TRADIZIONI
Novembre
e la Festa dei Morti
di Nicola Lupo
Essendo
in novembre, si potrebbe incominciare, dalle tradizioni popolari
sui morti, perché il loro culto era molto sentito e condizionava
tutta la vita delle famiglie. Infatti a cominciare dal lutto,
esso incombeva, specialmente nella vita delle donne, le quali
dovevano rispettare certe regole fisse che stabilivano i tempi
e i modi del lutto stesso, a seconda che si trattasse dei genitori
del marito o propri, dei figli o dei cognati, degli zii o dei
compari ecc..
Cerano tanti gradi di lutto a seconda della parentela,
delletà e della circostanza in cui era avvenuto
il decesso: il lutto stretto era quello che durava più
a lungo e con manifestazioni più evidenti: infatti in
quei casi gli uomini dovevano indossare il vestito nero,la camicia
bianca con bottoni neri, e la immancabile cravatta nera e non
dovevano sbarbarsi per parecchi giorni (forse una o due settimane).
Chi risentiva di più del lutto da mostrare erano le donne,
le quali dovevano vestire di nero dentro e fuori casa per parecchio
tempo, tanto che spesso succedeva che le morti si accavallassero
e quindi esse non smettevano di portare il lutto e per adeguare
i vestiti dovevano ricorrere alla tintoria che, allora, avveniva
in casa: si comprava, da Caponnetto o da altri il tubetto che
conteneva il nero, si mettevano i vestiti a mollo nel lavizzu,
(grande recipiente di rame a bocca larghissima, più del
fondo), e lì avveniva la tinteggiatura che, ripetuta
nel tempo diverse volte, riduceva le vesti lise e di un colore
indefinibile.
Un capo di abbigliamento caratteristico delle donne era u
fazzirittuni un grandissimo fazzoletto che,
piegato in due a triangolo, si appoggiava o sulle spalle o sulla
testa in modo da coprire tutto il corpo fino alle ginocchia;
la stoffa di questo indumento era il cotone, spesso setificato,
di colore nero; anch esso, quando era stinto, si tingeva
come detto sopra, fino a quando non diventava un indistinto
color melanzana.
Durante la veglia funebre (detta u visritu) si piangeva
a voce alta anche con grida di strazio, e cominciava la persona
più colpita, per esempio la moglie in caso della morte
del marito giovane, la quale ne elogiava i meriti e rimpiangeva
la virtù, specie in funzione del mantenimento e delleducazione
dei figli, seguita da parenti, amiche e vicine, che ricordavano,
per chi aveva studiato, le prefiche delle civiltà
precedenti.
Dette usanze antiche venivano ricordate anche dal pranzo che
seguiva il funerale: esso era preparato da parenti più
lontani o da amici per la famiglia, ma vi partecipavano anche
coloro che avevano pianto di più assieme ai familiari
del/la defunto/a, che lo gustavano di più in quanto il
loro dolere non era sentito al punto da togliere lappetito.
Passando al ricordo dei parenti defunti esso era strettamente
legato a loro; perciò ai figli si parlava spesso di loro,
sia che li avessero conosciuti, sia che fossero morti prima;
e, quindi, anche i regali si facevano come mandati dalla nonna
o dal nonno morto, e in genere, venivano effettuati facendoli
trovare, dentro le scarpe, il 2 novembre, commemorativo dei
defunti, o quando ricorreva la data della loro scomparsa. Il
2 novembre sostituiva, infatti, sia Babbo Natale che la Befana
e non si conosceva la nuova festa tutta americana Halloween,
regalo della globalizzazione.
