CRONACA
"L'ultimo
quotidiano? Uscirà nel 2043"
La profezia dell' "Economist":
in via di estinzione l'informazione su carta stampata.
Il "Financial Times": a ucciderci non sarà
Internet
MILANO,
25.08.06 - - "Who killed the newspaper?". "Chi
ha ucciso il giornale?". Il punto interrogativo è
lì, bello chiaro, fin dal titolo. Ma è come
se non ci fosse. Per l' Economist, l'informazione su carta
stampata è ormai in via di estinzione in (quasi) tutto
il mondo. Destino certo. Solo questione di tempo. Tanto che
al problema il settimanale britannico riserva un buon numero
delle sue pagine di questo numero, dalla copertina al primo
dei commenti fino al dossier d'apertura della sezione economica.
E il suo ricordo va subito agli anni '70, quando due oscuri
cronisti del Washington Post riuscirono con i loro reportages
a far esplodere il Watergate e mandare sotto impeachment il
presidente Richard Nixon. Bei tempi, appunto, quando "i
giornali dettavano l'agenda per tutti gli altri media".
Oggi,
invece - commenta amaro l'Economist - "il business di
vendere parole ai lettori, e vendere questi lettori agli inserzionisti
pubblicitari, sta crollando". Persino uno come Rupert
Murdoch, l'editore globale che fino a pochi anni fa definiva
la carta stampata "un fiume d'oro", adesso ammette
che "il fiume si sta prosciugando". E c'è
anche chi ha già preparato la lapide con una data precisa.
Come Philip Meyer, autore di "The vanishing newspaper
" (ci risiamo con il giornale che "svanisce"),
secondo il quale in America "il primo trimestre del 2043
sarà il momento in cui l'ultimo, esausto lettore getterà
via l'ultimo, raggrinzito quotidiano". Una tesi quantomeno
azzardata, replicano molti addetti ai lavori.
Peter Kahn, giornalista da Pulitzer ed ex numero uno del gruppo
Dow Jones (quello del Wall Street Journal), è da sempre
convinto che il giornalismo stampato continuerà a navigare
a lungo, purché sia consapevole di "rivolgersi
a un'élite di pubblico intelligente", che pretende
"informazioni e analisi di alta qualità".
E purché "non si metta a inseguire tv e internet,
trasformando le news in intrattenimento spettacolare".
Ottimista sembra anche Rachel Smolkin, direttrice della American
Journalism Review, che nel suo saggio " Adapt or die
" vede i giornali ancora in grado di "imporre il
proprio marchio" e di porsi come "motore centrale
da cui espandere l'attività d'informazione verso altre
piattaforme, internet o pubblicazioni specializzate".
Nessuno, comunque, nega il declino. "Negli ultimi 10
anni la diffusione dei giornali è in forte calo in
Usa come nell'Europa occidentale, in Australia come in Nuova
Zelanda e in America latina", elenca l'Economist. In
Svizzera e Olanda i quotidiani hanno già perso oltre
il 50% della pubblicità. E negli Stati Uniti, secondo
la Newspaper Association of America, dal 1990 al 2004 il numero
di persone occupate nell'industria del settore è diminuito
del 18%. Sempre negli Usa, all'alba del 2005, un gruppo di
azionisti ha costretto la Knight Ridder (proprietaria di un'autentica
galassia di quotidiani) a vendere tutto al miglior offerente,
mettendo la parola fine a 114 anni di storia editoriale.
Insomma: lo stato di grave malattia è accertato. Così
come è ormai individuato il potenziale killer: non
la tv, ma internet. Meglio: l'informazione via web. A rafforzare
la tendenza, come spiega l'Economist, sono stati (e sono)
gli stessi editori di carta stampata, con un'inesauribile
raffica di errori. Esempio: il settimanale britannico la pensa
come Kahn e accusa "molti editori" di "aver
ignorato per anni le ragioni del declino dei giornali, concentrandosi
solo sul taglio dei costi e riducendo le spese per i contenuti
"giornalistici", e adesso cercano di attrarre nuovi
lettori puntando sull'entertainment, sull'informazione per
il tempo libero e altri generi che si supponga interessino
alla gente più che gli affari internazionali o la politica".
Cosa resterà alla fine? "Pubblicazioni come il
New York Times o il Wall Street Journal saranno in grado,
per l'alta qualità dell'informazione che offrono, di
alzare il proprio prezzo di vendita e compensare così
il calo degli introiti pubblicitari persi a causa di internet",
pronostica l' Economist. Si salveranno, probabilmente, anche
i giornali locali. Per tutti gli altri, invece, sarà
dura. Una tesi che, pur con meno pessimismo, anche il Financial
Times sembra appoggiare. Proprio ieri, in un commento intitolato
"OldTube, NewTube" (gioco di parole fra le "condutture"
per diffondere contenuti e il sito web YouTube) il quotidiano
britannico ha sottolineato che "internet non sarà
la fine dei media old-style". Ma, alla fine del ragionamento,
arriva alle stesse conclusioni: che i giornali devono sviluppare
la "qualità" di quello che offrono. E butta
lì un paragone fra parole e cinema: "Il web non
ha certo cambiato l'economia di Hollywood - osserva il giornale
-. Per realizzare il Titanic serve gente che lo sappia fare
e abbia 200 milioni di dollari di budget, non bastano i clip
amatoriali diffusi via blog".
Giancarlo Radice - Il Corrire della sera