Dove
volano i furbetti
Appalti statali, permessi ambientali, concessioni
pubbliche.
I veri interessi dei 16 imprenditori di Alitalia:
ecco il comitato d'affari nascosto dietro la bandiera
04.09.08
- Gianluigi Aponte, il padrone del gruppo
Msc, uno degli armatori più potenti
del mondo, l'Italia l'ha mollata da un pezzo,
una quarantina d'anni fa. Ha preso moglie e residenza
in Svizzera, preferendo Ginevra alla natia Sorrento.
I figli Alexa e Diego hanno studiato all'estero.
Le sue aziende italiane sono controllate da un
dedalo di finanziarie off shore. La sua flotta
batte bandiera panamense e le nuove gigantesche
navi da crociera le fa costruire in Francia da
una società a capitale coreano. Un uomo
di mondo, Aponte. Che però sembra avere
d'improvviso riscoperto l'amor di patria. Lo ha
fatto per l'Alitalia. Lo ha fatto per impedire,
come ha dichiarato al 'Sole 24Ore', che
la compagnia di bandiera "vada a finire
nelle mani degli stranieri".
Anche Roberto Colaninno, l'uomo immagine,
la mente, il capofila della cordata di 16 investitori
pronti ad aprire il portafoglio per rilanciare
gli aerei di Stato, dice di muoversi "per
il bene del Paese".
Perfino l'industriale torinese Davide Maccagnani,
fin qui sconosciuto alle cronache, si è
detto disposto a puntare una fiche di qualche
decina di milioni nel salvataggio di Alitalia
pur di sbarrare la strada ad eventuali offerte
d'oltrefrontiera.
Lui però non ha dato il buon esempio. La
Simmel Difesa, la sua azienda di famiglia,
è stata venduta l'anno scorso al gruppo
inglese Chemring.
E Maccagnani ha reinvestito una parte del ricavato
nella società britannica, quotata in Borsa.
Facili slogan a parte, ora più che mai
il richiamo nazionalistico appare un comodo rifugio
per chi deve proteggere concreti interessi personali
o aziendali.
Il tricolore diventa un sipario per nascondere
i reali obbiettivi dei 16 imprenditori (ma potrebbero
arrivarne altri) che hanno risposto all'appello
di Intesa Sanpaolo e del governo di Silvio Berlusconi.
Tocca a loro finanziare un progetto, nome in codice
Fenice, che punta a far rinascere Alitalia
dalle ceneri a cui l'ha ridotta un ventennio di
dissennata gestione pubblica. La nuova compagnia,
dotata di un capitale di partenza di circa un
miliardo, sta ancora rollando sulla pista di decollo.
Serve il via libera dei sindacati sui tagli di
personale. E c'è l'ostacolo più
insidioso: superare il prevedibile fuoco di sbarramento
dei concorrenti internazionali e ottenere il placet
dell'Antitrust europeo.
L'happy end non è scontato. Fin d'ora però
sembra chiaro lo scenario di fondo dell'intera
operazione.
Su Alitalia si consuma il grande scambio tra il
governo berlusconiano e il fronte degli imprenditori.
E la presenza nella cordata, pur con un ruolo
marginale, della stessa presidente di Confindustria
Emma Marcegaglia, appare come un sigillo
simbolico. Nel nome di un'operazione che a suon
di decreti ed eccezioni antitrust fa a pezzi quelle
regole di mercato a cui la Confindustria non manca
mai di richiamarsi.
Comprando un'azienda sgravata da debiti, dipendenti
in eccesso e altre passività, Colaninno
e soci corrono un rischio tutto sommato limitato
rispetto ai potenziali guadagni.
Gli oneri derivanti dalla vecchia gestione restano
in carico alla collettività, mentre i nuovi
padroni a tempo debito sapranno riscuotere la
cambiale firmata da Palazzo Chigi. L'intreccio
di contratti, concessioni e appalti è fittissimo.
Tanto da far apparire risibile una dichiarazione
del numero uno di Intesa, Corrado Passera:
"La maggioranza degli investitori (in
Alitalia, ndr) non ha neanche rapporti con il
mondo pubblico", ha detto in un'intervista
al 'Corriere della Sera'.
Grandi opere connection
Numerosi soci della cordata si apprestano a spartire
una torta miliardaria.