I doni che si facevano trovare ai bambini in occasione della
memoria dei defunti erano specialmente i dolciumi e a Bronte
i preferiti erano i crozzi i mottu, dolcetti
durissimi che riproducevano in miniatura teschi e ossa lunghe,
che dovevamo ricordare i parenti defunti, ma che i ragazzi mangiavano
o per desiderio di dolce, o ricusavano perché mettevano
a repentaglio i loro giovani denti. Il negozio specializzato
nella vendita dei suddetti dolci speciali per quella ricorrenza,
era la drogheria di don Angelo Caponnetto, che era situata in
Corso Umberto I, angolo via Pietro Calanna, cioè vicino
alla Chiesa di S. Giovanni e quasi davanti a quella del Rosario.
Il negozio Caponnetto era quasi un bazar, perché vendeva
un po di tutto e il suo proprietario era un personaggio
caratteristico per la sua simpatia e laria soddisfatta
che aveva acquisito con il raggiunto benessere: infatti col
suo negozio aveva sistemato i suoi sei figli, tre maschi e tre
femmine: la più grande laveva sposata a Maruzzella,
negoziante di tessuti, le altre due gestivano la casa e il magazzino;
i tre maschi andarono via da Bronte e approdarono a Roma dove
i primi due ebbero rinomati negozi di abbigliamento in zone
prestigiose, come il viale Regina Margherita, mentre il più
piccolo, Vittorio , mio compagno di scuola anche dai Salesiani
di Pedara, diventò maestro elementare e insegnò
anche a Roma dove visse e morì.
Il gentile amico Nino Liuzzo di Bronte Insieme, fidando in quella
che egli definisce la sua (mia) incredibile memoria storica
ed il suo (mio) stile scorrevole e piacevole", mi chiede
di scrivere qualcosa sulle tradizioni popolari di Bronte ed
io, per non deludere la Sua fiducia, pur non essendo un esperto
della materia, ma ricordando le mie vecchie letture del Pitrè
(2), ho promesso di pensarci e di fare un piano di lavoro. La
mia prima riflessione si è appuntata su come intitolare
la rubrica, che potrebbe svolgersi a puntate, è si è
soffermata su quella che compare in alto, introdotta da un noto
incipit che alludeva ai ricordi dei nonni o alle favole, e spero
che sia di vostro gradimento.
Una seconda riflessione mi ha ricordato che più di un
accenno io lho già fatto sul mio libretto di ricordi,
di personaggi e storiette brontesi intitolato Fantasmi (3) che,
a mano a mano ricorderò in una nuova elaborazione adatta
al nostro argomento.
La visita ai defunti nella prima settimana di novembre allora
era un mesto pellegrinaggio, mentre adesso, mi dicono, sia diventato
un grande ingorgo di automobili, e ai tradizionali fiori freschi,
si sono aggiunte le opere di bene fatte tramite le pie Dame
di S. Vincenzo con il cosiddetto fiore che non marcisce:
cartellino bordato a lutto, a riprova dellofferta, che
si depone o appende sulla tomba del caro estinto con una frase
di ricordo e lindicazione del parente offerente.
Una volta si andava al cimitero il 2 novembre non solo per visitare
i propri parenti defunti, ma anche per vedere le
cappelle e le tombe più caratteristiche.
Noi andavamo a visitare la tomba di Maria Brunetti, una giovanissima
maestra randazzese che era ospite dei nostri genitori e morì
in casa loro vittima della famigerata spagnola, linfluenza
che fece molte vittime nel 1916.
Ma curiosavamo fra le altre tombe a caccia di epitaffi curiosi:
un noto delinquente ricordato come una persona perbene; un vecchio
rimpianto dai genitori, ed altre amenità che suscitavano
il riso anche in quel luogo di serena tristezza.
Allora cerano le cripte nelle chiese, dove venivano sepolti
i preti, consuetudine che fu interrotta dalla legge napoleonica
che istituì i cimiteri e che ispirò i Sepolcri
di Ugo Foscolo.
Celebre e visitata quella della Matrice, dove in un coro come
quello che cera dietro laltare maggiore, erano sistemati
gli scheletri dei preti, vestiti dei paramenti sacri e con un
cartiglio appuntato ad una manica, con tutti i dati di riconoscimento.
