Carlo
Parlanti: Storia di un presunto colpevole
di
Gabriele Ferraresi
Pubblicato il 27 Giugno 2007
(Carlo Parlanti e Katia Anedda,
Carcere di Avenal - Usa)
Di certe storie si parla
sempre troppo poco; e di questa poi in particolare,
che non è neanche facile da seguire, che è una
storia complicata, seppur cristallina nel suo
orrore, con un sacco di date e nomi da ricordare,
non si parla più. In passato se ne è parlato
si, ma di certo non abbastanza, o non abbastanza
da fare massa critica perché succeda qualcosa.
Dal 3 giugno 2005 Carlo Parlanti (nella foto)
si trova rinchiuso nel carcere di Avenal, California:
è stato condannato per reati che non ha mai
commesso, accusato da una teste squilibrata,
durante un processo farsa. Possibile? Negli
Stati Uniti? Nella land of freedom che
qualcuno, magari a capo di qualche quotidiano
d’opinione di poche pagine, considera tale?
Si, possibile.
Carlo Parlanti nasce a Montecatini nel 1964,
cresce in una famiglia come tante altre, studia
allo scientifico, poi, all’università, Fisica.
A venticinque anni è a Milano, a cercarsi un
lavoro: è uno sveglio, che sa studiare, e finisce
che manda un curriculum ad un’importante multinazionale
alimentare, una di quelle oggi più osteggiate.
In epoca pre-global Carlo Parlanti ha bisogno
di campare: e inizia a lavorare in Nestlè, fa
l’analista di sistemi e il project manager,
si direbbe oggi.
Fa
carriera in fretta, si sposta spesso in giro
per l’Europa, è uno a cui quella vita piace,
sempre in giro, mai un giorno uguale ad un altro.
A un certo punto cambia, di punto in bianco,
così: è uno che dalla sera alla mattina è capace
di partire per l’America. E lo fa, nel 1996:
prende e parte, a quel punto non lavora già
più in Nestlè, ma per la Dole: la carriera va
a gonfie vele. Oltre al lavoro, però, c’è un’altra
passione nella sua vita, le donne. Tante, con
cui si lega per poche settimane o qualche mese,
per un paio d’anni o alcuni giorni. Comunque,
tante: anche da quel versante le cose non vanno
affatto male, anzi, sembra una vita di quelle
da spot, vite in ordine, pulite, progettate
per essere invidiate. Sembra.
L’anno è il 2001: Carlo Parlanti conosce una
donna, Rebecca McKay White. Lei è del 1959,
ha qualche anno in più,
e li dimostra tutti, si conoscono ad aprile,
lavora in una gioielleria dove Carlo Parlanti
va a cambiare la pila dell’orologio. Sono proprio
i mesi vicini all’undici settembre quelli in
cui i due si conoscono meglio; a novembre Rebecca
McKay White perde il lavoro, è in un momento
di difficoltà, in California c’è crisi, c’è
paura e c’è recessione. Soprattutto c’è una
catastrofe dall’altro lato dell’America che
ha appena colpito tutto il pianeta. I due si
spostano da Monterey al Westlake Village, vicino
a Malibu. Vivono sotto lo stesso tetto, la casa
di Carlo: i mesi passano, arriva un anno nuovo,
il 2002.
L’estate del 2002 è il momento chiave: Carlo
Parlanti ci pensa da un po’ a tornare in Italia,
a far fruttare l’esperienza americana, a spendere
il know-how acquisito nel grande gruppo
internazionale. Oltretutto, è stufo di Rebecca
McKay White, non ce la fa più, vuole lasciarla:
e tutte queste cose, lui che è un tipo che sa
ripartire da zero senza fiatare, prende e le
fa. Il 16 luglio 2002 la storia con Rebecca
McKay White finisce: come mai una data così
precisa? Perché ci sono varie email spedite
ad amici, oltre alle dichiarazioni del processo,
che lo testimoniano. Rebecca McKay White viene
“messa alla porta” da Carlo Parlanti, che a
quel punto ha praticamente deciso di mettere
la parola fine all’avventura oltreoceano.
