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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

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Alberto Bertotto

L’ombra del suicidio pesa sulla fucilazione di Mussolini

Questa è una storia che nessuno vuole raccontare, ma che riguarda ciascuno di noi. E’ una storia che tocca tre generazioni: quella dei ventenni che fa finta di saperla, quella dei quarantenni che fa finta di ricordarla e quella dei sessantenni che fa finta di averla dimenticata. Ciò che ho voluto raccontare è una ragionevole provocazione della storia. A chi ama il mistero della verità, a chi ha il coraggio di aprire gli armadi in cui sono nascosti gli scheletri del passato e a chi accetta il giallo delle congetture, è dedicato questo articolo che ha il sapore di un impegno, quello di indagare Mussolini.

Bonzanigo, Comune di Mezzegra, circondario del lago di Como. 28 aprile del 1945, ore tra le 4 e le 6 del mattino. Piove e fa freddo. Tutto è silenzioso all’intorno di un grande fabbricato intonacato di bianco. In lontananza, il canto di un assiuolo e qualche latrato di cane alla catena disturbano la serafica quiete notturna. Claretta Petacci, reclusa con Benito Mussolini nel cascinale dei coniugi Giacomo e Lia De Maria, si assenta per fare delle abluzioni nel “bagno” rustico che sta nell’ampio cortile dell’abitazione rurale. Ha un problema periodico tutto femminile che la costringe più volte ad assentarsi sotto sorveglianza (testimonianza di Lia De Maria). Dopo aver lavato e strizzato le mutandine, perché sporche di sangue mestruale, le ripone in una tasca della pelliccia e rientra in camera. La sorpresa è sconvolgente: trova il Duce agonizzante, ha la bava alla bocca, rantola ed è in preda a crisi convulsive subentranti. La donna, terrorizzata, si mette ad urlare. A tutto pensa meno che a mettere ad asciugare l’indumento intimo. Lo lascia dove si trova, nella tasca della pelliccia che ha indosso.

 I due partigiani di guardia (Giuseppe Frangi, Lino, e Guglielmo Cantoni, Sandrino) entrano di corsa nella stanza. Non possono sussistere dubbi: Mussolini ha cercato di suicidarsi avvelenandosi. Pensare al cianuro è scontato, quasi un obbligo. Bisogna ovviare, non può finire così, sarebbe uno smacco per tutto il movimento partigiano e per i comunisti in particolar modo. Il Duce è una preda ventennale troppo ambita. Non può sfuggire dalle loro mani omicide per un “fortuito” imprevisto. “Bisogna ucciderlo come un cane tignoso”, aveva detto il socialista Sandro Pertini pochi giorni prima. Gli fa da eco il leader comunista Palmiro Togliatti parlando da Radio Bari: “Lo si deve sopprimere subito dopo l’accertamento d’identità”. Luigi Longo (numero due del PCI) era in perfetta sintonia: “Va fatto fuori immediatamente senza frasi storiche, senza teatralità”. Queste raccomandazioni il Frangi non se l’è fatte ripetere due volte.

 Lino, un bruto che fin da giovane era conosciuto per il suo carattere riottoso (lo chiamavano Dillinger, il famoso gangster americano), non esita un istante. Facendosi aiutare da Sandrino, trascina fuori della stanza Mussolini prendendolo per l’allacciatura dei mutandoni e, dall’alto in basso e da sinistra a destra, fa partire una scarica di mitra (un parabellum calibro 9). Nessuno potrà dire che il Duce non è morto ammazzato. Tutti diranno che ad ucciderlo sono stati i partigiani con il fazzoletto rosso al collo senza il concorso di altri o di altro. Il telefono dell’albergo Milano di Azzano (situato a circa duecento-trecento metri da casa De Maria) viene utilizzato dai guardiani comunisti del Duce (Lino e Sandrino) per avvisare i loro capi a Dongo. Da Dongo la notizia rimbalza prima a Milano (CNLAI) e poi a Como (federazione del PCI). L’ordine è quello di sopprimere subito la Petacci, la testimone di un evento che deve essere occultato a tutti costi. Da Como Luigi Canali (il capitano Neri che in nottata, insieme ad altri, aveva portato i due celebri amanti a Bonzanigo e che era presente nella sede comasca del PCI) ripercorre a ritroso la strada fatta in antecedenza e raggiunge casa De Maria. Ci sono testimonianze che lo affermano. Il Neri ordina a Lino, un suo fidato sottoposto, di uccidere Claretta. Scelga lui il momento migliore anche se è meglio non far passare troppo tempo.

