Intervista
a
Giuseppe
Montesano
07.04.07
-
Giuseppe
Montesano,
è
nato
a
Napoli.
Scrittore
di
successo.
Ha
tradotto
e
curato
opere
di
autori
come
La
Fontane,
Gautier,
Beudelaire,
Flaubert,
Villiers
de
lIsle-Adam.
Collabora
a
Il
Messaggero,
Il
Mattino,
il
Diario
della
settimana
e
Lo
Straniero.
Di
questa
vita
menzognera
Universale
economica.
I
Narratori,
Premio
letterario
Viareggio-Repaci,
è
un
romanzo
sulla
rapacità,
la
follia,
la
volgarità
della
nuova
classe
dirigente.
Il
delirio
di
una
potente
famiglia
senza
più
dignità
o
vergogna
Quando
lignaro
Roberto,
stanco
di
ritrovarsi
disoccupato
per
il
suo
ostinato
rifiuto
di
assoggettarsi
alla
corruzione
che
impera
nel
mondo
del
lavoro,
decide
di
rispondere
ad
un
curioso
annuncio
che
ricerca
una
persona
«che
ancora
ami
il
sudario
della
bellezza»,
certo
non
può
immaginare
la
realtà
che
lo
attende.
Prelevato
da
unauto
di
lusso,
è
letteralmente
fagocitato
dalluniverso
della
famiglia
Negromonte,
quintessenza
dellarroganza
e
della
volgarità
di
chi
con
i
soldi
compra
il
diritto
di
comandare
e
dettare
legge.
Proprietari
di
fatto
di
Napoli,
i
Negromonte
hanno
creato
un
mondo
alla
rovescia.
La
vita
di
Napoli
viene
rivoluzionata
dalla
geniale
idea
di
uno
dei
Negromonte:
trasformare
lintera
città
in
un
museo
a
cielo
aperto,
nel
quale
far
rivivere
ai
visitatori
le
varie
epoche
storiche
della
città,
con
gli
abitanti
trasformati
in
attori,
«la
casa
sarà
la
bottega
e
la
bottega
sarà
la
casa»,
in
quello
che
viene
presentato
come
laffare
del
secolo.
Così
mentre
fervono
i
preparativi,
con
le
opere
darte
dei
musei
acquistate
dai
vari
fratelli
Negromonte
per
abbellire
le
proprie
case
e
rabbonire
le
proprie
spose,
con
gli
edifici
rasi
al
suolo,
i
monumenti
spostati,
il
sottosuolo
trivellato
in
barba
a
qualsiasi
mappa
geologica,
i
cittadini
rintronati
da
una
propaganda
che
mira
a
convincerli
dellavvento
di
una
nuova
era
di
libertà
in
cui
tutto
sarà
di
tutti,
poco
a
poco
i
rapporti
famigliari
esplodono,
le
tensioni
si
accumulano
e
tra
la
popolazione
emergono
alcuni
oppositori
di
quello
che
ormai
si
configura
come
un
vero
e
proprio
regime
dittatoriale.
Il
libro
si
chiude
su
una
fuga
dagli
sgherri
pronti
ad
eliminare
qualsiasi
contestatore,
ma
soprattutto
fuga
dallincubo
di
un
mondo
completamente
sovvertito,
dove
i
più
elementari
valori
sono
stati
travolti
e
affogati
dal
torrente
in
piena
del
denaro
dei
Negromonte.
Nel
suo
libro
Di
questa
vita
menzognera,
la
famiglia
di
potenti
dei
Negromonte,
oggi
definiremmo
camorristi,
ce
ne
sono
veramente
o
no?
Sì,
ce
ne
sono
molte
di
famiglie
che
io
non
chiamerei
soltanto
camorristiche
ma
famiglie
legate
o
a
criminalità
illegali
o
a
criminalità
legali
che
somigliano
abbastanza
ai
Negromonte
del
libro,
con
la
sola
differenza
che
i
Negromonte
vanno
un
tantino
oltre,
hanno
lambizione
di
diventare
anche
dei
politici.
