Acqua,
fra diritto e mercato - Modelli di democrazia
e privatizzazioni
19.11.09
- Il Senato ha approvato, il 4 novembre u.s, il
DL 135/091, in cui, dopo aver rilevato che i servizi
pubblici locali, tra cui lacqua, sono di
rilevanza economica vieta ai Comuni
di detenere quote di maggioranza nella gestione
del servizio.
La
Camera ha approvato questa norma - su cui ieri
18 novembre il Governo aveva posto la fiducia
- inserita nel Decreto Legge salva-infrazioni
comunitarie. Comunque è bene sottolineare
che in questo tipo di liberalizzazioni, volute
dal governo berlusconi, è ingannevole invocare
i diritti comunitari poiché lEuropa,
senza dire nulla sulle aziende pubbliche, afferma
solo che i gestori vanno scelti con procedure,
senza distinzione fra pubblico e privato.
Per
il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà,
quello votato alla Camera "è un
buon provvedimento perchè dà luogo
a una liberalizzazione da tempo auspicata. L'acqua
rimane un bene pubblico ma il servizio viene liberalizzato
e questo non significa necessariamente privatizzato".
Insomma
il Presidente dellAntitrust sostiene il
sofisma che vengono privatizzati gli acquedotti,
ma non lacqua, senza entrare come
suo compito istituzionale - nel merito del regime
di monopolio privato che, in considerazione della
realtà degli attuali operatori del settore,
è facile supporre che si realizzi e quindi
della determinazione dei prezzi in assenza di
concorrenza. Intanto, sull'onda del decreto, a
Piazza Affari, Acque Potabili e Mediterranea Acque
hanno registrato un vero e proprio boom, con un
rialzo del 21,19% e del 14,22%. Le altre utility,
ognuna alle prese con problemi interni, hanno
registrato progressi più contenuti: Acea
(+0,39%), A2A (+0,77%), Enia (+0,39%). Iride ha
ceduto lo 0,30%.
Eppure,
in Europa, nessun altro paese ha vietato ai propri
Enti Pubblici locali di possedere la maggioranza
azionaria delle società che devono erogare
servizi pubblici e questo decreto testimonia la
volontà politica di accelerare le privatizzazioni,
senza alcun confronto di merito con i titolari
dei servizi e, soprattutto, senza neanche provare
a correggere gli errori del passato, in cui le
privatizzazioni e le liberalizzazioni in altri
settori strategici si sono tradotte in tariffe
più alte, peggioramento delle infrastrutture,
perdita dei livelli occupazionali e meno sicurezza
per i cittadini.
In
dati statistici tra il 2002 e il 2008 le tariffe
dellacqua sono aumentate del 30% e il peggioramento
dei servizi (nel decennio 1990-2000) ha registrato
un calo degli investimenti del 70%. A seguito
delle nuove privatizzazioni si prevede un ulteriore
aumento del 30% delle tariffe.
Altri
Paesi, allinterno dellOCSE, traendo
insegnamento dalle esperienze fatte, hanno bloccato,
rinviato o interrotto la politica di privatizzazioni,
oppure lhanno attuata con operazioni sporadiche
e di portata ridotta.
Alesina
e Drazen2, pur riconoscendo che gli effetti redistributivi
delle privatizzazioni spesso comportano un trasferimento
di ricchezza dagli insider, ovvero i dipendenti
delle imprese pubbliche (colpiti da profonde ristrutturazioni
industriali e taglio di esuberi) agli outsider,
gli azionisti (a cui vanno i conseguenti guadagni
di efficienza) tuttavia, rilevano che altri paesi
hanno attuato privatizzazioni compiute, redditizie
e vantaggiose allinterno di più vaste
riforme strutturali. Di conseguenza ritengono
che la diversità negli esiti della politica
di liberalizzazione vada ricercata nelle diversità
dei modelli di democrazia, anche se generalmente
gli amministratori pubblici, di destra e di sinistra,
sono favorevoli alle privatizzazioni per le ricadute
positive sulle finanze pubbliche. Tuttavia le
privatizzazioni notano Alesina e Drazen
- riescono meglio dove le istituzioni politiche
si conformano al modello maggioritario e quindi
attribuiscono minor potere alle minoranze. In
questo contesto la frequenza delle privatizzazioni
è più alta e più alti sono
i proventi realizzati. Ciò significa che
un sistema maggioritario asseconda lazione
di governo escludendo ampie minoranze dal processo
decisionale; al contrario, un sistema consensuale
favorisce la partecipazione e il pluralismo riducendo
le tensioni politiche e sociali ma tende a produrre
unimpasse decisionale.
