Articolo 18: il Wall Street Journal prende lucciole per lanterne
11.02.2012 - Il Wall Street Journal di martedì 7 febbraio, in un articolo a firma di Andrew Melchiorre, ha deciso di mettere il suo autorevole peso mediatico a sostegno del governo tecnico italiano, impantanato nella riforma del mercato del lavoro. Peccato che nel suo assalto all'arma bianca abbia scelto il cavallo sbagliato e sia quindi andato clamorosamente fuori bersaglio.
Nel suo articolo intitolato “Rome vs. the Unions” (Roma contro l'Unione) l'articolista ce la mette tutta per dipingere tutte le nefandezze possibili e immaginabili (più immaginate che reali però) collegate alle inefficienze del nostro mercato del lavoro, mettendo naturalmente l'art. 18 al primo posto di ciò che va eliminato.
Purtroppo per Melchiorre però, quando si parla di qualcosa che non si conosce a fondo, non basta la retorica pseudo-aziendalista a confezionare un buon prodotto.
La “patente” di economista rilasciatagli dal “Competitive Enterprise Institute” (filiale di Bologna) può bastare forse per scrivere sul Wall Street Journal, ma non mette per niente al riparo dallo scrivere sciocchezze.
Il caro Melchiorre parla infatti a ruota libera di tabù nelle nostre norme che regolano il lavoro, invocando le riforme, ma non cita nemmeno una di tutte le famigerate riforme introdotte negli ultimi 12 anni, che hanno creato in Italia la peggiore situazione di precarietà in Europa per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro.
Infine si lancia a testa bassa a criticare l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori senza dire che riguarda solo le imprese con almeno 16 dipendenti a tempo indeterminato. Anzi esprime persino una critica “accorata” a questa legge, che impedisce alle imprese di licenziare quando serve all'impresa e limita la possibilità del licenziamento ai soli casi di giusta causa, precisando però che la sola “giusta causa” ammessa è unicamente il deliberato rifiuto di fare quello che il Tribunale del Lavoro ritiene obbligo di fare. E si chiede quindi: “Può una legge essere più vaga di così?”.
E già, certo che definita così è vaga, ma la legge non è scritta così. Ci sono regole precise, e condizioni a tutela del lavoratore, che il giudice, come succede in tutto il mondo, ha diritto di interpretare. Ma non è vero che è impossibile licenziare. Intanto nelle condizioni previste per la giusta causa ci sono le sanzioni disciplinari, inflitte al lavoratore in piena autonomia dall'azienda. Sono sufficienti tre di queste sanzioni disciplinari, in forma scritta, per far scattare ai sensi della legge la possibilità di licenziare il lavoratore. Vero che in questi casi il lavoratore fa ricorso e, se non ci sono casi gravi e provati per i richiami, il giudice ordina la riassunzione e il pagamento di una penale, ma è vero anche che esistono molti casi provati, specialmente nelle piccole imprese, di abusi di vario genere da parte dei datori di lavoro sui lavoratori (soprattutto quando i lavoratori sono ragazze giovani e carine), e se non ci fosse almeno la tutela del posto di lavoro, i ricatti assumerebbero veramente un livello di inciviltà e insopportabilità intollerabile.
Comunque non e' vero nemmeno che le aziende vanno in crisi perché non possono licenziare. Le aziende vanno in crisi, e chiudono a milioni, anche nell'America dove si licenzia con la massima libertà. I motivi delle crisi aziendali sono diversi, e quando arrivano, l'imprenditore informa le organizzazioni sindacali (se ci sono in azienda) e chiede di mettere una parte della forza lavoro a carico della Cassa Integrazione, quindi a carico dello Stato. Poi riprende i lavoratori quando esce dalla crisi, altrimenti non li riprende più.
Ma l'amico Melchiorre vuol fare la voce grossa e nell'articolo parla addirittura di “ ... impossibilità di licenziare persino di fronte ad una manifesta incapacità del lavoratore a svolgere il lavoro richiesto”. E qui mi sembra che sia andato proprio molto fuori bersaglio.
Forse è vero che c'è qualcuno da licenziare in quel caso, ma io prima di licenziare quel lavoratore vorrei conoscere chi lo ha assunto. Come è possibile infatti non accorgersi di uno che ha una manifesta incapacità di svolgere il lavoro richiesto?
A meno che quel capo del personale lo abbia assunto, nella consuetudine tutta italiana di “una mano che lava l'altra”, per compiacere a qualche raccomandazione, non è possibile infatti che non si sia accorto che quel lavoratore aveva una “manifesta incapacità a svolgere il lavoro a lui affidato”.
In entrambi i casi comunque mi sembra che il primo da licenziare sia quel capo che lo ha assunto, non il lavoratore.
Ma a proposito di gente da licenziare, perché non prendiamo subito in considerazione proprio lui, l'ineffabile Andrew Melchiorre? Che sembra avere della legislazione italiana sul lavoro, una conoscenza del tutto approssimativa.
Ci pensa lui stesso a darmi conferma di quanto dico quando cita, a sostegno delle sue tesi, l'economista Ichino ... e lo chiama Andrea (!)
Possibile che parli di queste cose e ignori persino che Ichino si chiama invece Pietro?
Per avventura mi capita di aver conosciuto abbastanza bene Pietro Ichino, perché io e lui abbiamo fatto parte per un brevissimo tempo (negli anni 60) di una piccola squadra di pallacanestro dell'Oratorio di piazza Wagner a Milano. Per un paio di mesi ho fatto quasi esclusivamente panchina (insieme a lui), ma poi non l'ho più visto perché ho preferito fare ciclismo (con migliori soddisfazioni). Comunque ho continuato a frequentare la Parrocchia e cantare nel coro, dove c'era anche sua sorella Giovanna, più giovane di lui.
Ichino è cresciuto in una famiglia molto benestante (la sua famiglia possiede uno dei più noti studi legali di Milano) quindi, anche se da sempre è iscritto al partito comunista, ed è stato eletto molto presto come deputato in Parlamento per quel partito, le sue attuali “riforme” alle leggi sul lavoro, molto innovative, appaiono peraltro molto in linea col suo consolidato stato di benessere economico. Lui è certamente un buon teorico e uno studioso molto aggiornato sui temi di sua competenza, ma lui in fabbrica non ci ha mai lavorato, di questo ne sono certo. E forse, quando si parla di mercato del lavoro e si vuole decidere il destino dei lavoratori, un po' di sudore e di mani unte in fabbrica come esperienza diretta non farebbero male, né ai Pietro Ichino né tanto meno ai supponenti Andrew Melchiorre.
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