Gino
Bucchino
dal
Canada
alla
Camera
eletto
all'estero
nelle
file
dell'
Unione:
"La
rete
consolare.
La
rete
consolare
è
alla
frutta,
anzi,
si
son
mangiato
anche
quella.
Non
ci
sono
più
soldi"
27.09.06
-
Lei
è
firmatario
insieme
a
Bafile,
Narducci,
Franceschini,
Sereni,
Fedi,
Farina,
Lucà,
Zanotti,
Trupia,
Astore,
Burtone,
Grassi
e
Sanna
della
proposta
di
legge
per
l'erogazione
di
un
assegno
di
solidarietà
ai
cittadini
anziani
residenti
all'estero.
Mancano,
però,
alcune
firme
di
alcuni
deputati
dell'Unione,
per
esempio,
Cassola,
Razzi,
come
mai?
Non
per
un
motivo
particolare
se
non
quello,
immagino,
dell'urgenza
per
cui
alcuni
deputati
non
erano
reperibili
al
momento
della
raccolta
delle
firme.
Urgenza
dovuta
alla
estrema
premura
dell'on.
Bafile
prima
firmataria.
Tutto
qua.
L'iniziativa
non
si
discute
nel
merito
ma
perché
non
è
stata
proposta
anche
alla
sottoscrizione
dei
deputati
di
Forza
Italia?
In
fondo,
non
si
sarebbero
rifiutati
di
firmare
un
tale
provvedimento
per
non
commettere
un
errore
politico
grave
Oso
pensare
che
ci
sia
una
convergenza
anche
da
parte
dei
parlamentari
di
F.I.
Diciamo
che
l'esperienza
passata
ci
ha
indotto
a
pensare
che
forse
avremmo
potuto
trovare
degli
ostacoli.
La
storia
di
questo
progetto
di
legge
non
è
nuova,
risale
alla
vecchia
legislatura,
possiamo
dire
che
oggi
è
stato
ripresentato
nella
sua
interezza.
Risale,
dunque,
alla
iniziativa
dell'on.
Valerio
Calzolaio
dei
DS
ma
non
ebbe
strada
facile
anzi
fu
bloccato
e
questo
ci
ha
fatto
pensare
che,
molto
probabilmente,
quella
opposizione
fatta
dal
passato
governo,
si
sarebbe
rinnovata.
Perciò
abbiamo
ritenuto
ripresentarla
non
necessariamente
andando
a
raccogliere
firme
anche
tra
i
deputati
delle
parte
politica
avversaria.
Si
sarebbero
trovati
in
fuori
gioco
se
si
fossero
rifiutati
di
sottoscrivere
un
progetto
come
questo
Diciamo
che
la
sua
interpretazione
politica
regge,
ha
fondamento.
Diciamo
che
non
ci
abbiamo
pensato.
Avremmo
potuto
sicuramente
spiazzarli
di
fronte
ad
un
atto
di
responsabilità.
Ma
le
assicuro
che
non
abbiamo
fatto
alcun
calcolo
di
questo
tipo.
Ci
siamo
soffermati,
ripeto,
all'urgenza.
Ci
teniamo
nel
dare
una
attenzione
particolare
ai
nostri
connazionali
all'estero
che
vivono
in
zone
disagiate
come
il
Sud
America,
l'Argentina,
il
Paraguay,
l'Uruguay.
Si
fa
un
gran
parlare
di
CGIE
e
Comites,
qui
la
questione
sta
diventando
scottante.
Qualcuno
vuole
abolire
il
CGIE,
ora,
secondo
la
sua
esperienza
di
consigliere
CGIE,
è
vero
che
abolire
il
CGIE
significherebbe
disfarsi
di
una
struttura
costosa
e
poco
efficiente?
No,
assolutamente
no.
Il
CGIE,
al
contrario,
deve
essere
rivitalizzato
per
ricevere
maggiore
dignità
e
maggiore
attenzione
soprattutto
adesso.
Il
CGIE
è
uno
dei
tre
livelli
di
rappresentanza
degli
italiani
all'estero.
