INCHIESTA_RICERCA
Approfondimenti
sul caso MORO...Tanti ancora i misteri
di Prof A. Bertotto
05.03.08
- Il delitto Moro: riflettori puntati sulla
CIA- Il 16 marzo 1978, il presidente della
DC, A. Moro, venne rapito a Roma in via Fani
(zona Monte Mario, quartiere Trionfale) (operazione
Fritz).
Questo approfondimento ha lo scopo solo di
ricordare il caso Moro riportando delle considerazioni
seguendo una pista ( per molti scomoda) per
altri non totalmente errata.
alla
memoria di Aldo Moro
Fino
al 1974, le Brigate Rosse (BR), egemonizzate
dai capi storici A. Franceschini e R. Curcio,
si prefiggevano di raccogliere i consensi
della classe operaia attraverso azioni simboliche,
dimostrative e propagandistiche che iconizzavano
concretamente il sogno proletario di mettere
i padroni alla gogna. Dopo il 1974, le BR,
guidate dal capo carismatico M. Moretti, divennero
sanguinarie. In altre parole avevano
alzato il tiro. Il loro scopo
era quello di colpire i vertici del potere
costituito, e cioè il suo principale
rappresentante, la Democrazia Cristiana (DC),
cardine in Italia dello Stato Imperialista
delle Multinazionali. Le BR, finalmente,
avrebbero fatto quello che dicevano.
Lobiettivo principale dei brigatisti
era il loro riconoscimento politico come gruppo
combattente da parte delle istituzioni dello
Stato.
Entriamo nei dettagli. Il 16 marzo 1978, il
presidente della DC, A. Moro, venne rapito
a Roma in via Fani (zona Monte Mario, quartiere
Trionfale) (operazione Fritz). Tenuto prigioniero
per 55 giorni nel covo-prigione romano di
via Montalcini 8 (zona Magliana), il leader
democristiano è stato ritrovato morto
il 9 maggio nel ghetto ebraico di Roma (via
Caetani), a due passi dal palazzo di Giustizia
e dalla sede capitolina della DC, nonché
da quella del Partito Comunista Italiano (PCI).
La mancata liberazione dellimportante
ostaggio fu dovuta a maldestre operazioni
di polizia (una spettacolarizzazione da parata),
a inettitudine investigativa, a proditorie
omissioni, a complicità occulte, a
pianificata disinformazione, a verità
taciute, a taciti sodalizi, a scoperte pilotate,
a mancati arresti, a ricatti nascosti e a
deliberati depistaggi. E stato, infatti,
questo il risultato di una sovrapposizione
pragmatica che ha coinvolto la rigidità
dei comunisti, la debolezza inerte dei democristiani,
lintransigenza dei repubblicani, il
permissivo lassismo dei socialisti e le inclinazioni
militariste dei missini sponsorizzate dalla
strisciante massoneria (la loggia segreta
di L. Gelli Propaganda 2, meglio conosciuta
come loggia P2). Fatti che richiamano alla
mente il conflitto tra Antigone e Creonte
messo in scena da Sofocle. Il figlio di A.
Moro, Giovanni, ha detto che nel sequestro
di suo padre ci sono stati cupi sogni
di gloria, meschine viltà o ambizioni
personali e molti altri nasi di Cleopatra.
Fanno parte di questultimi lambiguo
comportamento dei servizi segreti italiani
e stranieri e le indebite interferenze delle
potenti lobbies internazionali.
Caso Moro cap1
Dati recenti, supportati da conoscenze già
acquisite, indicano, con fondata ragionevolezza,
che le BR morettiane erano manipolate dalla
Center Intelligence Agency (CIA), un organizzazione
i cui fini in politica estera erano quelli
di tutelare gli interessi americani nel Mediterraneo
sulle cui acque si specchiavano lItalia
e la altrettanto turbolenta nazione israeliana,
filoatlantica e in aperta guerriglia con le
frange bolsceviche palestinesi comandate da
Yasser Arafat, il capo indiscusso dellirridentista
al Fatah. Tra le varie accuse rivolte dagli
americani ad A. Moro (vedi oltre) cera
anche quella di essere apertamente filoarabo
e antisraeliano. Da qui linteressamento,
più o meno occulto, dei servizi segreti
sionisti nella gestione del caso Moro. Vediamo,
in sintesi, qualè la pista americana.
La seguiremo passo passo, cercando di rispettare
un certo ordine cronologico.
Per accompagnare il presidente della Repubblica,
G. Leone, A. Moro, allora ministro degli Esteri,
si era recato a New York nel settembre del
1974. Durante un ricevimento allambasciata
dItalia, il segretario di Stato americano
H. Kissinger gli disse: Non sono un
cattolico e non credo nei dogmi. Non posso
condividere la sua impostazione politica (il
compromesso storico con gli eurocomunisti)
e quindi la considero un elemento fortemente
negativo. Stando a quanto ha detto la
moglie di Moro, Noretta, H. Kissinger giunse
a minacciarlo apertamente dicendogli: Se
lei continua così, il suo Paese verrà
da noi strozzato economicamente. Il
presidente della DC si è anche sentito
dire da un imprecisato interlocutore: Onorevole,
lei deve smettere di perseguire il suo piano
politico per portare tutte le forze del suo
Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei
la smette di fare questa cosa, o lei la pagherà
cara. Veda lei come la vuole intendere.
G. Galloni, vicesegretario della DC e poi
vicepresidente del Consiglio Superiore della
Magistratura (uno dei più stretti collaboratori
di B. Zaccagnini, segretario nel 1978 della
DC), è stato più esplicito:
Ad un certo momento della riunione H.
Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente
che se continuava su quella linea ne avrebbe
avuto delle conseguenze gravissime sul piano
personale. Dopo questi abboccamenti
informali, certamente non piacevoli, A. Moro
si è sentito male ed ha manifestato
il proposito di estraniarsi dalla politica
attiva per alcuni anni.
Nel 1978 il dipartimento di Stato USA ammonì
che: Latteggiamento del governo
statunitense nei confronti dei partiti comunisti
dellEuropa occidentale, compreso quello
italiano, non è in alcun modo mutato.
I leader democratici devono dimostrare fermezza
nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni
tra le forze non democratiche. Un anno
prima della morte di A. Moro, il presidente
del Consiglio G. Andreotti ha affermato che:
Moro era molto preoccupato dal fatto
che agenti stranieri, di segno contrapposto,
ma uniti dallo stesso fine di bloccare leurocomunismo,
possano essere entrati in azione per mandare
allaria lequilibrio italiano.
Non ha elementi, ma solo sensazioni che lo
inquietano molto. Nelle sue lettere
dal carcere romano di via Montalcini 8, A.
Moro aveva più volte fatto cenno alle
resistenze americane e tedesche
che creavano ostacoli alla sua liberazione.
Nel corso di una riunione del Congresso americano
dedicata alle attività della CIA, H.
Kissinger ha sostenuto la necessità
di una azione segreta in Italia da parte del
controspionaggio statunitense perché
se lItalia diventava comunista, si direbbe
che gli Stati uniti non hanno fatto abbastanza
per salvarla. Se la politica di A. Moro
era invisa agli americani, la volontà
di dialogare con i democristiani manifestata
da E. Berlinguer (il leader europeo delleuromunismo)
aveva suscitato un profondo malcontento anche
a Mosca. Così si è espresso
linformatissimo giornalista M. Pecorelli,
direttore della rivista settimanale O. P.:
E comune interesse delle due superpotenze
mondiali (USA e URSS) mortificare lascesa
del PCI, cioè del leader delleurocomunismo,
del comunismo che aspira a diventare democratico
e democraticamente guidare un paese industriale.
Ciò non è gradito agli americani
Ancor
meno è gradito ai sovietici
E
Jalta che ha deciso via Fani. Il consigliere
per la Sicurezza Nazionale e segretario di
Stato dei presidenti yankee R. Nixon e G.
Ford, H. Kissinger, fu tra i responsabili
del golpe cileno che eliminò il socialista
S. Allende democraticamente eletto dal popolo
sudamericano. Per ottenere il suo scopo destabilizzante,
H. Kissinger aveva apertamente appoggiato
la sinistra cilena rivoluzionaria, extraparlamentare
e maoista.
Ha affermato lo scrittore S. Flamigni: La
contrapposizione dettata dalla guerra
fredda fermò in Italia la prevista
democratizzazione degli apparati dello Stato
e la piena attuazione dei principi costituzionali.
La riorganizzazione dei servizi di sicurezza,
in particolare, fu dettata dagli Stati Uniti
ed affidata a personaggi legati al passato
regime fascista. La CIA preparò piani
finalizzati a contrastare leventuale
ritorno del PCI al governo del Paese. Quella
italiana era una sovranità sempre più
limitata dalle esigenze atlantiche della guerra
fredda.
In una delle due borse sottratte a Moro al
momento del sequestro e mai più ritrovate
cerano i documenti dellaffare
Lockeed. Il presidente della DC sarebbe stata
la fantomatica Antilope Cobbler. Questo era
il misterioso pseudonimo del politico italiano
che aveva incassato la tangente di un milione
di dollari pagata dalla società americana
Lockeed in occasione della vendita di 18 aerei
militari Hercules allItalia. Chi sosteneva
che si trattasse di A. Moro (H. Kissinger)
intendeva decretarne la virtuale morte politica
date le dimensioni internazionali che lo scandalo
aveva assunto. Il 3 marzo 1978 è stato
giuridicamente stabilito dalla Corte Costituzionale
che A. Moro non era in alcun modo implicato
nel caso Lockeed. Tredici giorni dopo quel
3 marzo, il leader democristiano è
finito nelle mani delle BR, previo annientamento
della sua scorta. Alla combutta americana
per incastrare A. Moro (lo scandalo Lockeed),
partita dagli uffici americani di H. Kissinger,
aveva attivamente partecipato anche mister
H. Stone, un ex capostazione della CIA dislocato
a Roma ed iscritto ad honorem nelle liste
della gelliana loggia massonica P2.
G. Pellegrino, già presidente della
Commissione Stragi, ha autorevolmente asserito:
Moro e Berlinguer incarnavano una politica
temuta e duramente osteggiata in diversi ambienti.
Chi voleva colpire a morte la loro politica
evidentemente pensò che si dovesse
puntare contro le loro persone. Certo è
possibile che, sopravvissuto Berlinguer allincidente
bulgaro, lattenzione si sia spostata
su Moro. Molti servizi segreti di rango (nazionali
e stranieri) avevano intercettato i progetti
dei brigatisti e non fecero nulla per bloccarli.
Il Pellegrino è stato colui che ha
elaborato la teoria del doppio ostaggio:
lintera vicenda Moro si sarebbe complicata
allorché il potere politico e lIntelligence
nazionale ed internazionale percepirono che
Moro stava per rivelare (o fosse nelle condizioni
di poterlo fare) importanti rivelazioni di
natura politico-militare. In quei momenti
gli inquirenti realizzarono che i brigatisti
avevano tra le mani non uno, ma due ostaggi:
Moro e le importanti informazioni strategiche
(segrete) in suo possesso (operazione GLADIO,
vedi oltre).