In
genere
i
camorristi
vivono
allombra
della
politica,
però,
quelle
abitudini,
quelle
smanie
di
apparire
nel
modo
più
volgare
e
più
vistoso
possibile,
mi
sembra
proprio
appartenere
ad
una
realtà
di
fatto.
Faccio
un
esempio
pratico,
la
famosa
conchiglia,
la
famosa
vasca
da
bagno
a
Forcella
nella
quale
si
è
bagnato
anche
Maratona,
quello
era
un
tipico
arredamento
kitch
da
Negromonte.
Il
camorrista
dà
lidea
di
qualcosa
di
troppo
piccolo,
tutto
sommato,
in
confronto
a
quello
che
io
volevo
rappresentare.
Ha
mai
incontrato,
nella
vita
tali
tipi
di
personaggi?
Dove
abitavo
a
Napoli,
cera
una
villa
dalla
quale
sentivo
ruggire
i
leoni,
i
discorsi
di
quella
gente
che
si
sentivano
nei
bar
erano
molto
simili
ai
dialoghi
del
libro:
smargiasseria,
squarcioneria,
ostentazione.
Il
lettore
Milanese
può
avere
una
lettura
diversa
del
libro
da
quella
di
un
napoletano?
Mi
fa
una
domanda
veramente
difficile,
può
darsi,
dipende
da
come
uno
legge.
Il
concetto
è
sempre
lo
stesso.
I
Negromonte
sono
un
po
il
padrino
ma
credono
di
essere
il
Gattopardo.
Questa
è
un
po
la
chiave
per
cui
somigliano
un
po
a
tutti
i
parvenu
di
tutta
la
terra
con
in
più
il
fatto
che
sono
dei
criminali
e
quindi,
probabilmente,
questo
può
sconcertare
un
lettore
non
napoletano,
o
meglio,
può
restare
estraneo.
Per
un
napoletano,
questa
cosa
è
evidente
perché
cè
anche
tutta
quella
mimica,
quella
vistosità
esterna
che,
in
un
omologo
dei
Negromonte
del
nord,
sarebbe
un
po
più
attutita.
Solo
che
la
sostanza,
per
me,
è
la
stessa.
Un
esempio
banale:
la
mafia
russa
mi
sembrava
incredibilmente
simile
a
quello
che
avevo
raccontato,
cioè
lidea
che,
ad
un
certo
punto,
larricchimento
facile
doveva
manifestarsi
anche
agli
occhi
degli
altri
e
quindi,
quello
che
lei
chiama
squarcioneria,
smargiasseria,
è
comune
a
tutte
quelle
situazioni
nelle
quali
cè
bisogno
anche
di
ostentare
in
maniera
anche
incolta,
ineducata,
ecc
di
chi
possiede
potere,
denaro.
Simboli
di
uno
status.
Lo
spreco
e
lo
sfarzo
della
mensa,
è
una
caratteristica
fissa
della
domenica
anche
nei
bassi
di
Napoli.
Mangiare
il
pesce
è
un
segno
distintivo
anche
se
il
capofamiglia
è
disoccupato.
I
napoletani
sono
divisi
in
Cardano
personaggio
dandy
nullafacente
artista-filosofo
e
nei
Negromonte.
Se
cè
una
classe
intermedia
tra
le
due
tipologie,
a
questo
punto,
non
sembra
la
peggiore?
Questa
è
sicuramente
un
po
la
mia
ossessione.
In
fondo,
Cardano
finisce
con
lessere
una
vittima,
sarei
un
tantino
più
indulgente
con
lui.
Non
esisterebbero
i
Negromonte
ed
il
loro
potere
se
non
ci
fosse
tutta
una
enorme
quantità
di
persone
che
permette
loro
di
esistere.
I
miei
libri
sono
stati
definiti
antropologici
nel
senso
che
quello
che
mi
interessa
di
più
non
è
tanto
la
politica,
ciò
che
scrivo
nel
mio
libro
è
specchio
del
periodo
storico
che
mi
rappresenta,
se
lavessi
scritto
20
anni
fa
o
tra
10
anni,
sarebbe
del
tutto
diverso
ciononostante
non
cambierebbe
lantropologia.
