Intervista
ad Umberto Galimberti
21.03.07
- Umberto Galimberti, professore
di Antropologia Culturale,
ordinario di Filosofia delle
Storia dal 1999 all
università Ca
Foscari di Venezia. Scrittore
di rango, le sue opere sono
tradotte in tutte le lingue.
Squisito giornalista, collabora
con diverse testate. Intelligenzia
di spicco, intellettuale
indipendente e maestro di
vita.
Luomo
non è più
al centro dell Universo.
Che significa? Possibile
che la tecnica abbia messo
fuori giocol
animo delluomo?
In
un cero senso sì
perché la tecnica
è diventata la condizione
universale per cui non è
più un mezzo ma il
dispositivo tecnico è
il primo scopo cui tutti
tendono. Solo che la tecnica
è un apparato molto
rigido che segue le leggi
della razionalità
più rigorose e l
uomo è compatibile
solo se pensato come funzionario
dell apparato tecnico.
Volendo usare una espressione
più cruda, un ingranaggio
all interno di questo
sistema di razionalità
macchinale ed allora, a
questo punto, se l
uomo esiste solo come funzionario
di un apparato, evidentemente
la storia non è più
in mano all uomo ma
è in mano alla razionalità
di questo fenomeno.
I
suoi libri sono tradotti
in tutte le lingue tra cui
anche in greco: Gli
equivoci dell anima
(Historia tes psyches, Apollan
Thessaloniki 1989) e Paesaggi
dell anima (Topia
psyches, Itamos, Athina,
2001). Sostiene che la parola
anima genera
degli equivoci con significati
opposti ed a volte antagonisti
tra loro, per esempio?
Ad
esempio, per Omero, l
anima era semplicemente
un ombra che non aveva
nessuna consistenza se non
attraverso la mediazione
del corpo. Con Platone,
invece, l anima diventa
quel dispositivo per pensare
attraverso numeri ed idee
della mente. Platone dice
non possiamo fidarci
della certezza sensibile
perché ciascuno ha
una sensibilità differente
per cui per costruire scienza,
in greco episteme, non centrano
idee e numeri. Poi questo
modello che Platone aveva
ideato viene catturato dalla
tecnica e giocato non più
sul registro della verità
ma sul registro della salvezza.
Nell età moderna,
la psiche cessa di essere
figura di verità
e figura di salvezza e diventa
invece figura della identità
interiore che è trattabile
a seconda delle figure della
normalità della follia
per cui dire anima, oggi,
è entrare in una
selva di equivoci che vanno
tutti quanti raccontati
e spiegati.
In
Psiche e Techne lei ammette
che la tecnica ha sostituito
la natura e che l
uomo di oggi è inadeguato
perché dotato di
una cultura pre-tecnologica
siamo cioè analfabeti
emotivi, non siamo
in grado quindi di riprenderci
il mal tolto?
Cominciamo
col dire che nessuno può
controllare la tecnica perché
la tecnica è fatta
di risultati e di competenze
che non c è
potere politico, un potere
economico che condizioni
o controlli la tecnica.
Si potrebbe dire che, in
qualche modo, tiene d
occhio la sua posizione
ma non la domina, al più
la rincorre. La natura voluta
dai greci era inviolabile
e regolata dalla categoria
della necessità,
oggi la tecnica è
in grado di violare, in
qualche modo, le leggi di
natura. Possiamo distruggere
una terra, per esempio,
ma anche la stessa salvezza
della terra non può
avvenire se non attraverso
la mediazione della tecnica.
Se vogliamo disinquinare
i fiumi, i mari ecc., non
possiamo farlo se non con
un dispositivo tecnico per
cui, se da un lato la tecnica
è ciò che
compromette l ordine
della natura, dall
altro è anche ciò
che salva la natura, qualora
si decidesse di salvarla.
Lei
auspica una consapevolezza,
una filosofia dell
azione che consenta
all uomo di affrancarsi
dalla tecnica. Cosa auspica
faccia l uomo?
La
filosofia dell azione
è scritta nel fatto
che la tecnica è
in qualche modo l
essenza dell uomo
perché siccome l
uomo non ha istinti ma semplicemente
spinte generiche su opinioni
a meta indeterminata, l
uomo nasce nel momento in
cui diventa tecnico. Infatti,
quando noi diciamo che l
uomo faber anticipa luomo
sapiens, stiamo dicendo
che la tecnica è
antecedente, per cui l
azione, il fatto tecnico
è insito della condizione
umana a differenza degli
animali dotati di istinti.
Psicologia dell azione
è il riconoscere
alluomo questa essenza
a tecnica, solo che oggi
come oggi, la tecnica, essendo
diventata enorme e quando
una cosa aumenta quantitativamente
cambia radicalmente la qualità
del paesaggio, si determina
quel capovolgimento per
cui luomo non è
più il soggetto della
tecnica ma ne diventa funzione,
non è più
soggetto della storia.