Nel memoriale di Moro, scoperto a Milano in
via Montenovoso 8 il 1° ottobre 1978,
il presidente DC criticava aspramente il collega
P. E. Taviani, rappresentante della destra
DC ostile a qualsiasi forma di trattativa
con le BR, perché era contrario al
negoziato, cioè allo scambio del prigioniero
con detenuti politici che avevano gravitato
nellambito rivoluzionario di sinistra.
Moro dipingeva Taviani come uomo degli apparati
militari e dei servizi segreti vicino ad ambienti
stranieri. Si chiedeva il detenuto ostaggio
delle BR: In entrambi i delicati posti
da lui ricoperti, Taviani ha avuto contatti
diretti e fiduciari con il mondo americano.
Vi è forse, nel tener duro contro di
me, unindicazione americana e tedesca?.
L. Sciascia così commenta la domanda
che Moro si era posta: Se Moro formalmente
e retoricamente se lo domanda, non vuol dire
che sostanzialmente ne è certo? E dunque
la loro azione (dei brigatisti), nellaver
catturato Moro e nel tenerlo prigioniero,
corrisponde anche ad un disegno americano
e tedesco? Vi concorre involontariamente e
casualmente lo agevola o addirittura ne è
parte? E non è inquietante sapere che
luomo degli americani, il teppista
di Stato Taviani, ha interesse, quanto
i capi delle BR, a che Moro resti nella prigione
del popolo e che ci muoia?. Durante
il sequestro, A. Moro aveva scritto una lettera
a B. Zaccagnini, segretario della DC, pregandolo
di intervenire in suo favore. Secondo M. Moretti,
il capo dei brigatisti, Moro riteneva Zaccagnini
il suo alter ego e lo pensava in balia di
qualcuno più in alto di lui: Moro
non smette di sollecitare Zaccagnini, gli
ricorda che è il segretario del partito
(DC), tocca a lui convocare gli organi collegiali
per salvare la vita del presidente, ha il
dovere di fare qualcosa. Ma Zaccagnini non
fa niente. Moro pensa che non sappia tener
testa a personaggi più forti di lui
che hanno deciso di tacere e di fare precipitare
le cose.
Caso Moro cap 2
Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente
della DC, ha sostenuto nel 1990, di fronte
alla Commissione Stragi, quanto segue: Da
varie lettere scritte da mio fratello emerge,
ovviamente tra le righe, il tentativo di far
percepire allesterno che la situazione
doveva essere assai più complessa di
un mero rapimento da parte di un piccolo nucleo
di terroristi. In modo criptico Moro,
in una delle sue missive, aveva fatto riferimento
alla Chiesa romana della Minerva situata sullomonima
piazza. La Chiesa era assiduamente frequentata
da padre F. Morlion, un domenicano legato
ai servizi segreti francesi, belgi e, soprattutto,
americani. Parlando del sequestro, il fratello
di Moro ha fatto riferimento ad un ordine
brutale partito non si sa da chi nè
da quali ambienti internazionali (la CIA?).
W. G. Tarpley, un esperto del terrorismo internazionale,
ha affermato: G. Zamberletti, un esponente
di spicco della DC, fu uno dei dirigenti politici
italiani ad aver suggerito un ruolo della
NATO nellattacco a Moro. Due giorni
dopo il rapimento Moro e lassassinio
della sua scorta, Zamberletti attrasse lattenzione
della stampa inglese, la quale scrisse che
<il signor Zamberletti, un intelligente
democristiano che ha lavorato come sottosegretario
al Ministero dellInterno con delega
ai servizi segreti italiani, ha fatto numerosi
ed interessanti commenti sulla NATO. Sembra
che Zamberletti abbia detto che de Gaulle
lasciò la NATO per via delle dozzine
di tentativi di assassinarlo, e che la Francia,
dopo questo, e per implicazione come risultato
di questo, riuscì a tenere il terrorismo
sotto controllo>. In unaltra intervista,
Zamberletti disse che unefficace difesa
contro il terrorismo avrebbe dovuto vigilare
in ogni direzione, a trecentosessanta
gradi. Qui cera la celebre formula
di de Gaulle sulla difesa tous azimuths,
dagli alleati nominali così come dagli
avversari, da occidente come da oriente, dagli
USA e dalla Gran Bretagna così come
dallURSS. Con questo Zamberletti divenne
il bersaglio del partito angloamericano in
Italia.
Se
Moro torna son dolori è la frase
che F. Piccoli (destra DC) disse a S. Freato,
uno stretto collaboratore del presidente democristiano
imprigionato nel covo-prigione di via Montalcini
8. Il segretario di Moro, C. Guerzoni, tradusse
quellasserto nel seguente modo: Meglio
lui morto, purchè tutti gli altri si
salvino. Non meno espliciti sono stati
commenti del senatore R. La Valle, relatore
di minoranza nella Commissione Moro in rappresentanza
della sinistra indipendente: A differenza
di quanto avveniva negli antichi regicidi,
dove si colpiva il potere in quanto espressione
di immutabilità e conservazione, nel
caso di vittime come lonorevole Moro
si è invece voluto colpire il potere
in quanto fattore di cambiamento; e unaltra
caratteristica è che il cambiamento,
contro cui si sono rivolti questi delitti,
insorgendo in punti particolarmente influenti
o critici della situazione mondiale, aveva
rilevanza non solo per la comunità
o per il popolo a cui leader colpito apparteneva,
ma per la situazione internazionale nel suo
complesso; e quindi è inevitabile che
tali delitti evochino immediatamente il fantasma
di una iniziativa o di un coinvolgimento internazionale
nella loro predisposizione ed esecuzione.
