IL
PUNTO 252
del 08.11.08
In
diretta dagli USA
Alcune
riflessioni direttamente dagli USA dove sono
arrivato poche ore dopo la vittoria di Obama.
Note raccolte a Houston, in Texas, dove in questi
giorni rappresento il presidente della Camera
dei Deputati on.le Gianfranco Fini ad un importante
convegno sulla presenza e l'attivita' dei ricercatori
italiani negli USA. Un convegno organizzato
dal Comites della circoscrizione consolare di
Houston (che comprende gli stati dell'Arkansas,
Louisiana, Oklahoma e Texas) presieduto da Vincenzo
Arcobelli.
Il Texas e' economicamente il secondo piu' importante
tra gli Stati americani, e' grande due volte
e mezzo l'Italia e tra i suoi 23 milioni di
abitanti la presenza italiana e' numericamente
limitata (circa 5.000 residenti) ma molto qualificata
e sottolineata da una forte presenza dell'ENI
in campo petrolifero e dall'Alenia in campo
aerospaziale. E' stata per me una lieta sorpresa,
visitando il centro di controllo della NASA,
scoprire ad esempio che l'Italia e' una delle
principali nazioni partner nella costruzione
delle navicelle e stazioni spaziali: da noi
non lo sa quasi nessuno, eppure buona parte
delle strutture che orbitano intorno alla terra
sono realizzate a Torino.
Qui in Texas (patria dei Bush) martedi' scorso
hanno comunque vinto ancora una volta i repubblicani
di McCain, ma daltronde da sempre tutta l'area
centrale degli USA e' solidamente repubblicana.
Sono questi Stati tradizionalmente conservatori,
anche se i voti democratici sono questa volta
aumentati in maniera considerevole, cosi' come
gli elettori che hanno partecipato al voto e
per tempo si sono iscritti nelle liste elettorali.
Negli USA, infatti, la partecipazione al voto
non e' obbligatoria ed e' soggetta alla "iscrizione"
volta per volta di tutti gli elettori che ogni
quattro anni, nel primo martedi' di novembre,
votano non solo per il Presidente ma anche per
una parte dei parlamentari e per una infinita'
di referendum locali sugli argomenti piu' disparati.
Un modo genuino di esprimere una democrazia
diretta che porta non solo a scegliere dove
costruire un nuovo edificio pubblico ma anche
a nomine popolari di giudici, sceriffi, direttori
di prigioni, consiglieri municipali e persino
il capo cittadino dei pompieri.
L'aspetto che piu' colpisce e' comunque il comune
e forte sentimento nazionale: Obama ha vinto
e dal 20 gennaio sara' "Il Presidente"
di tutti gli americani identificando da quel
momento l'unita' e lo spirito della nazione
ben al di la' delle simpatie elettorali. Ecco
perche' lo sconfitto McCain, appena noti i risultati,
non solo gli ha espresso le felicitazioni ufficiali
ma in un discorso molto profondo, nobile e toccante
si e' messo subito a disposizione dell'avversario
con parole ed azioni sconosciute alla nostra
democrazia ed alle polemiche che puntualmente
seguono in Italia ad ogni elezione. E' un altro
e ben piu' alto senso di appartenenza di ogni
americano per sentirsi cittadino di una nazione
che come leader del mondo si trova ad affrontare
problemi planetari. Crisi e difficolta' che
spesso impongomo risposte obbligate ed e' per
questo che non credo cambiera' molto la linea
di Obama in politica internazionale rispetto
a George W. Bush. Non dobbiamo leggere in chiave
italiana il voto americano: pensare, cioe',
che poiche' i "Democratici" si chiamano
cosi' abbiano allora molti punti in comune con
il PD nostrano. Questo e' solo voler correre
dietro all'onda di moda per ostentare in patria
qualche pennacchio, ma soprattutto dare al voto
americano un commento molto superficiale e casareccio,
mentre ogni azione di Obama si inserira' invece
prima di tutto in un contesto nazionale dove
(ed e' questo che si teme in Texas) saranno
probabilmente aumentate le tasse federali per
finanziare alcune riforme sociali come il servizio
sanitario nazionale che sono state tra i punti
sostanziali della piattaforma elettorale del
candidato democratico.
L'impressione e' che sia stata la crisi economica
a diventare la pietra tombale delle speranze
repubblicane visto che l'opinione pubblica ha
imputato a Bush la mancanza di sorveglianza
e una sufficiente determinazione contro i colossi
delle finanza. Se MacCain aveva tenuto nei sondaggi
fino all'esplosione della crisi finanziaria
poi e' stato per lui impossibile separarsi dalla
ingombrante eredita' politica del suo predecessore.
Ma Obama ha vinto soprattutto raccogliendo intorno
a se' gli elettori della "nuova" America,
ovvero quelle grandi minoranze etniche che ormai
sono maggioranza. E' stata cosi' non solo la
vittoria degli ispanici e degli elettori di
colore, ma la crescente importanza della costa
occidentale rispetto al "vecchio"
nord est americano del New England, tradizionale
portatore di ricordi europei e di voti democratici
che pero' contano sempre di meno nel contesto
nazionale. Nuovi voti e nuovi volti, soprattutto
quelli di una generazione piu' giovane che si
e' stretta intorno ad Obama nella speranza di
un cambiamento profondo della societa' americana
che il senatore nero ha promesso in mille incontri
negli ultimi mesi.
La critica repubblicana al nuovo presidente
e' il timore che egli non sappia dare concretezza
alla sua indubbia capacita' di trascinare le
folle, ma bisognera' ovviamente vedere alla
prova il nuovo e giovane Presidente prima di
giudicarlo.
Restano comunque i punti fermi di un orgoglio
tutto americano che si esalta nel compiacimento
di dimostrare a se' stessi e al mondo che negli
USA tutto e'
possibile, compreso vedere un presidente nero
alla Casa Bianca.
E' insomma la conferma del sogno americano di
una societa' dove chi ha idee, forza, volonta'
puo' vincere in politica, nella vita come nell'economia,
ormai senza piu' alcun pregiudizio razziale.
Ma Obama non fara' pazzie, non si lancera' in
percorsi molto dissimili dai suoi predecessori
e sara' cosi' interessante vedere di qui a qualche
mese i giudizi della sinistra italiana che oggi
compatta lo esalta come un nuovo messia. Obama
credo si dimostrera' molto piu' conservatore
di quanto si pensi, con molte chiusure piuttosto
che aperture internazionali ed una rinnovata
presenza militare in alcuni settori chiave (come
in Afghanistan) dove la situazione e' sempre
piu' difficile.
Conteranno molto i nomi dei consiglieri di cui
si circondera' e l'andamento economico che oggi
spaventa buona parte degli americani anche se,
paragonati all'Italia, gli USA dimostrano un
costante incremento del PIL, molto di piu' di
tutta l'Europa occidentale.
Ma in ogni congiuntura economica e politica
quello che conta di piu' e' la volonta' di venirne
fuori, la "carica" che ciascuno puo'
sentirsi dentro di se' per uscire dalla crisi
e proprio da qui e' venuto il successo di Obama
che e' stato capace di far presa tra milioni
di elettori americani convinti non tanto di
che cosa si debba fare (perche' nel dettaglio
ancora non si sa), ma intanto che sia il dream
(il sogno) quello che conta.
Auguri, presidente Obama, di essere in grado
di dare concretezza a questo sogno, non solo
per il bene degli Stati Uniti ma per quello
di tutto il mondo.
A
tutti un saluto !
MARCO ZACCHERA
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