Intervista
al
prof.
Fernando
J.
Devoto
autore
del
libro
Storia
degli
italiani
in
Argentina
20.04.07-
Il
prof.
Devoto,
ha
realizzato
un
vecchio
desiderio
del
Senatore
Luigi
Pallaro:
fare
una
ricerca
accurata
sul
fenomeno
della
emigrazione
italiana
in
Argentina.
Il
lavoro
fu
commissionato
allo
storico
accademico
molto
tempo
prima
che
Luigi
Pallaro
fosse
eletto
Senatore
della
Repubblica
italiana.
Complimenti
per
il
libro
bibliograficamente
molto
bene
articolato.
Questo
denota
la
serietà
dello
studio.
Ce
lo
sintetizza
nelle
linee
che
lo
caratterizzano?
Ho
tentato
di
presentare
il
quadro
più
ampio
possibile
secondo
le
mie
conoscenze
a
proposito
degli
italiani
in
Argentina.
Essi
arrivarono
in
Argentina
lungo
due
secoli.
Ho
cercato
un
filo
di
continuità
tra
la
tensione
di
conservare
la
propria
identità
di
origine
e
la
pressione
molto
forte
della
società
argentina
per
integrarli
in
quella
realtà.
Questa
è
stata
una
delle
mie
vie
che,
via
via,
ho
sviluppato.
I
tratti
originari,
in
qualche
modo,
non
si
perdono
mai
e
poi,
gli
italiani
in
Argentina,
sia
nell800
che
nel
900,
hanno
dovuto
gestire
sì
un
rapporto
con
una
società
diversa,
ma
una
società
che
non
era
molto
conflittuale
che,
in
fin
dei
conti,
agevolava
questo
processo
di
integrazione.
Dopo,
ho
spaziato
tra
tante
realtà,
dal
mondo
dellimprenditoria
a
quello
contadino,
dagli
operai
ai
tecnici
ed
i
professionisti.
Ha
sottolineato
che
quella
italiana
in
Argentina
è
stata
una
esperienza
diversa
dalle
altre
emigrazioni.
Ho
tentato
di
non
fare
la
storia
dellemigrazione,
ma
ho
voluto
inquadrare
il
fenomeno
in
uno
scenario
più
ampio
perché
una
delle
differenze
dellesperienza
argentina
dalle
altre
è
che
quella
fu
una
esperienza
molto
più
vasta
e
varia
sotto
il
profilo
professionale
ma
anche
sotto
il
profilo
regionale.
Quando
noi
guardiamo
gli
USA,
vediamo
soprattutto
gli
italiani
appartenenti
a
strati
sociali
bassi.
In
Argentina,
invece,
è
presente
una
società
più
nuova
che
nasce
in
contemporanea
con
lemigrazione.
Gli
emigranti
non
approdano,
cioè,
in
una
società
già
strutturata
e
completa
di
gerarchie.
Gli
italiani
immessi
in
quella
realtà
ed
a
quei
tempi,
erano
italiani
partiti
dal
loro
paesino
senza
aver
frequentato
le
scuole,
scoprivano
di
essere
italiani
proprio
lì,
in
Argentina.
Per
questo
motivo
io
sostengo
che
è
molto
complesso
parlare
di
italianità.
Preferisco
parlare
invece,
di
comunità,
di
microsocietà.
Gli
italiani
erano
padroni
ed
operai,
proprietari
e
locatari,
proprietari
terrieri
e
mezzadri,
di
condizioni
diversificate
quindi.
La
forza
del
movimento
associativo
degli
italiani
in
Argentina
non
ha
paragoni
con
nessuna
altra
parte
del
mondo
sia
per
numero
di
società
che
per
capitali
sociali.
Non
fu
lItalia
a
creare
banche,
ma
gli
immigrati
arricchiti,
crearono,
in
Argentina,
delle
banche.
La
banca
dItalia
del
Rio
della
Plata,
per
esempio,
che
nasce
nel
1876
e
diventa,
oggi
purtroppo
non
esiste
più,
diventa,
negli
anni
venti,
una
delle
più
grandi
banche
argentine.
Questo
fatto
non
si
riscontra
altrove.
Fu
fondata
da
genovesi
che,
nel
frattempo,
si
erano
arricchiti
col
commercio
e
con
la
navigazione.
Il
sistema,
oltre
che
importante,
si
rivelò
fondamentale
per
gestire
le
rimesse
non
è
vero?
Faccio
spesso
questo
esempio.
Lo
Strato
italiano,
per
gestire
le
rimesse
degli
emigranti
affidò
ad
una
banca
italiana,
il
Banco
di
Napoli,
il
compito
di
aprire
delle
filiali
in
Francia,
negli
USA,
in
Canada
per
evitare
le
truffe.
Tutto
questo,
però,
non
in
Argentina
perché
lì
era
presente
la
Banca
dItalia
del
Rio
della
Plata
che
era
la
corrispondente
del
Banco
di
Napoli.