Ma
al di la dei processi decisionali, quella delle
forniture idriche, a livello macro-economico,
si inserisce in un più ampio processo globale
di trasformazione neoliberista che vede gli Stati
ridurre la loro azione e non solo nella gestione
dei servizi.
Uno
studio condotto da Icij (International Consortium
of Investigative Journalists) sostiene che,
nei prossimi quindici anni, in Europa e Nord America
il 65-75% degli acquedotti pubblici sarà
controllato dalle Tre sorelle dellacqua.
Tra queste, le prime per dimensione e capitalizzazione,
sono le francesi Veolia (gruppo Vivendi) e Suez,
cresciute a dismisura in parallelo allaffermarsi
delle teorie neoliberiste della scuola di Chicago,
abbracciate da WTO e Banca Mondiale, che
per quanto in loro potere hanno spinto
gli stati ad abbandonare la gestione dei pubblici
servizi, senza alcun dibattito politico.
Suez-Ondeo
(ex Lyonnaise Des Eaux) ha un fatturato netto
di 2.1 miliardi di dollari ed è presente
in 130 paesi (USA, Europa, Asia e America Latina)
con 120 milioni di clienti, di cui 70 milioni
nel settore acqua; Veolia, nata nel 2003 da Vivendi
(ex General Des Eaux) ha 110 milioni di clienti
e, con un fatturato di oltre 2,5 miliardi di dollari,
si attesta quale prima compagnia del settore acqua.
Questi
due colossi gestiscono oltre il 40% del mercato
mondiale. Tuttavia la constatazione che, a livello
globale, gran parte dei servizi di distribuzione
e depurazione dellacqua sono gestiti ancora
da poteri pubblici, alimenta le loro prospettive
di acquisizione di ulteriori e più ampie
quote di mercato.
Negli
ultimi quindici anni i due giganti francesi e
le loro molteplici filiali sono riusciti a penetrare
in molti paesi dellAmerica Latina, il cui
forte indebitamento li ha costretti a chiedere
sovvenzioni al Fondo Monetario Internazionale
il quale subordina i prestiti alla privatizzazione
dei servizi collettivi. In tal modo le multinazionali3
hanno avuto accesso a questi mercati in una posizione
di sostanziale monopolio, il cui effetto è
stato un aumento generalizzato delle tariffe,
senza il promesso miglioramento del servizio per
cui, in alcuni casi, il malcontento vivissimo
della popolazione ha costretto i due colossi ad
annullare gli accordi e a ritirarsi, per poi chiedere
indennizzi alle istituzioni internazionali. E
il caso di Tucuman, in Argentina e di La Paz e
di El Alto in Bolivia, per arrivare, più
di recente, anche in Italia con laffare
Acqua Latina.
Le
liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia vengono
attuate secondo un preciso progetto, che possiamo
chiamare Operazione Britannia4,
la cui prima fase si occupò della svendita5
dell'Iri, di Telecom Italia, Eni, Enel, Comit,
Imi, Ina, Credito italiano, Autostrade, lindustria
siderurgica ed alimentare pubblica; la seconda
fase in corso di attuazione punta
invece al settore della previdenza, della sanità,
dei trasporti (ferrovie, trasporto pubblico di
linea, trasporto navale, taxi), a quello delle
utilities (aziende municipalizzate nei settori
acqua, elettricità, gas) e ad altre funzioni
di rilievo pubblico.
Ecco
perchè in Italia oggi, nonostante le ultradecennali
esperienze negative di privatizzazione, si predispone
il meccanismo che consegna un bene pubblico ai
profitti dei privati con la scusa che gli enti
pubblici non hanno risorse per rimodernare gli
acquedotti.
E
questa sarebbe una ragione valida da opporre agli
elettori?
Certamente!
Soprattutto perché si nasconde alla loro
memoria che le società municipalizzate,
con la complicità degli amministratori
comunali, hanno lasciato marcire i sistemi di
distribuzione senza manutenzione e innovazione
con notevoli disservizi, per cui oltre il 50%
dellacqua va attualmente perduta per dispersione
della rete; che hanno permesso alla mafia, in
zone dove è proprietaria di pozzi privati,
di sabotare e deviare il flusso dellacqua
pubblica per costringere la gente a rifornirsi
a pagamento dalle cisterne private dei mafiosi;
che hanno attuato una politica di abbandono del
Sud senza aver fatto niente per modificare quelle
realtà dove lacqua arriva un giorno
a settimana, da anni.