Due giorni dopo, il 18 luglio 2002, la donna
che ha appena lasciato, sporge denuncia contro
di lui: racconta di una notte in cui Carlo Parlanti
l’avrebbe prima sequestrata, poi picchiata,
in seguito sodomizzata costringendola a praticare
del fist fucking, e infine, dopo averla
legata con delle fascette di plastica, violentata
ripetutamente. Accuse gravissime, accuse che
meriterebbero indagini approfondite, perizie,
testimoni; in una parola, prove.
Ad agosto Carlo Parlanti torna in Italia: sarà
libero e ignaro della vicenda fino al mese di
luglio del 2004, quando verrà fermato all’aeroporto
di Düsseldorf, dove scoprirà un mandato di cattura
internazionale col suo nome sopra.
DUE ANNI DI BUIO
Cosa succede dall’estate
del 2002 all’estate del 2004? Due anni di blackout,
due anni in cui Carlo Parlanti torna a lavorare
in Italia e in Europa, a fare quello che faceva
prima. E Rebecca McKay White? Negli Stati Uniti,
ad aspettare. Ad aspettare che, complice un
giro di vite californiano riguardo ai reati
a sfondo sessuale, Carlo Parlanti torni negli
states, ma da imputato. Ad aspettare di potersi
godere per il resto dei giorni una vendetta
per essere stata scaricata, che le concederà
anche una piccola “pensione” vitalizia in quanto
vittima di violenza sessuale.
Peccato che non sia accaduto nulla del genere,
che le violenze restino presunte e senza prove,
ma lo vedremo meglio successivamente. Proseguiamo
con ordine: dopo essere rimasto per circa un
anno incarcerato in Germania, dall’estate del
2004, alla primavera del 2005, senza che ci
fossero prove, evidenze, fatti, che giustificassero
il suo fermo, viene estradato. Questo malgrado
il suo legale in Germania, Franzisca Lieb, cerchi
di portare avanti ricorsi su ricorsi riguardo
alla patente inammissibilità dell’estradizione,
e lo stesso faccia anche Cesare Bulgheroni,
il legale italiano di Carlo Parlanti, che tenta
un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti
dell’Uomo, sempre per violazione dei trattati
internazionali di estradizione. Senza successo.
Il 3 giugno 2005 il manager sempre in giro per
il mondo, sempre pieno di donne, uno che ancora
un po’ non sa neanche come ci è finito in quella
cella a Düsseldorf, si trova impacchettato su
un aereo, destinazione, California.
IL PROCESSO
Trasferito da Düsseldorf
a Ventura, in California, Carlo Parlanti si
trova a vedere istruito contro di lui un procedimento
penale. Il processo produrrà una serie inimmaginabile
di prove create dal nulla, - a volte comparse
direttamente, come nel caso delle foto, su richiesta
del district attorney - di testimonianze ritrattate
e confuse, di accuse prive di fondamento e indimostrabili.
Nel dettaglio; il procuratore distrettuale parla
di Carlo Parlanti, il project manager
in giro per il mondo, uno che viaggia in continuazione,
uno pieno di donne, come un delinquente.
Si parla di precedenti penali per rapina a mano
armata, violenze assortite, tutti reati commessi
in Italia;
peccato che l’estratto della fedina penale del Parlanti sia lindo, pulito,
come un lago senza fango, direbbero in
un film agghiacciante almeno quanto questa vicenda.
E’ solo l’antipasto: una delle dichiarazioni
più incredibili di Rebecca McKay White, riguarda
l’alcool che Carlo Parlanti avrebbe ingerito,
prima di abusare di lei, nella notte del 29
giugno. Quattro litri di chardonnay in circa
cinque ore; una quantità che l’avrebbe portato
alla morte, visto che comporta un BAC – il blood
alcool content - di circa 0,63, ed il coma
etilico sopraggiunge già intorno a 0,40. Fosse
la sola dichiarazione assurda: Rebecca McKay
White in precedenza aveva già ritrattato la
data della violenza, passando dal 6 luglio al
29 giugno 2002 - evidentemente per guadagnare
qualche giorno - allo scopo di giustificare
l’assenza di ematomi visibili, ed il non poter
essere oggetto di un med-legal, l’esame ginecologico
cui vengono sottoposte le vittime di violenze
sessuali.
