Morte Mussolini i reperti: le armi e il vestiario
22.05.2011 - Come noto Benito Mussolini venne proditoriamente ammazzato, inspiegabilmente di nascosto da tutti e con spari da armi da fuoco tirati verso il petto, quando gli altri fascisti e rappresentanti della RSI vennero fucilati sul parapetto del lungo lago di Dongo davanti a donne e bambini e con rabbiosa imposizione di fucilarli alla schiena.
A questo si aggiunga l'assassinio di una donna, Clara Petacci, colpita da una raffica di mitra alla schiena, mai adeguatamente spiegato e soprattutto giustificato.
Compiuta questa “gloriosa impresa partigiana” per la quale venne richiesta la medaglia d'oro, si rilasciò una “vulgata” di comodo che pretese di attestare una regolare fucilazione, con tanto di ordine emanato da CVL (il comando militare del CLNAI) alle 16,10 del 28 aprile 1945, davanti al cancello di Villa Belmonte in località Giulino di Mezzegra.
Con il passare degli anni, emersero però tutta una serie di indizi, alcune testimonianze attendibili e studi tanatologici e balistici, ricavati da un sia pur lacunoso verbale autoptico e svariate foto e filmini dei cadaveri, dai quali si poteva dedurre, con fondate ragioni, modalità e dinamiche di quelle morti profondamente diverse da quelle asserite dalla “vulgata”, mentre al bontempone varie osservazioni di carattere tanatologico indicavano che quelle uccisioni erano avvenute al mattino di quello stesso giorno e non al pomeriggio.
In questo stesso Sito abbiamo pubblicato molti articoli per mostrare una diversa verità dei fatti, ma del resto una cosa è certa: la vulgata, come magnificamente la definì lo storico Renzo De Felice, tramandata a suo tempo dall' Unità! , in quattro versioni spesso diverse, lacunose e sempre contraddittorie, ricavate di resoconti del trio partigiano che venne asserito autore della fucilazione, vale a dire Walter Audisio colonnello Valerio (due versioni pubblicate nel 1945 e una nel 1947), Aldo Lampredi Guido Conti (una relazione dicesi rilasciata nel 1972, ma resa nota solo nel 1996), alle quali versioni vanno aggiunte le testimonianze di Michele Moretti Pietro Gatti (rilasciate al presidente dell'Istituto storico del movimento di liberazione di Como e pubblicate nel 1990), questa “vulgata” dicevamo, è oramai definitivamente naufragata, sommersa da una totale inattendibilità e da un mare di prove contrarie, alcune delle quali oggettive (come ad esempio quel giaccone indosso al cadavere di Mussolini che risulta privo di ogni foro o strappo quale esito di una fucilazione, quindi indice evidente di un rivestimento “dopo morto” per nascondere una macabra messa in scena). Nel frattempo una diversa verità di come si erano svolti quei fatti, la si è potuta ricostruire grazie alla testimonianza della signora Dorina Mazzola al tempo diciannovenne e residente a Bonzanigo la quale assistette al mattino di quel 28 aprile 1945 a ben altri avvenimenti che non quelli tramandati dalla vulgata.
In ogni caso, nessuna persona seria e sufficientemente intelligente aveva mai creduto alle evidenti bugie, contraddizioni sfacciate e incredibili assurdità che quella vulgata, esposta oltretutto in eterogenee e contraddittorie versioni, presentava.
Pur tuttavia negli occhi della gente comune, in genere poco informata ovvero nell'immaginario collettivo era rimasto il film di Carlo Lizzani “ Mussolini ultimo atto” del 1974, prodotto da un regista al tempo alquanto vicino al Pci, che di fatto rappresentava la traduzione in pellicola della vulgata sfruttando la forza suggestiva delle immagini e della finction per colpire la fantasia della gente. Un film che a insulto della verità storica viene spesso riproposto, anche dalla TV di Stato, alle ricorrenze di quei fatti.
Ebbene, per colmo dell'ironia e quasi per una nemesi storica, nel 2007 proprio lo stesso Lizzani, che tanto aveva fatto per tramandare quella vulgata, la liquidava spietatamente in un suo libro di memorie, rivelando che quando uscì il film, Sandro Pertini, pezzo da novanta della Resistenza, dopo averlo visto, per lamentarsi del personaggio che lo impersonava, a suo parere inadeguatamente, gli scrisse una lettera dove, tra le altre cose, ebbe a rivelargli: << ...e poi non fu Audisio a eseguire la “sentenza”, ma questo non si deve dire oggi>> [1]. Praticamente una pietra tombale su tutta la “vulgata”!
Ad integrazione della nostra lunga inchiesta, in questo articolo vorremmo prendere in considerazione le vicende, spesso misteriose e inspiegabili (se non come ulteriore corollario di una gigantesca messa in scena) di alcuni reperti relativi alle armi impiegate per quella “fucilazione” ed al vestiario appartenente a Mussolini e la Petacci in buona parte sparito. Sono elementi e circostanze di un certo interesse che arricchiscono la critica a quella vulgata e crediamo siano utili a dirimere la confusione che a bella posta, giornalisti e scrittori continuano a fare quando gli capita di scrivere e parlare di questi argomenti pubblicando, a caratteri cubitali, articoli pieni di sciocchezze.
Parleremo quindi delle armi che si presume siano state impiegate per uccidere Mussolini e la Petacci, e del vestiario che il Duce si disse che indossava quando fu portato alla fucilazione e che poi, in parte, non si è riscontrato sul cadavere e di quello che è andato successivamente smarrito.
Prima però di analizzare tutti questi particolari dobbiamo premettere un paio di testimonianze attendibili, confermate anche dall'incrocio di altre testimonianze e dallo studio che, nei limiti del possibile, può essere fatto circa le modalità e dinamiche delle morti di Mussolini e la Petacci.
Per prima cosa abbiamo la già accennata testimonianza della signora Dorina Mazzola, all'epoca diciannovenne abitante a Bonzanigo a poco più di 100 metri in linea d'aria da casa De Maria dove erano stati rinchiusi il Duce e la Petacci.
La signora Mazzola raccontò di aver udito, intorno alle 9 del 28 aprile, un paio di colpi di pistola provenienti da casa De Maria. Quindi, osservando dalla finestra di casa sua, vide scendere, un uomo calvo, con indosso la sola maglietta bianca di salute a mezze maniche, che si trascinava a piccoli e difficoltosi passetti verso il cortile dello stabile, fuori della sua portata visiva che gli consentiva di vedere le persone soltanto dalla cintola in su, essendo casa sua ad un livello inferiore rispetto al palazzo dei De Maria.
Nel frattempo udì una donna, affacciatasi ad un finestrone della casa, strillare e chiedere aiuto, ma venne subito ricacciata dentro a viva forza, oltre a strilli e lamenti dei coniugi De Maria da lei ben conosciuti.
Poi udì una sparatoria nel cortile dove era stato condotto l'uomo calvo.
La Mazzola infine assistette anche, proprio dietro casa sua (inizi della mulattiera via del Riale) e intorno alle ore 12, all'uccisione proditoria di una giovane donna, che seppe poi trattarsi di Claretta Petacci, la quale veniva fatta camminare davanti ad un gruppo di partigiani armati.
Secondo poi abbiamo una confidenza di Savina Santi la vedova di Guglielmo Cantoni Sandrino , il più giovane dei due guardiani lasciati in casa dei De Maria. La signora Santi nel corso di una inchiesta condotta da Giorgio Pisanò, presente anche il suo collaboratore Giannetto Bordin, diede altri particolari alquanto precisi:
<<Mussolini e la Petacci non sono stati uccisi nel pomeriggio e davanti al cancello di Villa Belmonte. Mio marito mi disse che quella mattina lui si trovava di guardia alla stanza dove c'erano i prigionieri, quando vide salire le scale Michele Moretti e altri due partigiani che non aveva mai visto nè conosciuto. I tre gli ordinarono di restare sul pianerottolo fuori della stanza ed entrarono nel locale. Mio marito, restando sul pianerottolo, udì uno dei tre che diceva: “adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi”, e un altro gridare: “No, vi uccidiamo qui!”. Poi mio marito udì altre voci concitate, le urla della donna e colpi d'arma da fuoco..., ma non so dove li hanno uccisi con certezza...>>. Entrambe queste testimonianze possono leggersi nel famoso libro di Giorgio Pisanò “ Gli ultimi 5 secondi di Mussolini”, Ed. Il Saggiatore 1996.
Quindi per ricapitolare, queste testimonianze che, è bene precisarlo, si accordano perfettamente con tutti quei rilievi che è stato possibile effettuare proprio sui reperti di vestiario, lo studio delle ferite sulle salme ed altro ancora, attestano che Mussolini venne prima ferito in stanza e quindi ucciso poco dopo, in orario imprecisato tra le ore 9 e le 10 nel cortile dello stabile dei De Maria, risultando attinto da angolazioni e inclinazioni diverse e quindi da almeno un paio di tiratori, da 8 o 9 colpi complessivi, ravvicinatissimi, (l'incertezza nel numero nasce dal fatto che è anche probabile che il colpo al braccio destro abbia poi attinto anche il tronco), mentre la Petacci venne uccisa con una raffica di mitra alla schiena e forse un paio di colpi di pistola come colpo di grazia.
Altro che una fucilazione, “ in nome del popolo italiano”, eseguita dal solo Walter Audisio Valerio , da tre passi con il suo mitra Mas calibro 7,65 L, mod. 38 come ci avevano voluto far credere”!
Tenendo presente tutto questo veniamo ai nostri “reperti”.
