Intervista
all'
onorevole
Franco
Narducci
26.04.2007
-
Eletto
nella
circoscrizione
Europa
per
l'
Ulivo,
L'on.
Franco
Narducci
è
Componente
della
III
Commissione
Affari
Esteri
e
Comunitari.
Franco
Narducci
risponde
sulla
grande
novità
costituita
dalla
nuova
formazione
del
Partito
Democratico
ed
espone
il
suo
lavoro
alla
Camera
parlando
di
tre
temi
cruciali:
Inps,
scuola
e
carcerazione.
Si
sono
conclusi
i
congressi
dei
DS
e
Margherita.
Di
fatto,
si
è
dato
vita
ad
un
unico
Partito
Democratico.
E'
questo
un
processo
che
si
dovrà
affrontare
anche
all'estero?
Lo
scopo
del
Partito
Democratico,
è
contenuto
tutto
nella
chiusura
che
ha
fatto
Rutelli
al
Congresso
della
Margherita
quando
ha
detto
rivolgendosi
a
Fassino:
"Piero,
siamo
già
nello
stesso
partito".
E'
chiaro
che
all'estero,
per
quanto
concerne
l'Ulivo,
si
dovrà
avviare
una
fase
costituente
in
cui
il
dialogo,
il
cui
confronto
si
avrà
soprattutto
tra
DS
e
Margherita.
All'estero
però,
il
cammino
di
formazione
sembra
più
agevole
rispetto
a
quello
intrapreso
in
Italia,
non
è
vero?
In
effetti,
all'estero,
i
DS
e
la
Margherita,
hanno
stretto
questo
sodalizio
ormai
da
molto
tempo.
Quella
che
oggi
è
la
Margherita,
già
in
passato
ha
avuto
contatti
con
il
mondo
dell'associazionismo
come
esponente
del
cattolicesimo
popolare.
Questa
fase
costituente
significa
sedersi
intorno
ad
un
tavolo
per
stabilire
procedure
ed
iter.
All'estero,
si
dovrà
procedere
in
parallelo
col
processo
che
si
svilupperà
in
Italia
a
livello
nazionale.
Posso
azzardare
un
giudizio
definitivo
affermando
che
tra
i
DS
e
la
Margherita,
il
Partito
Democratico,
all'estero,
sia
già
stato
realizzato.
Si
può
dire
che
sia
nato
prima
che
in
Italia.
Si
pensi
alla
Svizzera
a
Solidarietà
e
Progresso,
una
sigla
che
raccoglieva
al
suo
interno
anche
altre
forze
come
i
socialisti
e,
da
ultimi,
anche
rifondazione.
La
spina
dorsale
di
Solidarietà
e
Progresso
è
stata
rappresentata
sempre
dai
democratici
popolari
e
dai
democratici
di
sinistra.
Da
questo
punto
di
vista,
si
tratta
di
sviluppare
un
progetto
di
forte
attrazione
per
i
nostri
connazionali,
un
punto
di
interlocuzione
con
le
realtà
politiche
locali,
con
i
sindacati.
Non
possiamo
dimenticare
che
i
nostri
connazionali
vivono
le
realtà
di
questi
paesi
che
li
ospitano.
In
questo
modo
si
potrà
dare
più
facilmente
soluzione
ai
loro
problemi
che
ancora
hanno
ed
avranno
in
futuro.
Vuole
dire
che,
all'estero,
non
si
stava
aspettando
altro
che
l'ufficializzazione
di
un
processo
già
in
atto?
Esattamente.
E'
così.
Ricordo
che
già
in
occasione
delle
elezioni
del
primo
Comites,
che
allora
si
chiamava
Coemit,
le
forze
di
centrosinistra
si
coalizzarono
e
vinsero.
Questo
per
dire
che
c'è
una
tradizione
che
sicuramente,
negli
ultimi
anni,
si
è
affermata
passando
dalla
sperimentazione
al
consolidamento
ognuno
nelle
proprie
strutture,
nei
propri
organismi.
