La bufala americana
09.11.2011 - Le bufale, come noto, sono dei simpatici quadrupedi ruminanti che, insieme alla cura di esperti allevatori e al sapiente lavoro di maestri casari, consente a noi consumatori di poter gustare le prelibate “mozzarelle di bufala”, dal gusto inconfondibile. Nella sua accezione popolare tuttavia la “bufala” esprime nella sostanza una “fregatura”, cioè un imbroglio. Ed è proprio a questo significato che mi riferisco parlando del “sogno americano”, non certo alle gustose mozzarelle campane.
Il sogno americano è noto in tutto il mondo come l'opportunità che è data ad ogni cittadino di salire la scala sociale partendo da umili origini e/o condizioni economiche, fino ad arrivare ai massimi livelli della scala sociale. Il recentissimo caso di Obama viene preso come esempio lampante di questa incredibile opportunità, a cui viene attribuita anche condizione di concreta attualità. Invece non è così, è solo un mito, e il perchè si può attribuire alla realtà americana odierna il concetto sostanziale di “fregatura” è presto detto.
In circa un secolo (fino a tre anni fa) di crescita economica costante gli Stati Uniti d'America sono arrivati ad essere la potenza economica egemone in tutto il mondo. Tale risultato è stato possibile anche grazie ad uno sviluppo economico interno che, seppure non ha saputo cancellare in tanti anni la vergognosa piaga della povertà, ha tuttavia consentito la crescita del benessere ad una grossa parte dei propri cittadini, formando così una “classe media” benestante fondata soprattutto sul “consumismo” dilagante, esteso a tutti i livelli. Un consumismo sostenuto però oltre le reali possibilità economiche praticamente da tutti, e gonfiato oltremodo artificiosamente da uno sfrenato uso del credito facile, che ora è alla base di immensi problemi finanziari, non solo americani.
Tuttavia non si può dissociare il consumismo dalla crescita economica. Se si frena il consumismo si spezza la catena della crescita. Perciò, anche se si evita di indicare l'indice dei consumi con il termine di “consumismo”, ciò nondimeno è solo attraverso la crescita dei consumi (ovvero col consumismo) che il benessere sociale si espande.
La prima cosa che si può rilevare da questa semplice equazione è pertanto che se si riducono i consumi il benessere sociale segue la stessa sorte. Quindi è inevitabile che le politiche di austerity, comprimendo i consumi, comprimono e cancellano insieme a questi anche il benessere sociale conquistato dagli anni del dopoguerra.
Per affinità si può pertanto dire con assoluta certezza che le parti politiche che vogliono imporre manovre di rientro dai debiti (l'austerity) non accompagnate da adeguati provvedimenti di sostegno all'economia e di riequilibrio nel sostegno dei sacrifici, impongono di fatto un regresso più o meno grave non solo sul piano economico, ma anche nel contesto del tessuto sociale. Uno squilibrio che si scarica ovviamente di più sulla classe intermedia, quella dove il carico fiscale è maggiormente patito, essendo in questa fascia molto più difficile l'evasione e, soprattutto, l'elusione, fenomeni questi che sono ovviamente inesistenti nella fascia dei poveri, e che sono al contrario una costante pressoché fissa nella fascia dei benestanti.
E poi c'è il secondo aspetto dell'equazione, quello dove diventa ancor più evidente lo scompenso sociale esercitato dal disequilibrio sulla politica dei consumi. Uno squilibrio che porta non solo al regresso economico, ma persino alla sostanziale perdita del valore etico del concetto di democrazia. Infatti non può essere considerata democratica una nazione dove è consentito solo alla sua classe sociale più ricca di continuare a crescere mentre a tutte le altre classi vengono imposti i sacrifici per il rientro dai debiti. (Quando la ricchezza prodotta dalla nazione muove solo verso la ridottissima classe al top della classe sociale, la nazione non può definirsi una “democrazia”, ma diventa di fatto una “oligarchia”).
Si tenga presente, tra l'altro, che se da un lato può essere in parte vero che la classe intermedia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, indebitandosi, è anche vero che dall'altro lato della bilancia ci sono proprio coloro che hanno concesso quel credito “facile” e che adesso lo vorrebbero restituito non solo per intero, ma addirittura maggiorato da interessi che vengono gonfiati artificialmente allo stesso modo in cui venne gonfiato il credito. Un assurdo sul piano dell'etica.
Negli USA la forbice della redistribuzione del reddito è andata, negli ultimi trent'anni, costantemente allargandosi a favore della fascia più ricca della popolazione, a discapito soprattutto della classe media. I super ricchi, ovvero l'1% della popolazione, ha incrementato mediamente il proprio reddito di quasi il 400%, mentre la classe media (81% circa della popolazione) è cresciuta solo del 160% circa (fonte: Congressional Budget Office). Applicando i coefficienti di svalutazione e altri elementi di correzione risulta persino che la classe media, a valore costante della moneta, guadagna oggi meno che trent'anni fa.
Se questi super-ricchi fossero tutti magnati d'impresa, gente che costruisce ricchezza e posti di lavoro, forse si potrebbe anche sopportare un po' di ingiustizia sociale sul piano del carico della redistribuzione del reddito, invece la maggior parte di questi “paperoni” non sono nemmeno imprenditori, sono solo “executives” (amministratori) di banche e finanziarie, quegli stessi cioè che costruiscono le “bolle” e poi, quando scoppiano, danno la colpa agli altri e presentano il conto a noi contribuenti che paghiamo le tasse per intero (senza evaderle o eluderle come spesso fanno loro).
È evidente che in un sistema sociale siffatto, dove da almeno trent'anni cresce soltanto la fascia dei super-ricchi e tutti gli altri vedono invece il proprio reddito, in termini reali, diminuire costantemente, e spesso drasticamente, è impossibile parlare ancora di Paese delle opportunità. Obama non fa testo. In tutti i Paesi ci sono opportunità per pochi eletti.
Quella delle opportunità per tutti è ormai un mito senza riscontro concreto, una vera e propria “bufala americana” a danno dei suoi cittadini più laboriosi.
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