Questo
complesso di colpe viene messo a profitto dagli
attuali governanti per convincere i cittadini
del fatto che il ricorso allefficienza dei
privati è indispensabile, nascondendo oltre
alle inefficienze degli amministratori pubblici
anche il fatto che saranno sempre loro a pagare,
in questo caso con aumenti altissimi delle bollette.
E
laffare non è da poco.
Una
manna dice La Stampa del 16 novembre -
per le lobby delloro blu che contano
nelle loro fila ex municipalizzate come lutility
romana Acea, la ligure-piemontese Iride e lemiliana
Hera fino a multinazionali come Veolia e Suez.
Un mondo che solo in Italia conta 252 imprese
idriche per un fatturato totale che supera i 2,5
miliardi di euro. Inoltre lItalia è
prima in Europa per consumo dacqua, e terza
nel mondo6, con 1.200 metri cubi di consumo annuo
pro capite. Forse questa è la ragione dellaccelerazione
imposta dal Governo Berlusconi, che già
nella legge finanziaria del 2002 (D.L. 28 dicembre
2001 n. 448) aveva disposto che lerogazione
del servizi (art. 35) dovesse avvenire in regime
di concorrenza, conferendo la titolarità
del servizio a società di capitale. In
tal modo7 - cioè indicando solamente le
società di capitali - escludeva tutte le
aziende pubbliche o comunque le società
derivanti dalla trasformazione delle ex-municipalizzate.
Eppure, in Italia le grandi aziende nate dalla
privatizzazione del sistema pubblico sono, in
buona parte, società a partecipazione pubblica.
Le più grandi, Acea e Iride,
sono quotate sulla borsa di Milano nel settore
blue chip, che comprende i titoli a più
alta capitalizzazione, e controllano per mezzo
di pacchetti azionari una miriade di aziende più
piccole8. E evidente che il nostro sistema
pubblico è stato trasformato in un sistema
misto nel quale la componente finanziaria è
molto accentuata. Ne è derivato che lAmbito
Territoriale Ottimale (ATO) - pensato dalla Legge
Galli per razionalizzare lerogazione dei
servizi idrici - nel momento in cui lacqua
diventa un bene oggetto delle dinamiche finanziarie,
- si è trasformato in una nicchia impenetrabile
alla concorrenza. Infatti le aziende, per ritagliarsi
una fetta di mercato, si sono accorpate con lo
scopo di ottenere il controllo di più ATO
possibili, allinterno dei quali operare
in regime di sostanziale monopolio9.
Ebbene,
se è utopia credere che le aziende, soprattutto
quelle quotate in borsa, prima di aumentare i
profitti riducano le tariffe, è addirittura
insensato credere che ciò possa avvenire
senza una reale concorrenza.
Realisticamente,
il passaggio da pubblico a privato implica che
lerogazione del servizio è subordinata
alla condizione di soddisfare i requisiti richiesti
dal mercato, almeno in modo da creare capitali
da reinvestire sotto forma di miglioramento strutturale.
Se in un regime pubblicistico, per sua definizione
senza scopo di lucro, il costo di un bene rappresenta
il costo sostenuto per la sua produzione, in un
regime privatistico esso necessariamente incorpora
la nuova variabile del profitto.
Questa
è una delle ragioni per cui la riduzione
delle tariffe è rimasta e rimane la grande
chimera della privatizzazione.
Lacqua,
in un regime oligopolistico di mercato, diviene
di fatto un bene sensibile a forme di speculazione
e, poiché è un bene vitale, pone
una più vasta questione etica: entro quale
limite è possibile subordinare la distribuzione
dellacqua e, più in generale, i servizi
di quello che era considerato una volta lo Stato
sociale, alle dinamiche finanziarie? E quanto
è lecito lucrare dalla fornitura di beni
indispensabili?
Siccome
la questione etica scuote, ogni tanto, anche la
politica, o meglio quei politici più sensibili,
fu lapprovato un emendamento che prevedeva
lo stop a nuovi affidamenti di gestione della
rete idrica e disponeva la titolarità delle
concessioni di derivazione delle acque pubbliche
ad enti pubblici. Perciò sarebbe dovuto
rimanere tutto fermo fino alla nuova legge quadro,
invece il Parlamento ha deciso che, a partire
dal 2011, per il bene comune fosse appropriato
consegnare lacqua agli interessi delle grandi
multinazionali e farne un nuovo business
per i privati e per le Banche.
La
questione etica per i nostri liberisti rimane
quindi una questione di dettaglio, comunque subalterna
al profitto.
Giovanni
Paletta