In una recente intervista lonorevole
diessino L. Violante ha detto: Quando
è avvenuto il fatto (lomicidio
di Moro) io abitavo negli Stati Uniti. La
mia impressione fu che ci fosse un certo interesse
americano nelleliminazione di Moro.
Ricordo che nei primi mesi del 1978 il New
York Times pubblicò una serie di articoli
molto pesanti contro lItalia. Dopo luccisione
di Moro, la Casa Bianca emise un regolamento
interno in cui obbligava la CIA, nelle azioni
di spionaggio, a non procedere allassassinio
dei capi di Stato, ma semmai a limitarsi a
ferirli gravemente. La conseguenzialità
tra questo documento e luccisione di
Moro fanno capire che linteresse americano
nella sua soppressione probabilmente esisteva.
Nel celeberrimo dossier Mitrokin viene menzionata
unoperazione denominata Shpora (sperone)
in cui si attesta che dietro le BR cerano
gli USA. Nella seconda metà del 1978,
lambasciatore americano a Roma, R. Gardner,
avvisò Washington che i sovietici alimentavano
calunniosi sospetti sulla presunta
responsabilità statunitense in ordine
al caso Moro.
Il già menzionato G. Galloni ha rilasciato
molte dichiarazioni inquietanti che indirizzano
ad ipotizzare un coinvolgimento americano
nel delitto del presidente DC: Io non
posso dimenticare un discorso che ebbi con
Moro poche settimane prima del suo rapimento.
Discutevamo tra noi delle BR e delle difficoltà
che avevamo nel trovare i loro covi. Moro
mi disse: <La mia preoccupazione è
questa: io ho per certo la notizia che i servizi
segreti sia americani (CIA) che israeliani
(MOSSAD: Istituto per lIntelligence
e Servizi Speciali) hanno degli infiltrati
allinterno delle BR.. Noi non siamo
stati avertiti di questo. Se fossimo stati
avvertiti, i covi li avremmo trovati subito>.
Mi ricordo delle difficoltà che avevamo
avuto, durante i giorni del sequestro, a metterci
in contatto con i servizi segreti americani
al fine di operare congiuntamente per trovare
la prigione di Moro che, in realtà,
non fu mai trovata. Quando invece fu catturato
dalle BR un esponente americano (il generale
della NATO J. L. Dozier, rapito a Verona il
17 dicembre 1981 e liberato senza colpo ferire
dai nuclei speciali antiterrorismo NOCS il
28 gennaio 1982), la prigione fu ritrovata
nel giro di 15 giorni. Per il Galloni:
Il modo rapido e brillante con cui fu
risolto il caso Dozier destò subito
forti sospetti sulla possibilità che
i rapitori fossero infiltrati dai servizi
segreti americani, se non addirittura che
la liberazione dellostaggio fosse stata
in qualche modo concordata con i rapitori.
Ciò rivela, nei due casi, una sorta
di politica a doppio binario da parte dei
servizi segreti USA: collaborativa nel caso
Dozier, per nulla collaborativa, se non ostacolante,
nel caso del rapimento Moro.
G. Galloni ha poi aggiunto: Tre giorni
prima del sequestro, il giornalista M. Pecorelli,
direttore della rivista settimanale O. P.,
ha preannunciato in modo criptico la strage
di via Fani. Da dove prendeva le notizie O.
P. il cui promotore (M. Pecorelli) era notoriamente
legato ai servizi segreti deviati italiani
e a quelli americani?. Secondo il Galloni:
I servizi segreti deviati italiani rispondevano
ai colleghi della CIA, e non ai loro diretti
superiori, perché erano in mano degli
yankee.
Sempre del Galloni sono le seguenti esternazioni:
Durante la prigionia di Moro, intorno
al 20 aprile (1978), un ex capo dei servizi
segreti italiani, il generale V. Miceli (poi
eletto nelle file del MSI), prima di essere
espulso dai servizi segreti perché
coinvolto nel colpo di Stato orchestrato da
J. V. Borghese, è partito in missione
segreta ed è andato a Washington dove
ha preso contatti con i più alti esponenti
della CIA. Dopo di che nasce la falsa convinzione
che Moro era riuscito a convincere le BR che
dovevano liberarlo. Lo confermano le ultime
dichiarazioni dello stesso Moro in cui affermava:
<Più che alla DC, che non è
voluta intervenire nelle trattative, devo
essere grato alla benevolenza delle BR che
mi vogliono liberare>. Moro fu solo illuso
di essere liberato: una volta messo in macchina
è stato ucciso. Secondo il Galloni:
Miceli (ex direttore del Servizio Informazioni
Difesa, SID) capì che gli americani
sapevano molto. Sapevano, ad esempio, dovera
la prigione dello statista democristiano,
ma non lo vollero rivelare.
G. Galloni ha espresso anche altri dubbi:
La mattina del 16 marzo 1978, giorno
del rapimento, Moro era uscito presto di casa,
prima delle 9, mentre il dibattito alla Camera
per la presentazione del nuovo governo era
prevista per le 10. Infatti lo statista democristiano,
al momento del sequestro, si stava recando
a casa del segretario della DC, B. Zaccagnini,
che aveva in mente di dimettersi dal partito
non appena il governo avesse ottenuto la fiducia.
