Vi
spiego perché amo l'America ma non mi piace il mio Paese
La fine del giornalismo. L'Iraq. Il nuovo maccartismo.
Mentre il suo ultimo film sbarca a Venezia. George Clooney parla
di sé. Del suo impegno. E di quando decise di stabilirsi
in Italia. Per via di un muratore e di un mazzo di fiori
Nella
palazzina numero 15 dei Warner Bros. Studios, George Clooney,
maglietta celeste, jeans e una scrivania invasa da carte, libri
e Dvd, sorride. L'attore - regista - sceneggiatore - produttore
sta lavorando senza tregua al montaggio e missaggio finali di
Good Night and Good Luck, film in bianco e nero in concorso
alla prossima Mostra del cinema di Venezia, che ripercorre,
sullo sfondo degli anni 1953-'54, le pagine di vita e di lavoro
più significative di Edward R. Murrow, icona e pioniere
del giornalismo televisivo Usa; uomo idealista e integerrimo,
che non esitò a dare battaglia al senatore Joseph McCarthy
e a ogni sua violazione dei diritti civili e costituzionali
nei programmi che Murrow conduceva per la Cbs, e che, ecco spiegata
la ragione del titolo, egli concludeva sempre con il saluto
"good night and good luck". "Un film", spiega
Clooney, "che si propone come una sorta di libello per
analizzare, attraverso le scelte dell'anchor man, la sottile
linea che separa l' inchiesta dalla persecuzione".
A interpretare Murrow, con un rassomiglianza impressionante
all'originale, è l' allampanato ed elegante David Strathairn
(che in L.A. Confidential vestiva i panni del produttore che
gestiva le squillo sosia delle dive); George Clooney impersona
invece il produttore del network Fred Friendly, mentre Robert
Downey jr. è Joe Wershba, collega e migliore amico di
Murrow.
Nessun attore dà invece il volto al senatore McCarthy
- "l' uomo", dice Clooney, "che più di
tutti e prima di altri, ha sfruttato la paura degli americani
senza alcun senso della giustizia e della decenza" - che
appare soltanto, come anche il presidente Eisenhower, in filmati
di repertorio, inseriti nel film con tecniche sofisticate. "Nella
sua essenza il maccartismo è la lotta contro un nemico
immaginario", spiega Clooney. "Murrow ricordò
all'America che era necessario difendere i diritti civili fondamentali
senza i quali non c'è democrazia. Oggi, in tempi di persuasori
occulti e di comunicazioni "manipolate", sul filo
del rasoio di un nuovo e non ancora esplicito maccartismo non
è certo inopportuno ribadirlo. Anzi. È proprio
in questi momenti che il giornalismo deve rilanciare tutto il
suo potenziale e immenso potere, perché il maccartismo,
quella "paura rossa" che ora non ha più ragione
di esistere ed è stata sostituita da altre, non è
mai neutrale, e implicitamente, o esplicitamente, assume sempre
i contorni di un attacco governativo alle minoranze politiche".
"Mi manca tanto zia Rosemary". Nella saletta di proiezione
il film scorre sullo schermo. E la voce della cantante Dianne
Reeves, alla quale Clooney ha assegnato un piccolo ruolo, fa
da sottofondo blues e jazz sia ai momenti di solitudine di Murrow,
avvolto dal fumo dell'inseparabile sigaretta (morì di
tumore nel 1965, a 57 anni) sia nelle accesissime riunioni di
redazione.
"Amo
molto lo stile di Dianne Reeves", confessa Clooney, "così
come la musica in generale: Frank Sinatra in primis, ma anche
Eminem. Purtroppo la canzone melodica vive un momento di crisi;
mi manca la voce di mia zia Rosemary Clooney, e mi manca l'
impegno sociale che affidava alla musica di protesta messaggi
politici e morali.
La ragione della sua fine?
A parte poche eccezioni, Bruce Springsteen e Bon Jovi, la musica,
come l' editoria, la televisione, il cinema, è in mano
alle grandi corporation. Il cui obiettivo principale è
e rimane il profitto. Anche per questo ho deciso di produrre
io il cd della colonna sonora del film".
Eppure, non è solo la musica a essere cambiata, ad essersi
trasformata in puro intrattenimento. Può sembrare anacronistico,
ma anche l' informazione, l' intero mondo dell' informazione,
è stato oggetto di una profonda trasformazione. E non
certo in meglio, come bene ci si rende conto proprio dalle immagini
del film. "Basta prendere la stampa americana", spiega
Clooney, "che, così conservatrice in patria, diventa
più aperta negli stessi articoli delle edizioni internazionali.
