Cosa
dico?
Dica.
No,
lei
dice
Duca
io
Dico
dica.
Se
lei
dice
dica,
io
che
Dico?
La
metafora
del
grande
Totò
veste
in
pieno
la
questione
Pacs
divenuta,
per
opportunità
DI.CO.
Il
braccio
di
ferro
con
la
Chiesa,
rischia
di
esondare
i
limiti
della
decenza.
Stato
e
Chiesa
pretendono
di
dire
la
loro
in
una
questione
che
si
presta
molto
bene
a
strumentalizzazioni,
ideologiche
da
un
lato
e
religiose
dallaltro.
Se
uno
Stato
laico,
non
è
in
grado
di
prescindere
dai
dettami
impositivi
della
dottrina
della
Chiesa,
diventi
confessionale.
Si
affidi
ad
una
sorta
di
sharia
occidentale,
dove
la
dottrina
della
Chiesa
sia
La
Legge.
Le
motivazioni,
per
bocca
di
Monsignor
Rino
Fisichella
vescovo
ausiliare
di
Roma,
sarebbero
di
tre
ordine
di
motivi:
dottrinali,
culturali
e
politici.
Dottrinali,
in
quanto
i
DICO
non
promuoverebbero
la
famiglia
sovvertendo
la
norma
scritta
del
Creatore
che
la
vuole
quale
fondamento
della
società;
culturali,
perché
i
giovani
sarebbero
distratti
da
forme
alternative
di
famiglia
che
non
li
aiuterebbero
a
prendere
decisioni
durature
per
la
loro
vita.
In
questo
modo,
storditi
dalleccessivo
assortimento
delle
scelte,
i
giovani
si
indebolirebbero
e,
con
essi,
la
famiglia
e
lintera
società;
politici,
e
cioè
una
intolleranza
laicista
che
consentirebbe
alla
Chiesa
di
esprimersi
sì,
ma
imponendole
di
non
compiere
ingerenze.
Ecco
un
classico
esempio,
come
se
non
bastasse,
di
contrapposizione
tra
poteri.
Il
parlamentari
saranno
chiamati
presto
a
votare
questa
legge.
La
posizione
dei
cattolici
è
quella
più
scomoda:
«Un
parlamentare
cattolico
ha
detto
Monsignor
Fisichella-
non
può
favorire
con
il
proprio
voto
una
legge
che
contraddice
in
maniera
manifesta,
come
in
questo
caso,
la
promozione
della
famiglia
fondata
sul
matrimonio
monogamico,
tra
persone
di
sesso
diverso».
In
poche
parole,
i
cattolici
che
siedono
in
parlamento
dovrebbero
votare
contro
i
DICO
per
ragioni
di
coscienza.
Dimenticando,
però,
che
molti
tra
questi,
con
quella
stessa
coscienza
che
li
ha
contraddistinti
e
li
ha
caratterizzati
nel
corso
della
loro
storia,
sono
divorziati
e
convivono
da
moltissimi
anni.
Qui
ci
troviamo
al
cospetto
della
difesa
della
forma
più
che
della
sostanza.
Il
problema
delle
coppie
di
fatto,
è
una
realtà
oramai
incontrovertibile
se
non
si
ritiene
ipotizzabile
la
riapertura
dei
tribunali
inquisitori.
Paradossalmente,
lopposizione
della
Chiesa
alla
legge
sui
diritti
dei
conviventi,
avrebbe
un
senso,
e
lo
avrebbe
secondo
i
dettami
della
Chiesa
Cattolica
Apostolica
Romana,
se
si
ritornasse
alla
sanzione
ecclesiastica
vera
ed
affettiva
declamata
da
un
giudice
ecclesiastico
in
forma
solenne.
Viceversa,
sembra
piuttosto
una
investitura
unilaterale
e
bizzarra
alla
carica
di
deputato
e
di
senatore
di
questa
Repubblica
da
parte
dei
togati
della
Chiesa.
Monsignor
Fisichella
dice:
«Il
no
non
è
negoziabile»;
io
dico:
«Se
dico
si
ai
DICO
ma
sono
cattolico,
cosa
mi
succederà?
Sarò
punito,
cacciato
dalla
casa
di
Dio,
sarò
messo
al
bando
ed
indicato
come
peccatore,
mi
tatueranno
una
lettera
scarlatta
sul
petto
come
si
faceva
per
le
fedigrafe
nel
medio
evo?».
Forse
perché
il
perdono
è
una
pratica
che
non
viene
più
esercitata
dalla
Chiesa?
Si
deve
ritenere,
come
per
il
sig.
Welby,
che
le
conseguenze
consistano
in
questa
negazione?
Allora
se
è
così,
è
necessario
che
lo
dicano
apertamente.
Fuori
la
politica
dalla
Chiesa.
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