Vorrei sentirmi italiano
01.12.2010 -
Niente consigli. Sempre inutili, spesso dannosi. Non ne do; non sono adatto
a salire su uno sgabello come ad Hyde Park sproloquiando su tutto e tutti.
Non sono né saggio né matto, solo vecchio.
Per fortuna.
Più di Silvio Berlusconi, mi ha sempre fatto paura il berlusconismo e tutto
ciò che di negativo, devastante per le coscienze, degradante per la comunità
nazionale, mistificatorio della realtà e della verità, si è sempre
accompagnato alla "ideologia" berlusconista. Ideologia "fai da te" che ha
sostituito quelle tramontate del Novecento velocemente buttate nella
pattumiera della storia da chi le aveva professate e avrebbe avuto anche il
dovere di difendere quello che contenevano di positivo. Quel che rimaneva
della nobiltà della politica ridotto a permanente cabaret.
Io, comunque, aspetto la caduta. Finalmente. Sapendo benissimo che non sarà
sufficiente.
Il berlusconismo rischia di sopravvivere alla morte (politica) del
protagonista. Berlusconi non ha inventato nulla. Ha raccolto, canalizzato,
interpretato l'arcitaliano negativo che c'è in tutti noi. Da sempre.
Ma l'uscita di scena è condizione indispensabile. Mi va bene tutto:
soluzioni politiche frutto di contaminazioni culturali e intellettuali che
diventano indispensabili e vitali per una difficilissima rinascita di quella
che ancora mi ostino a chiamare patria. Oltre gli steccati, oltre le comode
e pigre rendite di posizione garantite a tutti per tanti, troppi anni. La
caricatura del bipolarismo, le guerre preventive contro il "nemico", il
feltrismo diventato categoria culturale, la parodia del mussolinismo senza
Mussolini e dell'antifascismo senza fascismo.
Continuano a riesumare il Novecento e ce lo rovesciano addosso con tutto il
ciarpame da rigattiere che hanno trovato nei bauli polverosi. È per questo
che bisogna essere agili e leggeri, curiosi e attenti, soprattutto
determinati e con la mente sgombra. Niente consigli perciò; ma, visto che
sono televisivamente di moda, un elenco; assolutamente personale, essenziale
e, almeno per me, non negoziabile. Eccolo.
Vorrei un'Italia. Qualsiasi ma tutta intera.
Vorrei dignità per me e per la collettività.
Vorrei un ruolo per l'Italia, legato alla sua storia, alla sua cultura, alla
sua tradizione e non alle arlecchinate dei suoi governanti.
Vorrei un Primo Ministro che dicesse agli italiani: "Siamo in grave
difficoltà", dobbiamo fare sacrifici; cominciamo dai ricchi, dagli affaristi
e dagli speculatori, poi tutti gli altri.
Vorrei vedere degli operai nel Consiglio d'amministrazione della Fiat.
Vorrei che corrotti, corruttori, evasori fiscali, collusi con le mafie
fossero costretti ad andare in giro con grandi orecchie d'asino di carta;
come si faceva una volta a scuola.
Non vorrei uno Stato etico, ma uno Stato colmo di etica. Vorrei uno Stato.
Vorrei una sessualità vissuta come libertà e non esibita come moda.
Vorrei che agli spettatori del Grande Fratello fosse imposta la lettura
della Divina Commedia, o, almeno di Pinocchio.
Vorrei non una memoria condivisa, ma tante memorie comprese.
Vorrei che, dopo, nessuno venisse più a spiegarci che gli imprenditori sono
bravi in politica.
Vorrei la verità, anche se scomoda, sulla strategia della tensione.
Vorrei essere anche fiero di una chiesa che non esibisse lussuose pomposità.
Vorrei una scuola pubblica.
Vorrei che si producesse per consumare e non viceversa.
Vorrei un'Italia austera e consapevole, non fintamente ricca, becera e
infelice come questa.
Vorrei dei politici ignoranti ma rispettosi del buongusto e della cultura.
Vorrei che invece di destra e sinistra, qualcuno provasse a dire "sinestra".
Vorrei mille Rosy Bindi in politica e nessuna "vajassa".
Vorrei non sentire la parola gossip.
Vorrei partiti senza finanziamento pubblico, senza leader carismatici,
colonnelli, sergenti o caporali.
Vorrei sentirmi italiano.
Da http://www.vivamafarka.com/forum/index.php?topic=95533.0
Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse
(una lettera al Secolo d'Italia pubblicata il 30/11/2010)