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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

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Alberto Bertotto

E’ stato il pluriomicida Giuseppe Frangi (Lino) ad uccidere Mussolini?

24.05.09 - Nel mio libro intitolato: “La morte di Mussolini. Una storia da riscrivere” (PDC Editori, Ascoli Piceno, 2008) ho prospettato l’ipotesi che Benito Mussolini, agonizzante perché aveva tentato di suicidarsi infrangendo tra i denti una capsula di cianuro, è stato ucciso da Giuseppe Frangi, nome di battaglia Lino. Costui era uno dei due carcerieri che sorvegliavano il Duce e Claretta Petacci custoditi, la notte del 28 aprile del 1945, in casa dei contadini Giacomo e Lia De Maria abitanti a Bonzanigo, un paese sito nel comune di Tremezzo che dista circa 25 km. da Dongo.

Sul libro ho scritto: <<Lino, dopo il 28 aprile, ha compiuto una serie di delitti che hanno dell’incredibile. Ha detto Michele Moretti (commissario politico della 52° brigata Garibaldi, quella che ha fermato la colonna Mussolini diretta in Valtellina e che, il 27 aprile alle tre del pomeriggio, ha operato l’arresto del Duce a Dongo): “Lino non era più in se. Perché un conto è giustiziare dei criminali di guerra, un conto è seviziarli come si era messo a fare lui (si riferisce ai fascisti reclusi, dopo il 28 aprile, nella caserma dei Carabinieri di Dongo). Per Raffaello Uboldi (un giornalista-scrittore): “Lino era un duro che non fa prigionieri, li sgozza e li butta nel lago”. Ha scritto Mario Baudino: “Un partigiano di nome Lino presenziava agli interrogatori cui venivano sottoposte le detenute, senza dire una parola, ma ogni notte prelevava qualcuno, lo portava fuori e lo ammazzava”. Così si è espresso Florido Borzicchi: “Lino, ricorda uno dei fascisti della colonna Mussolini, il lucchese Mario degli Innocenti, mi apparve all’improvviso nella caserma dei Carabinieri dove mi avevano rinchiuso con la figlia naturale del Duce, Elena Curti. Era notte fonda, alla luce di una candela lesse alcuni nomi, gli appellati lo seguirono piangendo e gridando. Tra di essi c’era anche il federale di Dongo, Buttera. Tutti furono trascinati via ed ammazzati. Anche il Buttera fu trovato in fondo al lago. I venti e più fascisti furono assassinati con un colpo alla nuca e squartati perché il loro corpi non salissero a galla. Lino morì il 5 maggio (1945) a guerra ormai finita. Fu rinvenuto cadavere sul greto del fiume Albano che sfocia nel centro di Dongo. Le circostanze della morte non furono mai chiarite ed il suo caso fu archiviato in fretta. Si disse fosse stato dilaniato dal fortuito scoppio del fucile che portava a tracolla, ma c’è chi mormora che fu ucciso dai suoi compagni per averla fatta grossa. Di certo, a Dongo, e dintorni, quando si pronuncia il nome dell’ex guardiano del Duce a Bonzanigo, nessuno parla volentieri. Basta però accennare al Diavolo rosso, così lo avevano soprannominato, perché tutti facciano un gesto di raccapriccio”>>.

<<A Pietro Carradori, l’attendente di Mussolini prigioniero anche lui a Dongo, Lino si è rivolto affermando: “Con questo mitra ho ucciso il boia e la sua amante. Cinque colpi a lui e tre a lei”. Continua il Carradori commentando: “Il Diavolo rosso aveva il mitra stretto in mano e brandito verso l’alto, sul volto più che un sorriso un ghigno. Lo osservai con curiosità mista a sgomento e fin da quel primo momento non ebbi dubbi: da come aveva pronunciato quelle parole, dal lampo sinistro che aveva nello sguardo, mi resi conto che non mentiva. Forse con lui anche altri avevano sparato, forse non si era nemmeno reso conto da chi e per quali ragioni gli era stato ordinato, o consentito, di sparare. Sta di fatto che l’esecutore materiale del duplice delitto era sicuramente lui, il Diavolo rosso”. Da notare un fatto: il Carradori non sapeva che il Duce, prima di essere fucilato, aveva tentato di suicidarsi>>.

<<Sentiamo ancora cosa ci dice il Borzicchi: “C’è quasi da pensare che a stringere quel mitra che sigillò il ventennio fascista furono altri che Valerio (W. Audisio, ndr) e Moretti (il partigiano Pietro, ndr), forse uno dei due guardiani del Duce a Bonzanigo, Giuseppe Frangi, detto Lino di Villaguardia di Como. Se andò effettivamente così, l’alterazione dei fatti compiuta sarebbe comprensibile. Lino come vendicatore di soprusi recenti, angelo sterminatore della ventennale tragedia non reggeva la parte. Di lì a poco, infatti, si macchierà di tali delitti che avrebbero gettato una luce sinistra sulla nuova alba che si levava. Se fu Lino a sparare su Benito e Claretta, si spiega dunque il mistero che ancora circonda quell’episodio di vita italiana. L’esecutore del Duce, negli anni della guerra civile, non doveva essere un impresentabile”. Nonostante fosse un malvagio, Lino, morto a 34 anni, è stato seppellito davanti a tutta la nomenklatura del PCI. A Giuseppe Frangi, patriota, è stata intestata una strada a Villaguardia, il suo paese natio. Luigi Conti, il sindaco comunista di Dongo eletto dopo la liberazione, ricorda che “la bara del Frangi fu portata in Municipio ed esposta alla folla nella Sala d’Oro. Nessun altro ebbe un trattamento così”>>.