Il
primo
è
quello
del
Comites
che
agisce
a
livello
prettamente
locale.
Questo
è
conoscitore
dei
problemi
sul
territorio,
ed
ha
contatti
con
il
Console.
Il
secondo
è
quello
del
CGIE,
vale
a
dire
un
organismo
che
riporta
a
Roma
le
istanze
locali
e
cerca
di
farle
diventare
mondiali
col
lavoro
di
amalgama
e
compatibilmente
con
le
esigenze
provenienti
dalle
altre
arie
continentali.
Il
terzo
livello
è
quello
dei
parlamentari
eletti
all'estero
anche
se
sono
anni
che
ci
impegniamo
come
comunità
degli
italiani
all'estero.
Terzo
livello
perché
in
questo
momento
abbiamo
dei
parlamentari
all'estero
che
si
possono
fare
promotori,
in
sede
parlamentare,
di
tutte
le
esigenze
che
vengono
sollevate
dal
CGIE
per
poi
concretizzarle.
Prima
di
ora,
il
terzo
livello
mancava.
Adesso
sono
presenti
parlamentari
provenienti
dall'estero
la
cui
maggioranza
di
questi,
proviene
addirittura
dalle
file
del
CGIE.
Ciò
è
un
valore
aggiunto
perché
essi
conoscono
bene
la
materia.
Abolendo
il
CGIE
verrebbe
meno
questo
legame,
la
cinghia
di
trasmissione
con
i
parlamentari
eletti
all'estero
che
portano
in
parlamento
la
sua
voce.
Posso
dire
che
adesso
il
CGIE
ha
una
funzione
ancora
più
importante
di
quella
che
aveva
in
precedenza.
C'è
incompatibilità
tra
le
cariche
di
consigliere
CGIE
e
quella
di
deputato?
Non
c'è
incompatibilità
di
legge.
Non
prevista
non
per
una
svista
del
legislatore.
Basti
pensare
che
l'on.
Tremeglia,
prima
di
essere
ministro
degli
italiani
nel
mondo
era
consigliere
del
CGIE,
faceva
parte
del
Comitato
di
presidenza
pur
essendo
un
parlamentare.
Già
da
allora
non
esisteva
questa
incompatibilità.
Resta
il
fatto
che
esiste,
a
mio
parere,
una
incompatibilità
di
fatto
che
è
quella
che,
secondo
me,
non
è
giusto
che
i
parlamentari
eletti
all'estero
facciano
parte
anche
del
CGIE.
E
questo
proprio
per
non
confondere
i
due
ruoli
e
per
dare
più
dignità
al
CGIE
stesso.
D'altronde
il
CGIE
farà
sempre
riferimento
ai
parlamentari
eletti
nelle
circoscrizioni
estere.
Secondo
me,
è
giusto
che
i
membri
eletti
in
parlamento
si
dimettano
dal
CGIE.
Direi
che
questa
è
la
tendenza
generale
non
necessariamente
ancora
unanime
ma
questa
è
la
strada
che
stiamo
seguendo.
Da
parlamentari,
la
nostra
presenza
alle
riunioni
del
Consiglio
generale
sarà
sinonimo
di
impegno,
rispetto
e
responsabilità.
Per
lei
la
questione
incompatibilità
sarebbe
puramente
etica?
Esattamente
e
per
dare
maggiore
dignità
al
CGIE,
io
mi
dimetterò.
Ci
dica
i
problemi
degli
italiani
che
lei
rappresenta
I
problemi
sono
di
due
ordini.
Storici
legati
a
quegli
italiani
all'estero
ormai
anziani
che
hanno
a
che
fare
con
numerosi
ed
atavici
problemi
e
quelli
legati
al
nuovo
corso
a
quelli
cioè
da
cui
dipende
la
stessa
immagine
degli
italiani
all'estero.
I
giovani
che
oggi
vanno
all'estero
ci
vanno
con
la
loro
professionalità
e
con
il
computer
nella
"valigia
di
cartone".
