Primarie USA: Romney, un'affarista alla Casa Bianca
20.01.2012 - Il momento è veramente critico per Willard Mitt Romney (questo è il suo nome completo ndr), l'enfatico beniamino repubblicano, nella competizione delle primarie in corso per individuare lo sfidante di Obama nelle elezioni presidenziali del prossimo autunno. È critico perché tutti gli altri candidati rimasti in gara, dopo le sue vittorie non schiaccianti nei primi due confronti in Ohio e New Hampshire, stanno giocando il tutto per tutto per farlo perdere almeno in South Carolina, così da rimanere in corsa.
È così balzata all'onore delle cronache, specialmente nell'ultima settimana, la sua brillante carriera come amministratore (e principale azionista) della Bain Capital, una società di Venture Capital che si è distinta nell'acquisto, o risanamento di aziende (il cosiddetto buy-out), guadagnando milioni di dollari a spese dei lavoratori che venivano licenziati senza tanti complimenti e dei piccoli azionisti che si vedevano emarginati e sostanzialmente espropriati del loro investimento.
Deve essere stato particolarmente bravo Romney in questa “arte”, se persino i suoi compagni di partito, tutti filo-capitalisti senza riguardo e senza rimorsi, lo accusano apertamente di essere, con i suoi buy-out, vero campione della macelleria sociale.
Lui si è difeso da queste accuse allo stesso modo di Gordon Gekko (il protagonista del film “Wall Street”) dicendo che è la regola del mercato: se una azienda non va bene o la si rilancia o la si chiude.
Questa regola, naturalmente (lo abbiamo imparato nel 2008), vale solo per le aziende e per le piccole banche, non vale invece per le grandi banche, che devono essere salvate a qualsiasi costo (per il contribuente). Romney in ogni caso è un alfiere del capitalismo classico, lui non può avere sentimentalismi. Per lui quando si tratta di lavoro la parola “I'm sorry” (mi dispiace), non esiste nemmeno.
Forse anche per questo in campo repubblicano, non nell'establishment, dove sono tutti più o meno come lui, ma tra la gente e persino tra i tifosi dei Tea Party, non risulta simpatico, perché lui punta più su questi elementi “tecnici” nei quali si sente molto bravo, e meno sul populismo puro, cavallo di battaglia di tutti gli altri.
Tuttavia queste accuse avevano già aperto una breccia importante nel cammino di Romney nelle primarie, e costretto in difesa. Tutti erano perciò ansiosi di vedere come avrebbe reagito agli attacchi dei suoi competitori nel prossimo appuntamento del 21 gennaio in Sud Carolina. Ma proprio nella giornata di martedì 17, a pochissimi giorni da quell'appuntamento, ha inciampato in un'altra questione importantissima per un candidato alla Casa Bianca: la sua dichiarazione dei redditi, che lui non ha ancora reso pubblica.
Il più assillante nel chiedere a Romney la dichiarazione dei redditi è stato Gingrich, che gli ha anche scritto in un messaggio: “Io sto per rilasciare la mia dichiarazione prima del prossimo appuntamento in Sud Carolina, tu dovresti fare lo stesso!”. E Perry ha rincarato la dose: “Mitt, noi desideriamo che il popolo conosca la tua dichiarazione dei redditi, così che possa conoscere il modo in cui tu hai fatto i soldi”.
Pressato da questa asfissiante campagna negativa contro di lui, orchestrata da tutti i suoi avversari, Romney ha finalmente dovuto cedere. Si è difeso dicendo che normalmente la dichiarazione dei redditi si conosce in aprile (il 15 aprile scade negli Usa il tempo per la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche).
Ma questa scusa non appare sufficientemente forte per tener testa alle pressanti richieste di tutti. Primo perché non è obbligatorio presentarla all'ultimo giorno e secondo perché comunque ci sono le dichiarazioni degli anni precedenti, altrettanto se non anche più significative.
Così si è finalmente deciso a fare questa dichiarazione: “Mostrerò presto la mia dichiarazione dei redditi, comunque negli ultimi 10 anni ho pagato in tasse circa il 15% annualmente, come previsto dalla normativa. Questo perchè il mio reddito proviene quasi interamente da investimenti finanziari”.
Il 15% negli ultimi dieci anni? Si, abbiamo capito bene: il 15%!
Nelle altre categorie di reddito uno che guadagna milioni come lui dovrebbe pagare il 35%, lui invece, come tutti gli altri squali che rapinano in borsa i soldi ai risparmiatori, paga solo il 15%! Ma lui è un repubblicano, e dato che nei programmi di governo di tutti i repubblicani c'è sempre un avversione totale alle tasse, c'è da scommettere che se diventerà presidente lui si concederà qualche altro regalino per pagare ancor meno.
Tra l'altro c'è sempre da considerare che, tra gente di quel livello, che paga le tasse solo dopo aver ascoltato i consigli dei migliori fiscalisti in circolazione (specialisti nell'elusione fiscale, ovviamente), il tasso vero sul guadagno vero sarebbe certamente molto inferiore anche al 15%. Forse meno della metà di quello che paga.
Ma questo non sorprende, perché è un'altra regola non scritta del capitalismo: i soldi a me, le tasse a te!
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