Aeroporti,
autostrade,
il Ponte sullo Stretto di Messina,
gli appalti milanesi per la realizzazione
dell'Expo 2015.
La famiglia Benetton, le aziende di Salvatore
Ligresti e l'imprenditore piemontese Marcellino
Gavio sono i nomi di spicco di uno schieramento
che con il governo si confronta ogni giorno su
tariffe,
permessi di costruzione,
gare pubbliche,
via libera ambientali.
Appalti. A questo terzetto fa capo l'Impregilo,
una delle maggiori imprese di costruzioni italiane.
È suo l'appalto per il Ponte sullo Stretto,
progetto congelato dal governo Prodi e tornato
ora in auge. Un'opera faraonica, che forse non
si farà ma che rappresenta la punta dell'iceberg
dei lavori in corso.
Così di recente l'Impregilo si è
aggiudicata due commesse da 600 milioni l'una:
la superstrada Vicenza-Treviso e il primo tratto
dell'autostrada tra Malpensa e Bergamo.
L'appalto lombardo è l'antipasto dei lavori
per l'Expo 2015, che comprendono
la futura direttissima Milano-Brescia,
una nuova tangenziale e
due metropolitane
(il totale previsto vale 11,2 miliardi).
La partita con il governo, però, si sta
giocando anche su altri fronti.
I Benetton e Gavio sono i maggiori gestori di
autostrade d'Italia.
I loro ricchi profitti erano stati messi in forse
dalla revisione delle regole delle concessioni
voluta dall'ex ministro Antonio Di Pietro.
L'intervento presentava però una serie
di zone d'ombra che una specifica legge voluta
dal nuovo governo, e che incide in particolare
sulla convenzione dei Benetton, ha chiarito a
loro favore.
D'ora in poi saranno blindati gli aumenti delle
tariffe pagate dagli automobilisti, finora soggette
a una lunga trafila di autorizzazioni: ogni anno
cresceranno in misura non inferiore al 70 per
cento dell'inflazione reale.
Il terzo fronte aperto è quello degli aeroporti.
Allo scalo di Fiumicino, gestito dalla società
Aeroporti di Roma (Adr), l'intreccio degli
interessi appare addirittura infernale.
Tutto ruota attorno ai Benetton. Saranno
azionisti di Alitalia.
Sono già soci di maggioranza di Adr, nella
cui catena di controllo figurano altri partecipanti
alla cosiddetta cordata dei volenterosi:
oltre a Ligresti
c'è anche il fondo Clessidra
gestito da Claudio Sposito, l'ex amministratore
delegato della Fininvest che conta ancora su Berlusconi
come sponsor e alleato.
E, infine, ai Benetton fa capo anche la tenuta
agricola di Maccarese, un vasto terreno
situato accanto all'aeroporto, dove in futuro
Fiumicino dovrà essere raddoppiata.
Adr però non scoppia di salute. Anzi, il
bilancio è pieno di debiti e per rimettersi
in sesto avrebbe bisogno di aumentare i ricavi
che arrivano dalle compagnie.
Le tariffe, però, sono state a lungo bloccate
per consentire la sopravvivenza di Alitalia: far
atterrare un Airbus A320 a Fiumicino costa oggi
1.251 euro, a Parigi 2.635. E un discorso simile
vale anche per gli altri aeroporti che vedono
tra i soci la famiglia di Treviso, da Torino a
Firenze.
Nelle partita delle grandi opere e dei contratti
statali, entra infine anche Aponte, il sedicente
difensore di un'Alitalia tricolore.
La sua compagnia di navigazione Snav trasporta
ogni anno milioni di passeggeri su rotte in concessione
pubblica.
E il gruppo dell'armatore sorrentino da sempre
è in prima linea per allargare la sua presenza
nei grandi porti (da Genova a Napoli fino a Civitavecchia
e altri ancora), sottoposti alla vigilanza di
Authority di Stato.
Poi c'è il business delle cosiddette autostrade
del mare, con i possibili incentivi governativi
per togliere le merci dal trasporto stradale dirottandole
sulle navi.
Senza contare che da anni Aponte guarda alla possibile
privatizzazione dei traghetti Tirrenia.
Se queste sono le sue scommesse per il futuro
prossimo, non sorprende che l'armatore con base
a Ginevra sia disposto a investire circa 150 milioni
nel piano Fenice. Poca cosa, tutto sommato, per
un imprenditore che naviga con un fatturato superiore
ai 4 miliardi. Solo una stima, perché,
con buona pace della trasparenza, i bilanci del
gruppo restano un segreto ben custodito nella
cassaforte di qualche holding off shore.
