante la Gianna, (Tuissi) è un altro comunista, però atipico, sul quale pende addirittura una condanna a morte e nei mesi precedenti gli è stato fatto il vuoto attorno; come ci si può fidare che ora non operi da indipendente appunto o peggio per conto di qualche servizio straniero?
E tutti costoro, all'alba del 28 aprile, si lasciano ognuno per conto loro sulla reciproca e cieca fiducia ?! Impossibile. Neppure dei dirigenti partigiani, comunisti o non comunisti che siano, inesperti e da operetta, avrebbe potuto agire in questo modo!
Pedro , che conosce il luogo di prigionia di Mussolini (tra l'altro a lui fino allora sconosciuto), se ne sta affaccendato a Dongo per tutto il giorno e neppure comunica a Milano il sopraggiunto cambiamento di programma attuato nella notte precedente (se invece lo avesse fatto bisognerebbe capire perchè non è stato detto e cosa avrebbero poi fatto coloro che sono stati informati);
Neri e Pietro dopo essere passati e aver riferito alla Federazione comunista di Como, non si sa bene cosa fanno (anzi Moretti è tanto tranquillo che dice di essere andato a trovare moglie e figlio a Tavernola, mentre il Canali che gironzola ancora un pò per Como e forse passa anche dalla madre, ignorerebbe addirittura l'arrivo del plotone di Valerio ), ma comunque non tornano a Bonzanigo a controllare, né ci mandano qualcuno, magari per un cambio ai due guardiani. La Gianna, pare che non si interessi di nulla. Gli autisti vengono lasciati andare per conto loro.
Considerando l'importanza e la delicatezza dell'impresa, con Mussolini super ricercato da tutti, ci troviamo alle prese con un quadro irreale e assurdo soprattutto in quello che in quei resoconti avrebbe dovuto esserci e non c'è: da Milano nè il PCI, nè il Cvl chiede notizie o da ordini ai comandi della 52 a Brigata a Dongo in merito alla situazione di Mussolini; da Como la federazione comunista dice intorno alle 7 di dover informare il partito a Milano, ma non si sa cosa faccia; a Dongo il Bellini Pedro non informa i suoi superiori, non chiede e non da ordini (se invece lo avesse fatto, non si spiegherebbe il silenzio del CVL). E Mussolini è abbandonato così, alla carlona, in casa dei De Maria.
Anche per questo è quindi evidente che la “pratica” Mussolini era stata chiusa al mattino!
La fucilazione di Mussolini e la Petacci
Come ci hanno raccontato a più mani, il colonnello Valerio, alias Walter Audisio giunto sulla piazza di Dongo si presenta al comandante Pedro il Pier Bellini delle Stelle, quindi si ritrova con Guido Aldo Lampredi, poco dopo arriverà anche Bill Urbano Lazzaro e ai comandanti di Dongo egli comunica che, su ordine del CVL, la sa missione è qui giunta per fucilare Mussolini e gli altri gerarchi. Per farla breve, dicesi dopo alcune rimostranze, tutti si accordano su come procedere.
E' qui si innesta un altra serie di assurdità. Nonostante non ci siano particolari pericoli, quali presenze in zona di elementi nemici, prematuri arrivi da quelle parti degli Alleati, o altro, il colonnello Valerio decide di andare a fucilare Mussolini (aggiungendoci incredibilmente anche la Petacci) sul posto dove sono nascosti, a soli 21 km. circa di distanza, invece di portarlo a Dongo e fucilarlo regolarmente e pubblicamente con tutti gli altri condannati.
Ma non solo, andrà poi a finire che lo fucilerà alla chetichella e di nascosto davanti al cancello di Villa Belmonte, quando se proprio voleva la massima discrezione gli era più comodo fucilarlo sotto casa dei De Maria, oppure se invece voleva dare un pubblico esempio di giustizia ciellenista poteva anche fucilarlo sulla piazzetta del Lavatoio davanti ai pochi residenti del posto.
Insomma l'assurdità più completa che finirà poi per determinare un altra assurdità quella che il solo Mussolini avrà l'incredibile privilegio di essere fucilato al petto e non alla schiena.
In questa sede è superfluo rievocare le vicende della cosiddetta fucilazione di Mussolini e la Petacci, dicesi eseguita alle 16,10 davanti al cancello di Villa Belmonte. Tra le tre versioni (se non quattro) di Valerio /Audisio, la Relazione di Lampredi Guido e le testimonianze di Moretti Pietro, i tre presunti partecipanti esecutori, si mettono insieme una serie di assurdità, contraddizioni e inverosimiglianze che smentiscono quella vicenda così come raccontata dalla storica versione : modalità esecutive e numero dei colpi sparati, continuamente variati da una versione a l'altra, percorsi per accedere in casa dei De Maria e poi uscirne per portare Mussolini davanti il cancello di Villa Belmonte, addirittura invertiti tra il salire e lo scendere, la Petacci che in una relazione viene detto che colpita a morte cadde stecchita sull'erba umida, quando davanti al cancello di Villa Belmonte non c'è assolutamente erba, e tante altre assurdità del genere.
Per tutte le contraddizioni, vogliamo riportare la triplice contraddizione che si ricava dalle testimonianze di questi tre compagni di merende Valerio, Guido e Pietro , dalla rievocazione del momento della fucilazione di Mussolini:
- Valerio descrive un Duce come tremante, pavido, immobile, incapace di dire e fare alcun chè (tranne, biascicare frasi improbabili e senza senso);
- per Lampredi, invece il Duce, dopo essersi scosso da questa inanità, aprendosi il pastrano (che tra l'altro non indossava), griderebbe: “ Mirate al cuore!” (e scrive Lampredi che di questo ne è al corrente anche Moretti che si impegna a tacerlo);
- Moretti, infine, molti anni dopo, nel 1990, confesserà al giornalista storica Giorgio Cavalleri che lo vide non troppo sorpreso e quindi lo sentì gridare con foga: “ Viva l'Italia! (e risponde all'intervistatore che gli chiese se questa esternazione gli avesse dato fastidio, che non lo ha infastidito affatto, in quanto si trattava dell'Italia di Mussolini, non certo della sua) .
