"La
vera marcia su Roma doveva avvenire ad agosto"
26.11.2008
- Se le cose fossero andate così sarebbe
davvero clamoroso.
A parlarne non è uno storico qualsiasi
ma uno studioso di grande livello come Eugenio
Di Rienzo, che nel secondo fascicolo di quest'anno
del quadrimestrale <Nuova rivista storica>
analizza un documento finora inedito. Si tratta
del memoriale che il quadrumviro Cesare de
Vecchi di Val Cismon scrisse in terza persona
durante il 1946 e che presentò al processo
cui fu sottoposto nel novembre dell'anno successivo
alla seconda sezione della Corte d'assise speciale
di Roma. De Vecchi doveva difendersi dall'accusa
di essere stato uno dei quadrumviri, uno dei leader
del colpo di Stato del 22 ottobre 1922, insomma
della cosiddetta <marcia su Roma>.
La tesi difensiva di de Vecchi era semplice e
lineare: egli, a suo dire evitò la sanguinosa
e vera Marcia su Roma che avrebbe dovuto verificarsi
ai primi d'agosto, come reazione del Partito nazionale
fascista allo sciopero legalitario organizzato
dalle confederazioni sindacali nel luglio 1922.
La disposizione del segretario del Pnf, di cui
de Vecchi era venuto a conoscenza, impartiva a
tutti i Fasci <l'ordine rivoluzonario
che imponeva l'attacco contro le istituzioni dello
Stato, il disarmo improssivo e violento delle
stazioni isolate dei Carabinieri, la marcia successiva
sulle città e quant'altro di stile, natura
e sistema caratteristico dell'antico armamentario
rosso e dell'antica pratica fatta da Mussolini>.
Lo sforzo di de Vecchi davanti ai giudici era
quello di presentarsi come l'anima perbenista
e conservatrice del fascismo, che equilibrava
la <testa calda> Mussolini. Il quadrumviro
sostenne al proccesso di essere andato al Viminale
(che ricordiamo allora era sede del presidente
del Consiglio), di essere stato ricevuto dal presidente
del Consiglio Luigi Facta e dal capo di
gabinetto Efrem Ferraris. Il presidente
del Consiglio avrebbe pregato de Vecchi <di
intervenire per fare opera di pacificazione, moderando
e frenando l'attività fascista nelle province>.
Per un giorno intero De Vecchi sarebbe rimasto
al Viminale e, alla presenzza di Ferraris, <telefonò
alle prefetture dove si verificavano disordini,
fece chiamare i capi fascisti locali e trovò
modo di far comprendere che il movimento doveva
essere fermato e deviato>.
Fu grazie a de Vecchi, era questa la tesi difensiva,
se venne evitato un vero colpo di Stato e un grande
spargimento di sangue. E se il colpo di Stato
venne ridotto un paio di mesi dopo a una marcetta
coreografica di cui Facta e il re Vittorio
Emanuele III erano avvertiti e consapevoli.
Una tesi credibile?
Ci sono diversi riscontri, sostiene di Rienzo,
sulla veridicità del racconto di de Vecchi,
a cominciare dall'ultimato rivolto al movimento
sindacale pubblicato il primo agosto dal <Popolo
d'Italia>. Tuttavia, sottolinea lo storico,
de Vecchi si prende troppi meriti e soprattutto
si attribuisce troppa importanza. Al centro dell'azione
politica c'era saldamente Mussolini che costantemente
mediava tra l'ala destra e l'ala sinistra del
partito e spostava l'ago della bilancia dove più
gli conveniva. Senza tema di smentirsi o di apparire
contraddittorio. Probabilmente fu lo stesso Mussolini
l'autore della sterzata moderata nell'agosto 1922.
Una testimonianza inedita tuttavia è sempre
gradita, anche se tutti i memoriali difensivi
sono sempre da prendere con le molle.