Lei
ha scritto: «Della
disillusione dei giovani
siamo responsabili noi adulti,
abbiamo abbandonato ogni
vincolo di solidarietà,
abbiamo inaugurato una visione
del mondo che guarda alla
terra ed ai suoi abitanti
solo nell ottica del
mercato»
Questa
affermazione la sottoscrivo
completamente nel senso
che la nostra cultura ha
fatto del denaro, di cui
il mercato non è
altro che l espressione,
l unico generatore
simbolico di tutti i valori,
per cui tutto, anche l
arte, diventa artistica
quando entra nel mercato,
anche la letteratura diventa
qualcosa di frequentabile
quando entra nel mercato,
per cui se l unico
generatore simbolico di
usi e costumi è il
denaro, allora abbiamo la
responsabilità di
aver impoverito radicalmente
l uomo.
«La
disillusione dei giovani
si sposa anche con la loro
pigrizia, perché
il disfattismo ed il fatalismo
non mancano di un certo
fascino che induce a farsi
sedurre dal canto delle
sirene della disperazione,
dispone allattesa
del peggio, fino a farsi
avvolgere da una sorta di
notte apocalittica che,
come un cielo buio, sembra
precludere loro il futuro
e assaporare fino alla nausea
l insignificanza della
loro esistenza». Affermazioni
molto forti.
Questo
per dire che quando il futuro
non è una premessa
ma una ics ignota quando
non addirittura una minaccia,
allora può subentrare,
nella cultura giovanile,
una sorta di estetica del
nichilismo dove landare
in niente in
tutte le cose per la mancanza
di speranza lassenza
di prospettive, viene esteticamente
goduta dalla forma nichilistica
di chi si compiace, in qualche
modo, dellassenza
di prospettive e anche assapora
il piacere della disperazione
perché lanimo
umano ospita anche questa
perversione per cui anche
nel dolore, anche nella
disperazione si può
fare una estetica.
I
giovani calabresi, in occasione
dei fatti di sangue di Locri,
confezionarono uno striscione:
«Adesso ammazzateci
tutti». Cosa vuol
dire? Era rivolto alla ndrangheta
o anche alle istituzioni?
Ma
io direi che fondamentalmente
c è una profonda,
inevitabile dignità
a dichiarare ad alta voce
la complicità tra
la dimensione mafiosa e
la dimensione politica perché
è assolutamente impossibile
che la mafia possa muoversi
con quella capacità
in cui si muove, senza l
appoggio politico e, finché
la politica non interromperà
questa relazione perversa
con il mondo mafioso, allora
la mafia non potrà
che continuare ad esserci
per cui lo striscione di
quei ragazzi non è
estetica della disperazione
ma un atto d accusa
non solo nei confronti della
mafia ma anche nei confronti
della politica che non disdegna
di approfittare anche di
questo fenomeno. E
una provocazione, se non
volte che ci ammazziamo
tutti, intervenite e fate
qualcosa.
Parliamo
del suo ultimo libro
La casa di psiche
dalla psicoanalisi alla
pratica filosofica, edito
da Feltrinelli, ce lo presenta?
Sì,
nella La casa di psiche
si fa constatare che i problemi
che oggi sono in circolazione
non sono più affrontabili,
come un tempo, attraverso
la psicoanalisi. Gli strumenti
psicoanalitici curavano
il disagio dell individuo,
il disagio della civiltà
nel senso che le condizioni
miserabili in cui si viveva,
in quella che io chiamo
la società
della disciplina,
dove il gioco era tra il
desiderio di colui che voleva
infrangere la legge e chi
desiderava comprimere questo
desiderio. Oggi non è
più questo lo scenario
del dolore. Lo scenario
del dolore, soprattutto
su impulso della cultura
americana che spinge a tutta
andata a raggiungere nel
tempo più breve gli
obiettivi, produce situazioni
di ansie determinate dalla
domanda. Non più
quella psicoanalitica tradizionale
(cosa ci è permesso
e cosa ci è proibito),
ma cosa posso fare, cosa
sono in grado di fare. Questa
incapacità di raggiungere
gli obiettivi quando l
asticella è posta
sempre più in alto,
crea un senso di inadeguatezza,
di una mancanza di senso
ed alla fine, al di là
della tecnica che non ha
scopi ma semplicemente funziona
all interno di una
assoluta, radicale mancanza
di orizzonti in vista di
non si sa bene che. Non
è bene rincorrere
gli strumenti filosofici
perché gli strumenti
filosofici, soprattutto
di origine greca, hanno
insegnato all uomo
primo che sia immortale,
secondo che deve acquisire
la consapevolezza del conosci
te stesso ed alla
fine muoversi secondo misura,
dicevano gli antichi, katametròn.
Se questo è lo scenario,
naturalmente, la competenza
filosofica, è decisamente
superiore alla competenza
psicoanalitica.
Abbiamo
visto approvata la devoluzione.
Cosa ne pensa?
La
devoluzione è qualcosa,
a mio parere, di orrendo
perché spezza la
solidarietà, istituisce
delle particolarità
proprio mentre invece in
tutto il mondo drammaticamente
configge ed affratella,
noi cosa facciamo? Costruiamo
territori chiusi quando
la storia non riconosce
più il territorio
come il luogo dell
identità ma riconosce
la confluenza dei popoli
nella gente fra la più
disparata. Le nostre identità
diventano delle enclavi
chiuse non comunicabili,
quindi qualcosa di più
perverso della semplice
mancanza di solidarietà,
qualcosa di antistorico.
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