Le
pregiudiziali
della
contrapposizione
politica
19.11.06
-
Chi
è
allopposizione
è
brutto,
venduto
ed
ha
degli
interessi.
Come
se
chi
è
al
governo,
non
ne
avesse
parimenti
a
quello.
Chi
chiede,
chi
si
oppone,
chi
contesta
e
dimostra,
non
sa
quello
che
fa
e
se
lo
sa
è
perché
ha
delle
mire
recondite,
non
coltiva
certo
gli
interessi
della
gente,
ma
soprattutto
disturba
chi
comanda
e
governa.
La
geniale
manipolazione
poi
delle
parole,
attraverso
luso
sapiente
e
non
corretto
dellinformazione,
rende
lavversario
politico,
un
manigoldo,
un
furfante
che
dovrebbe
vergognarsi
per
quello
che
fa.
Tutto
ciò,
sintende,
anche
quando
il
discredito
non
è
supportato
da
fatti
su
cui
basarne
le
deduzioni.
Il
superamento
della
barriera
puramente
ideologica
sulla
contrapposizione
della
politica,
è
una
chimera
impossibile
da
realizzare.
Eppure,
essa,
dovrebbe
rappresentare
il
punto
di
partenza
del
confronto
tra
opporti
schieramenti,
invece,
è
sicuro,
si
evita
in
ogni
modo
e
con
ogni
accortenza.
Neanche
tanto
grave,
in
fin
dei
conti,
quando
assistiamo
a
contrapposizioni
insite
e
fortemente
connotate
allinterno
di
coalizioni
politiche
che
hanno
in
mano
i
destini
di
tanta
gente.
Listituto
della
fiducia
è
un
singolare
modo
di
coartare
la
collaborazione
allinterno
di
un
gruppo
che
governa.
La
gente
comune
accorda
la
sua
fiducia
a
chi
la
merita
e
chi
ne
gode
ne
va
orgoglioso.
Di
solito,
quando
essa
viene
meno,
è
revocata
e,
con
essa,
vengono
revocati
i
rapporti
conseguenti
di
collaborazione
e
di
intesa
reciproci.
Chi
viene
sfiduciato,
almeno
tra
la
gente
comune,
si
sente
offeso
e
colpito
proprio
nel
punto
di
maggiore
resistenza,
alle
fondamenta.
Essere
sfiduciati,
significa
che
non
siamo
più
quelli
che
gli
altri
credevano
noi
fossimo.
Avviene
una
evoluzione
negativa
dei
rapporti
di
collaborazione.
E
venuto
meno
il
pilastro
fondamentale
di
una
sinergia
senza
remore
ed
allora,
si
insinua
il
sospetto
e
la
diffidenza.
In
queste
condizioni,
non
è
consigliabile
nessun
tipo
di
rapporto
che
non
sia
di
contrapposizione.
Cambiando
il
rapporto
su
base
fiduciaria,
cambia,
si
deve
interrompere
irrimediabilmente,
il
rapporto
di
lavoro.
In
politica
ciò
non
vale,
o
meglio,
non
è
poi
tanto
rilevante.
Si
tratta
di
matrimoni
di
convenienza
dove
la
fiducia
è
una
etichetta,
una
prerogativa
che
si
dà
per
scontata
ma
che
si
richiede
qualora
i
venti
del
tradimento
comincino
a
soffiare.
La
cordata
politica
di
un
governo,
di
qualsiasi
governo
si
badi
bene,
fa
conto
su
questo
asso
nella
manica
per
superare
le
impasse
e
le
difficoltà
di
percorso.
Ad
un
certo
punto,
quando
le
cose
cominciano
a
diventare
difficili
per
una
enorme
quantità
di
idee
vestite
da
opportunità
e
solo
per
locchio
dellelettore,
ecco
che
dalla
manica
del
governo
esce
fuori
lasso.
Si
chiede,
in
poche
parole:
«Hai
o
no
fiducia
in
me?
Voglio
proprio
vedere,
in
caso
contrario
verrai
a
casa
con
me.
Muoia
Sansone
con
tutti
i
Filistei.
Ma
lo
dovrai
dire
davanti
a
tutti
con
la
sfacciataggine
di
uno
sfrontato
passeggiando
davanti
al
segretario
daula
di
turno:
no».
Allora
comincia
la
passerella
su
chiamata
nominale
a
rispondere
pubblicamente
se
si
o
se
no.
E
un
po
come
se
costringessimo
nostra
moglie
a
dichiarare
se
ci
ama
ancora,
in
pubblico.
E
questa
ci
dirà
di
si
per
non
passare
per
una
poco
di
buono,
forse
solo
per
vergogna,
quando
non
per
interesse.
La
cosa
che
sconcerta
in
politica,
si
ha
quando
quella
fiducia
viene
confermata
a
seguito
della
richiesta
forzata.
Paradossalmente
è
più
scandaloso
quando
la
si
conferma,
piuttosto
che
quando
la
si
revoca.
Sì,
perché
se
essa
viene
confermata,
che
bisogno
cera
di
chiederla?
Le
persone
normali
si
offenderebbero
ad
un
tale
dubbio.
Un
amico,
un
parente,
una
fidanzata,
ad
una
tale
richiesta
non
risponderebbe
neanche
o
se
lo
facesse,
direbbe
seccata:
«Ma
per
chi
mi
hai
preso?».
In
politica
è
una
prassi,
invece,
anche
per
giustificare
la
debolezza
delle
proprie
decisioni,
dei
propri
programmi,
delle
proprie
determinazioni.
Qui
non
si
offende
nessuno
anche
perché,
vi
si
ricorre
soprattutto
per
restare
seduti
sugli
scranni
degli
emicicli.
Serve
a
continuare
a
governare,
ad
assicurarsi
il
potere.
Ogni
pensatore
che
non
fa
parte
del
gruppo
di
potere
in
auge
è
uno
stupido,
un
nemico,
uno
che
la
pensa
allopposto,
un
nemico
subdolo,
un
cattivone.
Ma
soprattutto
è
uno
che
ha
dichiarato
di
volerci
schiodare
da
dove
siamo
perché
si
protesta
migliore.
In
tutto
questo,
i
media
giocano
un
ruolo
di
primo
piano.
In
punta
di
penna
il
discredito
viene
organizzato
in
maniera
sapiente
e
continua
ai
danni
di
chi
governa
e
di
chi
è
allopposizione,
a
turno.
Il
processo
si
articola
su
base
consequenziale
strumentalizzando
ogni
avvenimento.
Il
potere
è
laspirazione
prima
ed
ultima.
Questa
è
la
verità.
Risponde
allassunto
categorico:
chi
non
è
con
me
è
contro
di
me.
Pare
che
già
si
sia
sentita
in
giro
una
frase
del
genere
declamata
da
chi,
di
potere
assoluto,
è
Maestro.
Ma
questa
è
unaltra
storia.
Salvatore
Viglia
/
Eureka
Giornalista
a
Montecitorio
per
gli
italiani
nel
mondo
Vice
Direttore
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Veneto,
108
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