Le armi: la presunta pistola
Una pistola o meglio almeno due pistole, estratte durante la fucilazione del Duce, vengono citate dalla vulgata ovvero dalle storiche e contraddittorie versioni su quella vicenda . Si racconta che la estrasse Audisio (prima versione), anzi no Lampredi (versioni successive) che la passò ad Audisio e comunque venne attribuita in possesso prima all'uno e poi all'altro, poi indistintamente a tutti e due (prime versioni) e infine definitivamente a Lampredi (ultime versioni), dicendo che si tentò di usarla per uccidere il Duce quando il mitra Thompson di Audisio si era inceppato. Ma si racconta che questa pistola non potè sparare perché inceppatasi anch'essa.
Un altra pistola, venne invece asserito dal Michele Moretti Pietro, fu da lui prestata a Valerio , dopo la fucilazione, per dare il colpo di grazia a Mussolini. Per tutte queste sequenze, plurime e contraddittorie, rimandiamo alla “vulgata”, esposta nelle plurime versioni che abbiamo precedentemente citato.
Quindi dovremmo dedurre che siamo in presenza di una pistola fattasi poi in tre, presumibilmente di calibro 9: una di Audisio (di cui non si è più parlato) e una di Lampredi, entrambe inceppatasi e dunque non utilizzate ed infine una di Moretti per il colpo di grazia (stranamente al petto), tutte sparite!
Per la fucilazione, inoltre, alcune versioni “revisionate” rispetto alla vecchia relazione di Valerio/ Audisio, pur senza specificarlo esplicitamente, sono possibiliste sul fatto che, in un contesto alquanto caotico, possa aver sparato, oltre ad Audisio (o forse al suo posto) anche Moretti e forse Lampredi. Si indica anche un revolver che avrebbe per primo colpito Mussolini, ma non si specifica se per “revolver” si intende correttamente una pistola a tamburo o una generica pistola [2].
In ogni caso, in base alle ipotesi elaborate sui riscontri fotografici delle ferite e sulle poche risultanze balistiche riportate nel verbale autoptico sulla salma del Duce, è molto probabile che ci sia una pistola che ha sparato e colpito Mussolini. La disposizione distanziale dei colpi sull'emisoma destro del cadavere di Mussolini (un colpo al braccio destro, uno al fianco destro, uno sopraclaverare destro, uno parasternale destro ed uno sottomentoniero, possono indicare verosimilmente che alcuni o tutti questi colpi vennero sparati con una pistola). Viceversa una rosa di 4 colpi, molto ravvicinati, quasi sulla spalla sinistra indicano chiaramente una sventagliata di mitra.
Una pistola calibro 9 poi, qualcuno presume sia stata usata per uccidere la Petacci (magari in coordinata con una sventagliata di mitra) e questo per via che alla riesumazione del 1956, nella sua salma vennero rinvenute un paio di pallottole di quel calibro (ma qualcuno le imputa ad un mitra cal. 9, altri a colpi attinti post mortem, ecc.).
Sempre secondo la storica versione, sia Valerio Walter Audisio che Guido Aldo Lampredi, partiti da Milano, portavano una pistola (ma il calibro non viene specificato, si presume il 9, ma qualcuno, e ti pareva, ha insinuato che quella di Lampredi poteva essere un 7,65).
Da varie, ma incontrollate testimonianze, in genere si tende più che altro ad indicare la pistola di Guido come quella utilizzata nella storica impresa anche se, come abbiamo visto nelle varie versioni, la pistola si sarebbe poi inceppata al momento di sparare, rimanendo quindi inutilizzata.
Infine, ricordiamo c'è la pistola di Moretti che dicesi sparò il colpo di grazia.
Sorvolando allegramente sul fatto che la pistola, o di Audisio o di Lampredi, non ebbe a sparere, è stato anche scritto, ma non dimostrato, che questa “storica” pistola era la Beretta modello ‘34 (calibro 9 corto, caricatore con 7 cartucce) con matricola 778133, di cui Guido se ne disfece ben presto, regalandola a Riccardo, alias Alfredo Mordini il caposcorta del plotone di Audisio, n.d.r.) in quel di Dongo.
Altre versioni però riferiscono che la pistola era proprio di Mordini e non gli fu data da Lampredi e sostengono che il Mordini avrebbe anche detto di averla usata lui stesso (?) per sparare al Duce il che, se vero, sballerebbe tutta la storica versione e aumenterebbe le favolette a contorno di questa versione.
Comunque sia il Mordini dicesi che questa pistola la tenne per sé fino alla morte, poi la vedova di Mordini la cedette al partigiano di Varzi, Piero Boveri, che mantenne il silenzio sino al 1983 quando la depositò presso il Museo Storico di Voghera, dove a tutt'oggi trovasi e dove avrebbe trovato il suo imprimatur storico solo perché questo Boveri, dicesi elemento poco attendibile, ci ricamò sopra la storiella del suo uso nella morte di Mussolini.
Tutto questo è però indimostrato, perché sembra che invece questa pistola non c'entri nulla con Mordini. Persone bene informate, infatti, asseriscono e sembra questa una ricostruzione assai più seria, che una pistola venne data da Audisio al comandante partigiano Paolo Murialdi (era pur sempre un arma da guerra) che l'avrebbe poi passata al Boveri, con quel che segue.
Questa ricostruzione, se vera, dimostra una volta di più, che questa pistola non sparò affatto al Duce, perché intanto quella che diede il colpo di grazia a Mussolini doveva essere di Michele Moretti, ma in questo caso, ovvero se questa pistola avesse compiuto la storica impresa, il Murialdi stesso (anche storico oltre che ex capo di Stato maggiore delle Brigate dell'Oltrepò) l'avrebbe consegnata ad un museo della Resistenza molto prima del 1983.
Dalle foto di questa pistola, nel museo depositata, si evince comunque che la matricola è 778133 brevettata nel 1939 (lo si può leggere sulla canna e sul corpo della pistola).
Nonostante questo nessuno, ovviamente, può assicurare che, quella pistola, abbia effettivamente sparato al Duce, quindi ai fini di un riscontro balistico serve a ben poco.
Anzi, ancora lo storico ed ex partigiano professor Paolo Murialdi, che pare conoscere le vicissitudini della pistola di Mordini, contesta le versioni che la vorrebbero in Lombardia (?) o nel Museo di Voghera, affermando che non sono autentiche:
<<Questi episodi ci dimostrano che in Italia, a distanza di più di cinquant'anni, su alcuni fatti storici non potremo mai conoscere la verità>> [3].
Se lo diceva lui, un alto esponente della Resistenza, stiamo freschi.
Per concludere: non ci sono elementi oggettivi o almeno credibili per attestare se questa pistola matricola 778133, sia stata effettivamente utilizzata nella storica impresa , né se abbia o meno effettivamente sparato al Duce (pressoché escluso).
E neppure per attestare con certezza che apparteneva a Lampredi.
Ma ancor più non sappiamo neanche se ci dobbiamo riferire alla versione di Valerio o alla Relazione di Lampredi (pistole inceppatesi che non sparano) o ancora alla versione revisionata (con l'aggiunta di Moretti e/o Lampredi come sparatori in circostanze caotiche), o dobbiamo invece ritenere che sia quella che Moretti, come lui disse, prestò ad Audisio per il colpo di grazia, o addirittura sia stata utilizzata da altri soggetti, con altre modalità e orari rimasti misteriosi. Una confusione totale creata a bella posta. Ma della pistola del Moretti, dicesi usata per il colpo di grazie, non se ne è letteralmente più parlato.
Resta comunque la domanda del perché, se una pistola fu utilizzata nell'uccisione del Duce, non venne consegnata immediatamente, alle autorità preposte.
Rendere la vicenda di questa pistola così contraddittoria, così vacua, indistinta, non indicando e dimostrando dove possa essere finita, a cosa è servito? Cosa doveva nascondere? Ce lo spieghino quegli Istituti resistenziali, finanziati anche con denaro pubblico, che ancora continuano a sostenere la “vulgata”.
Le armi: il presunto mitra
Anche sul mitra che sarebbe stato utilizzato (da chi? e quando esattamente?) per uccidere Mussolini c'è molta confusione ed in anni recenti gli articoli di giornale in proposito, tutti inconcludenti e pieni di baggianate, si sono sprecati.
In svariate testimonianze ed ipotesi, tutte incontrollabili, sia d'epoca e sia rese molti anni dopo, in particolare quelle che vogliono suffragare alcune versioni alternative, oltre che di un MAS 1938 cal. 7,65 L,, impiegato da Audisio per fucilare Mussolini, si parla anche di altre armi automatiche eterogenee: si parla di due mitragliette, oppure di un mitra Thompson., di mitra cecoslovacco calibro 9, di mitra Sten (cal. 9), poi di pistola spagnola a canna lunga, e così via. Nessun autore, però, di queste ipotesi alternative, porta prove oggettivamente attendibili per dimostrare quanto asserito.
Si fa spesso anche confusione tra calibro lungo e browning, ma questo è il meno.
Per non andar dietro alle fantasie, concentriamoci allora su quel mitra Mas mod. 38 di fabbricazione francese e di calibro 7,65 L. che portava Michele Moretti e che la storica versione, o meglio la vulgata, asserisce abbia sparato al Duce dalle mani di Walter Audisio a cui Moretti lo aveva passato perché il Thompson di Audisio si era inceppato.