Moro andava da lui per scongiurare questa
scelta. Come ha fatto questa informazione
a finire nelle mani delle BR che lo aspettavano
allincrocio di via Fani?. Non
per niente il braccio destro di B. Zaccagnini
(G. Galloni) ha avanzato in una intervista
un interrogativo allarmante: Non si
sta forse cercando di proteggere qualcuno?.
Ecco altre sue perplessità: La
verità sul caso Moro la sapremo solo
quando cadrà il segreto sui documenti
che sono conservati a Washington. La prigione
di Moro non era quella che le BR hanno indicato.
Gli americani sapevano dovera quella
vera. Questo lo so con certezza, ma non ci
hanno detto mai niente. Subito dopo
il rapimento di Moro il PCI si affrettò
a definire lattacco al cuore dello Stato
come opera di oscure manovre provenienti
da lontano e, benchè non fosse
mai giunto ad accusare direttamente la CIA
o il KGB (Comitato per la Sicurezza dello
Stato), il suo atteggiamento si basò
sul presupposto che le BR fossero manipolate
dallesterno, probabilmente da oltreoceano.
Sulla strage di via Fani e sul delitto Moro,
G. De Lutiis si pone una incalzante domanda:
Il partito brigatista dellomicidio
aveva forse allestero i suoi più
entusiati sostenitori?.
Le rivelazioni di G. Galloni sul presunto
coinvolgimento dei servizi segreti americani
nella vicenda Moro sono suffragate dalla testimonianza
del professor F Ferracuti, docente di Psicologia
Giuridica allUniversità La Sapienza
di Roma, un uomo legato ai servizi segreti
ed alla loggia massonica P2. Per le sue provate
capacità professionali era stato chiamato
a far parte della Commissione Consultiva (Gruppo
Gestione Crisi) istituita, al tempo del sequestro
Moro, dal ministro degli Interni F. Cossiga.
Il professore, parlando con il giornalista
dellUnità L. Cancrini, ha rivelato,
preso da scrupoli di coscienza, che le riunioni
della Commissione, che coordinava al massimo
livello le azioni di tutte le forze dellordine,
erano non solo frequentate, ma sostanzialmente
dirette da due funzionari della CIA.
caso Moro- cap3
Questa Comissione era presieduta dal professor
V. Cappelletti, vicedirettore dellEnciclopedia
Treccani e amico fraterno di F. Cossiga. Il
professor Cappelletti era un adepto della
setta del reverendo Moon, una congrega americana
anticomunista perinde ac cadaver che veniva
largamente sovvenzionata dalla CIA. Il professore
ha anche detto che A. Moro non avrebbe dovuto
lottare per cercare un improbabile salvezza,
ma accettare serenamente la morte come avevano
fatto i martiri nel circo Flavio del Colosseo
romano. Un altro consulente del Viminale,
un americano convocato direttamente dal ministro
degli Interni F. Cossiga, è stato il
professor S. Pieczenik, vice assistente del
segretario di Stato americano (H. Kissinger)
e allepoca del delitto Moro uno dei
maggiori esperti mondiali nel combattere i
sequestri di persona. Come il professor Cappelletti
anche il consulente psichiatra statunitense
non venne in Italia per contribuire, da luminare
nel campo dei rapimenti qualera, a liberare
lillustre prigioniero, ma per garantire,
attraverso il martirio di Moro,
che la linea politica morotea di coinvolgimento
del PCI nella maggioranza governativa non
prendesse mai piede.
F. Cossiga ed i suoi consulenti privati, italiani
e USA, aveva approvato un piano (piano Mike,
M come morto) da attuare nel caso
in cui Moro fosse stato ucciso. Il piano venne
trasmesso alle autorità competenti
il 5 maggio 1978, quattro giorni prima dellavvenuta
esecuzione. Strana coincidenza il quanto il
leader democristiano era prigioniero da 51
giorni e mai prima di allora il Viminale aveva
predisposto iniziative da mettere in cantiere
se si fosse verificato lepilogo infausto.
Qualora il presidente della Dc fosse sopravvissuto
al sequestro era previsto il suo internamento
in un Istituto psichiatrico (Policlinico Gemelli)
(piano Viktor, V come vivo) dove
sarebbe stato sottoposto ad un trattamento
psicologico riabilitativo che avrebbe curato
la presunta sintomatologia da lui presentata
durante la reclusione (una diagnosi di comodo),
ossia i disturbi emotivi conseguenziali alla
Sindrome di Stoccolma, una patologia
in cui la vittima diventa oggetto di facile
plagio da parte dei suoi carcerieri (lavaggio
del cervello).
Nellottobre del 1978, pochi mesi dopo
la morte di Moro, il Partito Popolare Europeo
(PPE), il movimento di Lyndon La Rouche, pubblicò
un volume intitolato Chi ha ucciso Aldo
Moro?. Il documento del PPE attribuiva
la strage di via Fani e lomicidio di
A. Moro ai servizi segreti britannici, i capifila
del terrorismo e delle strutture deviate
presenti negli altri organismi dIntelligence
occidentali. Nel libro del PPE , F. Cossiga
viene definito una pedina fondamentale
nello scenario terrorista britannico in Italia.
