L’ombra
del suicidio pesa sulla fucilazione di Mussolini
Questa
è una storia che nessuno vuole raccontare, ma
che riguarda ciascuno di noi. E’ una storia che
tocca tre generazioni: quella dei ventenni che
fa finta di saperla, quella dei quarantenni che
fa finta di ricordarla e quella dei sessantenni
che fa finta di averla dimenticata. Ciò che ho
voluto raccontare è una ragionevole provocazione
della storia. A chi ama il mistero della verità,
a chi ha il coraggio di aprire gli armadi in cui
sono nascosti gli scheletri del passato e a chi
accetta il giallo delle congetture, è dedicato
questo articolo che ha il sapore di un impegno,
quello di indagare Mussolini.
Bonzanigo, Comune di Mezzegra, circondario del lago di Como. 28 aprile
del 1945, ore tra le 4 e le 6 del mattino. Piove
e fa freddo. Tutto è silenzioso all’intorno di
un grande fabbricato intonacato di bianco. In
lontananza, il canto di un assiuolo e qualche
latrato di cane alla catena disturbano la serafica
quiete notturna. Claretta Petacci, reclusa con
Benito Mussolini nel cascinale dei coniugi Giacomo
e Lia De Maria, si assenta per fare delle abluzioni
nel “bagno” rustico che sta nell’ampio cortile
dell’abitazione rurale. Ha un problema periodico
tutto femminile che la costringe più volte ad
assentarsi sotto sorveglianza (testimonianza di
Lia De Maria). Dopo aver lavato e strizzato le
mutandine, perché sporche di sangue mestruale,
le ripone in una tasca della pelliccia e rientra
in camera. La sorpresa è sconvolgente: trova il
Duce agonizzante, ha la bava alla bocca, rantola
ed è in preda a crisi convulsive subentranti.
La donna, terrorizzata, si mette ad urlare. A
tutto pensa meno che a mettere ad asciugare l’indumento
intimo. Lo lascia dove si trova, nella tasca della
pelliccia che ha indosso.
I due partigiani di guardia (Giuseppe Frangi, Lino, e Guglielmo Cantoni,
Sandrino) entrano di corsa nella stanza. Non possono
sussistere dubbi: Mussolini ha cercato di suicidarsi
avvelenandosi. Pensare al cianuro è scontato,
quasi un obbligo. Bisogna ovviare, non può finire
così, sarebbe uno smacco per tutto il movimento
partigiano e per i comunisti in particolar modo.
Il Duce è una preda ventennale troppo ambita.
Non può sfuggire dalle loro mani omicide per un
“fortuito” imprevisto. “Bisogna ucciderlo
come un cane tignoso”, aveva detto il socialista
Sandro Pertini pochi giorni prima. Gli fa da eco
il leader comunista Palmiro Togliatti parlando
da Radio Bari: “Lo si deve sopprimere subito
dopo l’accertamento d’identità”. Luigi Longo
(numero due del PCI) era in perfetta sintonia:
“Va fatto fuori immediatamente senza frasi
storiche, senza teatralità”. Queste raccomandazioni
il Frangi non se l’è fatte ripetere due volte.
Lino, un bruto che fin da giovane era conosciuto per il suo carattere
riottoso (lo chiamavano Dillinger, il famoso gangster
americano), non esita un istante. Facendosi aiutare
da Sandrino, trascina fuori della stanza Mussolini
prendendolo per l’allacciatura dei mutandoni e,
dall’alto in basso e da sinistra a destra, fa
partire una scarica di mitra (un parabellum calibro
9). Nessuno potrà dire che il Duce non è morto
ammazzato. Tutti diranno che ad ucciderlo sono
stati i partigiani con il fazzoletto rosso al
collo senza il concorso di altri o di altro. Il
telefono dell’albergo Milano di Azzano (situato
a circa duecento-trecento metri da casa De Maria)
viene utilizzato dai guardiani comunisti del Duce
(Lino e Sandrino) per avvisare i loro capi a Dongo.
Da Dongo la notizia rimbalza prima a Milano (CNLAI)
e poi a Como (federazione del PCI). L’ordine è
quello di sopprimere subito la Petacci, la testimone
di un evento che deve essere occultato a tutti
costi. Da Como Luigi Canali (il capitano Neri
che in nottata, insieme ad altri, aveva portato
i due celebri amanti a Bonzanigo e che era presente
nella sede comasca del PCI) ripercorre a ritroso
la strada fatta in antecedenza e raggiunge casa
De Maria. Ci sono testimonianze che lo affermano.
Il Neri ordina a Lino, un suo fidato sottoposto,
di uccidere Claretta. Scelga lui il momento migliore
anche se è meglio non far passare troppo tempo.