In noi ragazzi aveva fatto impressione un nome: Cicirello; e
quindi il 2 novembre era un susseguirsi di appuntamenti: oggi
andiamo a vedere padre Cicirello! ed era come volere esorcizzare
la paura che incuteva quel lugubre sotterraneo con quella schiera
di scheletri che ci terrorizzavano, ma su cui cercavamo di scherzare.
NOTE
(1)
La tradizione è per definizione la trasmissione orale
attraverso le generazioni di elementi culturali (idee, valori,
costumi ecc.) e laggettivo popolare specifica la classe
sociale in cui essa si è realizzata e diffusa.
(2)
Pitrè, Giuseppe nato a Palermo il 21 dicembre 1841, morto
ivi il 1° aprile 1916, è stato, in Italia, il fondatore
di una disciplina, la storia delle tradizioni popolari, la quale
in Europa acquistò una piena consapevolezza critica dopo
il Romanticismo. Figlio di pescatori esercitò durante
tutta la sua vita la professione di medico. Il che gli diede
la possibilità di cominciare a raccogliere le tradizioni
del suo popolo: indagine questa che poi, con una prodigiosa
organizzazione, estese a tutta la Sicilia. Fin da quando era
studente in medicina ebbe interessi letterari. Lo studio delle
tradizioni popolari ebbe, però, il sopravvento su quegli
interessi. E il suo merito non è stato soltanto quello
di raccogliere le tradizioni orali e oggettive del suo popolo,
ma di averle inquadrate nella storia degli studi che, allora,
dominavano la cultura europea. La sua Biblioteca delle tradizioni
popolari siciliane (1871- 1913), la quale comprende venticinque
grossi volumi, è un corpus di documenti che incidono
sulla storia civile del suo paese, di cui rivelano gli atteggiamenti
poetici. Di notevole rilievo sono le ampie monografie che precedono
alcuni volumi della Biblioteca (ad es. i Canti, le Novelle,
i Proverbi, gli Indovinelli, i Giuochi fanciulleschi), che si
possono considerare come tanti capitoli di un trattato, dove,
per la prima volta, sono determinati la natura e i confini della
scienza del folclore. Come raccoglitore il Pitrè si può
mettere alla pari del Grimm, di un Afanasiew, di un Sébillot:
ma egli è lo studioso che volge lo sguardo dalle tradizioni
della sua isola a quelle dellItalia e dellEuropa;
il critico di teorie riguardanti una disciplina che, in Italia,
aveva sì illustri cultori, ma alla quale era mancata
una mente organizzativa, capace di valutarla in tutti i suoi
aspetti, o meglio nel suo aspetto unitario. E questa è
la ragione per cui la sua opera non è limitata ai luoghi
cui è dedicata, ma incide sul generale orientamento degli
studi folcloristici europei. Per la diffusione e laffermazione
della sua disciplina il Pitrè diresse, col Di Giovanni,
una Collezione di curiosità popolari italiane che comprende
venti volumi. Inoltre collattiva e fattiva collaborazione
di Salvatore Salomone-Marino (un altro medico folclorista),
diresse lArchivio per lo studio delle tradizioni popolari,
al quale collaborarono i più insigni studiosi stranieri
e italiani, dal Muller al Croce, dal Puymagre al Di Giacomo.
Nel 1894 pubblicò limponente Bibliografia delle
tradizioni popolari italiane. Né qui si ferma la sua
attività, ché egli organizzò a Palermo
e diresse il Museo Etnografico Siciliano (oggi riordinato nel
Parco della Favorita). Dal 1912 ebbe sempre a Palermo lincarico
universitario della sua disciplina. Nel 1914 fu nominato senatore.
Fu anche presidente dellAccademia di Scienze, Lettere
ed Arti di Palermo e della Società Siciliana di Storia
Patria. G. Coc. (dal Dizionario degli Autori, pag. 172)