Se la descrizione di Audisio può essere scaturita da un gratuito intento denigratorio per Mussolini, nell'ottica comunista del dopoguerra (come in parte ammesso dalle stesse fonti resistenziali) e quella di Lampredi invece venne aggiunta per rendere credibile tutto il resto della sua Relazione (orario, luogo ed esecutore, ovvero ciò che interessava veramente), in virtù di un riconoscimento di bella morte a Mussolini, da parte di un comunista, quella di Moretti non ha alcuna giustificazione, se non che fosse veritiera anche se ovviamente riferita ad un altro momento temporale.
In ogni caso è matematicamente certo che due o tutti e tre questi diretti partecipanti alla fucilazione hanno mentito!
Ci sarebbe da dire: signori, questa è la “storica versione” !
Note:
[1] Tra i lavori più attendibili, anche se non in tutto, per gli eventi che andiamo a descrivere, aggiungendovi inoltre i testi indispensabili per la conoscenza della “storica versione”, quindi a prescindere della loro veridicità, citiamo:
Le ultime 95 ore di Mussolini, F. Bandini, Sugar 1959;
Gli ultimi giorni del fascismo - C. Falaschi, Ed. Riuniti 1973;
Dongo, 28 aprile 1945 La verità nel racconto di M. Moretti. , G. Perretta - Ed. Actac 1997;
Nemesi dal 23 al 28 aprile '45, R. Salvadori, B. Gnocchi Ed. 1945;
Un istintivo gesto di riparo, M. Viganò, “Palomar” N. 2, 2001;
L'ora di Dongo, A. Zanella, Rusconi 1993;
Relazione riservata del 1972, A. Lampredi, Unità! 23 gennaio 1996;
Resoconti colonnello Valerio / W. Audisio: Unità! Nri: 30 aprile 1945; dal 18 novembre al 24 dicembre 1945; dal 25 marzo al 31 marzo 1947;
In nome del popolo italiano, W. Audisio, Teti 1975.
Alcuni ricercatori storici hanno creduto di risolvere la questione della inaffidabilità delle testimonianze e resoconti vari disponibili, rifacendosi ai rapporti riservati dell'agente americano, di origini russe, Valerian Lada-Mocarsky che per alcuni mesi, dopo quegli avvenimenti, percorse da Milano a Dongo e tutto il comasco interrogando moltissime persone.
Il fatto che alcuni dei suoi rapporti per la centrale dell'Oss statunitense in Svizzera, rimasero secretati fino al 2000 (in realtà erano segreti fino ad un certo punto perché la sostanza di quei rapporti venne pubblicata nel dopoguerra dal Mocarsky stesso a Boston sulla rivista Atlantic Monthly e altre documentazioni erano conservate dallo storico Renzo De Felice) ha fatto ritenere che in essi ci potesse essere buona parte della verità, anche in considerazione del fatto che erano pur sempre indagini fatte dagli americani e intese a voler capire bene come mai Mussolini non gli era stato consegnato vivo come gli accordi armistiziali con il governo del Sud contemplavano. Ma questa supposizione non regge affatto perché, intanto, bisogna considerare che il ruolo degli americani, interessati ad una cattura di Mussolini, non è proprio quello che si sostiene. Gli americani infatti agirono su due piani paralleli: apparentemente si muovevano e davano l'impressione di voler catturare Mussolini, e questi erano gli ordini che avevano le loro missioni che arrivarono a Milano e Como, ma in realtà altre disposizioni segrete, facevano in modo che si lasciasse campo libero a chi voleva la soppressione immediata del Duce. Su questa doppia faccia statunitense ci sono pochi dubbi e quindi il ruolo ed il lavoro svolto dal Lada-Mocarsky si ridimensiona da se stesso.
Inoltre, come lo stesso agente americano, tra l'altro con qualche problema con il nostro linguaggio, ha voluto sottolineare, le testimonianze sulla eliminazione di Mussolini e Clara Petacci sono scarse, reticenti e i testimoni importanti sparirono di circolazione.
Tutto questo comporta il fatto che, se andiamo a verificare bene i resoconti, riservati o meno, del Lada-Mocarsky vi troveremo moltissime inesattezze, diverse assurdità e particolari inattendibili tanto da poter asserire, al pari del ricercatore storico Marino Viganò, che l'agente americano potè indagare poco e male (vedi: M. Viganò su Storia in Rete , maggio 2009).
[2] Il lasciapassare, in lingua inglese, dice che questo colonnello Valerio , altrimenti conosciuto come Giovanbattista Magnoli di Cesare, è un ufficiale del CVL ed è stato inviato in missione, a Como e nelle sue provincie, per conto del CLNAI e quindi può circolare libero con la sua scorta armata.
Ad Audisio è stato consegnato dal capo di Stato Maggiore del Comando tenente colonnello Vittorio Palombo. E' bene sapere che di questo lasciapassare, firmato dal capitano Emilio Daddario, se ne venne a conoscenza solo nel 1947. Valerio ha anche un altro lasciapassare con il nome autentico di Walter Audisio, di Ernesto, attestante che porta indosso una carta di identità intestata a Magnoli Giovanbattista (rubata ad un funzionario della ditta Borletti di Milano) ed è firmato da Cadorna. Ed ancora, Audisio, ha un ulteriore lasciapassare per Magnoli Giovanbattista, conosciuto come colonnello Valerio , con incarico di collegamento. Non porta firme ed ha due timbri del CVL ed è probabilmente relativo ai giorni dell'insurrezione.