Anche qui, però, tante le contraddizioni presenti nei racconti resistenziali e nelle varie testimonianze d'epoca che attestano: una volta che il mitra, dopo l'esecuzione, rimase a Valerio il quale non volle restituirlo al Moretti; un altra volta invece ci dicono che Moretti arrivato a Dongo, poco dopo l'esecuzione, ebbe a mostrarlo ai partigiani, tutto trionfante e dicendo “ E' questa l'arma”, ecc. Senza considerare poi coloro che tendono ad indicare il Lino Giuseppe Frangi ed il suo mitra (non ben specificato, ma sembra di calibro 9) come autore della uccisione del Duce ed anche come colui che arrivò a Dongo esprimendo frasi dello stesso genere.
Comunque, sia per uccidere Mussolini che la Petacci, fu quasi certamente impiegato anche un mitra (o meglio, due mitra diversi per le due persone uccise in momenti diversi, ma questo la storica versione , si guarda bene dal dirlo).
Intanto c'è da dire che Audisio sarebbe arrivato a Bonzanigo con il suo mitra Thompson datogli al Comando del CVL di Milano da Albero ovvero Alberto Cavallotti che dicesi non potè sparare perché, essendo il mitra nuovo e ricevuto con un aviolancio Alleato, il grasso di conservazione, non rimosso, lo fece inceppare. Già qui si devono notare le seguenti incongruenze: strano che Audisio parta da Milano e non controlli il suo mitra; in Prefettura a Como, poi, sembra che nessuno vide un mitra in possesso di Audisio; strano infine che questo mitra prima spari un colpo sulla piazzetta del Lavatoio, nonostante il grasso (per provarlo, come raccontò Audisio), e poco dopo si inceppi durante la fucilazione (tecnicamente possibile, ma sempre strano).
Mettiamo comunque da parte questo Thompson di Audisio, perché il mitra della fucilazione, che ha avuto l'avallo delle fonti ufficiali, come abbiamo visto, è di fabbricazione francese e lo stesso Valerio ebbe a indicare: mod. Mas 1938, cal. 7,65 L., con matricola F.20830 e con nastrino rosso sulla canna.
Si narrò anche che, dopo questa impresa, il mitra era stato smontato e le relative parti donate ai vari protagonisti; ma è anche stato affermato, in ambito giornalistico e resistenziale, che il mitra MAS si troverebbe in un museo a Mosca, perché regalato a suo tempo a Stalin.
Il Generale dott. On. Ambrogio Viviani, autore di alcune osservazioni sulla morte di Mussolini, riferisce che il mitra cal. 7,65 mod. 38 matricola F 20830 trovavasi al Museo del KGB di Mosca dove lo stesso Generale ha “ avuto modo di vederlo e di sentirne la storia ” [4]
Tante altre storie, incontrollabili, girano in proposito, affermando che il mitra che uccise il tiranno fu invece regalato a Luigi Longo. Ma si disse anche che i partigiani avevano allestito una serie di cloni del Mas mod. 1938, regalati come cimeli addirittura proprio a Stalin e Longo ed è molto probabile che quel mitra nel museo moscovita fosse appunto uno dei cloni suddetti. Desta solo perplessità perché a Stalin venne dato solo un clone e non l'originale.
Di un certo interesse anche quanto riportato il 23 dicembre 2001 sul quotidiano “Il Giornale” da Roberto Festorazzi che presentò la fotocopia di una lettera datata 15 maggio 1945, timbro del CLN e firmata da Oreste Gementi Riccardo, al tempo comandante della piazza di Como, indirizzata al Partito Comunista di Mosca e per conoscenza al PCI, nella quale si comunica:
< Secondo gli accordi presi con la Missione Militare Comunista Russa, che in questi giorni ha preso contatto con il CLN, “consegnamo” (sic! N.d.A.) stessa, per il Museo Militare di Mosca, l'arma (MAS) con il quale il partigiano Pietro (Michele Moretti) delle formazioni Garibaldine del Lario, ha giustiziato Mussolini >>.
Ma addirittura, Pietro, Michele Moretti, ritenuto nel comasco come il vero uccisore del Duce, e in ogni caso unanimemente considerato come il proprietario del mitra Mas mod. 38, prestato per questa occasione a Valerio , ebbe a confidare (sia pure a mezza bocca) nei primi anni ‘90 al giornalista storico Giorgio Cavalleri: <<(il mitra)… è molto più vicino di quanto non si pensi. E' in solaio… Più o meno da quando abbiamo costruito questa casa nel 1955>> [5].
Dopo la morte di Moretti, avvenuta nel 1995, non sembra però che sia uscito fuori alcun mitra dal suo alloggio in via Pollano 83, e la telenovela continua!
Molte altre le storie di quest'arma, “scoperte” e narrate, di volta in volta, da qualche giornale. Superfluo riportarle tutte, visto che per lo più sono tutte panzane.
E per concludere è venuto anche fuori e la stampa gli ha dedicato grandi titoloni, che il mitra Mas modello ‘38 fu donato da Valerio nel 1957 al Partito Comunista Albanese (PLA), con tanto di nastrino rosso legato alla canna, caricatore, 4 bossoli raccolti e lettera di accompagnamento che precisava essere proprio l'arma ed i bossoli che uccisero il Duce [6].
In genere è questa l'ultima versione più accreditata dalle fonti di informazione.
Una lettera coeva del vice ministro degli Esteri albanese Vasil Nathanaili, datata 30 novembre 1957, documentava infatti la trasmissione di quest'arma a Hysni Kapo, luogotenente di Enver Hoxha nella gerarchia del potere.
Nathanaili precisa che Audisio si era raccomandato con il diplomatico Edip, autore materiale del trasporto del mitra fuori dall'Italia, « che la questione dell'arma rimanesse segreta ».
Da quello che si sa, precedentemente nell'estate di quell'anno Audisio, allora deputato del PCI, aveva trascorso le vacanze proprio in Albania ed effettivamente poi, in Albania, un mitra di questo tipo è stato trasferito, nel 1976, al Museo Nazionale di Tirana che lo ha esposto nel 1980 con la scritta: « Con questa arma, il 28 aprile 1945, un'unità di partigiani italiani fucilò il capo del fascismo Benito Mussolini » [7].
Nella lettera Audisio ebbe anche a scrivere, a proposito dell'arma, del nastrino rosso, ecc.: « Questi dati erano stati da me resi pubblici con una dichiarazione datata 18 settembre 1945 pubblicata sul giornale l'Unità il giorno successivo a firma "Colonnello Valerio", che pertanto qui confermo ».
Effettivamente l'Unità, pubblicò una lettera che era datata 18 settembre ‘45 nella quale, rispondendo ad una richiesta del direttore Velio Spano: « e per soddisfare la legittima curiosità dei lettori del nostro giornale », l'interlocutore che si firmava Colonnello Valerio aveva dichiarato:
<< Ti informo che il mitra Mas che servì a giustiziare Mussolini portava i seguenti contrassegni: calibro 7,65L., Mas mod. 1938, F.20830 ed aveva un nastrino rosso legato alla canna>> .
Con queste parole stranamente indirette (“ servì a giustiziare” e non “ mi servì per giustiziare” ) Valerio, al tempo ancora non dichiaratosi come Audisio, ufficializzò quest'arma.
Ma chi era poi il proprietario dell'arma al momento dell'uccisione del Duce?
Come Audisio stesso e testimonianze correlate alla versione ufficiale hanno affermato, al momento della esecuzione il suo mitra, dicesi un Thompson americano, si inceppò ed egli lo sostituì con quello di « Bill » Lazzaro, secondo la versione scritta da Valerio sull'Unità! del dicembre 1945, dove mentendo si asseriva che a Giulino di Mezzegra era presente Urbano Lazzaro, ovvero di « Pietro » Moretti, secondo le relazioni successive ed il libro definitivo di Audisio “ In nome del popolo italiano, del 1975.
E come appartenente a Michele Moretti è stato poi da tutti definitamene assegnato.
Una cosa però è certa: il mitra è poi sparito.
Inoltre, secondo la versione ufficiale, ricostruita a pezzi e bocconi, dovrebbero essere stati sparati una diecina di colpi, alcuni dei quali - secondo i racconti dello stesso Audisio - attinsero Mussolini.
Nel 1955, l'autista di quell'impresa Giovambattista Geninazza riferì a Franco Bandini che subito dopo l'esecuzione egli raccolse cinque bossoli « e Valerio pure ne raccolse qualcuno », anche Moretti confermò che ci fu una raccolta di bossoli.
Testimonianze affermano che, davanti al cancello di Villa Belmonte si rinvennero pallottole e bossoli calibro 7,65 (la storia delle pallottole però è alquanto indefinita).
Subito si è sostenuto che con queste testimonianze troverebbe conferma sia il fatto che Mussolini fu giustiziato con questo mitra MAS e sia il fatto che, insieme al mitra, Audisio donò ai comunisti albanesi anche il suo caricatore e quattro bossoli.
Tutta questa storia comunque, superficialmente spacciata sui quotidiani, dalle fonti resistenziali, come una riprova della verità della versione ufficiale è alquanto inconsistente e lascia il tempo che trova. Audisio (o chi per lui) probabilmente sopraggiunse quel pomeriggio a Giulino di Mezzegra per recitare la parte della finta fucilazione al cancello di villa Belmonte, con un Mussolini e la Petacci oramai cadaveri dal mattino. Una sceneggiata che doveva aggiustare agli occhi della storia, dei rapporti con gli altri partiti del CLNAI e degli Alleati, tutta quella poco edificante vicenda. Egli quindi potrebbe aver sparato in quel luogo dei colpi di cui poi raccolse i bossoli e li fece passare alla storia come i bossoli dell'esecuzione.
