I
Referendum e la mia proposta di riforma elettorale
06.05.07
- Sottoscriverò ma con ben poco
entusiasmo i tre referendum elettorali
e non tanto perché temo che verranno
comunque vanificati da un voto parlamentare,
quanto perché va amaramente preso atto
che in passato la volontà referendaria
espressa dalla gente sia rimasta spesso lettera
morta.
Fu
così per il funzionamento pubblico dei
partiti, la riforma della Rai, lo stesso metodo
elettorale quando fu inficiato il referendum
sul sistema maggioritario (stragrande vittoria
dei SI) per il non raggiungimento del 50% di
votanti (votò solo il 49,7%) salvo scoprire
poi che le liste erano infarcite da migliaia
di elettori residenti allestero da tempo
deceduti.
Il
problema è che due dei tre quesiti oggi
proposti sono su aspetti abbastanza condivisibili
ma minimali e che non incidono sul sistema elettorale
dove non si può continuare con 9 (nove!)
sistemi diversi e che in Italia cambiano troppo
di frequente. Solo il terzo quesito referendario
è interessante prevedendo che il premio
di maggioranza sia assegnato ad un partito e
non ad una coalizione, utile così per
unire le forze e in prospettiva portare a maggiori
aggregazioni.
Probabile
che intanto verrà varata una nuova legge
(rendendo inutili i referendum), ma con un po
di esperienza accumulata in questi anni anchio
avrei una modesta proposta per un sistema elettorale
valido le elezioni politiche. Credo infatti
sia essenziale ritornare ad un contatto diretto
tra eletti al Parlamento e territorio, ma anche
in un quadro di chiarezza politica con indicazione
specifica del leader del governo vincitore in
un quadro di stabilità per cinque anni
e semplificazione del numero dei partiti i cui
leaders non possono avere come è
oggi - il diritto di indicare pressoché
tutti i potenziali eletti. Sono contrario al
voto di preferenza perché su larga scala
favorisce solo chi è più ricco
e più può spendere, soprattutto
nei grandi centri urbani, in uno sciupio di
denaro incredibile
Secondo
me la formula per una riforma credibile è
piuttosto semplice e dovrebbe ricalcare quella
delle elezioni provinciali. Immaginate così
che uno schieramento indichi un candidato-premier,
che il territorio nazionale sia diviso in collegi
(per la camera sarebbero di di circa 70-80.000
elettori) dove ciascun partito - o gruppi di
partito - presenti un proprio candidato, magari
dopo regolari primarieinterne, o
al più con voti di preferenza allinternodi
una piccola lista ma quindi su un territorio
limitato. Il cittadino voterebbe così
una persona a lui nota e conosciuta votando
conseguentemente anche il suo partito (o coalizione).
Con la stessa scheda e potrebbe essere
un voto disgiunto, come per il sindaco
indicherebbe quindi anche il premier dal quale
essere governato. Stabilito il premier vincitore,
i seggi in palio sarebbero attribuiti alle liste
in misura proporzionale, con un eventuale piccolo
premio di maggioranza se necessario -
per dare stabilità quinquennale al governo.
Eliminati dal conto i partiti che non raggiungessero
una soglia minima di voti significativa (il
4% - come in passato - potrebbe andar bene)
i seggi sarebbero assegnati allinterno
di circoscrizioni regionali affinché
ogni partito abbia un numero di eletti proporzionale
alla provenienza dei propri voti, dichiarando
eletti i candidati con le più alte percentuali
nei rispettivi collegi, avendo dimostrato di
essere i più bravi tra i
loro stessi colleghi di partito .
Un
sistema semplice e già verificato alle
elezioni provinciali, un uovo di Colombo che
non capisco perché debba essere reso
più complicato.