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Fondato, Edito e Diretto in Santo Domingo da Giovanni GARIBALDI - 1997 -

Vi spiego perché amo l'America ma non mi piace il mio Paese
La fine del giornalismo. L'Iraq. Il nuovo maccartismo. Mentre il suo ultimo film sbarca a Venezia. George Clooney parla di sé. Del suo impegno. E di quando decise di stabilirsi in Italia. Per via di un muratore e di un mazzo di fiori


Nella palazzina numero 15 dei Warner Bros. Studios, George Clooney, maglietta celeste, jeans e una scrivania invasa da carte, libri e Dvd, sorride. L'attore - regista - sceneggiatore - produttore sta lavorando senza tregua al montaggio e missaggio finali di Good Night and Good Luck, film in bianco e nero in concorso alla prossima Mostra del cinema di Venezia, che ripercorre, sullo sfondo degli anni 1953-'54, le pagine di vita e di lavoro più significative di Edward R. Murrow, icona e pioniere del giornalismo televisivo Usa; uomo idealista e integerrimo, che non esitò a dare battaglia al senatore Joseph McCarthy e a ogni sua violazione dei diritti civili e costituzionali nei programmi che Murrow conduceva per la Cbs, e che, ecco spiegata la ragione del titolo, egli concludeva sempre con il saluto "good night and good luck". "Un film", spiega Clooney, "che si propone come una sorta di libello per analizzare, attraverso le scelte dell'anchor man, la sottile linea che separa l' inchiesta dalla persecuzione".

A interpretare Murrow, con un rassomiglianza impressionante all'originale, è l' allampanato ed elegante David Strathairn (che in L.A. Confidential vestiva i panni del produttore che gestiva le squillo sosia delle dive); George Clooney impersona invece il produttore del network Fred Friendly, mentre Robert Downey jr. è Joe Wershba, collega e migliore amico di Murrow.

Nessun attore dà invece il volto al senatore McCarthy - "l' uomo", dice Clooney, "che più di tutti e prima di altri, ha sfruttato la paura degli americani senza alcun senso della giustizia e della decenza" - che appare soltanto, come anche il presidente Eisenhower, in filmati di repertorio, inseriti nel film con tecniche sofisticate. "Nella sua essenza il maccartismo è la lotta contro un nemico immaginario", spiega Clooney. "Murrow ricordò all'America che era necessario difendere i diritti civili fondamentali senza i quali non c'è democrazia. Oggi, in tempi di persuasori occulti e di comunicazioni "manipolate", sul filo del rasoio di un nuovo e non ancora esplicito maccartismo non è certo inopportuno ribadirlo. Anzi. È proprio in questi momenti che il giornalismo deve rilanciare tutto il suo potenziale e immenso potere, perché il maccartismo, quella "paura rossa" che ora non ha più ragione di esistere ed è stata sostituita da altre, non è mai neutrale, e implicitamente, o esplicitamente, assume sempre i contorni di un attacco governativo alle minoranze politiche". "Mi manca tanto zia Rosemary". Nella saletta di proiezione il film scorre sullo schermo. E la voce della cantante Dianne Reeves, alla quale Clooney ha assegnato un piccolo ruolo, fa da sottofondo blues e jazz sia ai momenti di solitudine di Murrow, avvolto dal fumo dell'inseparabile sigaretta (morì di tumore nel 1965, a 57 anni) sia nelle accesissime riunioni di redazione.


"Amo molto lo stile di Dianne Reeves", confessa Clooney, "così come la musica in generale: Frank Sinatra in primis, ma anche Eminem. Purtroppo la canzone melodica vive un momento di crisi; mi manca la voce di mia zia Rosemary Clooney, e mi manca l' impegno sociale che affidava alla musica di protesta messaggi politici e morali.
La ragione della sua fine?
A parte poche eccezioni, Bruce Springsteen e Bon Jovi, la musica, come l' editoria, la televisione, il cinema, è in mano alle grandi corporation. Il cui obiettivo principale è e rimane il profitto. Anche per questo ho deciso di produrre io il cd della colonna sonora del film".