Lino obbedisce ed uccide Claretta sparandogli alla schiena (così è sicuramente
morta la Petacci. Uno squarcio sulla superficie
posteriore della sua pelliccia lo dimostra. G.
Pisanò. Gli ultimi cinque secondi di
Mussolini. Il Saggiatore, 2004). Il dramma
si compie. Testimoni nessuno (chi c’era non ha,
comunque, mai parlato). Ai giornalisti che lo
intervistano Sandrino fornirà, nel tempo, diverse
versioni contrastanti. Al missino Giorgio Pisanò
(op. cit.), per esempio, ha detto che lui, davanti
al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra
(luogo della fucilazione “ufficiale”), ha visto
il colonnello Valerio sparare su due cadaveri
morti da un pezzo. Nell’immediato dopoguerra il
Neri, implicato anche nell’affaire del
famoso oro di Dongo, scomparirà per sempre. E’
meglio mettere a tacere chiunque sia stato coinvolto
nella morte del Duce (A. Bertotto. La morte
di Mussolini. Una storia da riscrivere. PDC
Editori, 2008). Proprio a Lino verrà data in dono
la pelliccia della Petacci il giorno stesso della
sua esecuzione (F. Bernini. W. Audisio, il
giustiziere di Dongo. Gianni Iuculano Editore,
2004). Dopo aver trovato, in una delle tasche,
le mutandine di Claretta, il partigiano dal carattere
fumantino le ha fatte ovviamente sparire. Ecco
perché la giovane donna è giunta a piazzale Loreto
con il ventre nudo. Un altro “mistero” storico
troverebbe così la sua logica spiegazione.
Guido Mussolini, un nipote del Duce, ha recentemente promosso un’azione
legale per indagare com’era morto suo nonno. Incaricato
dell’indagine, il Pubblico Ministero di Como,
Maria Vittoria Isella, ha affermato: “Da tutto
il materiale raccolto si evince con chiarezza
e con attendibilità scientifica che in realtà
il decesso di Mussolini e della Petacci è da collocarsi
nelle prime ore della mattina del 28 aprile del
1945 ed il luogo di commissione dei due omicidi
dev’essere indicato non solo nella casa, ma anche
nella stanza dove i due vennero sorpresi in posizione
inizialmente supina ed in abbigliamento succinto,
come dettagliatamente illustrato, argomentato
e motivato dal più che esauriente e convincente
studio del dottor Aldo Alessiani” (G. Moroni.
Il pm: Mussolini ucciso in camera.
La Nazione, 15 Luglio, 2007). Interessante è quello
che si legge su ciaocomo.it del 2 ottobre del
2007 (Ecco un’altra conferma. Sì l’hanno uccisi
in casa De Maria): “Mussolini e la Petacci
sono stati uccisi nel cuore della notte mentre
stavano dormendo. Li hanno freddati nel letto
e poi portati fuori casa. Lo dice una donna di
78 anni (che ha voluto rimanere anonima) davanti
alle telecamere di Etv. La donna che ha fornito
questa ricostruzione ha portato a supporto di
questa tesi anche una fotografia storica”.
Sul
sito telematico Effedieffe Luca Martinelli di
Como ha scritto, nel 2008, che la mattina del
29 aprile Lia De Maria ha avuto un bel da fare
per rimuovere le tracce di sangue dai pavimenti
di casa sua. Il giornalista-fotografo Franco Bartolini
ha raccolto una testimonianza in sintonia con
le affermazione del Martinelli (Lario nascosto.
Editoriale, 2006). Il parroco di Bonzanigo ha
affermato che la camera in cui Mussolini e Claretta
hanno trascorso la loro ultima notte è stata mostrata
alla curiosità dei fotografi solo 4 o 5 giorni
dopo i luttuosi fatti di Bonzanigo. Si volevano
cancellare imbrattamenti imbarazzanti? (A. Bambace.
Troppi protagonismi, nessuno riuscirà
a far chiarezza. Il Corriere di Como, 26 Novembre,
2008). Il professor Giovanni Pierucci, Emerito
di Medicina Legale presso l’Università degli studi
di Pavia, ha inequivocabilmente dimostrato che
il leader fascista, ucciso in déshabillée,
è stato rivestito dopo morto. I suoi indumenti
a piazzale Loreto (giaccone di foggia borghese,
pantaloni da gerarca e camicia nera) non presentavano
segni dovuti all’azione lacerante delle pallottole
omicide. Perforati ed insanguinati erano invece
i mutandoni di lana al polpaccio e la maglietta
bianca della salute indossati dal Duce al momento
della morte (A. Alessiani. Il teorema del verbale
7241. www.larchivio.org. Reperibile per via
telematica; F. Andriola. La morte di Mussolini:
una macabra messa in scena. Storia in Rete,
n° 10, Maggio, 2006). Ad un attonito Pietro Carradori,
l’attendente del Duce prigioniero a Dongo, il
partigiano Lino (Giuseppe Frangi) si è rivolto
dicendo: “Con questo mitra ho ammazzato il
boia e la sua amante. Cinque colpi a lui e tre
a lei” (L. Garibaldi. Vita col Duce.
