Chi
e' senza razismo scagli la prima pietra
24.01.09
- Le leggi del 38 furono una vergogna nazionale
la cui responsabilità ricade interamente
su Mussolini e su quanti, per ignavia o servilismo,
nulla fecero per evitarle.
Il
rispetto per le vittime della discriminazione
razziale non può e non deve però
impedirci di affrontare largomento con il
dovuto distacco e la necessaria serenità
di giudizio. Per troppi anni la storia è
stata viziata da pregiudizi e comodi schematismi
che ci hanno portato lontano dalla verità.
La
stessa storia del popolo ebraico è costellata
di stragi e persecuzioni a causa di un pregiudizio
- accusa dei cattolici di aver ucciso Gesù
- cui se ne sono aggiunti altri nel corso dei
secoli (usura, internazionale ebraica per dominare
il mondo attraverso il controllo delle economie
nazionali, devianza sessuale per la pratica della
circoncisione definita un patto con Cristo attraverso
il pene, ecc.). Hitler in definitiva non ha inventato
nulla, ha semplicemente portato alle estreme conseguenze,
in modo raccapricciante e disumano, quellantiebraismo
figlio del pregiudizio, ancor oggi presente.
Come
hanno riconosciuto autorevoli storici del calibro
di George L. Mosse, docente dellUniversità
ebraica di Gerusalemme, lautore de la
nazionalizzazione della masse la più
completa opera sul fenomeno dei totalitarismi
contemporanei (ed. il Mulino, Bologna 1975), Renzo
De Felice, il più profondo conoscitore
della storia degli ebrei sotto il fascismo (ed.
Einaudi, Torino 1993) e il rabbino Elio Toaff
nel suo libro essere ebreo (ed.
Bompiani, Milano 1996, pag. 134), tra
i Paesi europei lItalia è uno di
quelli che meno ha conosciuto il razzismo.
A
differenza del nazionalsocialismo che trae la
sua essenza nella purezza della razza (razzismo
biologico, di origine illuminista e darwiniana),
il Fascismo non fu ideologicamente razzista.
Nella carta di Piazza San Sepolcro del 19,
vero e proprio manifesto ideologico cui sispirò
il fascismo nelle sue tre fasi - movimento, regime
e sociale - di razzismo non vi è traccia.
Mussolini stesso ebbe a dichiarare in più
occasioni che in Italia non esisteva una questione
ebraica e guardò con sufficienza alle teorie
hitleriane (Trenta secoli di storia ci
permettono di guardare con sovrana pietà
talune dottrine di oltrAlpe
afferma nel 34 a Bari).
Che
nel bagaglio ideologico e culturale del fascismo
non vi fosse alcuna forma di antisemitismo lo
dimostrano la presenza di ben cinque ebrei tra
i partecipanti alla fondazione dei fasci di combattimento
(embrione del futuro Partito Fascista) del 23
marzo 1919, la partecipazione alla Marcia
su Roma di molti ebrei e liscrizione
al Partito fascista fino al 1933 - data dellultimo
censimento del dipartimento della demografia e
razza - di oltre diecimila ebrei (cfr R. De Felice
storia degli ebrei italiani sotto il fascismo),
senza contare la presenza ebraica in tutti i settori
delleconomia e della vita pubblica e politica
italiana fino ai primi mesi del 1939.
Diversi
ebrei occuparono posti di grande rilievo nelle
strutture del Regime, basti pensare, solo per
citarne alcuni, allebrea Margherita Sarfatti
che fino al 1936 diresse la rivista ufficiale
del Fascismo Gerarchia, a Ettore
Ovazza direttore del giornale La
nostra Bandiera punto di riferimento
dellebraismo fascista; Guido Jung,
ebreo, fu a capo del Ministero delle Finanze dal
1932 al 1935 e Maurizio Rava, anchegli
ebreo, fu vicegovernatore della Libia e Generale
della Milizia fascista.
Il
Manifesto degli intellettuali fascisti
del 25, redatto dal filosofo Giovanni
Gentile, veniva sottoscritto da ben trentatré
esponenti della cultura di religione ebraica.