Eppure, non è solo la musica a essere cambiata, ad essersi trasformata in puro intrattenimento. Può sembrare anacronistico, ma anche l' informazione, l' intero mondo dell' informazione, è stato oggetto di una profonda trasformazione. E non certo in meglio, come bene ci si rende conto proprio dalle immagini del film. "Basta prendere la stampa americana", spiega Clooney, "che, così conservatrice in patria, diventa più aperta negli stessi articoli delle edizioni internazionali. O guardare una tv come l' Abc, che relega la notizia di sedici militari Usa uccisi in Iraq dopo una lunga e allegra intervista a una Jessica Simpson in pantaloncini corti, o la "nasconde" dopo mezz 'ora di notizie su una adolescente sparita. Come dire che una ragazzina scomparsa merita più attenzione di sedici giovani morti in una endemica Terza guerra mondiale!
E poi, oggi in tv non si fanno più domande scomode: Murrow le faceva ogni giorno, in ogni suo programma e trascinava con sé la sua equipe. Ma quel modo di fare informazione si è perso definitivamente, perciò il film è un tributo a mio padre, che ha sempre fatto e ancora fa l'anchor man televisivo e il giornalista-scrittore in maniera ben diversa. Per lui, per me, per tanti americani, Murrow è e resterà sempre un eroe, che fu anche capace di cambiare l'America. Non a caso il mio approccio al copione, alla preparazione delle scene e infine al girato è stato sempre quello di un giornalista. E non parlo, ovviamente, del giornalismo da tabloid scandalistico o di quello televisivo tutto gossip e vip.

Ma del giornalismo d' assalto e di denuncia che si faceva negli anni Cinquanta, ben lontano da quello odierno, così superficiale e fazioso". "Non chiamatemi star". Ma torniamo al maccartismo. Che cosa pensa del regista Elia Kazan, che denunciò i colleghi alla commissione per le attività antiamericane presieduta dal senatore? "Mi è difficile separare l' uomo dal grande artista che ci ha dato film meravigliosi. Lo giudico un essere abominevole, e quindi non gli avrei mai dato l'Oscar. Era un dio, dominava e aveva dalla sua parte il mondo del teatro newyorkese, ma fece i nomi e poi, anni e anni dopo, senza alcun pentimento per ciò che aveva fatto, evitò di ricordare nei suoi libri quell'"episodio" che sconvolse la vita di centinaia di persone e famiglie e che macchiò il mio Paese. Un comportamento ben diverso da quello tenuto da Kirk Douglas, che riabilitò lo sceneggiatore Dalton Trumbo, inserendo il suo nome nei credit del cast di Spartacus. Però, attenzione", continua Clooney, "i miei attacchi al vecchio e al nuovo maccartismo non fanno di me un antiamericano. Anzi. Sono profondamente patriottico, ma rivendico la libertà di critica. Persino nella scelta del mio pittore preferito, all'iperrealismo di Edward Hopper prediligo i toni più naturalistici di Andrew Wyeth, la sua America profonda fatta di case di campagna, campi di granoturco, figure nel paesaggio. Quando, insieme ad altri colleghi, ho parlato senza riserve contro la guerra in Iraq, mi hanno dato del "traditore", scrivendolo persino sui muri. Ecco, Good Night and Good Luck è la mia risposta a quelle accuse". Ad ascoltare questo quarantaquattrenne del Kentucky, il trasporto con cui parla del suo Paese, ma anche la semplicità e la sincerità con cui si racconta, sorridendo e bevendo thè, è difficile pensare a lui come alla star e al sex symbol mostrato dai giornali.

