Morto
Domenico Leccisi, onesto oppositore alla defascistizzazione
del Msi.
Carlo Infante
Servello: «Nostalgico
e irriducibile per amor di libertà»
04.11.08 - La lunga vettura americana targata
QC8112NY47 trasporta una cassa piuttosto corta,
di legno chiaro avvolta da due fasce di lamiera.
È la seconda automobile di un piccolo corteo
che percorre il tragitto tra Cerro Maggiore e
Forlì. È il 29 agosto 1957.
Il corpo del duce sta compiendo l'ultimo viaggio.
Ironia della sorte, ad accompagnare Benito Mussolini
è chi quel corpo avrebbe dovuto proteggere,
ma da vivo: Vincenzo Agnesina, questore
di Milano con alle spalle trascorsi fascisti,
responsabile della scorta personale di Mussolini
proprio nei giorni in cui il duce era stato catturato.
E guarda caso è sempre lui, l'ex capo della
guardia presidenziale fascista che scopre, nel
1946, chi aveva trafugato il cadavere di Mussolini
dal cimitero di Musocco. Chi? Domenico Leccisi,
ventiseienne, originario di Molfetta. Un gesto,
racconterà il fascista Leccisi, per «far
sentire che eravamo vivi più che mai»,
un rito «per rendere una degna sepoltura
e un cristiano funerale al duce, dopo il vilipendio
di piazzale Loreto». Un gesto, un rito
dedicato agli «sconfitti»,
ricorda oggi Tomaso Staiti: «Avevo
14 anni e quando arrivò la notizia ai miei
genitori e a tutti gli "sconfitti",
dissero: "C'è stato qualcuno che
ha osato". E questo rimise in piedi la
speranza». Quella «speranza»
che Leccisi, dal carcere, dopo il ritrovamento
della salma trafugata, aveva messo nero su bianco
in una lettera indirizzata al presidente della
Repubblica: «Si illude di aver stroncato
il movimento fascista perché è stata
recuperata di nuovo la salma di Mussolini. Non
è vero: l'idea non muore».
«In quel virgolettato c'è tutto
Leccisi» chiosa Franco Maria Servello,
sessant'anni di Fiamma, un passato e un presente
da «vero conservatore», fedele
ai «valori di sempre» ma aperto
«all'esperienze della modernità».
«Leccisi era un nostalgico, toccava le
corde del passato. Mi ricordo ancora gli scontri
dialettici di quegli anni del primo dopoguerra
con Leccisi eletto in consiglio comunale a Milano
insieme a me, al professor Manlio Sargenti e a
Vincenzo Battigalli. Scontri tra lui, irriducibilmente
fascista, e chi nel Msi senza rinnegare e nel
nome del rinnovamento guardava al futuro».
Come dire: «Leccisi aveva il gusto del
bastian contrario, quello che tra l'altro lo spinse
persino allo sciopero nei giorni della Repubblica
sociale, con dimostrazione davanti alla prefettura
di Milano».
Fatti e misfatti che il trafugamento colorano
da spy story: «Erano in tre, quella notte:
Leccisi, Mauro Rana e Antonio Parozzi. Non sapendo
dove mettere il corpo lo portano a Madesimo, dove
uno dei tre ha una casa in affitto. Le autorità,
intanto, ne arrestano uno. Gli altri, riportano
la salma a Milano e la fanno girare per tutta
la città fino ad affidarla a padre Parini
del convento di Sant'Angelo».
Undici anni dopo, nel 1957, Leccisi divenuto parlamentare,
continua Servello, offre «il suo voto
al governo monocolore dc presieduto dal predappiese
Adone Zoli. In cambio? Che la salma del duce sia
sepolta nella tomba dei Mussolini a Predappio».
Il resto è il viaggio nella notte tra Cerro
Maggiore e Forlì e il corpo del duce tornato
in terra di Romagna. Finale di un'Italia venuta
a patti con il nostalgico Leccisi, morto ieri
a 88 anni, che, osserva il figlio Gabriele,
fu «onesto oppositore alla defascistizzazione
del Msi».
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