I
rapporti tra istituzioni ebraiche - che godettero
dampia autonomia - e regime fascista furono
sempre improntati al reciproco rispetto. Diversi
furono i colloqui tra Sacerdoti, presidente
dellUnione delle Comunità ebraiche
italiane, e Mussolini che portarono, ad esempio
nel campo dellinsegnamento, allistituzione
di sezioni elementari ebraiche nelle scuole comunali
e alla modifica dei manuali di religione ad uso
dei bambini ebrei nelle scuole statali. La
Legge Falco del 1930 sulle comunità
israelitiche italiane, voluta da Mussolini per
salvaguardare il patrimonio artistico, storico
e culturale ebraico, fu giudicata favorevolmente
dagli stessi ebrei italiani.
Quando,
con lascesa al potere di Hitler, riprese
vigore in tutta Europa lantiebraismo, lItalia
fascista, a differenza delle democratiche Francia
e Inghilterra che si chiusero a riccio, aprì
le sue frontiere agli ebrei: furono circa
diecimila i profughi provenienti da Germania,
Polonia, Ungheria e Romania che trovarono rifugio
nel nostro Paese; altri quattromila ebrei poterono
emigrare in Palestina attraverso il porto di Trieste
grazie alla collaborazione delle autorità
italiane.
Mussolini,
per un certo periodo, abbozzò anche lidea
di costituire in Etiopia, colonia italiana dove
viveva, tutelata dal Governo italiano, una folta
comunità di falascià (ebrei africani),
lembrione della futura nazione ebraica.
Uniche
voci dissonanti di un certo rilievo provenivano
da Giovanni Preziosi e dalla sua rivista
La vita italiana, il cui
antisemitismo si collocava nella tradizione cattolica
(non a caso Preziosi era un ex sacerdote) e da
Interlandi che attraverso le pagine del
Tevere riproponeva i luoghi
comuni dellantiebraismo classico. Argomenti
che, in ogni caso, ebbero scarsa presa sullopinione
pubblica italiana e ancor meno considerazione
da parte della cultura fascista.
Improvvisamente
(in verità qualche accenno vi fu nel corso
dellanno precedente) nel 1938, a seguito
di una deliberazione del Gran Consiglio del Fascismo
del 6 ottobre, furono emanate le famigerate e
mai tanto deprecate leggi razziali la cui essenza
spirituale mirava tuttavia ad emarginare gli
ebrei senza perseguitarli, contrariamente
a quanto avveniva in Germania, in Europa orientale
e, in maniera strisciante, in alcune democrazie
occidentali.
Durante
la guerra, nonostante le pressanti richieste da
parte tedesca, Mussolini si rifiutò
sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti
e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate
dallesercito italiano (Tunisia, Grecia,
Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme
di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi
(era sufficiente avere un lontanissimo parente
italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza
italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione).
Fino a quando Mussolini ebbe il pieno controllo
dellItalia, questo fino al 25 luglio del
43, nessun ebreo fu deportato in Germania.
Solo
successivamente con la Repubblica Sociale Italiana
essendo, di fatto, lItalia centro settentrionale
un protettorato tedesco, i nazisti poterono imporre
facilmente la loro volontà fatta di rastrellamenti
e deportazioni di massa.
Ma
a differenza di altri paesi occupati, come ad
esempio la Francia di Vichy, dove i tedeschi poterono
attuare il loro programma di persecuzione degli
ebrei con il pieno appoggio delle autorità
locali (che superarono per zelo gli stessi nazisti),
in Italia i tedeschi dovettero provvedere in
prima persona per la ferma opposizione del
governo fascista che negò sempre la sua
collaborazione. La partecipazione dei fascisti
ai rastrellamenti degli ebrei fu, infatti, sporadica
e opera di formazioni irregolari che sfuggivano
ad ogni controllo.
E
vero che molti italiani, fascisti e non, fecero
opera di delazione e contribuirono attivamente
per consegnare gli ebrei agli aguzzini tedeschi,
spesso per motivi personali; ma è altrettanto
vero che moltissimi altri italiani, fascisti e
non, si adoperarono per salvarli, rischiando per
questo la loro vita (il caso Perlasca,
ufficiale fascista che salvò in Ungheria
migliaia di ebrei, è uno dei tanti). Purtroppo
la proverbiale e provata generosità del
nostro popolo è spesso contraddetta da
episodi di pura cattiveria e grande meschinità
che si sono manifestati anche in epoca recente:
sul finire della guerra contro gli ebrei e dopo
la guerra in Italia contro fascisti o presunti
tali compresi i loro famigliari, come ampiamente
documentato nei libri di Pansa, Pisanò
ed Ellena (solo per citarne alcuni).