Non
si
aspettava
altro
che
il
processo
venisse
formalizzato
ed
ufficializzato
in
forma
solenne
dai
Congressi
nazionali
per
dare
vita
al
Partito
Democratico.
Caratterialmente,
non
sono
facile
ad
abbandonarmi
a
grandi
entusiasmi,
a
posizionare
l'asticella,
come
si
dice,
troppo
in
alto.
Bisogna
lavorare.
Occorre
la
prova
dei
fatti.
E'
vero
che
esistono
tutti
i
presupposti
ma
occorrerà
anche
una
grande
capacità
di
interazione
con
le
forze
politiche
locali
in
Svizzera,
in
Germania,
in
Francia,
in
Inghilterra.
Esistono
nel
mondo
tante
realtà
composite
e
totalmente
diverse
tra
loro.
Occorrerà
una
grande
capacità
da
parte
del
Partito
Democratico
per
gestire
queste
interlocuzioni.
Sembrano
non
essere
presenti
contrapposizioni
di
carattere
ideologico,
altrimenti
il
sodalizio
sarebbe
stato
improponibile,
ma
come
la
mettiamo
col
concetto
di
laicità
dello
Stato?
Questo
è
un
problema
estremamente
sentito
in
Italia,
tanto
è
vero
che,
nei
due
congressi
dei
DS
e
Margherita,
insieme
alla
collocazione
internazionale
del
Partito
Democratico,
la
laicità
dello
Stato,
rappresentava
un
punto
nevralgico
e
l'oggetto
delle
discussioni.
Sulla
laicità
dello
Stato,
all'estero,
si
parte
con
qualche
punto
di
vantaggio.
Non
credo
ci
saranno
problemi.
In
che
senso
non
ci
saranno
problemi?
Se
vogliamo
proprio
puntare
il
dito
sul
problema
più
scottante,
la
famiglia,
le
unioni
di
fatto,
le
coppie
di
genere
ecc.,
la
legislazione
è
già
in
vigore
in
molto
paesi
europei.
In
Svizzera,
il
primo
gennaio
2007,
è
entrato
in
vigore
la
legge
che
regola
i
diritti
delle
coppie
di
fatto
e
delle
coppie
dello
stesso
genere.
In
Germania
questo,
è
già
un
punto
d'approdo
sperimentato,
abbiamo
partecipato
alla
formazione
dell'idea
e
della
proposta
divenuta
legge.
Abbiamo
potuto
appurare
che,
in
questi
paesi,
le
lacerazioni
che
ci
sono
state,
sono
state
affrontate
e
risolte.
Questi
problemi,
dall'estero,
li
affronteremo
sicuramente
con
meno
tensioni
rispetto
all'Italia.
Non
credo
che
qualcuno
possa
mettere
in
dubbio
il
primato
della
famiglia.
Quando
si
parla
di
laicità
dello
Stato,
credo
che
nessuno
intenda,
con
questo,
porre
la
famiglia
in
secondo
piano
facendole
perdere
il
primato.
Ma
bisogna
anche
fare
qualcosa
per
la
famiglia.
In
Svizzera
si
già
sta
provvedendo
a
misure
per
la
famiglia.
Col
referendum,
il
popolo
ha
approvato
un
cospicuo
aumento
degli
assegni
familiari.
In
Germania,
la
laicità
dello
Stato,
credo
non
possa
essere
in
nessun
modo
messa
in
discussione.
Le
forze
del
cattolicesimo
democratico,
le
associazioni,
le
acli,
sono
radicate
sul
territorio
in
quasi
tutto
il
mondo
e,
da
questo
punto
di
vista,
collaborano
in
sintonia
con
quelle
che
si
richiamano
alla
tradizione
social
democratica.
Bene,
ma
in
quanto
alla
collocazione
del
Partito
Democratico
nello
scenario
europeo,
ci
sono
dei
problemi:
Pse
sì,
Pse
no.