Effedieffe, 2001). Elena Curti, una figlia naturale
di Mussolini anche lei imprigionata a Dongo in
quanto facente parte della colonna fascista in
ripiegamento verso la Valtellina, ha riferito
ciò che ha sentito dire da un patriota ben informato
sui fatti di Bonzanigo: “Hanno trovato il Duce
agonizzante. Rantolava perché aveva tentato di
suicidarsi. Lo hanno trascinato di peso fuori
dalla stanza e poi lo hanno freddato”
(A. Bertotto. Il Duce si è suicidato:
lo conferma Elena Curti, la figlia naturale
di Mussolini. Rinascita, 14 Ottobre,
2007).
Riferisce
Florido Borzicchi (Dongo. L’ultima autoblinda.
Ciarrapico, 1984): “C’è quasi da pensare che
a stringere quel mitra che sigillò il ventennio
fascista furono altri che Valerio (W. Audisio,
ndr) e Moretti (il partigiano Pietro, ndr),
forse uno dei due guardiani del Duce a Bonzanigo,
Giuseppe Frangi, detto Lino di Villa Guardia di
Como. Se andò effettivamente così, l’alterazione
dei fatti compiuta sarebbe comprensibile. Lino
come vendicatore di soprusi recenti, angelo sterminatore
della ventennale tragedia non reggeva la parte.
Di lì a poco, infatti, si macchierà di tali delitti
che avrebbero gettato una luce sinistra sulla
nuova alba che si levava. Se fu Lino a sparare
su Benito e Claretta, si spiega dunque il mistero
che ancora circonda quell’episodio di vita italiana.
L’esecutore del Duce, negli anni della guerra
civile, non doveva essere un impresentabile”.
Sul Messaggero dell’11 marzo del 1957 c’è scritto:
“Lino (Giuseppe Frangi) il 5 maggio 1945 morì
per un colpo di mitra al collo. Si disse che,
per accendere una sigaretta, aveva appoggiato
il mitra al collo…e partì, accidentalmente, un
colpo”.
Il
corrispondente del Messaggero scriveva inoltre:
“…Aladino Frossi, rientrato da Locarno a Dongo,
aveva dichiarato che Lino, suo amico, andava dicendo
in giro che lui sapeva tutto quello che era successo
a Bonzanigo” (E. Vannozzi. La fucilazione
di Mussolini. Una storia “riscritta”.
La Cartotecnica, 1989). Nonostante fosse un malvagio,
Lino, morto a 34 anni, è stato seppellito davanti
a tutta la nomenklatura del PCI. A Giuseppe Frangi,
patriota, è stata intestata una strada a Villa
Guardia, il suo paese natio. Luigi Conti, il sindaco
comunista di Dongo eletto dopo la liberazione,
ricorda che “la bara del Frangi fu portata
in Municipio ed esposta alla folla nella Sala
d’Oro. Nessun altro ebbe un trattamento così”.
C’è chi dice che Lino è stato ammazzato dai suoi
stessi compagni comunisti (5 maggio del 1945,
lo ha affermato il comandante del CVL di Como
Oreste Gementi. Professor Turcato, Villa Guardia
di Como, comunicazione personale). Il Frangi era
oltremodo brutale (un pluriomicida efferato) ed
aveva il vizio di parlare troppo. Così il PCI,
novella Giuditta, ha avuto il suo degno Oloferne.
Un’ultima
considerazione: nell’aprile del 1994, alla vigilia
della morte, il capo del fascismo repubblicano
aveva consegnato a Goffredo Coppola (il Rettore
dell’Università di Bologna che è stato fucilato
a Dongo insieme ad altri 14 gerarchi fascisti)
un suo articolo affinché fosse pubblicato su Civiltà
Fascista. In quell’articolo Mussolini faceva
un elogio sperticato del suicidio (M. Trinali.
Un colpo di pistola in casa De Maria. Semerano,
1966). Di una sola cosa sono certo: “L’onesta
sottomissione alla verità”, di cui parla lo
storico francese Marc Bloch, ha sempre fatto difetto
ai comunisti italiani. Da qui la nascita di una
serie di versioni alternative sulla morte del
dittatore. Quella del supposto suicidio e della
fucilazione in limine mortis non è meno
credibile di tante altre.
27.01.09