Oggi
le
cose
sono
cambiate,
bisogna
accettare,
riconoscere
questo
nuovo
ruolo,
cercare
di
mettere
i
nostri
giovani
in
condizione
di
farli
funzionare.
Riconoscere
i
valori
degli
italiani
all'estero
che
lavorano
nelle
università,
nelle
camere
di
commercio,
che
vanno
in
giro
per
il
mondo
a
creare,
a
concludere
nuovi
affari.
Io
direi
che,
se
riusciamo
a
fare
questo,
a
mettere
in
rete
i
nuovi
italiani
all'estero,
avremo
raggiunto
un
grande
obiettivo.
Senza
dimenticarci
dei
vecchi
problemi
non
ancora
risolti
legati
alla
vecchia
emigrazione,
vale
a
dire
la
pensione
sociale.
Riconoscere
il
diritto
alla
pensione
quando
questo
esiste.
Evitare
quelle
incredibili
lungaggini
che
sono
indecenti.
Al
contrario
,
quando
un
italiano
all'estero
ha
diritto
alla
pensione,
la
prima
risposta
che
riceve
dall'Inps
è
no.
Conseguentemente
la
strada
dei
ricorsi
è
l'unica
da
seguire.
Si
pensi
che
il
95%
dei
ricorsi
viene
accolto
e,
spesso,
quando
il
soggetto
non
sia
deceduto
prima.
Bisogna
darsi
una
regolata,
sempre
sulla
questione
delle
pensioni,
su
questa
campagna
Red
che
l'Inps
ha
messo
in
moto
in
tutto
quanto
il
mondo,
perché
così
come
viene
posta
in
essere
in
questo
momento,
crea
delle
situazioni
diverse
non
omogenee.
Si
rischia
di
penalizzare
gli
onesti,
quelli
che
dichiarano
giustamente
quello
che
percepiscono
e,
magari,
non
vengono
penalizzati
i
furbetti
che
non
dichiarano
niente
e
non
rispondono
alle
richieste
dell'Inps.
Poi
c'è
la
questione
degli
indebiti
la
cui
riscossione
è
stata
delegata
ai
centri
regionali.
Alcune
regioni
hanno
già
cominciato
a
raccogliere
gli
indebiti,altre
regioni
ancora
no.
Ciò
non
è
giusto,
è
quindi
necessario
che
si
faccia
chiarezza
in
tutte
queste
cose.
Senza
parlare
della
questione
informazione
che,
per
usare
una
espressione
forte,
grida
vendetta.
Non
si
può
continuare
ad
andare
avanti
in
questo
modo.
Non
si
può
continuare
a
pensare
che
gli
italiani
all'estero
siano
una
massa
di
sperduti
ai
quali
basta
mandare
un
programmino
di
divertimento
mal
fatto
e
senza
neanche
rispetto
per
gli
orari.
E'
una
indecenza.
Il
servizio
attuale
di
Rai
International
è
meglio
non
averlo.
Sono
fortunatissimi
gli
europei
che
non
hanno
da
vedere
questa
Rai
International,
perché
se
la
vedessero,
si
cadrebbe
ancora
più
in
basso.
Ancora,
la
questione
della
storia
e
della
cultura.
Una
legge
vecchissima
ed
obsoleta
ancora
in
piede
che
ha
lo
scopo
di
insegnare
solo
un
po'
di
italiano
ai
giovani,
va
completamente
rivista.
Oggi
la
cultura,
la
lingua,
va
vista
non
più
come
la
lingua
parlata
ma
come
lingua
di
conoscenza.
C'è
bisogno
di
grandi
cambiamenti,
più
attenzione
alla
cultura
che
viene
prodotta
all'estero
ed
in
questo
il
ruolo
dei
Comites,
dei
CGIE
e
dei
parlamentari
risulta
fondamentale.
Se
lei
potesse,
con
uno
schiocco
delle
dita
risolvere
una
questione,
quale
sceglierebbe?
La
rete
consolare.
La
rete
consolare
è
alla
frutta,
anzi,
si
son
mangiato
anche
quella.