[3] Di fatto, in qualunque momento, Aldo Lampredi avrebbe potuto imporsi ad Audisio visto che aveva una più alta autorità nel partito comunista, in qualche modo era anche il vice di Luigi Longo al CVL e quindi, almeno di fatto, anche nel comando delle Brigate Garibaldi ed inoltre contava un forte legame con Riccardo Mordini Alfredo (capo scorta del plotone dell'Oltrepò) che ad Audisio era invece sconosciuto.
[4] Le cronache (o la leggenda?) raccontano che quando, poco dopo le 18, la notizia arrivò in Prefettura a Milano, dove era in corso un colloquio tra il colonnello della G. d. F. Malgeri e Riccardo Lombardi, neo Prefetto azionista, quest'ultimo si alzò con il volto illuminato e gli strinse calorosamente la mano congratulandosi con il colonnello. I collegamenti in quelle ore (a parte quelli del PCI) erano più o meno questi: il brigadiere della G. d. F. Antonio Scappin da Gera Lario ® il tenente colonnello della G. d. F. Luigi Villani da Menaggio ® il colonnello barone Giovanni Sardagna da Como ® il Comando CVL (Cadorna) e il colonnello Alfredo Malgeri della G.d.F . a Milano. Inglesi e americani, con spie, informatori e basi nel comasco, erano in qualche modo informati su ogni movimento e avvenimento.
[5] Sia pure con cariche ed efficienza diverse il Comando nell'Alto Lario della 52 a Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, in quel momento installatosi a Dongo, può dirsi così composto:
Pedro Pier Bellini delle Stelle, nobile ed ex ufficiale dell'esercito, un vanitoso comandante già del distaccamento “ Puecher” e poi dal 26 aprile '45 comandante ad interim della 52 a Brigata Garibaldi (poche decine di elementi) in attesa di conferma nella nomina, legato a uomini e strutture non comuniste. Nel dopoguerra venne accusato dal Moretti e dai comunisti di essersi appropriato di meriti non suoi circa il fermo e la cattura di Mussolini e della sua colonna tra Musso e Dongo ed anche della sparizione di documenti sequestrati a Mussolini. Il suo, diciamo, luogotenente e “compagno di merende” Urbano Lazzaro Bill (vice commissario politico della Brigata) infine, lo accusò molti anni dopo di aver stravolto un suo diario di ricordi, appropriandosi di sue idee e ricordi per scrivere un libro per la Mondadori.
Pietro Michele Moretti, commissario politico della 52 a Brigata Garibaldi, un tipico comunista fedele esecutore di ogni ordine provenga dal partito. Uomo deciso e di coraggio, anche se non di elevata cultura, è l'elemento di provata fede e sicura efficienza su cui il partito comunista può contare ciecamente.
Il Capitano Neri (Canali) un comunista atipico, idealista e alieno dalla stretta ortodossia staliniana, che ultimamente è in cattiva luce con il partito e con il Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi. Arrestato a gennaio 1945 dai fascisti, riuscì successivamente ad evadere rocambolescamente, ma successivi arresti nelle fila della resistenza fecero ritenere che egli avesse “parlato” e quindi venne condannato a morte. La condanna rimase in certo qual modo sospesa, anche perché il Neri , risultava un uomo di indubbio coraggio e forte ascendente tra i partigiani del posto, ma comunque egli si trovò nel comasco alquanto sotto sospetto. Riapparso in seguito e ben accolto tra gli uomini della 52 a Brigata, di cui era il comandante, per non alterare i gradi nel frattempo succedutisi, gli venne affibbiato l'anomalo grado di “ capo di Stato Maggiore ” della Brigata. Per esperienza, prestanza fisica e doti di coraggio è, dei tre uomini qui citati, sicuramente il più autorevole, deciso e intraprendente. Qualcuno sospetta che dopo le sue vicissitudini, a seguito della condanna a morte comminatagli, egli venne in contatto con i servizi segreti inglesi. Fu assassinato tra il 7 e l'8 maggio 1945 in circostanze misteriose.
In ogni caso, una voce della “ storica versione” racconta che in un primo momento, almeno tra Cadorna e Sardagna venne ideato un piano per tradurre Mussolini da Germasino in una villa sul lago di Como dell'industriale caseario Remo Cademartori, dove una barca avrebbe dovuto prenderlo per poi trasferirlo. In pratica per consegnarlo agli Alleati. Si dice che poi questo piano abortì, che la famosa barca a Moltrasio non si fece vedere, che arrivarono ordini diversi, ecc. Altra versione parallela invece dice che il trio Bellini, Moretti e Canali doveva portare Mussolini in una base segreta a Brunate (la montagna di Como). Fatto sta che la notte tra il 27 e il 28 aprile 1945 le due macchine che trasportavano Mussolini e la Petacci verso Moltrasio, ivi arrivate fecero marcia indietro e, si dice, venne ritenuto più opportuno, visto il pericolo di farsi sottrarre il prigioniero dagli Alleati che si presupponeva fossero arrivati a Como, di condurli verso Azzano, esattamente a Bonzanigo in una casa conosciuta dal Canali.
Su Giorni Vie Nuove del 27.3.'74 Michele Moretti così aveva cercato di far credere come, tutto sommato la decisione del trasferimento di Mussolini era stata presa a Dongo sul posto e non si parla di progetti di portare Mussolini a Moltrasio dove una barca dovrebbe prenderlo e storie simili. Devesi quindi ritenere, o che questi progetti sono tutta una invenzione postuma (anche se vennero confermati da Sardagna e Cademartori), oppure che erano al corrente solo del Pier Bellini delle Stelle (ma non si capisce come poi il Bellini, arrivati a Moltrasio, li farebbe “digerire” agli altri) oppure che il comunista Moretti, conscio che il particolare della barca che dovrebbe raccogliere Mussolini e la Petacci, di fatto, comporterebbe la consegna di Mussolini nella mani del CLNAI – CVL e quindi una consegna successiva agli alleati, omette tutta questa storia poco chiara.