Si
pensi
che,
verso
la
fine
dell800,
il
40%
di
tutti
gli
imprenditori
industriali,
erano
italiani.
Il
prof.
Uckmar
si
è
detto
rammaricato
per
aver
evinto,
dalla
lettura
del
libro,
che
gli
italiani
in
Argentina
avessero
perso
la
loro
italianità.
Abbiamo
una
società
nella
quale
cè
stata
una
frattura
tra
i
figli
ed
i
genitori.
I
primi
presero
molto
velocemente
lidentità
argentina
prendendo
le
distanze
dai
loro
genitori
che,
in
molti
casi,
non
parlavano
neanche
litaliano
ma
il
dialetto.
Frequentando,
poi,
le
scuole
argentine
si
è
fatto
si
che
la
terza
generazione
abbia
avuto
in
passato,
oggi
forse
è
un
po
diverso,
un
rapporto
più
distaccato
con
i
genitori.
Infatti,
questo
stato
di
cose,
lasciava
delle
perplessità
soprattutto
da
parte
degli
intellettuali
italiani.
Essi
non
volevano
inviare
italiani
perché
temevano
che
sarebbero
diventati
presto
argentini.
Per
loro,
era
gente
che
lItalia
avrebbe
perso.
In
ogni
caso
non
è
gente
che
si
perde
perché,
anche
quando
si
prendono
le
distanze,
sono
come
i
cugini,
a
volte
i
rapporti
tra
cugini
non
sono
facili
ma
cè
questaria
di
famiglia.
Quali
miti
o
leggende
errate
sfata
il
libro?
Innanzitutto,
ho
ammesso
che
non
tutto
fosse
stato
rosa
e
fiori.
Cè
stato
anche
laspetto
negativo.
Ci
sono
stati
italiani
che
hanno
avuto
successo
e
quelli
che
hanno
fallito.
Ho
tentato
di
dimostrare
la
complessità,
a
volte,
lambiguità
dellesperienza
migratoria.
Il
libro
non
ha
una
tesi
forte.
E
un
libro
che
vuole
capire,
narrare.
In
secondo
luogo
ho
tentato
di
non
separare
gli
argentini
dagli
italiani:
qui
gli
uni
e
lì
gli
altri.
Sono
arrivato
a
sostenere
che
non
si
può
parlare
di
emigrazione
di
ritorno.
In
ogni
caso,
si
tratterebbe
di
emigrazione
di
argentini
che
verrebbero
in
Italia
oggi,
terza
quarta
generazione.
Al
massimo
sarebbe
una
emigrazione
di
argentini
di
origine
italiana,
forse
di
passaporto
italiano,
ma
un
passaporto
non
fa
una
identità.
In
Argentina,
il
fenomeno
dellemigrazione,
si
può
parafrasare
ad
una
insalata
mista
dove
italiani
ed
argentini
si
nono
mischiati
insieme
senza
confondersi,
senza
conflitti
ma
anche
senza
fusioni.
Si
può
affermare
che
gli
italiani
e
gli
argentini,
in
virtù
di
queste
similitudini
che
li
caratterizzano,
siano
una
specie
di
popoli
paralleli
con
identiche
caratteristiche
ecco
perché
il
processo
di
integrazione
è
stato
più
facile?
Certo,
è
stato
più
facile
in
virtù
di
più
vicinanze
per
esempio,
nella
lingua
e
nella
cultura
cattolica
di
base.
Non
si
dovevano
confrontare
con
quanti
si
trovavano
in
posizioni
più
forti,
si
pensi
ai
protestanti.
Lingua,
religione,
comunanza
di
abitudini,
la
vicinanza
mitologica
del
mondo
mediterraneo
a
quello
latino,
univa
rendendo
semplice
lintegrazione.
Sembrerà,
a
questo
punto,
strano
dire
che,
in
principio
nell800,
in
Argentina,
fossero
più
graditi
e
preferiti
gli
anglosassoni
piuttosto
che
gli
italiani.
Poi,
quando
sono
cominciati
i
problemi,
di
identità
nazionale,
gli
argentini
hanno
ammesso
che
gli
italiani
erano
da
preferire
perché
capaci
di
integrarsi
più
facilmente,
come
gli
spagnoli.
Da
quanto
udito
dai
relatori
alla
presentazione
del
libro,
citi
una
cosa
che
lha
colpita
favorevolmente
ed
una
che
lha
contrariata.
Per
le
cose
negative
no,
non
lo
farò
perché
credo
che
ognuno
possa
esprimere
le
proprie
idee.
Uno
può
anche
dire
di
non
aver
letto
bene
il
libro,
ma
questa
resta
una
mia
opinione
e
non
è
importante.
Importante
è
che
ci
siano
dei
lettori
e
che
ci
sia
interesse
per
il
libro.
Dopo,
lho
anche
detto
ieri
(18
aprile),
una
volta
che
il
libro
esce,
appartiene
ai
lettori,
non
più
allautore.
Salvatore
Viglia
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