Quel mitra pertanto, di Moretti o meno, non sarebbe altro che il mitra della finta esecuzione! Non ci sono, infatti, referti che attestino quali pallottole appartenenti ad una precisa arma e rinvenute sul cadavere, uccisero effettivamente il Duce. Si suppone un calibro 7,65 lungo, ma di quale arma?
In un altra ipotesi invece, essendo stato al tempo l'Audisio investito dello storico compito di apparire come il fucilatore del Duce, gli saranno pure state passate indicazioni, particolari da divulgare e forse poi la custodia dell'arma utilizzata per uccidere Mussolini al mattino (il mitra Mas mod. 38) e/o forse anche al pomeriggio per la finta fucilazione.
Questo mitra, in tal caso, potrebbe essere, ma non è detto che sia, proprio quello che fu effettivamente utilizzato per uccidere il Duce, ma non di certo per mano di Valerio /Audisio che al mattino si trovava ancora in Prefettura a Como.
Per il ritrovamento in Albania poi, qualche facilone ha invece sparato pomposamente sentenze del tipo: << Ritrovata l'arma che uccise il Duce, era a Tirana: una conferma di più che la versione di Valerio era veritiera>> e non ci si posero invece le pur doverose domande e considerazioni in merito:
primo , per quale motivo nel 1957 fu, praticamente, deciso di far sparire quell'arma regalandola al Partito del Lavoro Albanese con l'impegno di tenerla segreta, quando invece avrebbe dovuto essere consegnata, prima o poi, alla Resistenza (subito dopo la fucilazione non era forse stato detto a Michele Moretti, che reclamava l'arma indietro, che oramai essa apparteneva al Museo Storico Nazionale) ?
Perché, nonostante che si erano resi noti, sia pure a pezzi e bocconi, i particolari di quella eroica esecuzione, per la quale si era pretesa un alta onorificenza, proprio l'arma giustizialista (compresa anche la pistola del presunto colpo di grazia) non fu subito consegnata alla storia?
E perché non fu neppure consegnata alle autorità italiane oltre 12 anni dopo, nel 1957, da un PCI oramai da tempo perfettamente e democraticamente inserito nel nostro sistema istituzionale e sociale, ed invece con l'invio segreto in Albania si intese toglierla di mezzo ?
Di cosa si aveva paura, o meglio cosa si voleva tenere nascosto ?
Secondo , dovendo inviare il mitra originale all'estero e negarlo così alla storia della Resistenza, perché venne scelta la piccola Albania e non, come avrebbe dovuto essere, per un reperto di tale valore storico, la Russia patria del comunismo?
Se si considera poi la responsabilità di quella decisione è probabile che Audisio, durante la sua estate albanese promise e prese accordi per inviarla al partito comunista albanese, ma è altrettanto vero che Audisio non potè prendere quella iniziativa autonomamente, ma certamente fu autorizzato, se non incaricato, dall'alta direzione del partito comunista italiano.
Ancora il professor Paolo Murialdi Paolo , al mattina del 28 aprile 1945 presenzio alla partenza di Audisio da Milano, affermò in proposito:
<< Il mitra di Mussolini a Tirana? ogni anno esce una versione diversa sulla fine fatta dall'arma che ha ucciso il Duce. Sono state dette tante sciocchezze, ma questa è una delle più grosse che ho sentito finora>> [8].
Con quale mitra venne quindi veramente ucciso Mussolini? Non si sa. Si tratta forse del famoso mitra Mas 7,65 L. mod. 38 ? Forse, ma non è certo, più probabile invece che venne usato il pomeriggio durante la sceneggiata di Villa Belmonte. E che fine ha fatto il mitra che avrebbe veramente sparato a Mussolini? Se ne sa ancor meno. Tutti i dubbi quindi rimangono, a dimostrazione della falsità complessiva della “vulgata”.
Il vestiario: lo stivale destro rotto di Mussolini
Lasciate le presunte armi, vediamo ora i capi di vestiario.
Iniziamo con lo stivale destro di Mussolini, rotto nel retro, che è uno degli elementi più importanti per risalire a quanto può essere effettivamente accaduto quel 28 aprile.
Questo stivale aperto e rovesciato , come si vede anche nelle foto e filmati di Piazzale Loreto, è stato ripetutamente citato da Valerio e compagni, definendolo genericamente come rotto o sdrucito , fin dall'uscita di casa De Maria, ma senza segnalare impedimenti di deambulazione. Anzi, secondo Valerio, Mussolini camminava sicuro e spedito !
Lo stato dello stivale, aperto, inoltre, è stato anche notato da Orfeo Landini, come da lui ricordato già nel 1945 (in “ Nemesi” di R. Salvadori), verso la sera del 28 aprile al momento del caricamento dei cadaveri di Mussolini e la Petacci sul camion al bivio di Azzano quindi circa 3 ore dopo la asserita fucilazione di Villa Belmonte.
I fautori della versione ufficiale , in genere, evitano di parlare delle note di Valerio, pur facenti parte della sua storica versione, oppure ci girano intorno dando astruse spiegazioni, ma non convincono.
Per molti anni, comunque, non ci si era fatto caso e sembrava trattarsi di una normale scucitura, apparendo solo strano che Mussolini potesse aver camminato speditamente nella mulattiera in discesa (che poi avrebbe dovuto essere in salita, altra incongruenza della storica versione ), come questi testimoni ufficiali asserivano.
Ma successivamente, specialmente dopo il loro prelievo dalla teca che li conteneva nel cimitero di S. Cassiano, si è potuto vedere che la sdrucitura in realtà era una totale rottura dovuta al fatto che la chiusura lampo (saracinesca che consentiva a Mussolini di indossarli con comodità date le ferite al piede destro subite nella guerra 1915/'18) era completamente saltata all'altezza del tallone e quindi non sarebbe stato assolutamente possibile allacciarli in qualche modo, ergo:
Mussolini non avrebbe certamente potuto camminare, tanto meno spedito come asseriva Valerio , con questo stivale aperto e rovesciato, al massimo, se costrettovi, forse si sarebbe potuto trascinare saltellando!
Ed in ogni caso il particolare non sarebbe potuto sfuggire ai pochi testimoni del paese tanto che questo stivale in quelle condizioni, dimostra anche chiaramente che i due personaggi che furono sbirciati intorno alle 16 del 28 aprile mentre venivano condotti, da alcuni partigiani armati, a Giulino di Mezzegra non potevano proprio essere Mussolini e la Petacci, ma una evidente pantomima, con un uomo rimpannucciato in un pastrano con i bavari tirati sul collo (chissà perché!) e un berretto calato su gli occhi, sottobraccio ad una donna che nessuno conosceva. E guarda caso, non solo nessuno notò il particolare dello stivale destro aperto, come sarebbe dovuto accadere, ma venne anche notato che questi due “Mussolini e Petacci” indossavano “stivali da equitazione”, particolare del tutto assurdo se la donna fosse stata veramente la Petacci.
Quando Mussolini era arrivato, verso le 5 del mattino, a casa De Maria, nessuno, dicasi nessuno, aveva notato e poi riferito dello stivale rotto. Quindi Valerio aveva mentito nell'affermare di averlo visto rotto addosso a Mussolini alle 16 circa, essendo molto improbabile che Mussolini se lo sia rotto in casa al mattino e del resto nè Sandrino il Cantoni, uno dei due suoi guardiani in quella casa, nè i De Maria i padroni di casa, avevano raccontato di questo inconveniente ed ancora più improbabile, se non impossibile, che ci abbia poi camminato spedito nel suo ultimo tragitto, dalla casa alla macchina, come da Valerio affermato.
Valerio , poi aveva anche equivocato tra una sdrucitura ed una ben più grave rottura della cerniera e questo perché non sapeva di questa totale rottura, altrimenti non avrebbe asserito e descritto, nella sua foga denigratoria, un Mussolini che camminava spedito e sicuro con quello stivale per il suo ultimo tratto di strada. Ed aveva mentito perché pensava che il particolare dello stivale aperto e sdrucito, da tanti notato a piazzale Loreto, lo si poteva anche riportare, arricchendo di particolari la sua balorda versione, ma egli, ignorando il vero tipo di rottura, lo riferì così in modo generico, tanto chi se ne sarebbe accorto?
Aveva praticamente fatto una classica excusatio non petita, non immaginando di incorrere poi in altre contraddizioni, visto che su Mussolini cadavere venne immediatamente osservato che il suo stivale destro era aperto.
Sicuramente quella cerniera è saltata nel tentativo, fatto qualche ora dopo la morte del Duce, avvenuta al primo mattino e non al pomeriggio, di calzarlo a forza su un piede irrigidito in posa anomala, in parte per le vecchie ferite al piede e alla gamba, in parte per le cause violente e repentine della morte e quindi per un inizio precoce di rigor mortis all'arto (rigidità catalittica) .
Quando infatti Mussolini venne prelevato dalla stanza dove era rinchiuso e intorno alle 9 del mattino del 28 aprile e fu trascinato nel cortile della casa e qui finito con colpi d'arma da fuoco, era in parte di deshabillé, e venne ammazzato con indosso solo una maglietta bianca a mezze maniche di salute e forse i pantaloni. Qualche ora dopo Clara Petacci, disperata, aggrappandosi ai piedi del morto, sembra che ne sfilò lo stivale destro, forse non ben allacciato, e poi i partigiani non riuscirono a rifarlo calzare a quel piede in rigidità catalittica, finendo per rompere la lampo [9].
La certezza, ad oggi acquisita, che Mussolini non avrebbe potuto camminare normalmente con questo stivale ai piedi, mette seriamente in dubbio tutta la versione di Valerio / Audisio perché ci si dovrebbe spiegare come abbia potuto camminare Mussolini, per quei viottoli, da casa De Maria alla macchina ferma nella piazzetta del Lavatoio, senza che nessuno lo notasse.