<< Io nel frattempo, tornato a Ponte del Passo tornai a Dongo presso il Municipio. Trovai gli altri Pedro e Neri e con essi discutemmo di un nuovo spostamento di Mussolini poichè avevamo compreso che oramai il rifugio di Germasino era noto a molti e troppo a portata di mano. Fu appunto Neri che propose una baita lontana e perciò insospettabile. Si trovava però a S. Maurizio, sopra Brunate il colle che sovrasta la città di Como. A me veramente la scelta pareva piuttosto pericolosa. Avremmo dovuto percorrere tutta la sponda occidentale del lago, assai stretta e tortuosa, poi attraversare la città di Como e salire lungo la via per Brunate sino alla baita>>.
In realtà tutte questi aneddoti non sono credibili, denunciano una evidente confusione atta a nascondere le vere finalità di quel viaggio notturno e gli ordini ricevuti ai quali i tre comandanti partigiani, pur con storie personali diverse, si attennero.
[6] Testimoniò nel 1983 al professor Guderzo, l'Alberto Mario Cavallotti Albero, riportando confidenze di Longo :
“Il Mussolini e la Petacci furono esecutati, c'era l'ordine, non ordine scritto, ordine verbale. Comunque ordine dato a noi... I democristiani presenti, soprattutto il Marazza, si battè contro l'esecuzione di Mussolini e la Petacci (come facevano a quell'ora al CLNAI o al Comando a sapere che c'era anche la Petacci è alquanto strano, n.d.r.). .. Pertini perse le staffe, aveva fatto quel famoso intervento alla radio del ‘cane tignoso' si doveva uccidere come un cane tignoso, quello lì. Però lì, lui, stranamente non ebbe il coraggio di dire di scegliere l'ordine di eseguire questa sentenza. Anche lì ci furono la massima parte di voti in si, qualcuno non votò contro, neanche il Marazza però si astenne, insomma c'erano cose di questo tipo.... Pertini disse a Longo: ‘bisogna fare qualcosa', e Longo disse: ‘ vai a fare un giretto, ci penso io”.
Sia Ferruccio Parri Maurizio (altro vicecomandante del CVL), che Giuseppe Cirillo Ettore (capo del servizio collegamenti radiotelegrafici del Comando CVL), dissero invece che al Comando non si sapeva che con Mussolini c'era la Petacci.
Nell'operato di Longo, in ogni caso, bisogna anche considerare che i comunisti non “muovevano foglia che Stalin non voglia” e che avevano intrecciate molte relazioni con i servizi segreti inglesi. E' quindi possibile che, a prescindere da tutto il resto, Longo si mosse anche dietro precisi ordini extranazionali.
[7] Audisio evidentemente si riferisce al decreto, approvato dai membri del CLNAI, riuniti a Milano la mattina del 25 aprile 1945 nel collegio dei Salesiani in via Copernico, in cui erano presenti: Giustino Arpesani per i liberali, Achille Marazza per i democristiani e i tre membri del Comitato Insurrezionale antifascista Sandro Pertini socialista, Leo Valiani azionista ed Emilio Sereni comunista. Al Secondo Decreto, infatti, quello sull' Amministrazione della giustizia , all'art. 5 si affermava: << I membri del Governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromessa e tradita la sorte del paese, e d'averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte! >>.
In pratica vuol dare a intendere, l'Audisio, che egli ebbe incarico di fucilare i fascisti prigionieri a Dongo. In ogni caso, a prescindere dal carattere “legale” della autorità che aveva emesso questo decreto, su cui ci sarebbe molto da dire, era doveroso far precedere una eventuale sentenza di morte verso i membri del governo fascista, da un tribunale straordinario di guerra che, applicando le modalità esecutive (che pur il CLNAI aveva previsto), accertasse le responsabilità e le precise identità e ruoli dei singoli imputati, stabilendo se questi erano passibili di pena di morte o meno. Tutto questo invece non avvenne e l'Audisio si presentò a Dongo imponendo la sua volontà omicida con criteri di scelta dei condannabili del tutto gratuiti e strampalati.
[8] Le ricerche dello storico Renzo De Felice lo portarono ad individuare l'operato di Max Salvadori Paleotti, l'ufficiale italo inglese di collegamento tra gli Alleati e il CLNAI, il quale come seppe che Mussolini era stato arrestato, fece notare ai ciellenisti che loro avevano autorità e libertà di azione solo fino a quando non fossero sopraggiunte le truppe Alleate che avrebbero imposto la loro amministrazione. In pratica, notò De Felice, una sottile ispirazione a farlo fuori subito. Ma anche il più giovane storico Alessandro De Felice riferì di aver avuto una confidenza da Leo Valiani il quale gli disse che la morte di Mussolini doveva rimanere un mistero, ma comunque gli inglesi avevano suonato la musica e i comunisti erano andati a tempo.
[9] Se andiamo a vedere bene, un vero e proprio ordine del CLNAI di fucilare Mussolini non esiste ed oltretutto questo organismo non aveva neppure una evidente competenza riguardo all'emissione di una tal condanna a morte. In realtà l'ordine portato da Valiani si dice che era stato forzato anche senza consultare tutti i membri ciellenisti.
Cadorna nelle sue memorie dice che Lampredi e Valerio gli si presentarono affermando di avere un mandato del CLNAI per giustiziare Mussolini, quindi la mattina del 28 venne Valiani con lo stesso ordine. Convenne però Cadorna che il CLNAI non aveva deliberato in proposito e forse la decisione era stata presa dal Comitato Insurrezionale composto dai tre partiti di sinistra. Tutte questioni di scarsa importanza.