Aerei & mattoni
Indicato fin da principio come uno dei sicuri
partecipanti, anche Marco Tronchetti Provera
alla fine avrà nella cordata una posizione
poco più che simbolica: le indiscrezioni
lo accreditano di un investimento non superiore
ai 20 milioni. Anche se minima, la puntata sul
piatto Alitalia può servire a garantire,
oltre che il tradizionale buon rapporto con Berlusconi,
anche specifici interessi immobiliari del gruppo.
Da quelli legati all'Expo 2015
fino all'eventuale partecipazione alla
futura vendita del patrimonio immobiliare dello
Stato. Un bersaglio da tempo nel mirino di Pirelli
Real Estate.
Nel
suo piccolo, anche Francesco Bellavista Caltagirone
(da non confondere con il cugino Francesco
Gaetano, editore e costruttore) punta da tempo
su immobili e aeroporti.
Gestisce i servizi a terra per conto di
alcune grandi compagnie negli scali di Linate,
Venezia e Bologna.
È proprietario di innumerevoli aree
che necessitano del nulla osta politico per essere
valorizzate.
E sta costruendo il nuovo porto di Imperia,
primo di una serie di interventi che lui dice
di volere al servizio "del Paese più
ricco di bellezze naturali".
Uomo di relazioni e salotti, dotato di contatti
ad altissimo livello a destra come a sinistra,
Bellavista è pronto a monetizzare il capitale
di amicizie che si è costruito nel tempo.
Talvolta con qualche infortunio, come gli stretti
rapporti con i furbetti di Gianpiero Fiorani.
Anche la famiglia Fratini, dopo aver accumulato
una fortuna con la moda (erano proprietari dei
jeans Rifle) e con gli outlet, ora cerca
visibilità per aggiudicarsi i progetti
più redditizi soprattutto nel'immobiliare.
Da Firenze, dove vengono considerati una potenza,
hanno puntato su Roma. Assieme alla Pirelli, si
sono aggiudicati il palazzo nel quartiere Parioli
dove c'era la Zecca e tutte le aree dell'ex
Poligrafico di Stato. Ora sono in gara
per aggiudicarsi l'area della vecchia Fiera,
un progetto le cui sorti dipendono dalla volontà
della amministrazione capitolina di centrodestra.
I Passera boys
Ai piani alti di Intesa non erano molti nei mesi
scorsi quelli pronti a dare Passera vincente
sulla ruota di Alitalia. E invece il manager comasco
ha spiazzato tutti. Si è accreditato come
grande banchiere al servizio del sistema Paese.
E questo proprio mentre la rivale Mediobanca,
tradizionale perno dei salvataggi delle grandi
imprese, è dilaniata dalle lotte interne.
Per centrare l'obiettivo Passera ha lasciato briglia
sciolta a Gaetano Miccichè, responsabile
della divisione corporate della banca. È
lui che ha riannodato le fila delle trattativa
con la cordata degli investitori. Alcune risposte
positive erano date in partenza per scontate.
Poteva defilarsi Salvatore Mancuso, vecchio
amico e sodale di Miccichè, nonché
gestore del fondo EQUINOX nel quale Intesa
è di gran lunga il maggior investitore?
Nella compagine di Equinox, che ha sede in Lussemburgo,
troviamo altri nomi di primo piano coinvolti nell'Alitalia
story:
da Marcegaglia alla Fininvest di Berlusconi.
Ma una lunga consuetudine d'affari lega Miccichè
allo stesso Colaninno. Sarebbe stato difficile
per il presidente di Piaggio sottrarsi al pressing
di Passera che lo voleva alla guida della cordata.
Per dire di no, avrebbe dovuto voltare le spalle
alla propria banca di riferimento.
È stata Intesa, dopo la fine dell'avventura
in Telecom Italia, a chiamarlo cinque anni
fa al capezzale di una Piaggio sull'orlo del tracollo.
Per favorire il rilancio, e quindi il rientro
dalla loro pesante esposizione, Passera e gli
altri banchieri hanno trasformato in capitale
una parte dei loro crediti verso l'azienda motoristica.