"Non sono una star e non m'importa esserlo. In America i miei film, a parte alcune eccezioni, sono andati male, persino quelli in cui credevo di più, come Three Kings, Solaris e Confessioni di una mente pericolosa, con cui ho debuttato alla regia. Tuttavia, stranamente, godo del privilegio di poter fare cose in cui credo e Good Night and Good Luck, che per la prima volta mi porterà in concorso a Venezia, è una storia che sognavo da tempo e che volevo realizzare con tutto me stesso. Per ciò che riguarda l'etichetta di sex symbol, invece, mi piacerebbe che per una volta non mi venisse chiesto se sono di nuovo fidanzato, se ho appena lasciato una compagna, se sono orgoglioso di essere stato eletto (ormai alcuni anni fa) uomo più sexy del mondo. Amo le donne come le amano tutti gli uomini, le amo perché fanno parte del piacere di vivere, e perché vivere è la cosa più importante". Così, rannicchiato sulla poltrona, continua instancabile a parlare del suo film che, dopo Venezia, inaugurerà il Festival di New York "funzionando da banco di prova per le reazioni dei giovani a una storia vera che non deve essere dimenticata". Una storia scritta con Grant Heslov, nella quale Clooney si è riservato il ruolo di un giornalista di mezza età, produttore di programmi, con occhiali, capelli grigi, fisico appesantito. Una storia che, in realtà, racconta non solo un momento buio dell'America, ma anche Clooney stesso, la sua adolescenza vissuta all'ombra del padre, che ancora oggi scrive sui giornali, imprecando contro la pessima televisione che si fa e si vede in Usa. "E che ha sofferto per aver perso la corsa come candidato al Congresso per il Kentucky", bisbiglia sottovoce come se il padre settantenne fosse presente. C'è una scena nel film in cui, dopo un'interminabile riunione di redazione, in un lungo corridoio Murrow e i suoi uomini decidono con il capo della Cbs William Paley (uno stupefacente Frank Langella) di mandare in onda i programmi "contro".

"È la sequenza che più di altre affronta la libertà d'informazione contro le pressioni di qualsiasi élite politica o mediatica", spiega Clooney. "E mi piace molto perché è un monito, in anticipo sui tempi, contro la concentrazione dei grandi gruppi editoriali e dei network. Murrow e i suoi colleghi pagarono di tasca propria le prime decurtazioni di introiti pubblicitari nel programma". Quei magnifici Settanta. A questo punto la domanda viene da sé: che ne sarà del cinema nel futuro? "Il digitale trasformerà anche Hollywood: il cammino è appena iniziato", risponde Clooney. "Giovani con idee e storie, attenti a documentare la realtà, porteranno energia, forza, contenuti. Le star avranno meno significato, e si ricomincerà forse a fare un cinema di confronto e analisi. Come quello degli anni Settanta, che amo particolarmente perché rappresenta, in modo diverso dalla vicenda Murrow, una sorta di biografia collettiva e intellettuale. I miei film preferiti? The Front, la più bella pellicola mai realizzata sul maccartismo; e poi Conoscenza carnale, Harold e Maud, Tutti gli uomini del Presidente, Network, Il dottor Stranamore, Butch Cassidy, Serpico, sui quali domina incontrastato Quarto potere di Orson Welles. Ma ho nel cuore anche L'attimo fuggente, perché la parte di Robin Williams è la più bella prodotta dal cinema degli ultimi tempi. Quest'anno voto invece per The Incredibles: un film profondamente politico, ironico, importante. I ragazzi della Pixar sono poeti e politici geniali: ora aspetto il loro Cars sperando che abbiano inserito nel cartoon anche una motocicletta". Già, la motocicletta, altra grande passione di George Clooney, responsabile del suo innamoramento dell'Italia. "Durante un viaggio in moto nel vostro Paese vidi alcuni muratori che, terminato il lavoro, se ne andavano a casa con un mazzo di fiori, una bottiglia, un panino.

Non è retorica folcloristica. Ma non avevo mai visto un muratore americano tornare a casa con un fiore e un panino e la voglia di cantare. Così mi sono detto che dovevo scegliere l'Italia per ritrovare l'energia, il piacere della vita nella sua essenza. E così è stato: l'Italia è diventata il luogo delle mie pause, il posto dove vado per staccare dal lavoro, e da dove posso guardare l'America in lontananza, con tutte le sue contraddizioni". Negli studios della Valley diventa sera. Torniamo a piedi all'ufficio, e Clooney si porta dietro due cassette. Si siede per terra, scansando giornali ingialliti ("Ci sono serviti per la stesura del copione: gli attori dovevano scrivere e parlare in tv come si faceva allora"), e fa partire il finale del film. Raccontando ancora, entusiasmandosi, ripensando addirittura a come sarebbe venuta meglio una sequenza se... "Fare cinema mi piace, è la mia vocazione", confessa Clooney, mentre il film Syriana, nel quale interpreta un agente della Cia alla fine della Guerra Fredda è già pronto per andare nelle sale. "Per me è importante esplorare l'America con la macchina da presa perché, come ci diciamo sempre Steven Soderberg ed io, e come mi ha insegnato il giornalismo di mio padre, dietro alla cronaca ci sono tante piccole e grandi storie. Tutte da raccontare".