Non
cambierebbe,
cioè,
quella
cosa
più
profonda
della
politica,
il
fatto
che
non
esiste
una
classe
dei
cittadini.
Oltre
le
classi
tradizionali,
quella
del
cittadino
non
è
ancora
concepita
come,
per
esempio,
avviene
in
Francia
anche
se
con
tanti
problemi.
Lì
però
è
cittadino,
una
persona
cosciente
dei
propri
diritti,
cosciente
anche
dei
propri
doveri
e
che
collabora
in
sintonia
con
tutto
il
meccanismo
sociale.
Credo
lItalia,
ed
in
maniera
esplosiva,
un
certo
meridione,
sia
sostanzialmente
indeciso
tra
una
forma
di
anarchia
ed
una
visione
piccolo-borghese
chiamata
classe
media
innamorata
dellapparenza
e
non
della
sostanza.
E
una
cosa
diversa
dalla
borghesia.
La
Francia,
per
esempio,
ha
una
borghesia
che
è
cosa
molto
più
seria,
per
quanto
criticabile,
ma
lì
il
cittadino
cè.
In
Italia,
il
cittadino
è
abbastanza
latitante
sia
numericamente
parlando
che
come
classe.
In
questo
modello
di
vita
i
Negromonte,
di
qualsiasi
genere
siano,
hanno
una
vita
facilissima.
Possono
speculare
proprio
sul
fatto
che
le
persone
sono
propense
allo
scialo
anche
non
potendoselo
permettere,
allindebitamento
per
apparire.
Nel
suo
libro,
inutile
sottolinearlo,
schizza
in
abbondanza
tutta
la
fantasia
partenopea
di
uno
scrittore
di
genio
quando
suppone
la
vendita
della
città,
Eternatoli,
ai
privati
affinché
ne
godano
i
cittadini
ed
i
proprietari
di
opere
darte,
i
soli
a
potersele
permettere.
Ma
questa
non
è
una
tentazione
masochista
già
in
atto
in
Campania
da
un
punto
di
vista
metaforico?
Assolutamente
sì,
perché
altrimenti
non
lavrei
scritto.
Non
amo
la
fantasticheria
fine
a
sé
stessa,
è
una
cosa,
anzi,
che
detesto
lidea
che
lo
scrittore
fantastichi.
Deve
usare
limmaginazione
e
la
fantasia
ma
deve
comunque
attenersi
a
parlare
della
realtà,
di
quello
che
succede,
diversamente,
siamo
nel
campo
della
saggistica.
Sì,
è
vero,
credo
sia
già
in
atto,
mentalmente
le
cose
sono
già
così,
la
porta
è
aperta
a
questo
tipo
di
visione
del
mondo:
da
un
lato
lidea,
un
po
scioccherella,
uso
apposta
un
termine
infantile,
che
privatizzare
tutto
sia
la
salvezza
dellumanità.
Scioccherella
perché
nemmeno
un
serio
pensiero
liberale
o
addirittura
liberista
crede
più
in
una
cosa
del
genere.
Dallaltro
canto,
lidea
che
non
esista
nulla
che
non
sia
vendibile
è,
in
tutta
franchezza,
terribile.
Lasciamo
stare
lipotesi,
di
per
sé
terribile,
di
abolire
la
realtà
sostituendola
con
una
sorta
di
Luna
Park
soprattutto
per
una
città
vissuta
come
Napoli.
Essa
non
è
interessante
per
i
suoi
monumenti
nudi
e
crudi,
ma
per
la
loro
mescolanza,
per
gli
esseri
umani,
per
le
tradizioni
ed
anche
un
pizzico
di
follia.
Distruggere
questo
e
far
diventare
il
tutto
una
specie
di
museo
a
cielo
aperto,
sarebbe
distruggere
definitivamente
una
singolarità
che
è
abbastanza
unica
o,
almeno,
lo
era.
