Tsumani economici in vista
08.06.2011 - Molti economisti lo hanno già notato da tempo, l'incongruenza cioè di tutto il “blocco occidentale”, ovvero Usa ed Europa, nel perseguire (nominalmente) una politica di rilancio dell'economia attraverso il previo risanamento dei conti attualmente gravati da un livello di indebitamento eccessivo.
Se lo chiede anche il premio nobel Krugman in due recenti articoli sul Times. Lui si chiede esplicitamente dove hanno la testa i politici, specialmente europei, quando evocano il “fantasioso” rimedio di risolvere il grave problema dell'occupazione, di qua e di là dell'Atlantico, impostando una rigidissima politica di austerity che taglia ulteriori posti di lavoro dopo quelli persi nella recessione, svuota le tasche delle famiglie e mette in sofferenza, insieme alla gente, anche decine di migliaia di piccole e medie imprese.
Per Krugman non è possibile sperare in una crescita della confidenza dei mercati, e soprattutto della gente costretta a “tirare la cinghia”, se tutto si muove in direzione di aumentare le sofferenze sociali e produttive nei principali motori economici del globo.
Infatti dall'inizio dell'anno tutte le principali borse mandano segnali di minore “confidenza”, che chiamano “volatilità”, per non spaventare il povero risparmiatore costretto ad aprire la borsa e consegnare il malloppo a qualcuno al fine di coltivare la speranza di accantonare una cifra adeguata ai suoi bisogni futuri e a quelli dei suoi figli. Il vero termine da usare sarebbe quello di “casino”, perché l'investimento in borsa è diventato un vero gioco d'azzardo dove persino i professionisti hanno difficoltà a capire dove tira il vento.
Per capire come vanno veramente le cose guardarle dal di fuori. Allora si vede chiaramente che il labirinto e gli infiniti meandri che costituiscono la moderna attività finanziaria, sono reali solo nella loro calcolata finzione. Un gioco degli specchi che inganna, deforma e porta i malcapitati risparmiatori di qua e di là sempre con la speranza di trovare la mossa vincente, per la verità rarissima da azzeccare e per i più praticamente irraggiungibile.
Ma la confidenza è alla base del gioco e quindi va sempre alimentata. Se non ci sono le cifre a sostenerla ci si arrangia con le teorie bislacche (come quella dei tagli di spesa che creano posti di lavoro), tanto sono sempre pochi quelli che hanno la voglia il tempo e la capacità di decifrarle. Uno di questi è per l'appunto Krugman, e lui si chiede da tempo perché i vertici economici dell'Unione europea perseguono questa scellerata politica di tagli feroci, imposti a intere nazioni come la Grecia, l'Irlanda, la Spagna, il Portogallo, quando una più morbida politica di crescita controllata dell'inflazione, di incentivi alla produzione, di equità fiscale, potrebbero consentire un regolare rientro dai debiti in modo molto meno cruento e certamente più efficace che quello attualmente perseguito.
Certamente il debito va pagato, ma tutti i creditori (e i banchieri sono al primo posto in questo) sanno benissimo che non è interesse dei creditori tirare la corda fino a vedere il debitore morire soffocato. Eppure è proprio ciò che i vertici economici europei stanno in parte già facendo. Negli Usa, l'amministrazione Obama e la Federal Reserve, qualcosina per “ammorbidire” la stangata sulla testa dei poveri cittadini la fanno (quantitative easing, dollaro debole, ecc.), ma essendo semplici interventi di tipo “monetario” non bastano da soli a rilanciare l'economia. In Europa invece hanno scelto la linea dura e abbracciato la politica del rigore assoluto. Il risultato è, dopo un anno di rigidissime “medicine” economiche imposte ai paesi più indebitati, che la situazione è persino peggiore di prima.
Eppure ciò era previsto. Allora perché? Possibile che non si riesca a vedere quello che vedono Krugman e moltitudini di altri più comuni economisti? La risposta è che lo vedono benissimo, ma è proprio questo che vogliono.
Mi spiego. Nel contesto della globalizzazione il capitalismo ha individuato nei paesi asiatici e sud-americani (e prossimamente in quelli africani) il luogo dove sviluppare la produzione industriale a basso costo per continuare ad alimentare il consumismo di massa già sperimentato con ottimi risultati nelle potenze economiche occidentali. La globalizzazione produce perciò attualmente un fenomeno di “decentramento” sempre più rapido della ricchezza dai paesi ricchi a quelli poveri.
Ma il problema è che l'incontro tra due economie, una ricca e l'altra povera, non può essere risolto semplicemente trovando l'equilibrio a metà strada. Perché questo significa un durissimo e insostenibile impoverimento di quella che attualmente è la parte benestante, costretta a rinunciare a tutte, o quasi tutte, le conquiste sociali che aveva realizzato in oltre un secolo di lotte, sacrifici e persino lutti, al fine di assicurare un avvenire migliore a se stessi e ai propri figli.