Già, perché riguardo alla notte del fist
fucking, Rebecca McKay White racconta di
un’emorragia fortissima in seguito al braccio
che Carlo Parlanti le avrebbe prima infilato
a pugno chiuso nella vagina, e poi, con il palmo
della mano aperto, nel retto. Un’emorragia che,
sempre secondo Rebecca McKay White, aveva lasciato
tracce nel letto, chiazze di sangue che erano
passate attraverso le lenzuola fino a inzuppare
il materasso. Superfluo dire che al momento
delle denuncia, la polizia si reca in casa e
non trova nulla. Trova l’ordine, trova il letto
rifatto, trova la vita da spot di Carlo Parlanti.
La parete di cartongesso contro la quale Rebecca
McKay White dichiara di essere stata sbattuta
con il viso per decine di volte, perfettamente
integra, è tutto perfettamente in ordine. Nessuno
ha visto operai o qualcuno che possa avere effettuato
delle riparazioni. Carlo Parlanti nel frattempo
è altrove, sempre negli Stati Uniti, a Gulfport,
nello stato del Mississippi. Non sa nulla.
La donna già in passato, in occasione del divorzio
dal primo marito, aveva manifestato segnali
di instabilità psichica, ora durante il processo,
ammette candidamente di avere problemi con la
memoria a breve termine, il che torna utile,
se si deve giustificare davanti ad un avvocato,
davanti ad una corte, ad una giuria, come mai
si è voluto ritrattare, anticipandolo di una
settimana, il giorno più traumatico della propria
vita. Ricordate? Dal 6 luglio, al 29 giugno
del 2002. Difficile confondersi, tanto più se
si presenta la denuncia per i fatti il giorno
18 luglio. In un lasso di tempo tanto breve,
una settimana è un bel po’ di tempo, per confonderne
una con un’altra; una settimana come centinaia
di altre, con una nella quale si hanno subito
violenze raccapriccianti.
LE FOTO
Una delle prove più
sconvolgenti, presentate da Rebecca McKay White,
e incredibilmente ritenute valide, sono le due
foto in cui è ritratta con un vistoso ematoma
in corrispondenza dell’occhio sinistro. E’ una
foto che compare dopo anni dalla denuncia, dopo
tre anni, in pratica su richiesta del district
attorney: ed è un falso. E’ un falso che
però risulterà decisivo per la condanna di Carlo
Parlanti. Perché è un falso?
Bisogna osservare, neanche troppo accuratamente, le due immagini,
quelle presentate dopo tre anni, quelle con
l’occhio sinistro macchiato da un livido bluastro,
e un’altra immagine, scattata dalla polizia
di Ventura in occasione della denuncia, il 18
luglio 2002. La stessa persona, che però presenta
qualche anno di differenza, un taglio di capelli
diverso, la pelle più liscia. Non solo: in sede
dibattimentale Rebecca McKay White sostiene
di essersi scattata quelle foto nel bagno della
casa di Carlo Parlanti, seduta sulla toilette.
Purtroppo la memoria – in fondo l’aveva dichiarato,
di avere problemi con la memoria a breve termine…
- le gioca uno scherzo:
il bagno di Carlo
Parlanti è tinteggiato di giallo.
Le foto presentate da Rebecca McKay White, scattate
con una compattina usa e getta, hanno uno sfondo
bianchissimo con riflessi azzurri. Nonostante
sia evidente si tratti, si, della stessa persona,
ma in anni e luoghi differenti – dettagli da
niente, per una prova di reato… – rispetto a
quelli dove fu commessa la presunta violenza,
incredibilmente viene emessa una condanna contro
Carlo Parlanti.
LA CONDANNA
Sono nove gli anni di
reclusione cui viene condannato Carlo Parlanti.
Da scontare nel penitenziario di Avenal (nella
foto), dove le cose si mettono, prima ancora
che male, peggio: viene coinvolto in una rissa,
non si sa come, ma contrae l’epatite C. Soffre
di piorrea, perde i denti. Reagisce male, come
reagisce un innocente in galera senza un motivo.
Da tempo sono attivi un sito,
www.carloparlanti.it
che si occupa nel dettaglio di questa allucinante
vicenda, ed
una petizione
per fare chiarezza su una storia complicata,
come si diceva all’inizio, difficile da seguire,
con un sacco di date e di luoghi da ricordare;
e di cui ci si sta dimenticando un po’ troppo
rapidamente.
Comunicato
dell' On.le Marco Zacchera sul caso Parlanti.
Appello
Europarlamentari sul caso Parlanti. pdf
Articolo
- Il caso Parlanti di Gabriele Ferraresi