La
soddisfazione
di
un
disoccupato
12.05.07,
ROMA
-
Diamo
la
possibilità,
almeno,
di
fare
in
modo
che
si
possa
morire
sul
lavoro.
E
sì,
dal
momento
che
dobbiamo
morire
tutti,
e
questo
è
ormai
universalmente
sancito,
la
soddisfazione
più
grande
che
può
avere
un
disoccupato,
è
quella
di
morire
sul
lavoro.
Magari
schiacciato
da
una
gru
in
un
cantiere,
oppure
travolto
da
un
treno
o,
meglio
ancora
di
essere
sparato
dietro
il
bancone
dun
tabaccaio.
Già,
sarebbe
veramente
una
bella
cosa
considerato
che,
invece,
morire
lentamente
tra
sofferenze
e
mortificazioni
di
non
lavoro
è,
oltre
che
un
danno,
anche
una
tremenda
beffa.
Qualsiasi
lavoro
sintende.
Con
qualsiasi
modalità
contrattuale,
a
tempo
determinato,
co.co.co.,
ad
intermittenza,
qualche
volta
ecc
purché
si
lavori.
Ma
non
è
questa
la
logica
della
legge
Biagi?
Cioè:
meglio
lavorare
in
qualsiasi
cosa,
anche
per
poco
senza
sapere
per
quanto,
piuttosto
che
non
lavorare
mai.
Il
progetto
non
fu
certo
partorito
a
Quelli
della
notte.
La
logica
di
Catalano
è
lì,
tutta
presente
nella
sua
pienezza:
«meglio
due
o
tre
stipendi
piuttosto
che
non
percepire
neanche
un
lira».
Lintento
di
quella
legge,
veste
bene
le
realtà
anglosassoni.
Forse
quella
americana
dove
è
facile
trovare
lavoro,
lofferta
è
tanta,
qualsiasi
lavoro
anche
per
arrangiarsi
per
comprare,
per
esempio,
un
libro
per
un
esame
universitario.
Dai
Telefilms
americani,
che
invadono
le
poltrone
dei
nostri
salotti,
vediamo
spesso
scene
di
questo
tipo:
«Signora
Perkins,
le
spalo
il
cortile
dalla
neve?».
Ed
ecco
che
si
guadagna
quei
dieci
dollari
con
i
quali
Bob,
studente
americano,
porta
al
cinema
la
sua
ragazza,
le
offre
un
hot
dog
e
laccompagna
a
casa
pagandole
il
biglietto
della
metro.
A
Napoli,
provo
ad
immaginare
cosa
accadrebbe
premettendo
che
non
cè
mai
la
neve
che
potrebbe
essere
spalata
e
dove
sembrerebbero,
comunque,
esagerati
otto
dogs.
Se
lanalogo
ragazzo,
Gaetano,
chiedesse
alla
signora
Scognamiglio
di
pulirle
il
giardino
per
dieci
euro,
si
vedrebbe
rompere
in
testa
un
vaso
da
fiori.
Dieci
euro?
Al
sud,
esistono
liste
di
disoccupati
denominate
storiche.
Non
perché
benemerite
di
gesta
autorevoli
degne
di
essere
menzionate,
ma
per
la
lunghezza
degli
anni
di
disoccupazione.
Questi
muoiono
di
vecchiaia,
stenti,
contrabbando,
qualche
rapina,
truffe,
qualche
anno
di
carcere,
nelleterna
speranza
di
una
chiave,
una
strada,
una
porta,
una
raccomandazione.
Perché,
mi
chiedo,
non
dare
loro
questa
soddisfazione?
Perché
non
offrire
loro
un
lavoro,
anche
precario
per
carità,
anzi,
solo
precario,
per
poter
dare
loro
la
soddisfazione
di
morire
in
un
incidente
sul
lavoro?
E
più
dignitoso,
e
poi,
si
dirà
«è
morto
lavorando»,
il
lavoro
nobilita
luomo
specie
se
vi
si
muore
dentro.
Ma
morire
per
il
non
lavoro,
è
una
beffa
della
vita
se
consideriamo
che
il
lavoro,
in
quanto
tale,
è
un
castigo
biblico:
«
e
da
questo
momento,
per
avere
tutto
questo,
dovrai
lavorare
col
sudore
della
fronte!».
Qui,
la
Voce,
è
la
più
autorevole
in
assoluto!
Altro
che
storie!
Non
è
importante,
figuriamoci,
che
un
geometra
faccia
il
ragioniere
e
che
un
laureato
sia
operaio,
o
che
una
insegnate
lavori
presso
un
call
center
o
faccia
loperatrice
ecologica.
Non
è
di
nessuna
rilevanza
linsoddisfazione
e
la
delusione
di
aver
gettato
alle
ortiche
ogni
velleità
ed
ambizione
di
una
vita
di
programmi
e
di
progetti.
Fortunati
quelli
che
godono
di
un
lavoro.
Più
fortunati
soprattutto
se
hanno
un
lavoro
a
tempo
indeterminato,
per
due
ordini
di
motivi:
il
primo,
perché
sanno
che
mangeranno
anche
dopodomani;
secondo,
male
che
andasse
tra
mobbing
e
vessazioni
varie,
possono
sperare
anchessi
di
morire
sul
lavoro
date
le
condizioni
di
sicurezza
assolutamente
inefficienti.
E
poi,
ci
parlano
di
giustizia.
A
chi
tanto
e
a
chi
niente!
Salvatore
Viglia
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