Anzi la versione ufficiale dice che camminava spedito e sicuro !
Vestiario: I pantaloni di Mussolini
I pantaloni indossati da Mussolini, fortunatamente recuperati e riposti poi nel cimitero di S. Cassiano, avrebbero potuto essere un altro reperto importante per il fatto che se non riportavano i fori causati dal colpo entrato al fianco e fuoriuscito dal gluteo, poteva anche supporsi un ferimento di Mussolini semi nudo e più o meno a terra, magari all'alba, dentro la stanza e durante una violenta colluttazione, così come ipotizzava il medico legale Aldo Alessiani.
Un colpo, infatti, lo aveva attinto al fianco destro, nella zona della spina iliaca anteriore con un piano inclinato dall'alto in basso ed era uscito dal gluteo con inclinazione di circa 40 / 50 gradi.
Quindi, in questo caso, se i pantaloni non riportavano questo foro, era ovvio che c'era stata una successiva rivestizione del cadavere comprensiva anche dei pantaloni.
Viceversa se questo foro lo si riscontrava nei pantaloni si poteva supporre che Mussolini era stato ucciso almeno con indosso i pantaloni e in conseguenza degli altri rilievi sulla sparizione della sua giacca e sul cosiddetto cappotto o pastrano, era poi stato rivestito tranne che per i pantaloni che appunto già indossava.
Dobbiamo, in questo caso, solo supporre , perché in effetti pur riscontrandosi alcuni strappi non era ugualmente possibile stabilire quando e come questi fori o strappi si erano verificati (sul cadavere del Duce, infatti, risultavano anche colpi sparati post mortem e le lacerazioni dei pantaloni potevano avere avuto diverse cause).
Oltretutto il riscontro al cimitero di San Cassiano fu eseguito non certo da esperti periti, ma da giornalisti, tra cui Giorgio Pisanò, cineoperatori e parenti del Duce.
Rimane comunque ugualmente di un certo valore.
L'estrazione del reperto dalla teca del cimitero di S. Cassiano dunque, dopo attenta osservazione dei presenti, non mostrava un foro al fianco destro chiaramente attribuibile ad un colpo di arma da fuoco.
Forse, ma il dubbio è d'obbligo, un foro lo si poteva dedurre da altri strappi e lacerazioni poco più sopra, un colpo da collocarsi appena sotto la linea della cintura molto sulla destra (teoricamente poteva anche essere addebitato al colpo al fianco dx).
Per quanto riguardava il retro, invece, dove si sarebbe dovuto riscontrare un foro causato dallo stesso colpo fuoriuscito dal gluteo, non si poteva dare un giudizio preciso per via di vari strappi che gli indumenti riportavano.
In definitiva, ma sempre come semplice ipotesi, se ne può dedurre che Mussolini, quando è stato ucciso, o comunque prima ferito al fianco destro (e forse anche al braccio), poteva anche avere indosso i pantaloni, ma rimangono i dubbi e questo riscontro rimane in sospeso. In pratica serve a poco.
Il vestiario: La bustina militare e la giacca
Prima di parlare della giacca di Mussolini ci sarebbe da cercare di capire le vicissitudini di quella bustina militare, parte indispensabile della sua divisa, che il Duce portava sempre, per via della pelata e che alcune testimonianze poi asseriscono che, sceso dal camion tedesco sulla piazza di Dongo, subito si mise in testa (testimonianze plausibili).
Probabilmente Mussolini in casa De Maria, arrivatovi a notte alta e piovosa, con la testa che gli era stata bendata per non farlo riconoscere, aveva portato anche la sua “bustina militare”, ma poi questa bustina si è dissolta nel nulla eppure si asserì, da parte di alcuni testimoni, che un presunto Mussolini (probabilmente uno che lo impersonava) venne portato davanti al cancello di Villa Belmonte con in testa un berretto o cappello non ben precisato.
Perché poi non venne raccolta e portata a Milano con il cadavere? E neppure alcuno è mai venuto a dire che l'aveva conservata come un cimelio: il mistero resta. Ma veniamo alla giacca.
L'ultima foto di Mussolini, quella che lo ritrae la sera del 25 aprile '45, prima di imbarcarsi nel suo ultimo viaggio verso Como, mentre esce dalla Prefettura di Milano e parla alterato con il tenente tedesco Fritz Birzer, ce lo mostra proprio con la giacca della sua divisa e, come detto, varie testimonianze sempre indicano, per i successivi spostamenti a Como, Menaggio ecc., un Mussolini in divisa [10].
Questa benedetta giacca che Mussolini indossava, e che poi è scomparsa, doveva essere quella guarnita di fiamme al bavero nere con fregi a gladio, quattro bottoni dorati in linea verticale, altri quattro più piccoli simili per le tasche laterali sul petto e per quelle più grandi a toppa sui fianchi, sottili bande rosse circuenti i polsi.
Il ricercatore Alberto Bertotto, sul quotidiano Rinascita del 20 dicembre 2007, riassume molte testimonianze in proposito:
Pietro Carradori, il brigadiere di PS suo attendente, attesta che Mussolini salì sul camion tedesco indossando il cappotto da sottoufficiale della Flack sopra la solita divisa di panno grigioverde senza gradi e distintivi.
Elena Curti, teste presente nella famosa “colonna Mussolini fermata a Musso”, fa chiaramente capire che il 27 aprile a mattina, nell'autoblinda ferma a Musso, il Duce portava la giacca (e ci sembra ovvio), nella quale probabilmente nascose la piccola, ma importante borsa di pelle a forma di busta di 25 cm. circa, con dentro forse proprio le lettere più compromettenti del suo carteggio segreto con Churchill (ovviamente sparite).
Il Maresciallo Rodolfo Graziani, accennando alla “divisa”, farà la stessa cosa in qualche sua memoria riferita fino alla notte del 25 aprile in cui vide il Duce.
Dalle plurime e strampalate versioni di Valerio alias Audisio, che comunque restano inattendibili, si ricava la descrizione di un Mussolini che: “ indossava un soprabito color nocciola, il berretto della G.N.R. senza fregi” (l'Unità!, articolo Novembre '45), oppure (nel libro del '75) “ in divisa e con un soprabito color nocciola ”.
Le indicazioni di Valerio , comunque, lasciano il tempo che trovano visto che costui, chiunque fosse, quel pomeriggio a Bonzanigo non prelevò certamente Mussolini vivo da casa De Maria.
Anche la stessa Lia De Maria in qualche sua testimonianza, riassunta da A. Zanella nel suo L'ora di Dongo, Ed. Rusconi 1993, fa capire che il Duce porta la divisa.
Anche i finanzieri che ebbero in custodia Mussolini a Germasino e ricordano che il Duce aveva freddo, non menzionano però la mancanza della giacca, come logicamente e sicuramente avrebbero invece fatto se il Duce non l'avesse avuta.
Alcune sono descrizioni precise, altre un pò vaghe, ma se è descritto in divisa deve necessariamente avere anche la sua giacca.
Insomma non c'è alcun elemento per indicare che il Duce, sceso dal camion fermato a Dongo non avesse o si fosse tolto la giacca. E poi perché se la sarebbe dovuta togliere? Oltretutto, e questo è decisivo, visto che in quell'occasione di Dongo, si tolse e gettò via il cappotto tedesco non è pensabile, né ci sono serie testimonianze che lo attestano, che fu portato nella sala del Comune di Dongo con la sola camicia nera.
In ogni caso il Duce arrivò cadavere a piazzale Loreto con solo una camicia nera con sopra uno strano giaccone certamente non suo. La giacca invece si è volatilizzata nel nulla.
Che fine ha fatto? Mistero! Perché Mussolini non l'aveva indosso? Mistero!
Anche ammesso, forzatamente, che il Duce se l'era tolta, in quanto bagnata nella piovosa notte precedente quando arrivò a casa De Maria, e quindi i ricordi che lo indicano andare alla fucilazione in divisa, fossero imprecisi o artefatti, perché poi non si ritrovò in quella casa, tanto che oggi dovrebbe essere esposta in qualche museo?
Ultimamente sono state recuperate e aperte alcune casse, conservate a Dongo che contenevano vari reperti dicesi presenti in casa dei De Maria o rimasti a Dongo, ma della giacca non c'era alcuna traccia.
Vestiario: la camicia nera
A proposito della camicia nera, invece, c'è da dire che questa una volta che venne strappata al cadavere appeso alla pensilina, per trazione verso il basso, dalle barbarie della folla presente in Piazzale Loreto, sembra che poi venne data alle fiamme.
In ogni caso, dagli esami delle foto che la riprendono ancora indosso al cadavere, la camicia nera sembra risultare imperforata, priva dei buchi che dovrebbe avere per essere passata attraverso una fucilazione, ma la superficie della camicia mostrata dalle foto e dai filmati non è così estesa come quella del giaccone o della maglietta intima a mezze maniche, per cui il risultato della perizia non può dirsi definitivo.
L'ipotesi più naturale che sorge spontanea è quella che indica un Mussolini praticamente rivestito dopo morto, da persone non pratiche (la rivestizione di cadaveri in preda alla rigidità cadaverica non è una impresa facile) e quindi andate incontro a molte difficoltà le quali, forse per praticità, smarrimento dell'indumento sul momento o altro, non infilarono la sua giacca sul cadavere sopra la camicia nera, ma solo quello strano giaccone con maniche raglan più facile da far indossare a un corpo estremamente rigido.