O guardare una tv come l' Abc, che relega la notizia di sedici
militari Usa uccisi in Iraq dopo una lunga e allegra intervista
a una Jessica Simpson in pantaloncini corti, o la "nasconde"
dopo mezz 'ora di notizie su una adolescente sparita. Come dire
che una ragazzina scomparsa merita più attenzione di
sedici giovani morti in una endemica Terza guerra mondiale!
E poi, oggi in tv non si fanno più domande scomode: Murrow
le faceva ogni giorno, in ogni suo programma e trascinava con
sé la sua equipe. Ma quel modo di fare informazione si
è perso definitivamente, perciò il film è
un tributo a mio padre, che ha sempre fatto e ancora fa l'anchor
man televisivo e il giornalista-scrittore in maniera ben diversa.
Per lui, per me, per tanti americani, Murrow è e resterà
sempre un eroe, che fu anche capace di cambiare l'America. Non
a caso il mio approccio al copione, alla preparazione delle
scene e infine al girato è stato sempre quello di un
giornalista. E non parlo, ovviamente, del giornalismo da tabloid
scandalistico o di quello televisivo tutto gossip e vip.
Ma del giornalismo d' assalto e di denuncia che si faceva negli
anni Cinquanta, ben lontano da quello odierno, così superficiale
e fazioso". "Non chiamatemi star". Ma torniamo
al maccartismo. Che cosa pensa del regista Elia Kazan, che denunciò
i colleghi alla commissione per le attività antiamericane
presieduta dal senatore? "Mi è difficile separare
l' uomo dal grande artista che ci ha dato film meravigliosi.
Lo giudico un essere abominevole, e quindi non gli avrei mai
dato l'Oscar. Era un dio, dominava e aveva dalla sua parte il
mondo del teatro newyorkese, ma fece i nomi e poi, anni e anni
dopo, senza alcun pentimento per ciò che aveva fatto,
evitò di ricordare nei suoi libri quell'"episodio"
che sconvolse la vita di centinaia di persone e famiglie e che
macchiò il mio Paese. Un comportamento ben diverso da
quello tenuto da Kirk Douglas, che riabilitò lo sceneggiatore
Dalton Trumbo, inserendo il suo nome nei credit del cast di
Spartacus. Però, attenzione", continua Clooney,
"i miei attacchi al vecchio e al nuovo maccartismo non
fanno di me un antiamericano. Anzi. Sono profondamente patriottico,
ma rivendico la libertà di critica. Persino nella scelta
del mio pittore preferito, all'iperrealismo di Edward Hopper
prediligo i toni più naturalistici di Andrew Wyeth, la
sua America profonda fatta di case di campagna, campi di granoturco,
figure nel paesaggio. Quando, insieme ad altri colleghi, ho
parlato senza riserve contro la guerra in Iraq, mi hanno dato
del "traditore", scrivendolo persino sui muri. Ecco,
Good Night and Good Luck è la mia risposta a quelle accuse".
Ad ascoltare questo quarantaquattrenne del Kentucky, il trasporto
con cui parla del suo Paese, ma anche la semplicità e
la sincerità con cui si racconta, sorridendo e bevendo
thè, è difficile pensare a lui come alla star
e al sex symbol mostrato dai giornali.
"Non sono una star e non m'importa esserlo. In America
i miei film, a parte alcune eccezioni, sono andati male, persino
quelli in cui credevo di più, come Three Kings, Solaris
e Confessioni di una mente pericolosa, con cui ho debuttato
alla regia. Tuttavia, stranamente, godo del privilegio di poter
fare cose in cui credo e Good Night and Good Luck, che per la
prima volta mi porterà in concorso a Venezia, è
una storia che sognavo da tempo e che volevo realizzare con
tutto me stesso. Per ciò che riguarda l'etichetta di
sex symbol, invece, mi piacerebbe che per una volta non mi venisse
chiesto se sono di nuovo fidanzato, se ho appena lasciato una
compagna, se sono orgoglioso di essere stato eletto (ormai alcuni
anni fa) uomo più sexy del mondo. Amo le donne come le
amano tutti gli uomini, le amo perché fanno parte del
piacere di vivere, e perché vivere è la cosa più
importante". Così, rannicchiato sulla poltrona,
continua instancabile a parlare del suo film che, dopo Venezia,
inaugurerà il Festival di New York "funzionando
da banco di prova per le reazioni dei giovani a una storia vera
che non deve essere dimenticata". Una storia scritta con
Grant Heslov, nella quale Clooney si è riservato il ruolo
di un giornalista di mezza età, produttore di programmi,
con occhiali, capelli grigi, fisico appesantito. Una storia
che, in realtà, racconta non solo un momento buio dell'America,
ma anche Clooney stesso, la sua adolescenza vissuta all'ombra
del padre, che ancora oggi scrive sui giornali, imprecando contro
la pessima televisione che si fa e si vede in Usa. "E che
ha sofferto per aver perso la corsa come candidato al Congresso
per il Kentucky", bisbiglia sottovoce come se il padre
settantenne fosse presente. C'è una scena nel film in
cui, dopo un'interminabile riunione di redazione, in un lungo
corridoio Murrow e i suoi uomini decidono con il capo della
Cbs William Paley (uno stupefacente Frank Langella) di mandare
in onda i programmi "contro".
