Capitalizzazione banche, fa più male che bene
08.02.2012 - La maggiore capitalizzazione delle banche, che di questi tempi sembra essere diventato il problema più importante di cui si debbono occupare le due maggiori economie del mondo, (quella USA e quella Europea), sotto il profilo tecnico, una richiesta senza controindicazioni ma, come per ogni moneta, per esser certi che sia buona occorre guardarla da tutti i lati.
Faccio un esempio: fare una passeggiata in riva al mare in una bella giornata con clima primaverile è una cosa utile per la salute e piacevole per l'umore ma... fatta durante un clima da tempesta non lo è più, basta un'onda più forte delle altre e la passeggiata finirebbe in mezzo al mare, con grossi problemi per la salute e la vita stessa.
Per la capitalizzazione delle banche l'equazione è la stessa. Ciò che sarebbe buono in un momento normale dell'economia, è estremamente pericoloso (e nel caso specifico addirittura dannoso, come vedremo più avanti,) se fatto in questo momento di perdurante recessione economica.
Rivediamo dunque un po' di storia di questa crisi per capire cos'è e a che cosa serve la ricapitalizzazione delle banche.
Nella crisi del 2008 è emerso che sia la Lehman Brothers, fallita quell'anno, che le altre maggiori banche americane (specialmente quelle dedite alle speculazioni finanziarie in borsa), a causa del crollo in borsa della quotazione dei titoli che avevano in portafoglio hanno visto il loro capitale sociale assottigliarsi fino a non poter più garantire, secondo le norme vigenti, l'equilibrio degli investimenti fatti.
Ricordiamo che le banche lavorano più col capitale dei depositanti che con quello proprio, ciò è normale, ma per evitare i rischi di una eccesiva esposizione la normativa stabilisce quanto deve essere grande il capitale proprio (cioè il capitale sociale) rispetto al capitale amministrato, cioè il capitale depositato dai clienti. (Naturalmente qui mi esprimo a grandi linee, la regola è molto più dettagliata).
Ebbene, dopo il fallimento di Lehman Brothers (15 settembre 2008) ci si è accorti che nel bilancio della banca, quando il rapporto tra capitale amministrato e capitale proprio supera un certo valore (circa venti volte, ma questo valore è diverso nelle diverse normative delle nazioni e degli Stati) si entra in una zona di rischio di fallimento elevato a causa della perdita di valore che i titoli in portafoglio possono assumere. Il minor valore di questi titoli costringe la banca a registrare, anche a scadenze ravvicinate, perdite talvolta ingenti sugli investimenti (per la regola del “mark to market”, ovvero la valorizzazione dei titoli in portafoglio al valore corrente di borsa), perdite che arrivano presto ad erodere anche completamente il capitale sociale della banca. In tal caso o la banca provvede immediatamente alla ricostituzione del proprio capitale (ricapitalizzazione) o la banca fallisce, come è successo alla Lehman Brothers.
Ma nel 2008 furono diverse le grandi banche giunte davvero ad un passo dal fare la stessa fine di Lehman. Tra queste possiamo ricordare Merryl Linch e CountryWide Financial Corp. (quest'ultima possedeva circa il 20% di tutti i mutui USA), entrambe acquistate a prezzi stracciati da Bank of America nel “settembre nero” 2008 delle banche USA. E la A.I.G. (American International Group, che possedeva quasi il 50% dei mutui USA) tenuta a galla dallo Stato americano con una immediata “ciambella di salvataggio” del peso di 85/mld. di dollari il 16 settembre 2008 e poi passata sotto tutela del Tesoro americano (lo è tuttora).
Quel fatidico 2008 avrebbe dovuto dare molte lezioni al sistema bancario e finanziario internazionale, ma non è andata così.
L'unico importante provvedimento (a questo fine) che i regolatori sono riusciti ad escogitare e far approvare dai legislatori (sia americani che europei) sono appunto delle norme (sul tipo del Basel III per l'Europa) che provvedono ad assicurare una maggiore capitalizzazione delle banche e quindi maggiore liquidità a disposizione per il proprio operato.
Detto così sembrerebbe una buona cosa, invece non risolve niente, innanzitutto perché non mette al riparo dal famigerato “too big to fail” (troppo grande per lasciarla fallire).
Infatti, anche con un migliore rapporto tra il capitale proprio e il capitale amministrato, per banche di queste dimensioni, nel caso di una nuova situazione di crisi come quella del 2008 (del tutto possibile in assenza di adeguate norme sul controllo dei derivati finanziari, che questi regolatori non faranno mai), il rischio potenziale di default sarebbe ancora una volta del tutto incontrollabile dalle banche, e richiederebbe per non farle fallire un nuovo massiccio intervento dello Stato (un film che abbiamo già visto).
Ma non è tutto, dato che questa critica sarebbe valida anche se la recessione fosse già finita. Invece non solo non è (di fatto) ancora finita la recessione del 2008, ma l'Europa sta entrando a capofitto in un nuovo periodo di recessione ben più pesante del primo, e potrebbe creare perciò grandi problemi anche alle altre economie.
E allora questa norma sulla ricapitalizzazione delle banche, che come abbiamo visto sopra non serve a coprire dal rischio più grave (il fallimento della banca) produce nell'immediato addirittura una pesante zavorra alla liquidità delle banche, costrette a finanziare il proprio capitale invece che finanziare le imprese del proprio Paese, che in questo momento, per la gran parte, hanno un immenso bisogno di sostegno finanziario per resistere il tempo necessario a uscire dalla crisi.
Nella sostanza con questa norma consentono alle banche di crescere quanto vogliono (alla faccia del “too big to fail”) e le costringono a drenare liquidità per sostenere la propria ricapitalizzazione, in un momento in cui la liquidità è per le piccole e medie imprese come l'ossigeno per uno che sta per affogare.
Detto in parole povere, i nostri regolatori fanno l'esatto contrario di quello che servirebbe.
Non sono sicuro che Tremonti, se fosse ancora Ministro dell'Economia, avrebbe scritto quello che ha scritto nel suo recente libro “Uscita di sicurezza”, ma lui nel libro dice diverse cose assolutamente condivisibili. Cose che dico anch'io da più di un anno: fermiamo la speculazione (o almeno freniamola il più possibile), sosteniamo le imprese produttive, dividiamo le banche tra banche ordinarie e banche speciali (le prime sono quelle con gli sportelli per i correntisti e le operazioni ordinarie, le seconde sono quelle per gli investimenti e le operazioni finanziarie). Era così dagli anni 30 e fino a circa 15 anni fa. Non ci sono state crisi “strutturali” in mezzo a quel periodo (sia in America che in Europa). Torniamo a quella semplice regola e le cose andranno senz'altro meglio per tutti (meno che per i superbanchieri ovviamente).
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