Cosa
indusse Mussolini ad imboccare la strada dellantiebraismo
che portò alla espulsione degli ebrei dagli
incarichi pubblici e a negare loro molti diritti
civili, è ancora oggi oggetto di discussione
tra gli storici onesti. Scartata la tesi marxista
della contiguità ideologica con il nazismo
che, come abbiamo visto, è totalmente priva
di fondamento (De Felice afferma che
le differenze ideologiche tra i due regimi sono
ben maggiori delle affinità), quella
più accreditata fa riferimento allalleanza
con la Germania e al conseguente influsso nefasto
che le teorie di Rosenberg ebbero sul finire degli
anni trenta anche in Italia e che andarono a risvegliare
il mai sopito antisemitismo di matrice cattolica
(accusa di deicidio).
Fin
qui lItalia. Proviamo ora ad allargare lo
sguardo e a vedere cosa accadeva nel resto del
mondo negli stessi anni. La Svezia, ad
esempio, nello stesso periodo inviò in
Germania una delegazione del suo Parlamento per
studiare la legislazione razziale tedesca e, insieme
a Norvegia e Danimarca, attuò una
politica eugenetica che portò tra il 1934
e il 1976 alla sterilizzazione coatta di oltre
106.000 persone, in prevalenza donne - disadattate,
con problemi psichici o zingare - ritenute geneticamente
pericolose per la purezza della razza (Gianni
Moriani il secolo dellodio
ed. Marsilio Padova, 1999).
In
Sud Africa gli Afrikaner, i bianchi di
origine europea, istituivano la segregazione razziale,
rimasta in vigore fino al 1994.
LAmerica,
quella ipocritamente rappresentata dalla statua
della libertà, dopo aver sterminato milioni
di pellirosse, ritenuti esseri inferiori, e ridotto
in schiavitù altrettanti neri prelevati
a forza dalla loro terra e trattati alla stregua
di animali domestici su cui esercitare diritto
di vita e di morte, manteneva, sempre nei confronti
dei neri, un regime di rigida separazione razziale.
Si dovettero attendere gli anni sessanta per vedere
abrogate queste odiose misure razziste per le
quali nessuno mai pagò, neppure davanti
al tribunale della storia.
Stalin
non pago di aver massacrato milioni di contadini
russi (Kulaki) contrari alla collettivizzazione
forzata e altrettanti oppositori politici eliminò,
come ha documentato lo storico russo Arkaly Vaksberg,
nel suo libro Stalin against Jews,
non meno di 5 milioni di ebrei. Eppure
tra i giudici di Norimberga figurava anche la
Russia di Stalin.
Un
capitolo a parte riguarda le
responsabilità dei vincitori.
America, Inghilterra e Russia sapevano, vedevano
e lasciavano fare. La Germania era ridotta ad
un ammasso di rovine ad opera dei bombardamenti
alleati, ma le linee ferroviarie (i famosi binari
21) da dove partivano i vagoni carichi di ebrei
per i campi di concentramento rimanevano inspiegabilmente
intatti e neppure un solo campo di prigionia fu
sfiorato dalle bombe che giorno e notte martellavano
ogni angolo della Germania.
In
precedenza i tentavi di espatrio degli ebrei dalla
Germania nazionalsocialista furono sempre violentemente
contrastati dalle Nazioni democratiche. Come ci
ricorda lo storico Filippo Giannini in un suo
recente articolo, Roosevelt fece intervenire
la "U.S. Navy" per impedire con
la forza l'approdo sulle coste statunitensi di
un piroscafo carico di ebrei fuggiti da Amburgo,
Churchill minacciò di silurare a Salina,
nel Mar Nero, unaltro carico di ebrei in
navigazione verso la Palestina. Nella Terra Promessa
gli inglesi fucilavo e impiccavano gli ebrei riottosi
per scoraggiare ulteriori sbarchi (e gli ebrei
rispondevano con atti di terrorismo come la distruzione
l'albergo Re David a Gerusalemme).
Dopo
il processo di Norimberga, dove furono giudicati
i crimini nazisti e dove non avrebbero sfigurato
sul banco degli imputati coloro che nulla fecero
per evitare la Shoa, i vincitori decretarono la
nascita di Israele, scaricando di fatto sui palestinesi
- che furono costretti ad abbandonare la loro
terra e le loro case per fare posto agli ebrei
- il peso delle loro responsabilità
e la storia continua.