Non
ci
sono
più
soldi
Le
responsabilità
di
chi
sono?
Dei
governi
indubbiamente.
E'
il
Governo
di
turno
che
non
stanzia
fondi
adeguati
per
il
mantenimento
di
una
rete
consolare
decente
al
servizio
dei
cittadini
italiani
all'estero.
Prendiamo
ad
esempio
il
Consolato
di
Toronto.
Una
circoscrizione
enorme
che
abbraccia
due
fusi
orari
addirittura,
un
territorio
5
o
6
volte
l'Italia,
abbiamo
un
solo
Consolato
generale
che
dispone
delle
spese
correnti,
circa
100.000
dollari
annui
e
con
questi
soldi,
oggi
ridotti
del
50%,
non
si
riesce
neanche
a
pagare
la
bolletta
elettrica
e
le
utenze
telefoniche.
Non
è
possibile
che
un
connazionale
non
possa
rivolgersi
al
suo
Consolato,
che
possa
telefonare
ed
avere
una
risposta.
Non
è
possibile
che
quando
uno
arriva
al
Consolato,
non
ci
trovi
il
personale
che,
per
quanto
riguarda
la
mia
esperienza
personale,
lavora
bene
ma
è
insufficiente.
Se
avessi
la
bacchetta
magica
sanerei
immediatamente
la
rete
consolare
che
poi
in
altri
termini
significa
anche
apertura
di
nuove
sedi
consolari
onorarie.
Ciò
significherebbe
incremento
dei
corrispondenti
consolari,
nuovi
ed
adeguati
finanziamenti
perché
queste
persone
che
fanno
un
lavoro
veramente
onorario
possano
essere
in
grado
di
farlo,
almeno,
avendo
i
fondi
per
pagare
l'affitto
e
le
spese
di
segreteria.
Ecco
perché
il
vice
ministro
non
ha
disposto
ispezioni
Gli
impiegati
non
sono
sufficienti.
Lavorano,
non
è
come
15
anni
fa
quando
non
avevano
voglia
e
mandavano
via
i
cittadini.
No,
lavorano
dalla
mattina
alla
sera
ma
sono
talmente
pochi
che
non
riescono
materialmente
a
fare
fronte
a
tutto.
Occorre
un
certo
coraggio
anche
a
superare
questioni
di
natura
sindacale.
Il
sindacato
principale
del
ministero
degli
Affari
esteri,
protegge,
in
maniera
eccessiva,
il
personale
di
ruolo.
Si
fa
riferimento
ancora
ad
una
legge
secondo
la
quale
il
personale
che
può
essere
utilizzato
a
contratto
all'estero,
non
può
superare
le
duemila
e
qualcosa
unità
per
tutto
quanto
il
mondo.
Questo
tetto
è
stato
raggiunto,
quindi
è
assolutamente
impossibile
fare
riferimento
ad
altro
personale
a
contratto.
Succede
poi
che
molti
vanno
in
pensione
e
non
vengono
sostituiti
col
risultato
che
il
personale
diminuisce
sempre
di
più.
Bisogna,
invece,
fare
questo
gesto
di
coraggio
e
capire
che,
oggi,
i
tempi
sono
cambiati
per
esempio
attingendo
personale
ed
assumendo
in
loco.
Personale
anche
di
origine
italiana
perché
no.
Ci
sono
tanti
giovani.
Non
sembra
sensato
mandare
un
autista
da
Roma
per
il
Console
che
oltre
ad
ignorare
la
lingua,
non
conosce
neanche
le
strade.
In
termini
economici
non
si
risparmierebbe
più
di
tanto
ad
assumere
personale
in
loco
in
megalopoli
come
Toronto
e
Montreral,
ma
in
estremo
oriente
si
può
arrivare
a
risparmiare
dieci
volte
tanto
e
con
il
risparmio
ottenuto,
finanziare
il
miglioramento
dei
servizi.
Ci
vuole
atto
di
coraggio
per
andare
contro
la
chiusura
dei
sindacati.
Sembra
che
l'on.