Una opinione che si evince anche leggendo
lopera di S. Flamigni intitolata Convergenze
parallele (Kaos, 1998). F. Cossiga è
stato allevato politicamente da A. Segni che
insieme a M. Scelba rappresentava la corrente
anglofila della DC (la destra oligarchica
democristiana). Segni si formò ideologicamente
in compagnia di D. Grandi, il gerarca fascista
amico degli inglesi, con il quale fondò
e diresse una rivista giuridica. Da Segni,
F. Cossiga ricevette in eredità la
rappresentanza politica delloltranzismo
atlantista, impersonificato dalla CIA e dal
suo equivalente anglosassone (MI6), che cercò
di innestare con successo negli apparati dei
servizi di sicurezza e nelle più alte
gerarchie militari italiane.
In linea con quanto fin qui esposto, sono
le dichiarazioni di C. Guerzoni, ex segretario
di A. Moro durante gli anni di piombo: In
occasione del sequestro Moro, il comportamento
della CIA fu molto strano. Dichiarò
che non poteva intervenire perché una
norma del Congresso americano le consentiva
lintervento solo nel caso in cui fosse
stato messo in pericolo linteresse del
popolo o dello Stato USA. Poiché gli
Stati Uniti erano attentissimi a ciò
che si verificava in Italia, nel tentativo
di impedire che il Paese mediterraneo si spostasse
troppo a sinistra verso i comunisti, è
molto curioso che il rapimento da parte delle
BR di un ex presidente del Consiglio, in quel
momento presidente del partito di maggioranza,
non fosse motivo sufficiente per intervenire
con tempestività.
R. Priore, lex Giudice Istruttore responsabile
dellinchiesta sulla strage di via Fani
e sullomicidio del presidente della
DC, ha detto: Ai tempi del sequestro
Moro, insieme a Ferdinando Imposimato, abbiamo
cercato di interpretare i messaggi delle BR
e di dare una dimensione internazionale al
rapimento del leader democristiano. La tecnica
con cui è stato rapito è la
fotocopia di quella adottata in Germania per
rapire H. M. Schleyer, il presidente della
Confindustria tedesca sequestrato il 5 settembre
1977 dalla Rote Armee Fraktion (RAF). Caso
strano la RAF, pesantemente infiltrata dalla
CIA e dal MOSSAD, nel 1978 non mette a segno
alcuna azione terroristica. Riprenderà
soltanto nel 1979 dopo la tragica conclusione
delloperazione Moro.
Lavvocato socialista G. Guiso, confidente
di B. Craxi e difensore dei capi storici delle
BR (A. Franceschini e R. Curcio) custoditi
in carcere, ha più volte dichiarato
che i terroristi già condannati
o in attesa di condanna hanno fatto di tutto
per salvare la vita di A. Moro. La sostanza
del suo ragionamento è che qualcosa
ha impedito loro di giungere ad un accordo.
Qualsiasi cittadino è in grado di capire
come questo qualcosa non possa
essere stata solo la fermezza delle Istituzioni.
Si domanda lavvocato Guiso: <Può
avere svolto un ruolo determinante la CIA?>.
Secondo lui ha sicuramente influito il cosiddetto
Noto Servizio o Anello,
una struttura occulta che operava a livello
superiore rispetto ai servizi segreti e che
non era di certo insensibile alle sollecitazioni
americane vista la sua estrazione estremista
di destra e apertamente filoatlantica. Il
penalista Guiso ha anche affermato: Moro
non è stato salvato perché non
lo si è voluto salvare. Le BR sono
arrivate ad uccidere il presidente della Dc
perché sono state costrette a farlo.
Quindi qualcuno (allinterno o allesterno)
le ha obbligate a comportarsi in quel modo.
Lo scrittore A. Giovagnoli, bene informato
sui retroscena del caso Moro, ha sentenziato:
La responsabilità della morte
di Moro è di chi lha ucciso,
dei suoi compagni e dei loro sostenitori,
nonché dei loro mandanti occulti nazionali
ed internazionali.
G. Pellegrino, che già conosciamo,
ha così risposto a certe domande sulla
dinamica del sequestro Moro: Se si osserva
la genesi e levoluzione del terrorismo
rosso, ci si accorge che elementi ambigui
(dal punto di vista ideologico e da quello
dei collegamenti) esistevano al suo interno
fin dallinizio. Naturalmente in qualche
caso poteva trattarsi di persone doverosamente
infiltrate nelle BR per meglio conoscerle
e quindi per meglio combatterle. In qualche
altro caso, però, lambiguità
di certi personaggi era tale da far pensare
ad un ruolo diverso da quello del semplice
infiltrato. Il Pellegrino ha poi aggiunto:
Quando la trattativa di fatto (per liberare
Moro) si era positivamente conclusa, Moro
venne intercettato da chi lo voleva morto:
fu ammazzato proprio mentre stava per essere
salvato. E unipotesi agghiacciante,
ma al momento mi risulta la più credibile.
Gli ambigui personaggi chiamati in causa dal
Pellegrino erano C. Simioni e G. Senzani.
A Parigi avevano aperto la scuola di lingue
Hyperion, una centrale internazionale del
terrorismo sponsorizzata dalla CIA. Avrebbero
guidato loperazione sequestro Moro attraverso
infiltrazioni nelle BR. I sospetti su chi
fosse stato linfiltrato si erano concentrati
sul brigatista M. Moretti, capo indiscusso
delle BR sanguinarie che avevano
progettato ed eseguito il rapimento di Moro.
Tramite un contatto con i socialisti di B.
Craxi, A. Franceschini, un leader ante litteram
delle BR, incarcerato a Torino insieme a R.
Curcio (entrambi erano stati arrestati a Pinerolo
l8 settembre 1974 grazie alla delazione
dellinfiltrato S. Girotto, il frate
mitra), fece un tentativo per liberare Moro.