Niente bustina militare, niente cappotto o pastrano del Duce, niente giacca di Mussolini: tutto sparito! Anche la camicia nera è poi sparita, ma almeno l'abbiamo potuta vedere a Piazzale Loreto prima che la folla abbrutita, dopo averla sfilata dal cadavere sembra che la diede alle fiamme.
Vestiario: Il cappotto
E' fuor di dubbio che le foto che mostrano il cadavere di Mussolini, appena giunto a piazzale Loreto e gettato per terra, ci mostrano un giaccone inusuale a maniche raglan dove, oltretutto, non si evidenziano fori o strappi che, dopo una fucilazione avrebbero pur dovuto esserci.
Oggi poi, alla luce delle tecniche che consentono di osservare i particolari più nascosti nelle vecchie foto, non ci sono più dubbi: quel giaccone inusuale non è passato attraverso le fasi di una fucilazione.
Ma rivediamo un momento la storia del cappotto di Mussolini.
Alcune testimonianze parlano di un cappotto color ruggine, che alla partenza di Mussolini da Milano verso Como la sera del 25 aprile, Mussolini aveva indosso (probabilmente il suo cappotto logoro citato dal suo attendente il brigadiere Pietro Carradori nei suoi ricordi). Ma è chiaro che questo cappotto si perse durante il trasbordo di Mussolini sul camion tedesco perché quando il Duce, scese da quel camion aveva il cappotto tedesco che subito gettò via.
Proprio di un pastrano color ruggine e di una bustina fanno riferimento nei loro ricordi sia il brigadiere della guardia di finanza Giorgio Buffelli che era presente sia a Dongo al momento della cattura di Mussolini che a Germasino dove fu portato nella casermetta della G.d.F.
Pedro il Bellini disse che lo portò di notte a casa De Maria con la testa fasciata e con un pastrano militare troppo lungo per lui ed una coperta sulle spalle (dicesi datagli a Germasino dai finanzieri perché pioveva e faceva freddo).
Sembra che la sera, nel Municipio di Dongo, prima di essere portato via, gli venne dato un soprabito color ruggine. C'è invece chi dice che uscito in piena notte dalla casermetta della Guardia di Finanza di Germasino gli venne dato un cappotto da finanziere e/o uno o due coperte per ripararsi dal freddo, ma tutto è impreciso ed ingarbugliato. Al massimo possiamo attenerci alla famosa e retorica “relazione” del brigadiere di finanza Giorgio Buffelli il quale scrisse che il soprabito color ruggine venne dato a Mussolini la sera a Dongo prima di essere portato a Germasino.
Arriviamo così ai momenti che ci interessano: quelli della presunta fucilazione alle 16,10 del 28 aprile.
Nelle varie versioni di Valerio /Audisio ci sono solo degli accenni di sfuggita che parlano di un Mussolini prelevato da casa De Maria con un soprabito color nocciola , mentre Aldo Lampredi, nella sua Relazione del 1972, indicò un pastrano.
In una delle sue poco attendibili e confuse testimonianze la Lia De Maria ci dice invece che Mussolini uscì da casa sua, con il gruppetto di giustizieri venuto a prenderlo, indossando una giacca impermeabile. Poteva forse essere questa la definizione meno campata in aria se andiamo ad osservare il giaccone inusuale, privo di buchi o strappi, indosso al cadavere di Mussolini, ma resta il fatto che quel giaccone fu chiaramente messo addosso al cadavere di Mussolini, quindi dopo che era stato ammazzato.
Il giaccone con maniche raglan
Dunque, a far le veci del cappotto o pastrano ci resta solo un giaccone inusuale (sparito anch'esso dopo Piazzale Loreto) e per giunta privo di colpi: da tanti particolari risulta quindi evidente che Mussolini è stato rivestito da morto e gli è stato messo addosso un altro tipo di giaccone con manica raglan di foggia e taglio giovanile rimediato sul momento chissà come e chissà dove!
Intanto occorre dire che l'osservazione in foto della manica destra di questo giaccone non mostra assolutamente il foro che pur dovrebbe esserci (quello al braccio dx , essendo tra l'altro stato provocato da uno sparo a distanza ravvicinatissima che, oltre a fuoriuscire poco più avanti, doveva lacerare la stoffa ed invece lasciò un probabile alone di sparo sul braccio evidentemente nudo!).
Il particolare, infatti, che la manica destra non presenta fori o strappi che pur avrebbe dovuto avere, si vede bene anche ad occhio nudo e con un buon ingrandimento.
Anzi, come detto e colmo del paradosso, il braccio destro nudo presenta addirittura quello che potrebbe essere un classico alone di sparo tipico di un colpo tirato da distanza ravvicinata e su di un corpo privo di vestiti .
Da varie foto di questo giaccone, poi, non si evincono neppure i fori sul petto e vicino alle spalle, in particolare la spala sinistra colpita da una rosa leggermente allungata di 4 colpi sicuramente di mitra!
Certamente i rilievi ad occhio o anche con microscopio, su questi reperti fotografici, sono sempre alquanto approssimativi e problematici, ma abbiamo avuto ultimamente una perizia retrospettiva fatta con tecniche computerizzate e speciali filtri, eseguita anche sulla più famosa foto scattata durante l' esposizione di Piazzale Loreto quando il cadavere di Mussolini era ancora in terra ed il suo giaccone bene visibile.
Queste nuove tecniche, con speciali filtri, consentono di individuare molto più concretamente se il capo di vestiario è passato o meno attraverso le fasi di una fucilazione e a volte consentono anche di riscontrare residui di particelle di polvere da sparo [11].
Da queste foto si deduce invece che il giaccone, come detto di foggia non militare e con un vistoso bottone allacciato in alto poco prima del collo (Alessiani a occhio parlò di una grossa spilla che allaccia il bavero) è stato chiaramente fatto indossare ad un Mussolini ormai cadavere: infatti non presenta, dall'esame, fori da proiettile!
Eppure Valerio aveva asserito e scritto, che egli aveva sparato addosso a Mussolini e che questi indossava un pastrano .
Lampredi addirittura aveva anche aggiunto ( Relazione del 1972) che Mussolini se lo aprì sul petto gridando “ sparate al cuore! ”.
E per quel che vale, vista una sua complessiva inattendibilità, anche l'autista Geninazza aveva detto che Mussolini si aprì il bavero e gridò “ Sparami al petto!!
Ma il corpo del Duce, oltre che al collo, pur presentava 4 fori ravvicinati di proiettile vicino alla spalla sinistra, più uno al petto sulla parasternale destra, un altro sopraclaveare destro, uno al braccio ed infine uno al fianco quindi, anche se in quel momento aveva il cappotto un poco aperto sul davanti, in alcuni di quei punti il pastrano doveva pur essere strappato o almeno forato! Invece niente.
Il cadavere del Duce, quindi, è stato scaraventato sul selciato di piazzale Loreto con questa specie di giaccone privo di fori o strappi che, rifacendosi alla stessa versione ufficiale, sarebbe assurdo pensare, nè alcuno lo ha mai asserito, che gli era stato messo addosso dopo la fucilazione tanto per addobbarlo meglio!
Il problema del “giaccone” è un macigno pesantissimo per la “storica versione”, perché di tutti gli altri rilievi ed elementi tanatologici e balistici che pongono dei grossi dubbi su quella versione, i suoi sostenitori in qualche modo possono avanzare delle contro ipotesi che, pur assolutamente non convincenti, permettono di barcamenarsi, ma su questo giaccone chiaramente imperforato e pur indosso al cadavere del Duce, non ci sono risposte: davanti a Villa Belmonte venne recitata una messa in scena e si sparò per terra, o meglio ancora, per aria, ma non su Mussolini oramai morto e lì portato con quel giaccone inusuale!
Vestiario: La maglietta intima di Mussolini
Un altro reperto di un certo interesse, anzi del massimo interesse, è la maglietta bianca a mezze maniche, intima, detta di salute, imbrattata di sangue ed altro (soprattutto alla spalla, collo e addome) che Mussolini mostra a piazzale Loreto, dopo che, una volta appeso alla pensilina, era stato in buona parte spogliato dalla folla barbaramente eccitata.
Purtroppo le macchie che la maglietta presenta in foto non consentono di vedere con nitidezza i fori o gli strappi che pur doveva avere dopo la fucilazione. Anzi, da una osservazione, superficiale, fatta però su semplici foto riprese da riviste (vedi foto qui a lato), sembra che addirittura non avrebbe questi buchi o lacerazioni e questo sarebbe clamoroso e ci riporterebbe alle ipotesi di un altro medico legale, il dottor Aldo Alessiani che, anche su questa osservazione, ipotizzò Mussolini quasi nudo al momento della morte.
Esiste inoltre la possibilità che il cadavere di Mussolini, come attestato dalla testimonianza della signora Mazzola di Bonzanigo, fu lavato presso una fontanella e poi rivestito e quindi non è dato sapere l'esatta vicissitudine subita da questa maglietta che potrebbe anche essere stata sostituita, ma è improbabile, anche perché in questo caso ci sarebbe da porre dei dubbi sulle moderne e decisive perizie effettuate a Pavia dall'equipe del professor Giovanni Pierucci e pubblicate nel 2006 e che riscontrarono questi colpi proprio come, almeno un paio di colpi li aveva riscontati, sulla destra del tronco, anche il prof. Pierlujigi Baima Bollone in una sua perizia citata in un suo libro: “ Le ultime ore di Mussolini”, Mondadori 2005.