 Lino obbedisce ed uccide Claretta sparandogli alla schiena (così è sicuramente morta la Petacci. Uno squarcio sulla superficie posteriore della sua pelliccia lo dimostra. G. Pisanò. Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Il Saggiatore, 2004). Il dramma si compie. Testimoni nessuno (chi c’era non ha, comunque, mai parlato). Ai giornalisti che lo intervistano Sandrino fornirà, nel tempo, diverse versioni contrastanti. Al missino Giorgio Pisanò (op. cit.), per esempio, ha detto che lui, davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra (luogo della fucilazione “ufficiale”), ha visto il colonnello Valerio sparare su due cadaveri morti da un pezzo. Nell’immediato dopoguerra il Neri, implicato anche nell’affaire del famoso oro di Dongo, scomparirà per sempre. E’ meglio mettere a tacere chiunque sia stato coinvolto nella morte del Duce (A. Bertotto. La morte di Mussolini. Una storia da riscrivere. PDC Editori, 2008). Proprio a Lino verrà data in dono la pelliccia della Petacci il giorno stesso della sua esecuzione (F. Bernini. W. Audisio, il giustiziere di Dongo. Gianni Iuculano Editore, 2004). Dopo aver trovato, in una delle tasche, le mutandine di Claretta, il partigiano dal carattere fumantino le ha fatte ovviamente sparire. Ecco perché la giovane donna è giunta a piazzale Loreto con il ventre nudo. Un altro “mistero” storico troverebbe così la sua logica spiegazione.

Guido Mussolini, un nipote del Duce, ha recentemente promosso un’azione legale per indagare com’era morto suo nonno. Incaricato dell’indagine, il Pubblico Ministero di Como, Maria Vittoria Isella, ha affermato: “Da tutto il materiale raccolto si evince con chiarezza e con attendibilità scientifica che in realtà il decesso di Mussolini e della Petacci è da collocarsi nelle prime ore della mattina del 28 aprile del 1945 ed il luogo di commissione dei due omicidi dev’essere indicato non solo nella casa, ma anche nella stanza dove i due vennero sorpresi in posizione inizialmente supina ed in abbigliamento succinto, come dettagliatamente illustrato, argomentato e motivato dal più che esauriente e convincente studio del dottor Aldo Alessiani” (G. Moroni. Il pm: Mussolini ucciso in camera. La Nazione, 15 Luglio, 2007). Interessante è quello che si legge su ciaocomo.it del 2 ottobre del 2007 (Ecco un’altra conferma. Sì l’hanno uccisi in casa De Maria): “Mussolini e la Petacci sono stati uccisi nel cuore della notte mentre stavano dormendo. Li hanno freddati nel letto e poi portati fuori casa. Lo dice una donna di 78 anni (che ha voluto rimanere anonima) davanti alle telecamere di Etv. La donna che ha fornito questa ricostruzione ha portato a supporto di questa tesi anche una fotografia storica”.

Sul sito telematico Effedieffe Luca Martinelli di Como ha scritto, nel 2008, che la mattina del 29 aprile Lia De Maria ha avuto un bel da fare per rimuovere le tracce di sangue dai pavimenti di casa sua. Il giornalista-fotografo Franco Bartolini ha raccolto una testimonianza in sintonia con le affermazione del Martinelli (Lario nascosto. Editoriale, 2006). Il parroco di Bonzanigo ha affermato che la camera in cui Mussolini e Claretta hanno trascorso la loro ultima notte è stata mostrata alla curiosità dei fotografi solo 4 o 5 giorni dopo i luttuosi fatti di Bonzanigo. Si volevano cancellare imbrattamenti imbarazzanti? (A. Bambace. Troppi protagonismi, nessuno riuscirà a far chiarezza. Il Corriere di Como, 26 Novembre, 2008). Il professor Giovanni Pierucci, Emerito di Medicina Legale presso l’Università degli studi di Pavia, ha inequivocabilmente dimostrato che il leader fascista, ucciso in déshabillée, è stato rivestito dopo morto. I suoi indumenti a piazzale Loreto (giaccone di foggia borghese, pantaloni da gerarca e camicia nera) non presentavano segni dovuti all’azione lacerante delle pallottole omicide. Perforati ed insanguinati erano invece i mutandoni di lana al polpaccio e la maglietta bianca della salute indossati dal Duce al momento della morte (A. Alessiani. Il teorema del verbale 7241. www.larchivio.org. Reperibile per via telematica; F. Andriola. La morte di Mussolini: una macabra messa in scena. Storia in Rete, n° 10, Maggio, 2006). Ad un attonito Pietro Carradori, l’attendente del Duce prigioniero a Dongo, il partigiano Lino (Giuseppe Frangi) si è rivolto dicendo: “Con questo mitra ho ammazzato il boia e la sua amante. Cinque colpi a lui e tre a lei” (L. Garibaldi. Vita col Duce. Effedieffe, 2001). Elena Curti, una figlia naturale di Mussolini anche lei imprigionata a Dongo in quanto facente parte della colonna fascista in ripiegamento verso la Valtellina, ha riferito ciò che ha sentito dire da un patriota ben informato sui fatti di Bonzanigo: “Hanno trovato il Duce agonizzante. Rantolava perché aveva tentato di suicidarsi. Lo hanno trascinato di peso fuori dalla stanza e poi lo hanno freddato (A. Bertotto.  Il Duce si è suicidato: lo conferma Elena Curti, la figlia naturale di Mussolini. Rinascita, 14 Ottobre, 2007).