E invece è proprio la scelta fatta soprattutto dall'Ue, facile per chi amministra, ma irresponsabile. L'Europa è il luogo dove le conquiste sociali erano arrivate al livello più alto e apprezzabile. Ma (a loro avviso) per raggiungere il più in fretta possibile quel punto d'incontro a metà strada tra le economie mature e quelle emergenti è necessario spianare la strada al libero mercato. Non è un mistero infatti che la feroce politica di austerity avviata mortifica e uccide soprattutto le conquiste del “welfare state”. Sanità, pensioni, scuole sono i primi a soccombere sotto questa micidiale onda di tagli allo stato sociale messa in atto come risposta alla crisi.
Siccome chi decide in Europa non è certo uno sprovveduto, si può concludere che l'impoverimento programmato proprio ciò che questi amministratori vogliono perseguire.
Perciò la prima cosa da fare, per costoro, è l'eliminazione di tutte le barriere che tengono alto il costo della produzione e degli scambi commerciali.
Detto questo l'analisi diventa facilmente leggibile per chiunque. I repubblicani americani l'hanno già tradotta in uno slogan di grande successo: “Meno tasse e meno Stato per tutti”. Il che si traduce in meno controlli e più privatizzazioni. Ma purtroppo non è solo teoria, lo stanno già facendo ovunque! Meno assistenza sanitaria e scuola pubblica e più assistenza sanitaria e scuola privata. Meno garanzie di tutela dei diritti dei lavoratori e più libertà di intraprendere dove si vuole (cioè all'estero, dove le probabilità di guadagno sono assolutamente superiori). Tuttavia nella maggior parte dei casi l'imprenditore non ha colpa. Per l'imprenditore adeguarsi a questa linea non è una scelta, è un obbligo. “Mors tua vita, vita mea” dicevano i gladiatori dentro all'arena. Lo stesso devono fare gli imprenditori in una situazione come quella attuale. Se il concorrente produce all'estero, e riduce a metà i costi, non ci sono alternative, o si va all'estero a produrre o si fallisce.
Così, però, si salva l'imprenditore ma la nazione va a picco. Chi dovrebbe preoccuparsi di tutelare i cittadini e le imprese, cioè la società nel suo insieme, sono i politici, ovvero gli amministratori pubblici. Perciò non è vero che con meno “governo” l'economia va meglio, è vero il contrario. Naturalmente però bisogna che gli amministratori pubblici lavorino nell'interesse del Paese, non nell'interesse di capitalisti e speculatori, per i quali non fa nessuna differenza se la loro ricchezza aumenta in America, in Asia o in Europa. Il loro credo è intimamente e unicamente legato al profitto. Il colore dei soldi cambia a seconda del paese, ma il profumo della ricchezza è inebriante ovunque.
Il basilare principio economico che meno si spende e più si guadagna è universale. Pertanto per costoro ne consegue che l'equilibrio nell'economia globale si deve raggiungere tagliando a più non posso i costi dove sono più alti, ovvero nei paesi a industrializzazione più evoluta.
Anche questa, non è teoria, è esattamente ciò che stanno già facendo. Eppure abbiamo visto che di soluzioni per pagare il debito degli Stati ne esistono altre e sono anche più sicure. Come può infatti pagare il debito uno Stato che muore nell'indigenza?
Adesso dovrebbe essere più chiaro chi c'è a condurre la danza e perché i nostri governanti europei e americani hanno scelto proprio la soluzione dell'austerity. Hanno fatto questa scelta perché è il modo migliore per far pagare esclusivamente alle classi sociali lontane dai loro interessi il costo della “bolla” finanziaria che loro avevano creato per arricchirsi. Ed è anche la strada più comoda per garantirsi molti anni ancora di completa libertà d'azione e speculazione, non più a livello nazionale ma a livello globale.
Purtroppo hanno attualmente partita vinta facile facile, perché la gente non ha ancora realizzato in pieno quello che sta avvenendo. Ma non si facciano soverchie illusioni, se non faranno nulla per prevenire lo tsunami economico che ora minaccia di spazzare via gli equilibri sociali e la relativa ricchezza dei paesi industrializzati, un onda di ritorno spazzerà via anche chi ne avrà approfittato. Il vento della rivolta inevitabilmente soffierà di nuovo in tutte le piazze e le “teste coronate” ricominceranno a cadere a grappoli, (metaforicamente, spero).
Sarà, come tutte le rivolte, inevitabile e inarrestabile. Se, nonostante tutti i privilegi di cui godono, per pura avidità, si dimostreranno incapaci di conservare la pace sociale dove era stata faticosamente costruita, l'epilogo non potrà essere che questo, sarà solo questione di tempo.
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