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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Roberto Marchesi

Presidenziali Usa: primarie repubblicane, anticipate e altalenanti

21.12.2011 - Tra un anno esatto sapremo chi avrà conquistato il diritto di sedere nell'ufficio più alto della Casa Bianca. Se sarà ancora Obama per altri 4 anni, oppure se sarà qualcuno del partito repubblicano (noto negli Usa anche come GOP: Grand Old Party).

Ma qui viene proprio la parte “incredibile” della faccenda, perché non solo manca ancora quasi un anno alla data fatidica delle elezioni Usa, ma è già da diversi mesi (praticamente dalla fine di questa primavera) che è cominciata la battaglia tra i candidati repubblicani per essere scelti dal proprio partito come sfidanti ufficiali di Obama l'anno prossimo.

Le primarie vanno bene, d'accordo, perché sono nel rispetto di una seria democrazia, ma le primarie vere cominciano ufficialmente solo il prossimo mese di gennaio e si protrarranno ancora per tutto il tempo necessario a scegliere lo sfidante ufficiale del partito repubblicano, perché quindi farle cominciare di fatto così presto?
La scelta potrebbe scaturire già in primavera, ma potrebbe anche andare avanti fino a tutto giugno e oltre.
Quello che è peggio è che, nelle proposte politiche dei candidati la sfida non è a chi fa le proposte più serie e importanti per il bene della nazione, ma a chi confeziona lo slogan più attraente e populista per conquistare più simpatia tra la gente.
E ci sono già riusciti quasi tutti! Ovviamente non tutti insieme.
Ha cominciato Michele Bachman, l'eroina dei Tea Party, rieletta al Congresso nell'autunno 2010 come rappresentante del Minnesota, l'unica donna tra i candidati repubblicani alla Casa Bianca. 55 anni portati bene, un viso simpatico, un linguaggio essenziale che ispira fiducia e sincerità. Ha superato nelle preferenze i suoi contendenti per più di un mese, ma nessuno ha mai messo in dubbio il fatto che sarebbe stata solo una brillante meteora. Infatti è stata presto superata nei sondaggi da Rick Perry, il governatore del Texas.
Perry non è entrato subito in gara, ha aspettato di vedere com'era il campo dei contendenti, e quando si è convinto (o lo hanno convinto) che poteva farcela, si è buttato.
Forse a convincerlo è stata anche l'improvvisa entrata in campo, e rapida disfatta, di Donald Trump, l'immaginifico miliardario newyorkese paragonato da qualcuno più ad un piroettante funambolo da circo Barnum che ad un serio contendente per la Casa Bianca.
Così Perry si è buttato nella mischia, ed ha subito sorpassato non solo la Bachman, ma anche Mitt Romney, quello cioè che da sempre è considerato il più probabile vincitore alla fine della scorribanda. Ma è durata poco la cavalcata del governatore Texano, scivolato miseramente sulla classica “buccia di banana” nel confronto teletrasmesso del 10 novembre scorso. Lui infatti era il più atteso quella sera, e con il suo solito sorriso da sciupafemmine e la sicumera di chi non teme niente e nessuno, ad una domanda dell'intervistatore è partito con la lancia in resta per vantarsi che lui, da presidente, attuerà perfettamente la nota linea repubblicana del “meno governo, più libertà d'impresa”, e saprà pertanto fare a meno di tre Agenzie governative (i ministeri), che abolirà subito. Così è passato subito ad elencarli: “Il Commercio, l'Educazione e il... il... il...”. Il vuoto totale si è impossessato della sua mente, ed è rimasto lì a balbettare monosillabi nonostante il vicino Ron Paul, anche lui Texano, abbia cercato di aiutarlo suggerendogli il Dipartimento dell'Ambiente. Anche Romney gli ha suggerito qualcosa. Ma non era nemmeno quello. Chissà forse la Bachman avrà pensato di suggerirgli il “Dipartimento della Difesa” così da toglierselo subito dai piedi. Ma non ce n'è stato bisogno. Alla fine il cow boy alla guida del Texas, dopo un contrattempo che è sembrato interminabile, si è arreso con una smorfia orribile ed un “Oops, sorry, adesso non me lo ricordo!” che lo ha condannato al rapido naufragio nella competizione. Il terzo Dipartimento da eliminare, si è saputo dopo, era quello dell'Energia. È veramente incredibile questo episodio. Cioè, si capisce benissimo che lui, governatore repubblicano del Texas (principale produttore di petrolio negli Stati Uniti) voglia eliminare il Dipartimento dell'Energia, e fare così un grande favore ai suoi amici petrolieri, ma che poi se lo dimentichi proprio nel dibattito televisivo è imperdonabile.
