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Le Firme * Marco Zacchera

Prodi e' tornato restano i vecchi problemi

05.03.07 - Insomma nulla di nuovo: ero partito con Prodi (e D’Alema) sconfitti in Senato e torno trovandoli di nuovo in sella. Strano, perché il Ministro degli Esteri aveva preannunciato “ Se perdiamo, andiamo a casa!”, ha (hanno) perduto ma a casa non ci sono andati.
La scontata riconferma del governo Prodi assomiglia comunque molto alle condizioni sanitarie di un paziente colpito da un secco primo infarto: per riprendersi occorrerebbe cambiare vita, ma il problema politico che resta alla base del nuovo (come del vecchio) governo continua quello di essere nato con troppi equivoci di fondo e che non vengono certo risolti dall’ innesto di un transfuga come Follini o dal voto quasi determinante dei senatori a vita.
Ad oggi ognuno sta imbrogliando qualcuno: Follini i suoi elettori di un tempo, l’ estrema sinistra accettandolo determinante, i moderati facendo finta di dimenticarsi di essere ricattati a sinistra. Le 400 pagine del programma diventano un “bigino” di 12 punti, ma alla fine è inutile ripetersi: troppe e fondamentalmente diverse sono le anime che compongono l’ esecutivo e che alla fine tendono – ed ancora tenderanno - a scontrarsi a vicenda.Il nodo e’ soprattutto politico e solo fino a quando terrà nel governo il collante della gestione “a sinistra” del potere ci sarà un ulteriore cammino per Prodi.
Questo è il nocciolo della verità: saranno (a parole) dei rivoluzionari, ma anche i rossi più rossi tirano a spartirsi le poltrone esattamente come i più svaccati boiardi di Stato e da nove mesi l’ assalto alla dirigenza è stato assoluto, ossessivo, moltiplicante i costi (a perdere) per la pubblica amministrazione. Tutto ha un prezzo e chi può tira di più, senatore Pallaro docet. Ma se un governo sta insieme solo per la facciata e i posti di potere (ma deve sempre eludere i passi importanti, salvo dare addosso a Berlusconi e demolire quello che si è fatto in passato) non può fare molta strada.
Il problema dei DICO, per esempio, può essere aggirato o impantanato nelle sabbie parlamentari, ma certo difficilmente avrà il via libera da una maggioranza autonoma.

Più complicato il discorso sull’Afghanistan dove i problemi sono sempre più seri e davanti all’ Italia ci affacciano due strade divergenti. Da una parte una “exit strategy” che presupponga un ridimensionamento della nostra presenza, dall’altra una adesione alla pressante richiesta di nuovi mezzi adeguati e nuove truppe come richiedono gli alleati nel quadro di una situazione sempre più delicata e pericolosa.
L’Afghanistan non ha avuto quello sviluppo che si pensava, la gente è insoddisfatta, i “signori della guerra” hanno solo cambiato pelle e fondato propri partiti ma anche qui si ripete il contrasto storico tra mussulmani sunniti (sponsor l’Arabia Saudita) e sciiti (Iran) che in molte aree del Medio Oriente – dal Libano all’Afghanistan – finanziano i propri partigiani arruolando fanatici, mentre i terroristi trovano facilmente spazio tra molte persone senza futuro.
Gli italiani rischiano sempre di più ed è coprirsi con una foglia di fico parlare di maggiore presenza delle ONG o di assistenza umanitaria, perchè senza una difesa adeguata per chi opera tra le gente i rischi sono altissimi, stando nel mezzo di bande e persone che certo non guardano per il sottile tra civili o militari.

Un incidente, un attentato o una recrudescenza del conflitto (prevista per le prossime settimane da tutti gli osservatori) metteranno a rischio la missione italiana e anche la posizione del nostro governo in chiave di politica interna, perchè e’ evidente che l’intervento USA in Afghanistan nel 2002 non era stato pianificato a lungo termine e uscirne “comunque”, adesso, e’ molto difficile. Però ciascuno si assuma le proprie responsabilità: tre settimane fa ho chiesto ufficialmente in commissione esteri-difesa alla Camera ai vertici delle nostre forze armate se i nostri soldati laggiù siano sufficientemente tutelati e protetti. La risposta è stata di un ambiguo “politichese” che mi ha molto preoccupato. Lo si sappia già da adesso: i nostri soldati non posso stare in Afghanistan se non hanno i mezzi per difendersi e purtroppo questi mezzi non ci sono, con un governo che vuole salvare la faccia con tutti ma poi taglia anche i fondi per la difesa. E’ più importante tutelare la pelle di un nostro alpino o dare i milioni a Pippo Baudo? Forse qualcuno dovrebbe pur chiederselo…



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On.le Marco Zacchera, deputato piemontese di Alleanza Nazionale e responsabile del Dipartimento Esteri di AN.

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