Questo
era
il
secondo
punto
che
ha
animato
il
dibattito.
Ma
rispondo
subito
di
no.
Ed
è
facile
dimostrarlo.
Se
si
vuole
che
il
Partito
Democratico
rappresenti
veramente
quella
innovazione
politica
di
cui
si
sentiva
tanto
bisogno,
non
ci
si
può
rifare
agli
schemi
dei
popolari
o
dei
socialisti
europei.
Esiste
anche
un'altra
realtà
che
è
quella
dei
democratici
a
cui
oggi
aderiscono
molti
partiti.
Il
partito
democratico
italiano
è
guardato
con
molta
attenzione
lo
si
deduce
da
diversi
articoli
di
corrispondenti
dall'estero,
soprattutto
dell'area
tedesca.
Credo
che
occorrano
partiti
che
si
richiamino
alle
proprie
tradizioni,
alle
proprie
origini,
ai
propri
valori
ma
che
abbiano
la
capacità
di
rinnovarsi,
di
rigenerarsi,
di
guardare
più
avanti
che
indietro.
Oggi,
il
mondo
corre
troppo
in
fretta
e
la
politica,
questo
è
un
dato
dimostrato,
non
riesce
quasi
mai
a
tenere
il
passo
del
cambiamento
e
delle
trasformazioni.
Alle
elezioni
europee
del
2009,
per
la
prima
volta,
voteranno
i
giovani
nati
dopo
la
caduta
del
muro
di
Berlino
che
ignorano
quel
passato
fatto
di
ideologie
e
vivono
un
presente
di
tensioni
e
fondamentalismi.
Rimettendoci
sul
binario
della
politica
parlamentare,
è
d'obbligo
fare
riferimento
alla
sua
attività
per
gli
italiani
all'estero.
Cominciamo
con
l'Inps,
cosa
succede?
L'Inps
ha
appaltato
il
pagamento
delle
pensioni
all'estero,
ad
un
istituto
bancario.
Questo
fatto,
ha
introdotto
una
serie
di
novità
adottate
dalla
stessa
banca
ed
in
parte
anche
dall'Inps
per
la
procedura
di
pagamento.
Si
intende
passare
al
pagamento
via
conto
corrente.
Che
male
c'è
a
pagare
tramite
conto
corrente?
In
primo
luogo,
è
mancata
una
informazione
tempestiva.
I
pensionati
all'estero
sono
410.000.
La
somma
complessiva
delle
pensioni
pagate
nel
totale,
è
enorme,
si
parla
di
milioni
e
milioni
di
euro.
Solo
in
Svizzera,
vi
sono
23.000
pensionati
pari
ad
un
esborso
di
41
milioni
di
euro.
Le
novità
sono
l'introduzione
di
un
formulario
redatto
in
lingua
italiana
e
lingua
inglese.
Molti
italiani
non
hanno
dimestichezza
col
burocratese.
Alcune
banche,
rifiutano
di
aprire
conti
correnti
in
base
ad
un
formulario
redatto
nelle
lingue
italiano
ed
inglese.
L'Inps,
per
esempio,
avrebbe
potuto,
in
occasione
della
spedizione
del
certificato
di
pensione
e
del
Cud,
allegare
anche
questo
tipo
di
informazione.
L'altra
cosa
vergognosa
è
che
la
Banca
Nazionale
del
Lavoro,
sapendo
che
non
aveva
più
l'appalto,
nei
paesi
dell'America
Latina,
ha
chiuso
tutti
i
suoi
sportelli,
quindi,
la
gente
da
mesi,
è
impossibilitata
a
ritirare
la
pensione,
quella
che
veniva
pagata
con
l'assegno.
Questa
questione
dell'assegno,
soprattutto
in
America
Latina,
è
comprensibile.