A suo tempo, il dottor Aldo Alessiani, in un suo vecchio e approfondito studio, di estremo interesse e rilevanza, in quanto anticipava di ore e con ben diverse modalità la morte di Mussolini asserita per il pomeriggio del 28 aprile 1945, in merito a questa maglietta aveva fatto questi rilievi ad occhio: <<La maglietta di salute non manifesta alterazioni da fori per la spalla destra come per i 4 della sinistra o al lato destro della sua allacciatura>> [12]
Ed infatti, come si vede in una ampia foto di questa maglietta indosso al cadavere di Mussolini appeso al distributore di benzina in Piazzale Loreto, apparentemente essa non mostra fori, ma ampie macchie di sangue proprio nei punti dove Mussolini fu colpito, ad esempio soprattutto alla spalla sinistra e sotto il collo, più qualcosa appare all'addome. Le macchie di sangue sono un dato sostanziale, ma non assoluto, per attestare che quella sia la stessa maglietta della fucilazione (teoricamente anche un altra maglietta, messa non troppo tempo dopo l'uccisione, si sarebbe imbrattata in quei punti, ma questa sostituzione ci sembra improbabile). E' comunque facile che il sangue, essiccandosi, chiuda e/o nasconda determinati buchi soprattutto in fotografia.
Anni dopo, infatti, queste immagini, sottoposte a nuove tecniche con il computer e speciali filtri qualcosa, non visibile ad occhio o per ingrandimento, hanno pur evidenziato (anzi, addirittura, dalla moderna perizia dell'equipe del professor Pierucci, pur non essendo adeguatamente dimostrato nella relazione esposta, sembra che ci siano anche altri due colpi, mai rilevati, all'addome, il che sarebbe incredibile).
I rilievi fotografici e digitali hanno comunque rilevato in corrispondenza dei colpi all'altezza della spalla sinistra, in mezzo alle macchie di sangue la presenza del caratteristico alone di polvere incombusta e di micro particelle che ogni colpo d'arma da fuoco deposita sul corpo colpito se lo sparo è avvenuto ad una distanza non superiore ai 50 cm. Secondo questa perizia, il raffronto tra l'alone di polvere e altri dati riscontrati in corrispondenza dei colpi presenta un quadro assolutamente uniforme: in tutti i casi copiosi versamenti di sangue, fori sicuramente d'entrata, un alone che in alcuni casi rivela una distanza di sparo tra i 30 e i 40 cm. Una esecuzione quindi alquanto diversa da quella asserita da Walter Audisio Valerio che riferì di aver ucciso Mussolini e la Petacci sparando con il solo mitra Mas 7,65, da circa tre passi.
Vestiario: I mutandoni di Mussolini
Le mutande di flanella a polpaccio, infine, visibili su Mussolini appeso al distributore, dopo che venne sfilata per trazione dal basso la camicia nera che le nascondeva, presentano all'allaccio frontale una certa lacerazione (il dott. Pierluigi Cova Villoresi, dicesi presente alla famosa autopsia di Mussolini eseguita all'Istituto di Medicina legale e delle Assicurazioni di via Ponzio in Milano il 30 aprile 1945, in una sua personale relazione, resa nota però solo nel 1994, scrisse che quelle mutande erano perforate da qualche colpo, mentre invece nulla si riscontrava sul davanti dei pantaloni. Certamente questo danneggiamento non è possibile attribuirlo ad un preciso e determinato evento traumatico, pre o post mortem, ma è molto probabile che avvenne a Bonzanigo in casa De Maria durante una fase di lotta in stanza o durante il maneggiamento e trascinamento di un cadavere semi vestito. Ancora Aldo Alessiani, nel suo “ Il teorema del verbale 7241”, scrisse:
<<... molto slabbrato ed aperto è il bordo delle mutande di flanella. Potrebbe essere segno di colluttazione o di cattivo rivestimento o di trascinamento. Si notino per contro i calzoni perfettamente allacciati.
L'apertura delle mutande non può appartenere ad una accidentalità di P. Loreto, perché la camicia nera copriva tale intimo indumento e solo dopo l'asportazione di quella, per trazione dal basso, compare nella sua realtà>>.
Conclusione: le polveri e i versamenti di sangue dimostrano che forse Mussolini, quando fu colpito, non aveva addosso che la maglietta con cui arrivò fino all'obitorio di Milano, i mutandoni e forse i pantaloni. Tutto il resto gli è stato messo addosso in un secondo momento [13].
Reperti di Claretta Petacci
Su Clara Petacci come noto non venne eseguita alcuna autopsia, eppure la poveretta era stata portata cadavere all'obitorio Milanese assieme alla salma di Mussolini, si diceva che era stata fucilata assieme e in contemporanea a questi e si sapeva di un certo suo ruolo accanto al Duce. Oltretutto risultava priva delle mutandine. Ma nonostante tutto questo non venne fatta alcuna necroscopia sul suo cadavere. Facile dedurne che ci fu un ordine per agire in questo modo. Su quella necroscopia eseguita dal prof. Caio Mario Cattabeni pendono quindi molti dubbi ed un mistero incentrato sulla presenza di un certo Generale medico Guido, della Direzione Generale di Sanità del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, che risulta firmatario del verbale autoptico, ma che immediatamente dopo è sparito nel nulla, volatilizzato e di lui non si è potuto più nulla sapere. Il fatto che nessuno ha voluto dare indicazioni per rintracciarlo, dimostra chiaramente come questo misterioso “generele medico” ebbe quel giorno un ruolo preciso, soprassedette a tutta l'autopsia, emanò sicuramente ordini in proposito e quindi sparì nel nulla per una precisa ragione e interesse.
In ogni caso i rilievi fotografici sulla salma di Clara Petacci e le risultanze di una necroscopia eseguita alcuni anni dopo con la riesumazione della salma, su richiesta dei suoi famigliari, indicano chiaramente che la donna prima di morire venne colpita al viso, con un pugno o un corpo contundente (oppure ebbe a sbattere violentemente da qualche parte) sotto la palpebra dell'occhio destra e forse anche alla base del naso. Della poveretta sono rimasti pochi reperti, a parte le due pallottole calibro 9 ritrovate nella riesumazione della sua salma che però non si può sapere quando vennero attinte, se in vita o dopo morta dal tiro al bersaglio verso le salme operato da eroici cittadini. Dovrebbero poi essere rimaste le sue scarpette di tipo ortopedico e forse anche un altro paio di tipo comune, un foulard, la tuta, il berretto o caschetto e qualche borsetta e molti oggetti sfusi, compresa dicesi una piccola pistola, ma tutti poi andanti dispersi o meglio sottratti da personaggi vari. Il suo cappotto color cammello sembra che finì all'autista Geninazza che lo fece utilizzare alla moglie per il suo matrimonio. Tanti si appropriarono di qualcosa, come se fossero cimeli (pelliccia e cappotto avevano anche un certo valore) senza alcun rispetto per i parenti a cui invece avrebbero dovuto essere restituiti.
Come detto le mutandine della donna sono inspiegabilmente e incredibilmente scomparse nel nulla, visto che venne portata a piazzale Loreto senza, e questa mancanza ha sempre fatto sorgere molte illazioni che purtroppo non è possibile provare.
La Pelliccia, per un certo numero di anni è rimasta in giro e l'abbiamo anche potuta vedere in una foto di pochi giorni dopo quegli eventi dove si mostra un squarcio allo schienale, una foratura alla schiena che unita alla considerazione che alcune ferite presenti sul petto della donna sono colpi in uscita, attestano che alla poveretta venne sparato alle spalle. In ogni caso dopo varie peripezie anche questa pelliccia è sparita e su di essa si sono ricamati molti aneddoti.
Si disse che la Petacci non l'aveva indosso, ovvero che la portava a braccio, oppure che invece la indossava o ancora che l'aveva solo adagiata, ma non infilata, sulle spalle. Tutte le testimonianze sono in contraddizione tra loro.
Poi, dopo l'assassinio della donna, si disse che Valerio la volle regalare a Giuseppe Frangi Lino, il quale la sera pare che la fece vedere al partigiano di Dongo Pierino Maffia (quello che si era tenuto il cappotto tedesco di Mussolini), quindi sembra che passò, non si sa come, nelle mani della Giuseppina Tuissi, Gianna, e via di questo passo in un valzer di racconti incontrollabili e non tutti veritieri.
Un vecchio rapporto dei carabinieri, la dava in possesso della famiglia di Luigi Conti (sarà sindaco comunista di Dongo) nel giardino di casa del quale, comunque, venne fotografata dal Giovenanza i primi di maggio del 1945. Poi sparì. La figlia Wilma Conti molti anni dopo pare che sostenne che loro non l'avevano, ma non si capisce se intendeva anche che non l'avevano mai avuta [14].
Si afferma infine che avrebbe costituito un ricavato di beneficenza .
Fabrizio Bernini scrisse che fu regalata alla famiglia di Giuseppe Frangi che se la passava male, mentre Alessandro Zanella, scrisse invece che fu regalata alla vedova di Giulio Paracchini Gino (donghese della 52 a brigata ucciso il 24 aprile durante un rastrellamento), perché in ristrettezze economiche, e così via... [15].
CONCLUSIONI FINALI:
Su tutti questi reperti, inerenti la morte di Benito Mussolini e di Clara Petacci, spariti, manipolati, sottratti o in qualche modo rimasti, possiamo aggiungere alcune conclusioni.
E' ASSURDO , che non sia stata consegnata alla storia della Resistenza l'arma (il mitra e aggiungiamoci anche la pistola) impiegato in questa decantata impresa di giustizia popolare , per la quale si richiese un alta onorificenza.