Il suo teoricamente sottoposto M. Moretti
non avrebbe potuto fare altro che rispettare
la volontà del capo brigatista in carcere.
In realtà, il Moretti si comportò
in tuttaltro modo, dimostrando di assecondare
il volere di altri e non quelli dei suoi superiori
precedentemente arrestati e poi condannati
allergastolo. C. Guerzoni, uno dei più
stretti collaboratori di Moro, ha espresso
la convinzione che M. Moretti, il prinicipale
dirigente delle BR in libertà, avesse
stabilito con qualcuno una convenienza
reciproca per la gestione del sequestro
tanto da aver potuto viaggiare tranquillo
per lItalia senza che nessuno lo fermasse.
Nessuno ha avuto linteresse a trovare
lonorevole Moro; il presidente della
Dc interessava più da morto che da
vivo anche per chi stava dallaltra sponda
(in tutti i sensi).
Caso Moro cap-4
Dopo il sequestro di A. Moro, il 19 marzo
lUnità scrisse che le BR erano
da considerasi belve che è perfino
difficile paragonare ai fascisti, un pugno
di fanatici manovrati da forze che stanno
molto in alto, probabilmente anche al di fuori
del nostro Paese. E. Berlinguer, capo
degli eurocomunisti, è stato più
esplicito: La sfida brigatista è
da attribuirsi a forze potenti, interne ed
internazionali, che muovono le fila di questo
attacco spietato contro lo Stato e le libertà
repubblicane. Nei suoi colloqui con
M. Moretti, A. Moro, parlando dal carcere
dellatteggiamento di fermezza (nessuna
trattativa con i brigatisti) assunto dalla
DC, accennava di continuo ad un intervento
straniero, nulla di preciso, ma comunque da
collocarsi nellambito NATO.
W. G. Tarpley, il già menzionato esperto
di terrorismo internazionale, insieme ad altri
giornalisti ha redatto un documento (settembre
1978) in cui si diceva che A. Moro fu ucciso
dai servizi segreti della NATO, utilizzando
le BR come strumento di copertura. Nel documento
si legge: La causa dellassassinio
fu la determinazione di Moro di dare allItalia
un governo stabile, portando il PCI al potere
come componente integrale della maggioranza
parlamentare e ponendo fine alle farneticazioni
dei politici legati a Londra come il leggendario
killer di governi U. La Malfa. Al piano Moro,
ritenuto una violazione delle sfere di influenza
di Jalta (lItalia doveva essere un vassallo
degli USA) si opposero sia H. Kissinger, ala
dellestablishment della politica estera
americana, sia certe fazioni italiane della
classe dirigente raccolte intorno alla loggia
reazionaria filoamericana P2 che a quel tempo
era ancora segreta.
F. Ceccarelli, su Repubblica del 14 Gennaio
2008, ha detto che nel 1976 il Foreing Office
britannico aveva progettato un colpo di Stato
da effettuarsi in Italia per scongiurare la
prospettiva di una possibile vittoria elettorale
del PCI guidato da E. Berlinguer. Il Times
ha dedicato una pagina intera allo scoop di
Repubblica, intitolando un articolo in modo
tale da non lasciare dubbi a chi lo legge:
La Gran Bretagna aderì ad un
complotto per rovesciare un governo comunista
italiano. Anche il Guardian, il Telegraph
e lIndipendent hanno pubblicato ampi
servizi sulla vicenda.
Stando a quel che ha detto il giornalista
M. Pecorelli, iscritto alla P2 e portavoce
di alcuni settori deviati dei
servizi segreti, il generale dei Carabinieri
C. A. Dalla Chiesa era andato da F. Cossiga,
ministro degli Interni, a dirgli che aveva
individuato la prigione in cui era trattenuto
A. Moro. Prima di approvare un eventuale blitz
per liberare lostaggio, F. Cossiga temporeggiò
perché doveva chiedere il permesso
a L. Gelli, il capo della loggia P2 (descritta
come la loggia di Cristo in Paradiso)
i cui affiliati, oltre a controllare tutti
i gangli vitali dello Stato, erano abilmente
manipolati dalla CIA, lunica organizzazione
a cui dovevano rispondere del loro operato.
Il colonnello dei Carabinieri N. Bozzo, stretto
collaboratore del generale C. A. dalla Chiesa,
ha raccontato alla Commissione Stragi che
il suo superiore prima di morire era ossessionato
dal fatto che a tirar le fila del terrorismo
fosse una rete messa in piedi, durante la
resistenza, dagli USA e composta da ex partigiani
rossi, ma in realtà di opposta ideologia,
che erano stati infiltrati nelle organizzazioni
di sinistra extraparlamenteri per destabilizzare
il Paese.
Il giornalista M. Pecorelli, nelle pagine
della sua rivista O. P., ha definito lagguato
di via Fani: il segno di un lucido superpotere.
Per il Pecorelli: le BR non rappresentano
il motore principale del missile: esse agiscono
come motorino per la correzione di rotta dellastronave
Italia. Il direttore di O. P. ha, inoltre,
affermato: Il cervello direttivo che
ha organizzato la cattura di Moro non ha niente
a che vedere con le BR tradizionali. Il commando
di via Fani esprime in forma desueta ma efficace
la nuova strategia politica internazionale.
Curcio e compagni non hanno nulla a che fare
con il grande fatto tecnicistico-politico
del sequestro Moro. Il caso Lockeed e lagguato
di via Fani sono due episodi di destabilizzazione
ad altissimo livello, episodi di solito trattati
dalle reti dello spionaggio cosmopolita.
