Poche
note su quei ragazzi morti a Kabul
20.09.09 - Mi è stato chiesto se reputo
giusto o meno mantenere un contingente italiano
a Kabul. Non me la sento di schierarmi con chi
vorrebbe ritirarlo da quello scacchiere, ma neanche
sostenere a spada tratta chi sostiene la tesi
avversa.
Capisco le ragioni di chi afferma che, una volta
presi accordi internazionali con gli alleati,
tali accordi bisogna mantenerli, anche se tenere
fede ai patti presi potrebbe costare vite italiane.
Sono dellavviso però che, se bisogna
partire per quel conflitto, perché di una
conflitto ormai si tratta, bisogna partire proprio
tutti.
Tenendo conto del fatto che la missione a Kabul
si sta trasformando in una vera e propria missione
di guerra, e in considerazione del fatto che la
storia ha molto da insegnare, per le spiegare
le mie ragioni, farò un breve excursus
storico, riprendendo il testo di un mio vecchio
articolo .
Nel corso dellultima guerra affrontata dallItalia,
nessuno si sottrasse allora al proprio dovere.
Figli di poveri e di ricchi, gerarchi, operai
e professori universitari, quando fu il momento,
andarono tutti al fronte. Mussolini, non potendo
partire in prima persona diede a quella guerra
il meglio di se stesso, anzi meglio che se stesso.
Aveva tre figli in età darruolamento
e tutti e tre vestirono luniforme. Il 7
agosto 1941, sullaeroporto di Pisa si schiantò
il Quadrimotore Piaggio P108, contraddistinto
dalla M.M. 22003. A bordo vi erano il ten. Domenico
Musti De Gennaro, il maresciallo motorista Angelo
Trezzini, gli avieri motoristi Arturo Bettinelli
e Luigi Turco, laviere elettricista Riccardo
Gottardi, il motorista della Piaggio Severino
Giudrinetti e il ten. Pil. Francesco Vitalino
Sacconi. Oltre a tanta gente del popolo vi era
anche, come primo pilota, Bruno Mussolini che,
in quellincidente perse la vita. La stessa
Edda Mussolini, arruolata come crocerossina, il
14 marzo 1941, rischiò di morire nellaffondamento
della nave ospedale Po nel porto di Valona.
Tra i cognomi importanti al fronte non vi fu solo
quello di Mussolini. Gianni Agnelli, per esempio,
combatté in Tunisia fino alla caduta del
Nord Africa, in un reparto di cavalleria montato
su autoblindo, esponendosi agli stessi pericoli
di tutti i suoi camerati.
Dopo la tumulazione del figlio Benito Mussolini,
rivolgendosi alla folla disse poche e semplici
parole : Signori, vi siamo profondamente
grati per aver reso omaggio ad un soldato italiano.
Era un soldato come tanti, un figlio del popolo,
morto nella difesa della Patria.
Purtroppo, le Forze Armate che lItalia ha
oggi impegnate a Kabul, in Irak, e in decine di
altre parti del mondo, hanno una sostanziale differenza
con le Regie Forze Armate dellepoca: non
vi vedo molti figli di pezzi grossi arruolati.
Non corrono ad arruolarsi i figli di imprenditori
di successo, di politici rampanti o di donne in
carriera e, a vestire le stellette, vedo solo
figli di operai, impiegati e contadini.
Scorrendo i nomi dei paracadutisti morti in quel
posto ai confini della galassia che si chiama
Kabul, si leggono solo i nomi di ragazzi del Sud,
tutti figli di gente molto modesta.
Vi si trovano i nomi del figlio di un allevatore
di pecore, di un operaio dipendente da una ditta
di impianti elettrici, di un operaio di una ditta
di costruzioni e giù di li. Le madri, tutte
casalinghe.
Tra i vari commenti fatti, inevitabilmente ci
sono stati i soliti panciapiena che hanno detto
che si erano arruolati solo per il denaro, per
lo stipendio fisso.
Anche se così fosse stato, non vi sarebbe
stato nulla di male. Ma è più onorevole
dire che, come i cadetti di Guascogna, non avendo
avuto altre possibilità nei bagliori dellalba
della loro giovane vita, avevano scelto la carriera
delle armi per darsi unopportunità
per vivere e servire degnamente.
Non basta la miseria, anche una fame atavica,
per scegliere una carriera nobilissima, ma evidentemente
anche molto rischiosa, come quella delle armi.
Chi sceglie di arruolarsi in truppe dassalto,
sa bene che quellassalto prima poi ci sarà
e non cè nessuno stipendio, per quanto
florido possa essere, tale da ripagare il rischio
delle armi.
Chi sceglie darruolarsi nei paracadutisti
ha indubbiamente una molla interiore in più
che lo spinge a quella scelta. E la molla
dellidentità nazionale, del senso
di Patria e del Servizio. Sono, indubbiamente,
il meglio della nostra gioventù. Quei sei,
in particolare, poi, hanno fatto il loro dovere
fino in fondo, pagandola duramente. Quando ne
perdiamo uno è una grave perdita per tutti
noi italiani e questa volta ne abbiamo persi addirittura
sei.
Non è giusto però che in una guerra
nella quale lItalia è ormai coinvolta
vadano a combattere solo i poveri. Quando le cose
sul confine albanese greco si misero male, Starace
(che era il segretario del partito) e gli altri
gerarchi rimisero luniforme e partirono
per il fronte.
Fino ad oggi, non ho visto nessun parlamentare
della Repubblica deputato, o figlio di parlamentare,
neppure andare a guidare unautoambulanza
militare per una settimana in Irak.
Mussolini, o anche il Caprun
come qualcuno lo avrebbe definito nel dopoguerra,
giocò la guerra del sangue contro loro,
ma il sangue era anche il suo. Invece, questa
partita la vedo giocare solo sul sangue della
povera gente.
Ci hanno raccontato che a Kabul si difendono le
ragioni della civiltà occidentale e quindi
le ragioni della nostra Patria, ma quando si rischia
la vita per la Patria, la dobbiamo rischiare tutti,
anche i figli dei signori.