[10] E' indubbio che alla morte di Mussolini erano interessati un pò tutti: dal PCI e le frange estremiste dei socialisti e del partito d'azione per ovvi motivi; a Stalin interessato a nascondere i tanti accordi con il Regime Fascista fin 1924 (che preservarono l'Italia da attentati delle cellule comuniste), se non i sondaggi fatti nel primo semestre del 1943 per un armistizio con i Sovietici; agli inglesi per la storia del Carteggio con Churchill; agli americani per coprire i traffici guerrafondai fatti da Roosevelt dietro la volontà dell'Alta Finanza; a Vittorio Emanuele III che vivo Mussolini, questi l'avrebbe potuto chiamare in causa sulle responsabilità della guerra; alla massoneria, sua nemica giurata e trasversalmente presente dappertutto; ai tedeschi che lo avevano tradito, ecc.
[11] E' estremamente significativo il fatto che, per interi decenni, si nascosero con ostinata determinazione i nomi e le figure fisiche dei 12 elementi, prelevati dalle brigate dell'Oltrepò di Italo Pietra Edoardo e Luchino Dal Verme Maino , che posti sotto il comando di Alfredo Mordini Riccardo e Orfeo Landini Piero seguirono Valerio nella sua missione. Va bene le ragioni di sicurezza, ma è incredibile che nessuno di costoro abbia reclamata la sua parte di gloria avendo partecipato ad eventi di enorme portata storica. Addirittura, del filmato della fucilazione dei gerarchi a Dongo, ivi sequestrato, vennero resi pubblici solo alcuni fotogrammi in cui si vedono i condannati da fucilare e Mordini comandante del plotone di esecuzione di spalle, ma premunendosi bene che non fossero individuabili altri soggetti di quel plotone. Evidentemente si temeva che i dodici partigiani (e forse qualche altra persona lì presente e da tenere celata) avrebbero potuto fare qualche scottante rivelazione. Con gli anni si poterono conoscere alcuni nominativi, ma solo negli anni '90 si riuscì a dare un nome ed un volto sicuro a quasi tutti questi partigiani, ma per ragioni politiche e forse anche per il tanto tempo trascorso, i pochi superstiti ovviamente non fornirono molti elementi utile.
Oggi sappiamo che il plotone, richiesto dal Comando Generale del CVL, e composto da 14 uomini compresi i due comandanti, era il seguente:
Riccardo (Alfredo Mordini) e Piero (Orfeo Giovanni Landini), in funzioni di comando;
poi Sipe (Mario Monfasani) del 1924, Dick (Oreste Alpeggiani) del 1926, Giulio (Giulio Mirani) del 1919, Codaro (Renato Rachele Codaro) del 1922, Renato (Emilio Vincenzo Fiori) del 1921, Arturo (Giacomo Bruni) del 1922, Steva (Stefano Colombini) del 1922, Barba (generatità non note) del 1923, William (generatità e anno di nascita non noti), Lino (generatità e anno di nascita non noti), Gildo (Germano Guerrino Morelli) del 1916, Cecca (Aldo Frassoni) del 1925. A questi viene aggiunto il nominativo di Peter (generalità non note) del 1925 che però probabilmente non fece parte della spedizione altrimenti avremmo 13 e non 12 partigiani (oltre i due comandanti), comunque questa ulteriore presenza è incerta.
Molti di loro erano originari di Zavattarello centro dell'Oltrepò Pavese.
Non è ben chiaro chi li scelse appositamente, interpellando anche chi li conosceva bene cioè i loro comandanti Alfredo Mordini Riccardo e Orfeo Landini Piero, ma sembra che più che altro fu il capo di Stato Maggiore Paolo Murialdi Paolo coadiuvato da altri comandanti di Divisione, come Carlo Barbieri Ciro (il comandante della Brigata Crespi), e forse anche dal commissario Alberto Mario Cavallotti Albero .
[12] Per attenuare questa contraddizione qualcuno sostiene che forse da parte del Comando di Cadorna si voleva boicottare la missione di Valerio e per questo non gli fornirono la notizia che Mussolini era stato portato in un luogo segreto a circa 21 km. da Dongo (pur se magari al Comando non sapevano esattamente dove), oppure che fino all'alba non erano pervenute notizie certe sulla traduzione di Mussolini.
Ma la scusa non regge in quanto la stessa cosa fece il partito comunista che pur qualche notizia in merito doveva avere. Infatti qualcuno avrà pure ordinato o essere stato informato da Dongo o dal trio Bellini, Moretti e Canali di questo spostamento. Oltretutto anche in piena mattinata del 28 aprile, quando Valerio alle 11 telefonò da Como a Milano al Comando generale e parlò, si dice con Longo, non gli venne detto niente circa gli spostamenti subiti da Mussolini.
Alcune versioni dicono che comunque Audisio in Prefetura aveva cercato il colonnello Sardagna che però era irreperibile, altre asseriscono che incontrò Sardagna verso mezzogiorno prima di partire per Dongo, ecc. Se fosse vero non si comprende come il Sardagna lo faccia partire per Dongo senza almeno informarlo che Mussolini era stato trasferito da qualche altra parte. Si tengano a mente tutte queste discrasie.
[13] Si tenga comunque conto che, in realtà, tutti questi orari non li garantisce nessuno se non i diretti interessati. Mettiamo comunque che Audisio partì da Milano tra le 6,30 e le 7.
Si dice poi che Moretti e il Canali arrivarono, da Bonzanigo dove avevano nascosto Mussolini, alla federazione comunista di Como alle 7 di mattina. Ma è anche probabile che vi arrivarono prima visto che dovrebbero aver lasciato casa De Maria a Bonzanigo al più tardi poco dopo le 5 se non prima. Ed infatti Giovanni Aglietto Remo, presente in federazione, disse che arrivarono in federazione a Como tra le 5 e le 6.