De
Gregorio
costituisca,
uscito
dall'IdV,
una
nuova
formazione
degli
italiani
nel
mondo,
lei
si
affilierà?
Devo
dire
che
non
so
niente
di
questa
nuova
formazione.
Non
voglio
fare
commenti.
Innanzitutto,
ritengo
che
una
persona
eletta
in
un
determinato
schieramento
abbia
l'obbligo,
il
dovere
assoluto
e
totale
di
rimanere
in
quello
schieramento.
Se
non
gli
sta
più
bene,
se
ne
torni
a
casa.
Questa
è
una
posizione
di
dignità.
Se
questa
proposta
di
costituire
un
nuovo
organismo
degli
italiani
nel
mondo
viene
dall'on.
De
Gregorio,
non
mi
interessa.
Cosa
occorre
fare
con
la
legge
sul
voto
degli
italiani
all'estero,
mantenerla,
cambiarla?
Direi
che
le
elezioni
sono
un
sacrosanto
diritto
previsto
dalla
Costituzione.
E'
giusto
che
gli
italiani
all'estero
abbiano
votato
e
continuino
a
farlo.
La
legge
che
ha
consentito
questo
non
è
priva
di
difetti
e
di
perplessità.
Una
di
queste
perplessità
è
questa
specie
di
"riserva"
indiana
costituita
dagli
italiani
all'estero.
Si
è
fatto
in
modo
che
questi
votassero
solo
per
i
rappresentanti
provenienti
dall'estero
temendo
che,
viceversa,
con
il
loro
voto
legato
ai
collegi
di
riferimento
ed
appartenenza,
avrebbero
potuto
sconvolgere
i
"conti"
dei
partiti
in
Italia.
Il
parlamento
ha
voluto
questa
legge
ed
ironia
della
sorte,
il
caso
ha
voluto
anche
che,
nonostante
tutto,
il
voto
degli
italiani
all'estero
sia
necessario
per
la
maggioranza
al
Senato.
Ma,
al
di
là
di
questo,
io
credo
che
è
giusto
che
gli
italiani
all'estero
continuino
a
votare,
ma
dobbiamo
dare
loro
questo
diritto
che
ma
che
sia
un
diritto
pieno
e
non
dimezzato.
Per
il
mancato
aggiornamento
delle
anagrafi,
migliaia
di
italiani
che
ne
avevano
diritto
non
hanno
potuto
esercitare
il
diritto
di
voto
non
avendo
ricevuto
il
kit
elettorale.
Viceversa,
invece,
migliaia
di
cittadini
italiani
che
sono
ormai
divenuti,
di
fatto,
da
decenni
canadesi,
australiani,
venezuelani,
argentini
che
non
hanno
ormai
nessun
legame
con
l'Italia,
hanno
votato
perché
hanno
ricevuto
il
kit
elettorale.
I
Comuni
poi
che,
per
paura
di
scendere
al
di
sotto
di
un
determinato
numero
di
cittadini
con
il
timore
di
percepire
dalla
Stato
meno
soldi,
non
aggiornano
gli
elenchi,
è
un
fatto
veramente
indecente.
Senza
contare
l'incuria
dell'impiegato
comunale
di
turno
che
non
ottempera
al
proprio
ufficio
nell'operare
le
variazioni
in
tempo
utile.
Votare
in
questo
stato
di
cose
significa
accordare
agli
aventi
diritto
un
diritto
dimezzato.
Quindi
è
necessario
modificare
questa
legge,
creare
un
registro
elettorale
certo
così
come
già
avviene
in
alcuni
paesi
come
la
Francia.
Ricordiamoci
che
parecchie
migliaia
di
italiani
che
ne
avevano
diritto
e
la
voglia,
non
hanno
votato.
Bisogna
porre
rimedio
alle
falle
delle
legge
con
una
maggiore
attenzione.
Salvatore
Viglia
/
Eureka
Giornalista
a
Montecitorio
per
gli
italiani
nel
mondo
Vice
Direttore
www.lideale.it
Via
Veneto,
108
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