Tutti
sappiamo
quello
che
è
successo
con
i
depositi
bancari
dei
nostri
connazionali
qualche
tempo
fa.
Essi
non
si
fidano
più.
Preferiscono
recarsi
in
banca.
Ricordo
che
stiamo
parlando
di
cifre
irrisorie,
si
tratta
di
200
euro,
di
pensioni
di
vecchiaia
o
di
reversibilità.
Su
quale
punto
ha
fatto
leva
per
sottolineare
la
sua
indignazione
nell'interpellanza?
Ieri,
(22
aprile),
mi
ha
intervistato
una
radio
da
Buenos
Aires.
Mi
hanno
fatto
presente
che
c'è
un
disagio
ed
uno
stato
di
bisogno
incredibile.
Allora
io
dico
che
gli
italiani
all'estero,
sono
cittadini
italiani
che
hanno
versato
in
Italia,
non
possono
essere
trattati
in
questo
modo.
Nell'interpellanza
ho
manifestato
tutta
la
mia
disapprovazione
nonché
la
mia
totale
insoddisfazione
per
quanto
riguarda
la
risposta
data
dal
governo
in
quanto
ha
eluso
sistematicamente
e
del
tutto
tutte
le
domande
poste.
La
legge
che
ha
presentato
sulle
strutture
scolastiche
all'estero,
sul
progetto
basato
sulla
qualità
e
sul
un
piano
organico
di
promozione
della
lingua
e
cultura
italiana
nel
mondo.
Ce
ne
parla?
Ci
sono
varie
proposte
di
legge
depositate
e
già
assegnate
alle
Commissioni
competenti.
Esse
vanno
in
due
direzioni:
proposte
di
legge
stataliste
e
proposte
di
legge
che
guardano
alle
nostre
comunità.
La
legge
153
risale
al
1971.
E'
nata
quando
il
progetto
era
un
altro
quando
la
scolarizzazione
e
l'assistenza
ai
figli
degli
italiani,
era
giustificata
dal
fatto
che,
un
giorno,
essi
sarebbero
ritornati
in
patria.
La
realtà,
oggi,
è
ben
diversa.
Le
nostre
comunità,
si
trovano
in
avanzato
stato
di
integrazione
e,
nello
stesso
tempo,
non
vogliono
assolutamente
dimenticare
le
loro
radici
culturali
e
la
loro
lingua.
La
legge
che
ho
presentato,
che
non
è
di
stampo
statalista,
si
pone,
prima
di
tutto,
un
obiettivo
fondamentale,
quello
di
separare
le
scuole
italiane
all'estero,
dalla
promozione
della
lingua
e
della
cultura
italiana.
Si
spieghi
meglio,
dove
sta
la
differenza?
In
primo
luogo,
le
scuole
italiane
all'estero,
devono
essere
di
qualità
per
poter
competere.
Devono
essere
in
grado
di
rilasciare
certificazioni,
devono
rispondere
ai
bisogni
del
processo
di
scolarizzazione.
Credo
che,
salvo
alcuni
casi,
debbano
puntare
sul
bilinguismo:
sull'italiano
e
sulla
lingua
locale.
Il
personale
docente
delle
scuole
italiane,
deve
far
parte
del
contingente
dei
docenti
italiani
inviati
all'estero.
Nella
promozione
della
lingua
e
della
cultura
italiana,
occorrono
sì
stessa
qualità
e
professionalità,
ma,
per
questo
argomento,
è
necessario
coinvolgere
le
comunità,
renderle
protagoniste
attraverso
Enti.
Come
avviene
in
molte
parti
del
mondo,
deve
trattarsi
di
Enti
a
gestione
democratica
non
rispondenti
ad
interessi
di
tipo
familiare.
Bisogna
concepire
meccanismi
di
qualificazione
che
consentano
a
questi
Enti
di
certificare.
Non
è
pensabile
che
un
Ente,
vita
natural
durante,
possa
ricevere
contributi
per
la
gestione
dei
corsi
di
lingua
e
cultura
italiana.