Occorre però poi aggiungere il tempo che potrebbero aver perso i comunisti a Como per contattare il partito a Milano. Insomma non è possibile fare preventivi di orario preciso, ma è ragionevole supporre che, almeno per le 9, al partito comunista di Milano sono ben informati. Nel frattempo “qualcun altro” è stato sicuramente spedito a Bonzanigo.
[14] Le testimonianze che ricordano il fatto che Lampredi girasse con un impermeabile bianco e con un basco in testa ed una delle tante testimonianze della Lia De Maria di Bonzanigo, che disse che quel pomeriggio gli si presentò in casa un uomo in impermeabile bianco e una specie di basco, creò una leggenda iconografica e svariate supposizioni circa i veri ruoli svolti da Audisio e Lampredi. Quando il 30 marzo del 1947, Audisio venne presentato come colonnello Valerio nel comizio alla Basilica di Massenzio a Roma, si organizzò una vera e propria mascherata con Audisio che indossava un impermeabile bianco, basco e fazzoletto a cravatta al collo. Ciò che nessuno ha ricordato, tranne Mario Ferro che ebbe modo di incontrare l'amico e compagno Lampredi in federazione comunista di Como il giorno dopo (28 aprile), è il fatto che Lampredi dovrebbe portare gli occhiali.
In ogni caso nelle relazioni e nelle testimonianze, comprese quelle della signora Lia De Maria, che affermano che a Bonzanigo in casa De Maria arrivarono tre partigiani, di cui uno era tra quelli che la notte precedente aveva condotto in quella casa i due prigionieri, ovvero Michele Moretti, un altro era alto e aveva un impermeabili bianco, un basco e capelli pettinati all'indietro, sembrava di essere il “capo”, praticamente definito un “civile” ed il terzo invece era un “partigiano” intendendo che aveva qualche abbigliamento da partigiano, questi ultimi due non possono che, salvo diversi personaggi al momento non individuabili esattamente, Aldo Lampredi (il “civile”) e Walter Audisio (il partigiano).
[15] L'esistenza di questa telefonata venne comunque resa nota, da fonti comuniste, solo negli anni ‘60. Così raccontò il quotidiano para comunista Paese Sera descrivendo le remore e le resistenze che alcuni personaggi opponevano a Valerio in Prefettura:
“Al punto che Audisio, trovandosi già a Como, sentì il dovere di chiedere ulteriori chiarimenti a Milano «per sapere se l'ordine ricevuto doveva ritenersi superiore a qualsiasi decisione locale». All'altro capo del telefono era Longo, il quale ha raccontato: «Mentre mi trovavo al comando fui chiamato al telefono da Como.
Era 'Valerio' che voleva informarmi della situazione... La situazione era questa: quelli del CLN di Como erano più terrorizzati che onorati della cattura di Mussolini. Sollevano ogni possibile eccezione per non guidare Lampredi e 'Valerio' dove si trovava Mussolini. 'Valerio' chiedeva istruzioni. La risposta fu semplice: 'O fate fuori lui o sarete fatti fuori voi »".
[16] Come detto, all'ultimo momento, al gruppo di Valerio aveva cercato di unirsi il capitano di fregata Giovanni Dessì, nato nel 1904 ed uomo di collegamento dell'OSS americano ed elemento del Servizio Informazioni della marina del Sud. Con Dessì c'è anche Carletto, altro membro del servizio informazioni marina, e sembra pure il Salvadori Guastoni altro elemento in servizio con gli americani. Dessì si aggregherà con la sua vettura, guidata da Giovanni Tacchino ex autista di Buffarini Guidi, con l'evidente intento di controllare l'operato di Valeri o, ma quest'ultimo quasi subito, minacciandoli, li scaricò a terra tutti impedendogli di proseguire. Precedentemente Valerio aveva anche fatto in modo di sciogliere una piccola autocolonna organizzata dal maggiore De Angelis.
[17] Audisio, requisirà strada facendo, verso le 12,30, dopo fatto appena un chilometro, nei pressi di Piazza Volta, un grosso autocarro furgonato completamente cabinato con piccole finestrelle ai lati, forse di colore grigio e giallognolo, della Tinto-presse di Ambrogio Pessina di Como, che barattò con la provvisoria ambulanza della Croce Verde che, nel frattempo e dopo tanto penare, gli avevano finalmente procurato in Prefettura.
[18] Lampredi nella sua relazione riferì che arrivò a Dongo quando “ Valerio era già sul posto ” e Mario Ferro (della federazione comunista e nello stesso gruppo di Guido ) dichiarerà che giunsero a Dongo una mezzora dopo di Valerio (orario questo che, in ogni caso, aggrava la domanda su cosa abbiano fatto in circa 4,30 ore, dalle 10, uscita dalla Prefettura da lui indicata, a dopo le 14,30) .
Bill , Urbano Lazzaro, vice commissario della 52 a Brigata Garibaldi, riferirà il racconto di un suo garibaldino che gli dirà che i due gruppi, invece, sono arrivati assieme in macchina. Ma la confusione continua: per il maggiore Cosimo De Angelis, giunto a Dongo con Oscar Sforni e Valerio , Lampredi arrivò prima di Valerio stesso e la stessa cosa affermerà Michele Moretti Pietro, Pietro Terzi Francesco ed anche il Pier Bellini delle stelle (Volendo dar retta a costoro, Lampredi sarebbe partito da Como dopo Audisio e sarebbe arrivato prima, dunque sorpassandolo senza che nessuno se ne accorgesse): pazzesco! Scrisse però giustamente Franco Bandini:
<<Valerio e la sua scorta giunsero sulla piazza di Dongo alle 14.10, impiegando un ora e mezza per percorrere i 57 chilometri (fino a Dongo, n.d.r.)… dieci minuti dopo vi arrivarono anche due macchine con Guido, Riccardo, Aglietto, Ferro, Gorreri (e Longo, ipotizzerà Bandini, N.d.A.)… La comitiva era partita da Como non alle 12,30 come Valerio, ma almeno due ore prima, verso le 10,30. … Poiché Valerio non superò nessuna auto, durante il percorso resta da chiedersi dove furono e cosa fecero Guido e gli altri in quelle cinque ore misteriose>> (F. Bandini: Vita e morte segreta di Mussolini, Mondadori 1978) .