Il Signor Giuseppe Turconi, ormai ultraottantenne, abitante a Villaguardia di Como, il paese natio del Frangi (da giovanissimo lo chiamavano Dillinger per quanto era riottoso), mi ha inviato i seguenti documenti:

Documento 1: “DICHIARAZIONE: Il sottoscritto ARRIGONI Martino di Giovanni ‘Mario Maria’ da Dongo, già intendente della formazione Gramsci della 52° Brigata Garibaldi con sede Monti di Garzeno, dichiara quanto segue: Durante le giornate insurrezionali tutti i partigiani della formazione Gramsci scesero dai monti portandosi a Dongo dove operarono il fermo dell’autocolonna del Duce, Ministri ed ex gerarchi del fascismo repubblicano. Fra i partigiani della suddetta formazione vi era certo FRANGI Giuseppe ‘Lino’ di Villaguardia di Como che portò la sua opera fattiva e redditizia nella cattura dei personaggi di cui sopra. Il Frangi continuò a prestare servizio presso il Distaccamento di Dongo, eseguendo instancabilmente arresti, perquisizioni ecc. su elementi dell’ex partito repubblicano fascista. Il 5 maggio del 1945 verso le ore 1,30, il sottoscritto, in unione al predetto partigiano Frangi, regolarmente comandati in servizio lungo la riva del lago Dongo-Gravedona per la ricerca di persone sospette che tentavano di portarsi sulla riva opposta per sottrarsi alla cattura, mentre eravamo in appostamento nei pressi della località Vigna di Dongo, al Frangi (che aveva il mitra fra le braccia) gli partì inavvertitamente un colpo che lo ferì mortalmente in faccia. Trasportato immediatamente al Comando del Distaccamento, durante il tragitto spirò. Tanto per la verità mi sottoscrivo. Dongo li 1° febbraio 1946. Firmato: Arrigoni Martino. COMITATO DI LIBERAZIONE MANDAMENTALE DI DONGO. Visto: Si accerta che il firmatario della presente è il Sig. ARRIGONI Martino di Giovanni della classe 1905, da Dongo, già Intendente della formazione Gramsci della 52° Brigata Garibaldi il quale prestò servizio durante e dopo i moti insurrezionali presso il Distaccamento di Dongo. Dongo li 2 febbraio 1946. COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE. Il Presidente: Torri Vincenzo”.

Documento 2:Porlezza 10/8/1945. PORLEZZA. (Oggetto): Certificato di morte. Io, Tenente ARNO BOSISIO, ex comandante del presidio di Dongo, dichiaro che: l’ex partigiano FRANGI GIUSEPPE (nome di battaglia Lino) di Giovanni e fu Corti Carolina, nato a Gironico il 7/8/1911, sceso dal Distaccamento il 26/4/1945, partecipò alla cattura dell’ex duce, pure partecipò all’esecuzione dei 16 ministri, in seguito ad un incidente dell’arma propria, decedette. IL COMANDANTE IL PLOTONE. Firmato: TEN. ARNO BOSISIO. Si conferma: C.V.L ZONA LAGO DI COMO. Il Comandante la sottozona di Como: Gementi Oreste, Riccardo. COMANDO DI POLIZIA, 2° PLOTONE. PORLEZZA”.

Il signor G. Turconi, il cui zio era amico del gross bonnet comunista Oreste Gementi, alias Riccardo (comandante della Piazza di Como del CVL), mi ha notificato quanto segue: “Il Gementi, terminate le esequie funebri in onore del Frangi, si è rivolto a mio zio dicendogli: ‘Lino è stato ucciso da mani fratricide’. Ha poi aggiunto: ‘Chi lo ha trovato morto ha detto che aveva un tappo in bocca’”. A buon intenditor poche parole. Sul libro di Urbano Lazzaro, il partigiano Bill, colui che ha affermato di aver arrestato Mussolini a Dongo alle 15 del 27 aprile del 1945 (Dongo. Mezzo secolo di vergogne. Mondadori, 1997), si legge: <<Il Lazzaro sostiene di aver chiesto, ai primi di maggio del 1945, a Lino, Giuseppe Frangi, se era vero quanto riportava l’Unità del 30 aprile (lavulgatadel comunista Walter Audisio, il colonnello Valerio, ndr), ed ebbe dal Lino una eloquente risposta: “L’avevo già letto. Tutte balle! Te lo dirò io quello che è successo veramente a Bonzanigo (il grassetto è mio). Adesso non posso. Rivediamoci. Ti potrai poi far confermare tutto dal capitano Neri (Luigi Canali, ndr) che assieme alla partigiana Gianna (Giuseppina Tuissi, ndr) ti stimano moltissimo”. Ma il Frangi, come noto, pochi giorni dopo fu ritrovato morto sul greto del fiume Albano che sfocia nel centro di Dongo>>.



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