Perché far credere per anni che l'arma fosse stata smembrata ed i pezzi donati come cimeli, oppure che è stata spedita a Mosca, o ancora che la conservasse Moretti ed infine invece, come oggi si dice, ma non tutti ci credono (e sempre che poi sia l'arma effettivamente usata per uccidere il Duce e non magari quella usata per la sceneggiata della finta fucilazione), fatta sparire nel 1957 in Albania, dodici anni dopo i fatti, con l'impegno di tenerla segreta?
Eppure la consegna dell'arma alle autorità, descritta persino con l'indicazione di un nastrino rosso alla canna e numero di matricola, oltre che ad assolvere ad un dovere storico verso la Resistenza, avrebbe potuto chiarire i tanti dubbi che nel frattempo si addensavano su le famose e contraddittorie versioni di Valerio .
Se questo non è stato fatto è perché c'era una grave ragione per agire così!
E' IMPOSSIBILE , che venga ripetutamente descritto da Valerio , nelle sue plurime relazioni, un Mussolini che “ cammina sicuro e spedito” per quei viottoli, dopo che egli dice di aver osservato che ha uno stivale sdrucito dietro, ma specialmente oggi che sappiamo che, invece, lo stivale era totalmente impossibilitato ad essere richiuso e quindi, forse, consentiva a mala pena di trascinarsi saltellando per non perderlo.
E' ASSURDO che alcune confuse testimonianze, compresa quella dell'autista Geninazza, abbiano descritto due soggetti, presunti Mussolini e la Petacci (non precisamente riconosciuti come tali) trasferiti scortati dalla piazzetta del Lavatoio verso la macchina che li condurrà sul luogo dell'esecuzione, e il presunto Mussolini cammina rimpannucciato in un pastrano con il bavero rialzato e il berretto calato sugli occhi (qualcuno parla anche di un cappello a tesa larga), mentre nessuno osserva che pur dovrebbe avere uno stivale aperto che gli impediva di camminare normalmente e la Petacci viene addirittura descritta con stivali da equitazione [16].
Ed infine se Audisio lo ha trovato e prelevato in casa in divisa e con un soprabito color nocciola, come lui ha detto e scritto, dove è finita la giacca di Mussolini?
E' IMPOSSIBILE, che questa fucilazione di Villa Belmonte (sia nella versione di Valerio che nelle moderne versioni revisionate), non abbia un riscontro (pur fatto con tecniche di alta definizione), dalle foto e filmati del vestiario.
Foto che non evidenziano assolutamente fori o strappi su quello strano giaccone e sembra neppure su la camicia nera indosso al cadavere di Mussolini.
Addirittura si vede un probabile alone di sparo sul braccio dx nudo, il rispettivo foro di uscita, ma nessun foro sulla manica dx del giaccone!
Niente sul pettorale di destra (parasternale e sopraclaveare) e niente alla spalla sinistra, dove i l Duce venne attinto da una raffica, alquanto ravvicinata, di 4 colpi. Il giaccone è intatto e quindi Mussolini non fu ucciso con indosso quel giaccone!
Anche i mutandoni al polpaccio che si rendono visibili solo quando al cadavere di Mussolini, appeso alla pensilina, viene sfilata, per trazione dal basso, la camicia che li copriva e proteggeva, mostrano delle slabbrature sul davanti indice di una precedente fase di lotta o di un trascinamento di un cadavere seminudo o altre manipolazioni.
Si configura quindi una fucilazione precedente di un uomo privo di indumenti, tranne la maglietta di salute e forse i pantaloni. Nessuno, infatti, ha detto o riportato che il Duce venne condotto davanti a quel cancello seminudo, né che poi davanti a quel cancello ci si mise a rivestirlo tanto per addobbarlo meglio.
E' evidente che Mussolini fu prelevato, in prima mattinata, quando ancora non si era rivestito, forse perché i suoi abiti erano ancora bagnati dalla pioggia della notte precedente e quindi soppresso in quattro e quattr'otto così come si trovava. In quella stanza probabilmente si mise in mezzo anche la Petacci e per questo venne colpita al viso.
Poi, mistificando i fatti, è stato rivestito da morto e quindi buttato davanti al cancello di Villa Belmonte per simulare una fucilazione.
Note:
[1] (C. Lizzani: “ Il mio lungo viaggio nel secolo breve”, Einaudi 2007).
[2] Si veda: Rapporto Angela Bianchi al CLN di Como (Maggio 1945) : in Corriere della Sera 22 settembre 1995 e “ Memorandum ” di V. Lada-Mocarsky in: G. Cavalleri, F. Giannantoni, M. J. Cereghino: La Fine – Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani - 1945 1946”, Garzanti 2009.
[3] Articolo su La Repubblica del 31 luglio 2004, Visibile nel sito La Repubblica.it: http://www.repubblica.it/2004/ h/sezioni/cronaca/mussfuc/ mussfuc/mussfuc.html
[4] Vedi l'articolo: Osservazioni sul mistero della morte di Mussolini e Claretta Petacci di A. Viviani, visibile nel sito: http://www.larchivio.org/xoom/ ambrogioviviani.htm .
[5] G. Cavalleri: “ Ombre sul lago” Ed. Piemme 1993.
[6] Questa la lettera di Audisio: « Compagni, la questione rimanga segreta. Cari compagni, in occasione del Tredicesimo anniversario della Liberazione della vostra Patria dagli invasori nazi-fascisti, a testimonianza della mia profonda ammirazione per l'eroico popolo albanese, vi invio in dono l'arma con la quale - il 28 aprile 1945 - venne giustiziato il criminale di guerra Benito Mussolini, per ordine del Comando Generale dei Partigiani italiani ».
[7] Interessante per molti di questi particolari è l'articolo di Vacca G., Sinani: S.: “ Vi regalo il mitra che ha sparato al Duce ”, in "Corriere della Sera", 31 luglio 2004.
[8] Articolo del 31 luglio 2004, vedere il sito La Repubblica.it: http://www.repubblica.it/2004/ h/sezioni/cronaca/mussfuc/ mussfuc/mussfuc.html
[9] Per questi particolari vedesi la testimonianza di Dorina Mazzola riportata in G. Pisanò, “ Gli ultimi 5 secondi di Mussolini”, Il Saggiatore 1996
[10] Sulle ultime vicissitudini di Mussolini è interessante leggere, tra l'altro, l'eccellente e documentata ricerca storica di Marinò Vigano che ha liquidato una volta per tutte le illazioni circa una presunta fuga di Mussolini in Svizzera o all'estero: Mussolini, i gerarchi e la "fuga" in svizzera (1944-‘45 ) Nuova Storia Contemporanea n. 3-2001. Visibile anche nel sito:
http://www.italia-rsi.org/ miscellanea/ nuovastoriacontemporaneafugaco siddetta.htm . La ricerca descrive e documenta ora per ora quegli ultimi momenti di vita del Duce ancora libero di muoversi.
[11] Per i riscontri di questa perizia eseguita presso il celebre Istituto di medicina legale di Pavia da una equipe del profe. Giovanni Pierucci, vedesi: F. Andriola, “Mussolini una macabra messa in scena” Storia in Rete maggio 2006.
[12] Aldo Alessiani: Il teorema del verbale 7241, pubblicato anche on line in , http://www.larchivio.org/xoom/ aless-iani.htm .;
[13] Gli studi del dottor A. Alessiani, laddove sulla base di una dinamica balistica intuibile dalla conformazione, dalle eterogenee inclinazioni e distanzialità delle ferite premortali (molte delle quali determinate da spari ravvicinati) sul cadavere del Duce, indicava una uccisione di Mussolini durante una fase di lotta nella stanza, contro un aggressore armato di pistola al quale poi si aggiunse un altro armato di mitra, è una ipotesi forse alquanto forzata, ma da non scartare completamente. Alessiani ipotizzava che Mussolini e la Petacci, svegliati verso l'alba vennero uccisi in quella camera, in completo deshabillé dopo che si era innescata una loro reazione con tanto di lotta. Non sono rimasti però danni rilevanti alle mobilia, che una mattanza del genere avrebbe sicuramente provocato e oltretutto la Petacci risultava avere la pelliccia indosso, indice che probabilmente era all'aperto. Quindi gli studi di Alessiani andrebbero corretti, nel senso che è verosimile che ci sia stata una fase di lotta, conclusasi con il fermento del Duce al fianco e forse al braccio da un paio di colpi di pistola (come riportarono le testimonianze della signora Mazzola e della vedova Santi - Cantoni), poco dopo però il Duce venne condotto nel cortile dello stabile dei De Maria e qui finito, mentre la Petacci venne proditoriamente uccisa intorno al mezzogiorno poco più avanti.
[14] Vedesi: F. Bernini: Così uccidemmo il Duce, CDL 1998.
[15] A questi propositi vedere: F. Bandini: Le ultime 95 ore di Mussolini Sugar 1959; A. Zanella: L'ora di Dongo Rusconi 1993; F. Bernini: Così uccidemmo il Duce Ed. CDL 1998.
[16] Vedesi: W. Audisio, op. cit.; F. Bandini Vita e morte segreta di Mussolini , Mondadori 1978; Valerian Lada-Mocarski: The last three days of Mussolini, Atlantic Monthly, Boston dicembre 1945; Storicus: Le ultime giornate di Mussolini e Claretta Petacci, Ed. dell'Unione, s. data; Rapporto Angela Bianchi al CLN di Como (Maggio 1945) : in Corriere della Sera 22 settembre 1995: Testimonianza Palma Monti : in Marino Viganò: Un istintivo gesto di riparo ( Nuovi documenti sull'esecuzione di Mussolini 28 aprile ‘45 ) - “Palomar” N. 2, 2001.
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