"È la sequenza che più di altre affronta
la libertà d'informazione contro le pressioni di qualsiasi
élite politica o mediatica", spiega Clooney. "E
mi piace molto perché è un monito, in anticipo
sui tempi, contro la concentrazione dei grandi gruppi editoriali
e dei network. Murrow e i suoi colleghi pagarono di tasca propria
le prime decurtazioni di introiti pubblicitari nel programma".
Quei magnifici Settanta. A questo punto la domanda viene da
sé: che ne sarà del cinema nel futuro? "Il
digitale trasformerà anche Hollywood: il cammino è
appena iniziato", risponde Clooney. "Giovani con idee
e storie, attenti a documentare la realtà, porteranno
energia, forza, contenuti. Le star avranno meno significato,
e si ricomincerà forse a fare un cinema di confronto
e analisi. Come quello degli anni Settanta, che amo particolarmente
perché rappresenta, in modo diverso dalla vicenda Murrow,
una sorta di biografia collettiva e intellettuale. I miei film
preferiti? The Front, la più bella pellicola mai realizzata
sul maccartismo; e poi Conoscenza carnale, Harold e Maud, Tutti
gli uomini del Presidente, Network, Il dottor Stranamore, Butch
Cassidy, Serpico, sui quali domina incontrastato Quarto potere
di Orson Welles. Ma ho nel cuore anche L'attimo fuggente, perché
la parte di Robin Williams è la più bella prodotta
dal cinema degli ultimi tempi. Quest'anno voto invece per The
Incredibles: un film profondamente politico, ironico, importante.
I ragazzi della Pixar sono poeti e politici geniali: ora aspetto
il loro Cars sperando che abbiano inserito nel cartoon anche
una motocicletta". Già, la motocicletta, altra grande
passione di George Clooney, responsabile del suo innamoramento
dell'Italia. "Durante un viaggio in moto nel vostro Paese
vidi alcuni muratori che, terminato il lavoro, se ne andavano
a casa con un mazzo di fiori, una bottiglia, un panino.
Non è retorica folcloristica. Ma non avevo mai visto
un muratore americano tornare a casa con un fiore e un panino
e la voglia di cantare. Così mi sono detto che dovevo
scegliere l'Italia per ritrovare l'energia, il piacere della
vita nella sua essenza. E così è stato: l'Italia
è diventata il luogo delle mie pause, il posto dove vado
per staccare dal lavoro, e da dove posso guardare l'America
in lontananza, con tutte le sue contraddizioni". Negli
studios della Valley diventa sera. Torniamo a piedi all'ufficio,
e Clooney si porta dietro due cassette. Si siede per terra,
scansando giornali ingialliti ("Ci sono serviti per la
stesura del copione: gli attori dovevano scrivere e parlare
in tv come si faceva allora"), e fa partire il finale del
film. Raccontando ancora, entusiasmandosi, ripensando addirittura
a come sarebbe venuta meglio una sequenza se... "Fare cinema
mi piace, è la mia vocazione", confessa Clooney,
mentre il film Syriana, nel quale interpreta un agente della
Cia alla fine della Guerra Fredda è già pronto
per andare nelle sale. "Per me è importante esplorare
l'America con la macchina da presa perché, come ci diciamo
sempre Steven Soderberg ed io, e come mi ha insegnato il giornalismo
di mio padre, dietro alla cronaca ci sono tante piccole e grandi
storie. Tutte da raccontare".