Il
potere
per
il
potere
03.02.07
-
Nel
nostro
Paese,
è
in
uso
una
perversa
consuetudine:
il
potere
non
serve
a
soddisfare
e
a
risolvere
i
bisogni
della
gente.
Lobiettivo
di
ogni
schieramento
vi
fa
riferimento
solo
come
chiave
per
ottenere
il
consenso.
Consenso,
uguale
potere
ed
il
potere
serve
soprattutto
per
essere
e
continuare
a
mantenerlo.
In
tempi
di
campagne
elettorali,
ciò
è
evidente.
Basta
frequentare
lufficio
dun
candidato.
Basta
osservare
la
sequela
di
via
vai
di
gente
afflitta
da
ogni
problema,
latore
di
istanze
dogni
tipo:
la
pensione,
linvalidità
civile,
il
figlio
disoccupato,
vincere
un
concorso,
vedersi
assegnare
la
casa
popolare.
La
condizione
per
la
promessa
allimpegno,
è
essere
eletti,
perché
se
non
si
è
eletti,
non
si
acquisisce
il
potere
necessario
per
incidere,
farsi
valere
ed
appagare
le
richieste.
Così
dicono
loro.
Gli
attuali
schieramenti
che
richiedono
il
consenso
e,
quindi,
il
potere,
parlano
con
la
retorica
della
regola
dellalternanza,
della
bella
e
democratica
possibilità
di
governare
a
turno
i
destini
del
Paese.
Oggi
noi,
e
domani
anche
voi
e
lo
si
afferma
anche
a
prescindere
dallappuntamento
elettorale.
Si
dà
per
scontato.
La
certezza
viene
dal
fatto
di
essere
consapevoli
che
si
governerà
tanto
per
quindi
la
gente,
scontenta,
cambierà
opinione.
In
fondo,
il
cittadino,
non
è
il
fine,
non
è
il
fulcro
ed
il
centro
dellattenzione
dei
politici
al
potere.
Essi
potrebbero
governare
magnificamente
anche
senza
di
questi
perché
questi
non
sono
affatto
necessari
allespletamento
delle
loro
attività
nellesercizio
del
potere.
Il
cittadino
è
solo
un
pretesto,
enfaticamente
serio,
ma
un
pretesto.
Ma
se
è
di
alternanza
che
si
parla
tanto
spesso,
allora,
perché
non
governare
cinque
anni
a
testa,
prima
gli
uni
e
poi
gli
altri?
In
questo
modo
si
adopererebbe
un
serio
controllo
sulle
attività
degli
uni
da
parte
degli
altri
e,
forse,
il
cittadino
potrebbe
finalmente
vedere
concretizzarsi
qualche
miglioramento.
E
con
la
certezza
di
governare
subito
dopo,
si
eviterebbe
la
contrapposizione
ottusa
demolitrice
dogni
determinazione
anche
quando
obiettivamente
positiva.
Se
non
altro
per
evitare
ti
trovare
lo
sfascio
più
totale
una
volta
al
governo.
Senza
contare
che
si
eviterebbe
un
inutile
spreco
di
denaro
in
elezioni,
e
lo
spettacolo
ignobile
di
manifesti
fatto
di
facce
sorridenti
a
tappezzare
le
città.
Se
il
destino
dei
cittadini
viene
lasciato
ed
abbandonato
a
sé
stesso,
se
la
logica
è
quella
di
ottenere
il
potere
a
prescindere
dagli
arzigogoli
ideologico-politici,
allora
che
senso
anno
le
libere
elezioni?
Se
i
Poli
governassero
a
turno,
verrebbe
meno
anche
il
parossismo
adrenalinico
di
non
farcela
a
vincere
le
prossime
elezioni.
Non
si
avrebbe
la
paura
di
non
trovare
la
chiave
di
propaganda
più
efficace
a
convincere
gli
elettori
a
votare.