[19] La Relazione riservata al partito, dicesi consegnata nel 1972 da Lampredi al dirigente del PCI Armando Cossutta, ma fatta conoscere integralmente dall' Unità del “nuovo PDS” solo il 23 gennaio del 1996 fu probabilmente, all'epoca, un espediente, all'interno del PCI, per contrastare le gravi accuse e critiche che, oramai da anni, avevano investito la troppo inattendibile e contraddittoria “storica versione” di Walter Audisio. Si ritenne evidentemente opportuno di tenere a portata di mano, una Relazione di uno dei diretti partecipanti alla asserita fucilazione di Mussolini a Giulino di Mezzegra, in modo da fronteggiare e precisare eventuali gravi contestazioni o novità che venissero fuori. La Relazione di Lampredi, infatti, era molto più ponderata, meno contraddittoria, anche perché non indugiava nel descrivere con precisione vari particolari, modalità, e dinamica della fucilazione (come aveva fatto Audisio creando una gran confusione). Voleva, inoltre, rendersi credibile, con l'espediente di introdurre nel testo alcune critiche ad Audisio stesso, ridimensionandone le sue “fanfaronate” e introducendo la novità che Mussolini al momento di essere fucilato si sarebbe aperto il bavero del pastrano (che però non aveva indosso, come sappiamo dal fatto che il giaccone con il quale fu rinvenuto cadavere era imperforato e quindi il Duce era stato rivestito da morto: vera prova oggettiva di una finta fucilazione !) ed avrebbe gridato: “sparatemi al cuore!”. In pratica si voleva far credere che se un comunista come Lampredi aveva riferito questo riconoscimento al Duce, sbugiardando Audisio, ergo tutto il resto (orario della fucilazione, luogo e personaggi implicati) doveva essere vero (ed era infatti questo che premeva al PCI, intento a non far emergere la sceneggiata di una finta fucilazione davanti a Villa Belmonte).
Ma oggi, sapendo con certezza che Audisio non ha mai sparato a Mussolini, emerge tutta la falsità di questa Relazione, la quale confermando in Audisio l'unico sparatore, praticamente dovremmo credere che Lampredi avrebbe mentito al suo stesso partito che pur conosce esattamente come stanno le cose e al tempo erano ancora vivi Longo, Moretti, Gorreri, ecc.
Non aveva quindi torto Renzo De Felice, quando notò che non era credibile che il Lampredi non avesse mai relazionato al suo partito e lo avesse nel 1972, dopo 27 anni!
[20] Lampredi nella sua Relazione aveva anche polemizzato con il partito, affermando:
<<Sento invece il bisogno di esprimere ampie riserve sul modo con cui si è proceduto alla pubblicazione degli articoli sull'Unità e sul loro contenuto ed inoltre sul fatto che io sia stato sempre escluso da tutto quanto riguardasse gli avvenimenti di Dongo... Si sarebbe almeno evitato di rappresentare la mia assenza dalla Prefettura come strana e sospetta: si sarebbe potuto fornire una spiegazione plausibile alla mia presenza nella spedizione, che appare invece non giustificata a nessun titolo...>>.
In effetti l' Unità nel suo resoconto (praticamente la “ seconda” versione di Valerio) del novembre 1945, aveva scritto:
<<Poi, scende nella strada (sembra infatti che Valerio scese anche in strada per controllare l'arrivo di un camion promessogli dal CLN. Più tardi ottenne una autoambulanza che poi fu successivamente barattata con il grosso camion requisito strada facendo. n.d.r.) ed apprende con profonda sorpresa che Guido ed il comandante della scorta erano spariti un'ora prima con la sua automobile per destinazione ignota. A questo punto il colonnello Valerio teme veramente che la sua missione stia per fallire, tra il boicottaggio delle autorità comasche e la sparizione inopinata di Guido.... ”
Solo due anni più tardi l'Unità, in un altra sua rievocazione di questa vicenda (la “terza” versione , questa volta firmata da Audisio), cambiò i toni ed escluse gli eventuali aggettivi che potevano generare equivoci. Comunque sia da tutto il complesso di questa “ storica versione” risalta che nè Lampredi e nè Audisio vennero informati da Milano che Mussolini è stato nascosto in altra località e che lì vicino in federazione comunista a Como ci sono informazioni fresche (Lampredi vi si reca, dice, per trovare aiuti, ma senza sapere che oltretutto hanno queste preziose informazioni).
[21] Si consideri che nonostante queste informazioni di importanza capitale, portate a Como da Moretti e Canali, oltretutto conosciuti dai custodi del Duce, costoro vengono fatti andar via per conto loro (“ senza disposizioni” , dirà Moretti) e gli si direbbe anche che si dovrà sentire il partito a Milano per eventuali ordini.
Giovanni Aglietto per giustificare questa assurdità, ne aggiunge un altra, laddove disse che “ decidemmo di aspettare qualche ora prima di prendere una decisione perché volevamo sapere il parere di Milano”. Ma addirittura, fino a tutta la permanenza di Lampredi in Federazione, a sentir loro fin oltre le 12, ancora non avevano informato Milano nè quindi avevano avuto disposizioni!