Riferisce Florido Borzicchi (Dongo. L’ultima autoblinda. Ciarrapico, 1984): “C’è quasi da pensare che a stringere quel mitra che sigillò il ventennio fascista furono altri che Valerio (W. Audisio, ndr) e Moretti (il partigiano Pietro, ndr), forse uno dei due guardiani del Duce a Bonzanigo, Giuseppe Frangi, detto Lino di Villa Guardia di Como. Se andò effettivamente così, l’alterazione dei fatti compiuta sarebbe comprensibile. Lino come vendicatore di soprusi recenti, angelo sterminatore della ventennale tragedia non reggeva la parte. Di lì a poco, infatti, si macchierà di tali delitti che avrebbero gettato una luce sinistra sulla nuova alba che si levava. Se fu Lino a sparare su Benito e Claretta, si spiega dunque il mistero che ancora circonda quell’episodio di vita italiana. L’esecutore del Duce, negli anni della guerra civile, non doveva essere un impresentabile”. Sul Messaggero dell’11 marzo del 1957 c’è scritto: “Lino (Giuseppe Frangi) il 5 maggio 1945 morì per un colpo di mitra al collo. Si disse che, per accendere una sigaretta, aveva appoggiato il mitra al collo…e partì, accidentalmente, un colpo”.

Il corrispondente del Messaggero scriveva inoltre: “…Aladino Frossi, rientrato da Locarno a Dongo, aveva dichiarato che Lino, suo amico, andava dicendo in giro che lui sapeva tutto quello che era successo a Bonzanigo” (E. Vannozzi. La fucilazione di Mussolini. Una storia riscritta. La Cartotecnica, 1989). Nonostante fosse un malvagio, Lino, morto a 34 anni, è stato seppellito davanti a tutta la nomenklatura del PCI. A Giuseppe Frangi, patriota, è stata intestata una strada a Villa Guardia, il suo paese natio. Luigi Conti, il sindaco comunista di Dongo eletto dopo la liberazione, ricorda che “la bara del Frangi fu portata in Municipio ed esposta alla folla nella Sala d’Oro. Nessun altro ebbe un trattamento così”. C’è chi dice che Lino è stato ammazzato dai suoi stessi compagni comunisti (5 maggio del 1945, lo ha affermato il comandante del CVL di Como Oreste Gementi. Professor Turcato, Villa Guardia di Como, comunicazione personale). Il Frangi era oltremodo brutale (un pluriomicida efferato) ed aveva il vizio di parlare troppo. Così il PCI, novella Giuditta, ha avuto il suo degno Oloferne.

Un’ultima considerazione: nell’aprile del 1994, alla vigilia della morte, il capo del fascismo repubblicano aveva consegnato a Goffredo Coppola (il Rettore dell’Università di Bologna che è stato fucilato a Dongo insieme ad altri 14 gerarchi fascisti) un suo articolo affinché fosse pubblicato su Civiltà Fascista. In quell’articolo Mussolini faceva un elogio sperticato del suicidio (M. Trinali. Un colpo di pistola in casa De Maria. Semerano, 1966). Di una sola cosa sono certo: “L’onesta sottomissione alla verità”, di cui parla lo storico francese Marc Bloch, ha sempre fatto difetto ai comunisti italiani. Da qui la nascita di una serie di versioni alternative sulla morte del dittatore. Quella del supposto suicidio e della fucilazione in limine mortis non è meno credibile di tante altre.

27.01.09



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