Se
si
potesse
svuotare
tutta
Napoli
del
centro,
così
come
previsto
in
un
progetto,
e
mandare
via
la
gente
dei
quartieri
spagnoli
sostituendola
con
negozi
di
grandi
firme,
con
presenza
di
creativi,
scrittori,
registi,
avremmo
fatto
una
città
moderna.
Ma
mi
sembra
discutibile.
I
centri
storici
puliti
delle
grandi
capitali,
mi
sembrano
morti,
certo
Napoli
non
va
bene
nemmeno
così
comè.
Però
rifiuto
lidea
che
si
debbano
deportare
i
popolani
per
creare
un
popolo
artificiale
a
pagamento
per
i
turisti.
Sembra
eccessivo,
ma
siamo
vicini
ad
una
cosa
di
questo
tipo.
Se
i
quartieri
spagnoli
dovessero
diventare
una
sorta
di
via
Montenapoleone,
avrebbero
perso
il
loro
fascino.
Si
pensa
che
il
sud
sia
tutto
uguale,
che
napoletani,
pugliesi,
calabresi
e
siciliani
si
differenzino
solo
dal
dialetto
ma
non
è
così.
Per
scherzo,
auto
ironia
e
per
provocazione,
una
volta,
in
una
apoteosi
di
presunzione
ho
affermato
che
il
napoletano
fa
parte
di
una
razza
superiore,
secondo
lei
esagero?
Questo
è
veramente
un
po
esagerato,
soprattutto
è,
come
dire,
di
parte.
Personalmente
amo
molto
la
civiltà
quando
cè.
Quella
che
è
sopravvissuta
in
Sicilia.
La
Campania
e
la
Sicilia,
nel
bene
o
nel
male,
sono
le
due
regioni
simboliche
più
rappresentative
del
meridione.
Sì
mi
sembrano
due
luoghi
simbolici
e
sono
convinto
che
qui
a
Napoli,
come
in
Sicilia
cè
stata
una
civiltà
nel
senso
più
complesso
del
termine,
cioè
come
qualcosa
che
modella
le
persone.
Purtroppo
è
una
cosa
rara,
non
è
presente
ovunque.
Il
fatto
è
che
cè
sempre
stato
uno
spreco
di
talento.
Dico
spreco
di
talento
perché
se
questo
non
viene
canalizzato
anche
da
un
sistema
di
regole
organizzato
da
un
Stato
che
crede
nel
talento
individuale
collettivo
ecc.,
va
sprecato,
va
perso
oppure
fa
i
fuochi
dartificio
e
poi
si
spegne.
Questo
è
lhandicap
di
tutto
il
meridione
ed
in
particolare
di
Napoli.
A
fronte
di
questa
talentuosità
non
cè
stata
la
capacità,
da
parte
delle
istituzioni
nei
secoli,
di
organizzare
senza
sopraffare,
questa
specie
di
lava
vulcanica.
Lo
so
che
non
è
facile,
però,
altrove,
si
è
riusciti
con
meno
quantità
di
talento
a
disposizione
per
cui
è
un
po
un
grande
rimpianto
che
si
siano
sprecate
molte
occasioni.
Le
voci
contro,
quelle
di
chi
si
oppone,
Andrea,
per
esempio,
figlio
del
mamma
santissima
patriarca
dei
Negromonte,
vengono
bollate
come
forma
di
pazzia.
Insomma,
i
disobbedienti,
gli
oppositori
come
Scardanelli
del
libro,
a
Napoli
ce
ne
sono,
ma
avranno
la
forza
propositiva
di
risoluzione
dei
problemi
endemici
della
città?
Questa
è
proprio
una
domanda
da
50.000,00
euro.
Ci
deve
essere
la
speranza
o
no?
O
bisogna
rassegnarsi?
No,
guardi,
io
dico
una
cosa
un
po
più
complicata,
le
vie
troppo
facili
non
portano
da
nessuna
parte.