[22] 45 anni dopo quei fatti, il comunista Pietro Terzi Francesco , rilasciò a Parigi dei ricordi che ancora una volta ribaltarono tutte le precedenti conoscenze, oltretutto non trovando corrispondenza con tante altre testimonianze, compresa la ambigua Relazione Lampredi. Intanto, sostenne il Terzi, che lui, responsabile del triangolo Como, Erba, Lecco, quindi Michele Moretti Pietro, Luigi Canali Neri , Walter Audisio Valerio con il suo plotone, Aldo Lampredi Guido con gli altri della federazione di Como, erano praticamente giunti a Dongo, ognuno per conto loro, forse chi un pò prima, chi un pò dopo dalle 14 in avanti (Audisio un poco prima di Valerio ). Fin qui tutto bene. Quindi Audisio e Lampredi, dice il Terzi, avevano l'incarico di requisire Mussolini e gli altri prigionieri per portarli a Milano.
Poco dopo, risolte le presentazioni, diverbi, discussioni e altro, il Terzi Francesco , che era appena arrivato, venne chiamato dal vice di Longo nella Lombardia, cioè Pietro Vergani Fabio che telefonava dal Comando generale di Milano e gli specificava appunto gli ordini di traduzione dei prigionieri a Milano. Dice il Terzi (in quel momento a Dongo l'autorità del posto di grado più elevato) che faticò non poco a convincere il Vergani del pericolo e della impossibilità di eseguire questo trasporto chiedendo invece l'autorizzazione a fucilare tutti sul posto. Alla fine, con gran fatica, il Terzi la spuntò forse, disse anche, perché il Vergani si era consigliato con Longo. Dovrebbe ritenersi quindi che il vero responsabile ed ideatore delle fucilazioni sul posto sia stato il Terzi. Le ricostruzioni di quei momenti invece ci dicevano che Audisio, una volta chiarita la sua autorità, chiusosi in stanza con Lampredi e il Pier Bellini delle Stelle, pochissimo dopo entrò anche Bill Urbano Lazzaro, disse subito che era venuto con un ordine del CVL per fucilare i prigionieri. E il comunista Mario Ferro, giunto con Lampredi a Dongo testimoniò che il Lampredi gli aveva ben descritto cosa andavano a fare a Dongo e poi, successivamente gli raccontò anche le resistenze del Pier Bellini delle Stelle che sosteneva invece che occorreva consegnare Mussolini alle autorità cielleniste.
In ogni caso, questa del Terzi è un testimonianza assurda che farebbe credere che Longo, il quale oltretutto intorno alle 14,30 doveva essersi recato a incontrare Moscatelli, con la missione di Audisio aveva avuto l'intento di portare Mussolini a Milano e quindi, di fatto, rischiare di lasciarlo prendere dagli Alleati. Ora, passi che, in passato, si sia anche voluto far credere che Audisio partì da Milano con il solo ordine di portare i prigionieri a Milano, intendendo che magari Longo aveva dato l'ordine segreto di fucilarli sul posto solo a Lampredi, oppure che si riservava di dirlo ad Audisio in un secondo momento (alcuni ritengono durante la telefonata di Audisio al Comando generale, dalla Prefettura delle 11), e così via, ma questa novità raccontata dal Terzi, cioè che fu lui da Dongo, dopo le 14,30, a convincere il partito a Milano della necessità di fucilarli subito e sul posto, è assolutamente non credibile e smentisce anche, oltre alla famosa e ambigua “ Relazione” di Lampredi del 1972, anche la telefonata di Longo con Audisio delle 11, in cui si dice che Longo gli ribadirebbe: “O fucilate lui, o sarete fucilati voi!” e tante altre testimonianze.
[23] Unaa importante testimonianza venne rilasciata nel 1987 in Como dall'ex maggiore Cosimo Maria De Angelis, responsabile per il Cln della zona di Como e già facente parte della “comitiva” di Audisio che arrivò a Dongo. Scrisse chiaramente il De Angelis:
<<Erano le 6 del 28 aprile 1945 ed ero in Prefettura a Como. Stavo riposando su un divano dopo le snervanti ore della resa (quella dei fascisti del giorno prima) quando arrivarono i due “messi” del Cvl di Milano “Valerio” e “Guido”>>.
Se l'orario fornito dal De Angelis dovesse corrispondere al vero, anche se magari impreciso di circa una oretta, cambierebbero molte considerazioni. Intanto che Audisio sarebbe partito, come logico che fosse, da Milano tra le 5 e le 6 e quindi sarebbe arrivato in prefettura tra le 6 e le 7 e non verso le 8,30 come lui disse. A questo punto si che Lampredi, sgattaiolato dalla Prefettura, diciamo prima delle 8, sarebbe arrivato a Bonzanigo verso le 9!
[24] Resterà alquanto inesplicabile il perché l'Audisio o il Lampredi, pur avendo almeno tre autisti tra i loro uomini, e qualche comunista sicuro è certamente in giro (per esempio Carletto Maderna detto scassamacchine autista della 52 a Brigata (sembra oltretutto che a Dongo c'era anche quell'Edoardo Leoni che la notte precedente era stato uno dei due autisti che avevano portato Mussolini, la Petacci e gli altri partigiani proprio a Bonzanigo), oltre ad avere alcune loro macchine (per esempio l'auto di Audisio guidata da Giuseppe Perotta, quella di Pier Bellini delle Stelle, quella di Urbano Lazzaro sopraggiunto in paese, quella di De Angelis, ecc.), requisiscono un auto e un autista del tutto sconosciuto. Una stranezza questa che fa il paio con l'assurdità che a Dongo Audisio imporrà rabbiosamente la fucilazione dei gerarchi alla schiena, nonostante le loro risentite proteste e davanti a tutti, comprese donne e bambini, mentre poco prima, a Giulino di Mezzegra egli raccontò di aver ucciso Mussolini, il “capo dei malfattori”, in discrezione e con fucilazione al petto! In realtà si può ragionevolmente ipotizzare che Audisio scelse autista e macchina del posto per avere un testimone, non di parte, al quale sarebbe stato fatto “vedere” quello che interessava onde avallare una “finta fucilazione”, mentre il fatto che Mussolini venne “fucilato” al petto ha la sola spiegazione possibile in una morte in orario e modalità del tutto diverse. |