Si poteva pensare che a quel punto la disfida per il primato ritornasse tra Romney e la Bachman. Invece è spuntato a sorpresa Herman Cain, il candidato di colore che ha fatto fortuna con la “pizza del padrino” (Goodfather pizza).
Come qualcuno possa pensare che uno che ha fatto fortuna con dozzinali pizzerie possa essere adatto a governare la superpotenza mondiale è un mistero, però è un fatto che per qualche settimana è salito in testa ai sondaggi, applauditissimo in ogni occasione. Probabilmente ci è riuscito grazie ad una “ricetta” che più banale di così veramente non si può. Pochissimi hanno capito cosa veramente significhi la sua riforma del 9-9-9, ma pronunciato da lui, con quel timbro nasale e lo sguardo ipnotizzatore, quel “nain-nain-nain” diventava la parola magica capace di risolvere tutte le crisi.
Era però quasi inevitabile che un personaggio del genere avesse la “coda di paglia”. Infatti di lì a poco hanno cominciato ad arrivare denunce a ripetizione di donne che sostenevano di essere state abusate da lui quando, nella sua veste di amministratore unico della sua rete di pizzerie, poteva decidere chi doveva essere assunto e cosa doveva fare.
Una decina di giorni fa si è arreso, ma non si è ritirato, ha solo deciso di auto-sospendersi dalla corsa.
Sembrava giunto finalmente il momento per Romney di mettersi decisamente in testa al gruppo a tirare e staccare gli altri, invece ecco un'altra sorpresa: è l'anziano Gingrich, in auge tra i repubblicani ai tempi del presidente Clinton, a prendere la rincorsa e a tentare la fuga portandosi in testa.
Gingrich, francamente, sia per le cocenti sconfitte subite da Clinton che per la sua burrascosa storia coniugale, e anche per il suo temperamento collerico, non sembra un candidato adeguato. Forse potrebbe farcela contro questi suoi competitori in casa repubblicana, ma nessuno nell'establishment repubblicano e nei media specializzati lo dà vincente contro Obama. Al punto che un noto conduttore radiofonico di area repubblicana: Michael Savage, gli ha offerto un milione di dollari se si ritira subito dalla competizione.
Per ora Newt (Gingrich), che è ancora in testa ai sondaggi, non ha accettato, ma se l'offerta sarà ancora valida più avanti, chissà...
Intanto però Romney non è ancora riuscito nemmeno una sola volta a mettersi in testa alla competizione, e tra poco, a gennaio, non saranno più i numeri dei sondaggi a far parlare, ma i numeri veri dei voti. Si comincerà il 3 gennaio in Iowa.
Ma cos'ha Romney che non piace alla gente repubblicana? Probabilmente il fatto che, quando era governatore del Massachusetts, ha varato nel suo Stato una riforma sanitaria che assomiglia molto a quella che nel 2010 Obama è riuscito a far approvare dal Congresso quando era ancora a maggioranza democratica in entrambi i suoi rami. Insomma, ha permesso troppe volte a Obama e ai suoi di farsi scudo con quella riforma quando i repubblicani lo attaccavano sulla sanità.
Ma è probabile che non sia molto ben visto anche dai tifosi dei Tea Party visto che, prima di diventare governatore, ha fatto fortuna come amministratore di Bain Capital, una Società privata di investimenti che ha raggiunto in circa 20 anni un patrimonio di circa 65 miliardi di dollari.
La sua tecnica finanziaria infatti, benché sostenuta nei suoi investimenti da attente e approfondite analisi, ricorda un po' quella di Gordon Gecko del film Wall Street. Quindi, se dovesse prevalere lui nelle primarie repubblicane, e poi sconfiggere Obama nelle elezioni presidenziali, sappiamo tutti quanti cosa ci aspetta.



http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=12177



 
 

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Cav. Roberto Marchesi

Giornalista e scrittore

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