Non
si
verrebbe
sopraffatti
dallansia
e
dalla
bramosia
della
mancanza
della
propria
dose
di
potere.
Soprattutto,
si
abbandonerebbe
lidea
di
una
perenne
campagna
elettorale.
La
legislatura
trascorrerebbe
nella
tranquillità
generale
tra
quanti
governano
acquietati
nel
loro
bisogno
di
potere
e
gli
altri
nella
certezza
che,
avendo
un
po
di
pazienza,
governeranno
a
loro
volta.
Sicuramente.
Se
questa
decisione,
per
certi
versi
paradossale,
non
viene
proposta
né
sarebbe
accettata
quandanche
se
ne
riscontrassero
i
presupposti
di
ragionevolezza,
è
perché,
ciascuno
dei
Poli,
sopraffatto
dalla
ingordigia
di
ottenere
potere,
vive
nella
continua
preoccupazione,
di
poterlo
perdere
e
nella
disillusione
di
non
possederlo
in
eterno.
Il
potere
è
un
potente
collante.
Altrimenti
perché
parlare
di
alternanza?
Se
una
squadra
al
governo
del
paese
si
mostrasse
vincente
perché
idonea
ad
amministrare
la
cosa
pubblica
e
venire
incontro
alle
esigenze
del
popolo,
perché
dovrebbe
essere
sostituita?
Deve
essere
sostituita
perché
quella
compagine,
qualunque
essa
sia,
sa
già
che
governerà
per
la
soddisfazione
del
proprio
potere
e
che
disattenderà,
per
forza
di
cose,
le
istanze
della
gente.
Ecco
perché
i
signori
della
politica
di
professione
parlano
di
alternanza,
non
fosse
altro
per
dare
un
segno.
Uno
straccio
di
esempio
di
democrazia.
Il
potere
per
il
potere,
dunque.
Una
perenne
campagna
elettorale
fatta
di
parole
più
o
meno
complesse
forbite
di
aggettivi,
connessioni
storiche,
sofismi
ideologici,
beghe
interne,
manifesti
elettorali
eternamente
incollati
alle
sigle
dei
Tg.
La
storia
infinita
dellincravattamento
altolocato,
della
elaborazione
del
concetto
politico,
della
continua
perdita
di
tempo
a
cuocere
continuamente
la
stessa
pappa
in
varie
salse.
Al
cospetto
di
tutto
questo,
non
può
esserci
che
lo
sbigottimento.
Basta
notare
il
grande
disorientamento
di
18
cittadini
del
mondo,
deputati
e
senatori
eletti
allestero
che
sono
entrati
a
far
parte
di
questo
sistema
perverso,
per
la
prima
volta,
nella
storia
di
questa
Repubblica.
Il
potere
serve
solo
ai
potenti
ad
elargire
incarichi
importanti,
a
sottoscrivere
nomine,
ad
avere
rapporti
con
i
vertici
di
qualsivoglia
struttura,
solo
con
i
vertici.
Serve
a
far
sì
che
il
proprio
ufficio,
finanche
la
propria
segretaria,
diventi
il
mito,
il
luogo
dal
quale
passare
come
un
forca
caudina
per
avere
la
speranza
di
ottenere
favori.
I
cittadini
guardano
sfrecciare
i
politici
potenti
sotto
i
lampeggianti
blu
elettrico
affascinati
dalla
riverenza
del
traffico
che
si
apre
e
lascia
loro
il
passo.
Guardano.
Li
guardano
passare
e
si
guardano.
Si
guardano
tra
loro
come
le
mamme
quando
ammiccano
tra
di
loro
rassegnate
sulle
mascalzonate
dei
loro
figli
scavezzacolli.
Che
fai?
Te
li
tieni!
Salvatore
Viglia
/
Eureka
Giornalista
a
Montecitorio
per
gli
italiani
nel
mondo
Vice
Direttore
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