La
possibilità
cè
sempre,
diciamo
solo
che
diventa
sempre
più
difficile.
Vedere
le
cose
come
sono
ed
accorgersi
che
non
sono
buone,
spinge
a
cambiarle,
ma
è
stato
sempre
molto
difficile.
Il
motivo
è
semplice
perché
la
cultura
tende
a
guardare
in
profondità,
la
politica
tende
invece
a
guardare
in
superficie.
Ora,
i
gruppi
singoli
ecc.
se
non
incontrano
la
politica,
non
incidono
sulla
realtà,
quando
poi
abbracciano
la
politica
strettamente,
ne
vengono
sopraffatti.
Questo
è
il
paradosso,
cioè,
al
di
fuori
della
politica
cè
purtroppo
la
marginalità,
con
labbraccio
stretto,
il
soffocamento.
La
speranza
sta
nel
fatto
che
i
cosiddetti
gruppi
di
giovani
che
lavorano
nel
sociale,
si
costituiscano
insieme
in
maniera
da
creare
una
specie
di
forza
che
pressi
continuamente
il
politico
senza,
però,
lasciarsi
abbracciare
perché
labbraccio,
io
credo,
sia
mortale.
Gruppi
di
persone
organizzati
come
avviene
in
America
che
si
coalizzano
tra
loro
con
un
unico
interesse
comune
e
fanno
pressione
sui
politici
per
vedere
realizzati
i
propri
diritti.
Temo
che
questa
non
sia
una
cultura
molto
diffusa
da
noi
e
quindi
non
so.
Non
sono
ottimista
ecco.
La
speranza,
però,
non
possiamo
eliminarla
anche
se
la
realtà
è
molto
difficile
da
cambiare.
Basta
essere
geniali,
secondo
la
sua
esperienza
di
scrittore
per
avere
successo?
Se
qualcuno
volesse
diventare
come
lei,
ammesso
che
abbia
le
sue
capacità,
cosa
deve
fare?
I
giovani,
oggi,
rischiano
di
diventare
famosi
senza
sapere
fare
niente
solo
perché
hanno
vinto
al
Grande
Fratello.
La
parola
geniale
è
eccessiva.
Certo,
questo
è
proprio
largomento
del
mio
ultimo
libro
Magic
pipol.
Mi
sembra
che
siamo
arrivati
esattamente
a
questo
punto
qua:
il
rovesciamento
di
tutte
le
categorie
di
valori,
di
significato
ecc
.Per
cui,
appunto,
chi
non
sa
fare
niente,
meno
lo
sa
fare
e
più
ha
successo,
chi
rispetta
le
leggi,
tra
poco,
verrà
arrestato,
chi
le
infrange
invece
diventa,
che
so,
una
persona
importante
e
così
via.
Quello
è
proprio
largomento
che
mi
ossessiona
negli
ultimi
tempi
e
che
è
finito
in
Magic
pipol.
Per
quanto
mi
riguarda,
riuscire,
in
questo
tipo
di
società,
è
stato
abbastanza
casuale.
Uno
insiste
nella
propria
strada
perché
ci
crede
e
non
deve
porsi
il
problema
di
riuscirci
oppure
no:
faccio
le
cose
che
devo,
accada
quel
che
può
diceva
un
vecchio
adagio
del
Rinascimento.
Direi
che
va
bene
anche
per
noi
oggi.
Se
si
pongono
aspettative,
allora
la
delusione
è
terribile
perché
è
un
tipo
di
delusione
che
spinge
a
non
fare
più
nulla.
Sapere
che,
per
esempio,
la
situazione
non
è
rosea
ma
pensare
che
Tizio,
Caio
o
Sempronio
ce
lha
fatta,
in
qualche
modo,
e
non
sono
persone
spregevoli,
aiuta
e
conforta,
è
una
protezione
mentale.
Uno
dice:
«Beh!
Allora
effettivamente,
anche
se
piccolissimo,
uno
spazio
cè,
una
possibilità
cè».
Salvatore
Viglia
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