La
legge
firmata
da
me
e
da
altri,
prevede
che,
ogni
anno,
ci
sia
il
rinnovo
della
convenzione,
prevede
ci
debba
essere
la
formazione
degli
insegnanti;
prevede
che,
in
ogni
consolato
generale
dove
ci
sono
attività
di
corsi
di
lingua
e
cultura
italiana
indirizzati
ai
ragazzi
italiani,
sia
presente
un
dirigente
scolastico
qualificato
inviato
dall'Italia
come
avviene
già
oggi
ma
non
in
numero
insufficiente
infatti
molte
realtà
sono
scoperte.
Alcuni
esempi,
come
la
Dante
Alighieri
stanno
facendo,
in
questo
senso,
un
lavoro
importante
di
promozione
della
lingua
e
della
cultura
italiana.
Inoltre,
il
disegno
di
legge
è
finalizzato,
oltre
che
agli
italiani
o
oriundi
italiani,
anche
ai
cittadini
stranieri
che
hanno
intenzione
di
apprendere
la
nostra
lingua.
Il
progetto
di
legge
punta
a
valorizzare
il
futuro
dei
nostri
giovani
residenti
all'estero.
Per
completare
la
panoramica
della
sua
attività
parlamentare,
non
resta
che
parlare
di
carceri
e
di
detenzioni
oggetto
di
una
sua
ulteriore
interrogazione.
Sono
firmatario
di
una
interrogazione
sottoscritta
da
una
quarantina
di
altri
colleghi.
In
Europa,
esiste
un
problema
veramente
increscioso.
L'Italia,
pur
avendo
aderito
ad
una
Convenzione
del
Consiglio
d'Europa
che
prevede
la
possibilità
che
una
persona
sottoposta
alla
detenzione
in
carcere
in
un
paese
possa
scontare
la
pena
nello
Stato
di
provenienza
facendone
domanda,
la
disattende
sistematicamente.
C'è
uno
Stato
che
commina
la
pena
a
seguito
di
sentenza
ed
un
altro
Stato
diverso
dal
primo,
dove
la
si
sconta.
Le
ragioni
di
una
tale
determinazione
sono
facili
da
capire:
distanza
con
i
familiari,
affetti,
ma
soprattutto
reinserimento
nella
società.
Quest'ultimo
è
lo
scopo
principe
della
pena,
il
recupero
degli
ex
detenuti
ed
il
loro
inserimento
nella
società.
Qual
è
l'oggetto
dell'interpellanza?
Quello
di
chiedere
al
governo
di
farsi
carico
dei
diritti
delle
persone
e,
avendo
sottoscritto
una
convenzione,
di
rispettarla.
Tra
l'altro,
il
caso
Italia,
ha
suscitato
le
proteste
di
alcuni
Stati,
persino
della
Bulgaria
oltre
che
della
Svizzera.
Qui
stiamo
parlando
di
poveri
disgraziati
dei
quali
nessun
media
si
fa
carico
per
indagare
sui
soprusi
patiti,
non
si
tratta
di
casi
come
per
la
Baraldini
che
divenne
mediatico
a
tutti
i
livelli.
Ma
se
non
vengono
applicate
e
rispettate
le
convenzioni
internazionali
e
non
si
assicurano
i
diritti,
siamo
ancora
in
alto
mare
non
crede?
Soprattutto
tenendo
conto
della
situazione
carceraria
italiana.
Si
lasciano
trascorrere
due
o
tre
anni
prima
di
ottenere
una
risposta.
Questo,
anche
sul
piano
umano,
non
è
rispondente
alle
attese
di
qualsiasi
cittadino.
Anche
un
carcerato
ha
dei
diritti.
Una
famiglia
siciliana
non
può
certo
recarsi
ad
Amburgo
per
fere
visita
in
carcere
ad
un
suo
caro.
Salvatore
Viglia
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