Nel frattempo è ripartito anche il mercato
delle due ruote e così il risanamento si
è concluso a tempo di record con lo sbarco
in Borsa del gruppo.
I proventi della quotazione sono serviti a rimborsare
in parte gli istituti di credito. Ma di recente
la marcia trionfale di Piaggio ha rallentato il
passo.
In Borsa, nell'ultimo anno, il titolo ha perso
il 50 per cento circa contro un calo del 30 per
cento del listino. E i piani industriali sono
stati corretti al ribasso alla luce della diminuzione
delle vendite. La scommessa per il futuro è
quella dei mercati dell'Estremo Oriente, dove
Piaggio è già presente in forze.
Ma è una scommessa che richiede ancora
pesanti investimenti. Per questo da tempo la Borsa
ipotizza che Colaninno possa essere tentato da
un disimpegno.
E le voci sono aumentate quando è entrato
da protagonista nella partita Alitalia. Saltare
dalla Vespa all'aereo sarebbe un modo per salvare
i bilanci e la sua immagine di imprenditore vincente.
Anche su Carlo Toto Passera aveva puntato
fin dall'inizio. Intesa Sanpaolo ha sostenuto
i tentativi del patron di Air One nelle
prime fasi della privatizzazione, dove Toto si
presentava come l'unico candidato italiano capace
di risanare l'Alitalia.
Il risultato finale può dunque sembrare
sorprendente: Toto venderà la sua Air One
alla nuova Alitalia e solo allora deciderà
se e quanto reinvestire nella società,
con un ruolo di secondo piano. Un legame forte
con la nuova Alitalia sembra destinato a rimanere.
Al momento del passaggio di proprietà,
infatti, l'Air One potrebbe portarsi dietro solo
i venti nuovi Airbus A320 che la compagnia si
è già vista consegnare. Gli altri
novanta aerei che Toto aveva ordinato potrebbero
restare di proprietà delle sue holding,
per essere affittati proprio all'Alitalia.
Gli outsider Marco Fossati, erede della
dinastia della Star, è uno degli
uomini più liquidi d'Italia, accreditato
di simpatie berlusconiane. Per questo era dato
in pole position fra i cavalieri bianchi di Alitalia.
Lo è ancora di più ora che sta giocando
una partita dalle forti implicazioni politiche
come quella su Telecom Italia. Sulla compagnia
telefonica ha investito più di 800 milioni
di euro.
Una scommessa sfortunata, visto che il titolo
ha perso quasi la metà del suo valore da
quando il finanziere milanese ha cominciato a
farne incetta in Borsa.
Serve un paracadute. E Fossati potrebbe tentare
di accrescere la propria influenza inserendosi
nel difficile rapporto tra i sostenitori dell'amministratore
delegato Franco Bernabè e gli spagnoli
di Telefonica. Il suo gettone di 20 milioni
in Alitalia si rivelerebbe quindi un investimento
con un valore aggiunto ben più rilevante.
Nella cordata Alitalia la presenza di Emilio
Riva, ottantenne re dell'acciaio italiano,
ha destato infine parecchia sorpresa. Certamente
nella sua carriera le frequentazioni con Berlusconi,
cene elettorali comprese, non sono mancate. Forse,
però, non bastano i buoni rapporti con
il premier per spiegare l'ingresso in Alitalia
per uno che, come lui, non ha mai sopportato di
dover mediare le proprie scelte con quelle di
altri soci. E non ha mai partecipato a nessuna
operazione finanziaria. Nelle ultime settimane
la maggiore acciaieria del suo gruppo, l'Ilva
di Taranto, si è ritrovata però
di fronte a un problema la cui soluzione dipenderà
dalle decisioni dal governo.
La Regione Puglia ha reso note le rilevazioni
sulle emissioni di diossina dello stabilimento.
Troppo alte, ha sentenziato il presidente Nichi
Vendola, affermando che se non ci saranno investimenti
per ridurle non darà il benestare nell'ambito
della procedura di autorizzazione ambientale in
corso. Il parere della Regione, però, non
è vincolante.
Il via libera definitivo spetta al governo. E
il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo
si è già incontrata con i vertici
dell'Ilva per rassicurarli.
A Ferragosto la sorpresa: in una lettera agli
uffici regionali, il ministero ha contestato la
bontà delle misurazioni degli inquinanti.
L'Ilva non chiuderà.
ha collaborato Giuliano Foschini