La
Storia non si celebra, si studia
20.09.08
- Sul Fascismo Fini ha il diritto di cambiare
opinione...noi di mantenerla.
Per
motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo,
ma ho letto molto e più leggevo e più
si consolidava in me la convinzione che nella
storia, quella ufficiale, quella scritta dai vincitori,
non contano i fatti, ma la loro interpretazione
e che il giudizio che ne deriva dipende dal colore
della lente con la quale la si guarda.
Partiamo
dal 1943, l'anno delle illusioni.
Si
illusero i congiurati del Gran Consiglio del Fascismo
di salvare il Regime sacrificando Mussolini; si
illusero il Re e Badoglio di tradire lalleato
senza pagare dazio; si illusero i ragazzi di Salò
di difendere lonore dItalia e finirono
col combattere i propri fratelli; infine i partigiani
che si illusero di sostituire la dittatura fascista
con quella del proletariato, pensando di fare
dellItalia una repubblica sovietica e si
ritrovarono invece a sostenere loccupante
americano.
Tutto
ebbe inizio il 25 luglio. Caduta lultima
illusione di vincere la guerra, arrestato Mussolini,
dissolto il regime, allo sbando lesercito,
il timone tornò nelle mani del Re il quale,
con lassenso dei partiti in via di riorganizzazione
e lapporto dei vecchi notabili nel frattempo
riesumati, affidò al Maresciallo Badoglio
le sorti del nostro Paese.
Il
nuovo governo si affrettò a rassicurare
lalleato tedesco circa la fedeltà
dellItalia e, nel contempo, avviò
segreti contatti con gli angloamericani per passare
armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica
illusione di uscire indenni da una guerra che
volgeva al peggio.
L8
settembre con i tedeschi in casa e senza preoccuparsi
della sorte che sarebbe toccata alle nostre truppe,
fino a quel momento impegnate a fianco dei tedeschi
su tutti i fronti di guerra e su cui si sarebbe
abbattuta lira di Hitler, arrivò
lannuncio di Badoglio che chiamò
armistizio quello che in realtà fu tradimento:
nel volgere di 24 ore i camerati divennero nemici
e gli invasori alleati.
Questo
atto scellerato non mutò le sorti del conflitto,
non servì a lenire le sofferenze della
popolazione civile che, invece, continuò
a lungo a morire sotto i bombardamenti terroristici
dellaviazione angloamericana. Servì
solo a scatenare la furia vendicativa di Hitler,
in quel momento padrone assoluto del nostro Paese,
e a creare le premesse di quella guerra nella
guerra le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.
Solo
la nascita della Repubblica Sociale Italiana
e la ricostituzione di un esercito lealista cui
aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi
(Soldati a Salò ed. Rizzoli,
Milano 1995) in seicentomila, frenò i propositi
di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento
e trasferimento in Germania del nostro apparato
industriale, la deportazione nei campi di lavoro
e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini
che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht
e chissà cosaltro.
Le
motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare
nel neo costituito esercito fascista repubblicano
furono diverse e non sempre nobili (come spesso
accade in questi casi): il rischio di fucilazione
per i renitenti alla leva, lintento di molti
militari deportati nei campi di concentramento
in Germania di tornare in Italia per poi disertare,
la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono
anche fior di criminali, ma la stragrande maggioranza
di essi lo fece per riscattare lonore
perduto e per sottrarre lItalia alla
vendetta hitleriana.
Questi
giovani, uomini e donne, potevano, al pari di
molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo
sicuro che la bufera passasse, oppure andare con
partigiani le cui fila singrossavano man
mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria
alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero.
Preferirono
continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto,
per quel senso dellonore che oggi, in epoca
di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere,
consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate
e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni
(migliaia furono i soldati fascisti fucilati dopo
la loro resa o condannati a morte dopo processi
sommari, senza contare i massacri indiscriminati
e le angherie e gli stupri subiti dalle giovani
ausiliarie, come ampiamente documentato nei libri
di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e
di Lodovico Ellena, solo per citarne alcuni).
Questi
sono i fatti, che ognuno può giudicare,
ma che dubito si possano contestare. Con buona
pace di quel Gianfranco Fini che dopo aver fatto
carriera con i saluti romani, aver inneggiato
al Fascismo del duemila e dopo aver definito Mussolini
il più grande statista del secolo ce lo
ritroviamo oggi, da presidente della Camera e
aspirante successore di Berlusconi, a darci lezioni
di antifascismo e di democrazia.
Di
simili maestri non sappiamo che farcene.