Prima di continuare è opportuna fare
alcune precisazioni. Gli uomini di L. Gelli
legati alla P2 non erano, come alcuni hanno
ritenuto per anni, unaccolita di spregiudicati
affaristi, ma, al contrario, uno straordinario
centro di potere esecutivo che annoverava
più di duemila tra politici, alti gradi
militari, magistrati e giornalisti penetrati
profondamente nelle Istituzioni e negli apparati
dello Stato. Certamente non novecento individui
come sembrava dallesame dellelenco
sequestrato dai magistrati milanesi G. Turone
e G. Colombo nella villa di Gelli situata
a Castel Fibocchi in provincia di Arezzo.
La loggia P2, culla di potere ad alto livello
delloltranzismo atlantico e dellanticomunismo
radicale, si era capillarmente inserita in
tutte le strutture statali attraverso le quali
si articolava la vita pubblica del nostro
Paese. Una creazione piduista era lorganizzazione
clandestina GLADIO che costituiva lespressione
militare italiana di una rete di difesa antisovietica
NATO chiamata STEY-BEHIND.
Nella base NATO sarda di Capo Marrargiu, prestava
il suo servizio il colonnello dellUfficio
K del SISMI (Servizio per le Informazioni
e la Sicurezza Militare) C. Guglielmi. Il
colonnello era specializzato nelladdestramento
delle unità da combattimento STAY BEHIND,
militari senza divisa che si esercitavano
giornalmente a compiere atti di sabotaggio,
sequestri e guerriglia sia campale che urbana.
Vedremo tra poco cosa centri il Guglielmi
con il sequestro Moro. Il presidente DC incarcerato
era sicuramente al corrente dellesistenza
della struttura GLADIO, nata intorno agli
anni cinquanta come propaggine mediterranea
delle volontà imperialiste americane.
Il gladiatore A. Arconte ha dichiarato che
la mitraglietta Skorpion di fabbricazione
cecoslovacca, usata per uccidere A. Moro,
proveniva dai depositi GLADIO. Lo stesso ha,
inoltre, confessato che conosceva in anticipo
la decisione di rapire A. Moro, pur non avendo
fatto niente per prevenire il sequestro. In
questo inghippo ha svolto un ruolo fondamentale
il colonnello S. Giovannone, un uomo, vicino
al generale piduista G. Sansovito capo del
SuperSISMI, che aveva il compito di mantenere
buoni rapporti con lorganizzazione terroristica
palestinese OLP (Organizzazione per la Liberazione
della Palestina), una struttura eversiva mediorientale
che avrebbe dovuto propiziare, non si sa a
quale titolo, la liberazione dellimportante
ostaggio democristiano. E singolare
il fatto che il presidente della DC, in una
delle sue lettere dal carcere, chiamasse in
causa, come possibile mediatore tra lo Stato
e le BR, proprio il colonnello del SISMI S.
Giovannone.
Significativa è anche unaltra
singolare scoperta: i bossoli della mitraglietta
Skorpion rinvenuti sul luogo della strage
di via Fani avevano una particolare vernice
che viene normalmente usata per prevenire
la ruggine. Questa vernice rende quasi certa
la provenienza delle pallotole poiché
è quella che GLADIO usava per preservare
i proiettili nei suoi depositi sotterranei.
In una tipografia delle BR, situata a Roma
in via Foà e allestita dal capo brigatista
M. Moretti, è stata rinvenuta una macchina
stampatrice AB DIK 360 proveniente dal RUS
(Reparto Unità Speciali), un ufficio
del SISMI che era preposto a coordinare loperazioni
GLADIO. Nel processo Moro ed in quello istruito
per la morte del generale C. A. Dalla Chiesa,
la giustizia si è avvalsa delle consulenze
di M. Morin, un sedicente perito darmi
che apparteneva da anni alla organizzazione
paramilitare segreta italiana GLADIO.
Un altro sedicente gladiatore (nome in codice
Fantasmino) ha detto che un gruppo
formato da 150 militari statunitensi superaddestrati
(gruppo BLUE LIGHT) operava al fine di destabilizzare
lItalia per ricondurla su posizioni
più filoamericane. Lintento dei
soldati USA era quello di compiere operazioni
sporche da addebitare alle BR. Alcuni snipers
BLUE LIGHT (cecchini) avrebbero ucciso la
scorta di Moro, utilizzando armi ad altissima
precisione e sparando da quattrocento metri
di distanza. Dopo di che avrebbero lasciato
il campo al commando brigatista comandato
da M. Moretti. Fantasmino, le
cui rivelazioni sono state fatte al giornale
Unione Sarda, ha, inoltre, affermato di appartenere
ad una sezione GLADIO che aveva per compito
specifico quello di sopprimere fisicamente
i personaggi politici italiani della sinistra
in aperto contrasto con le posizioni occidentali
della NATO. Sempre secondo lui lo Stato non
poteva eliminare le BR perché contemporaneamente
avrebbe dovuto denunciare il comportamento
sovversivo delle forze americane BLUE LIGHT
dislocate in Italia.
Molti mesi prima del sequestro Moro, un tale
G. Serafino si era appostato, per valutare
le abitudini del leader democristiano, nel
giardino dello stabile, situato nella romana
via Savoia, che ospitava lo studio del presidente
della DC. Il Serafino era un collaboratore
dellonorevole scudo crociato G. A. Arnaud,
un piduista di vecchia data amico personale
di L Gelli. Alle 10 del 16 marzo 1978 (il
giorno della strage di via Fani), L. Gelli
ha ricevuto nella sua stanza allHotel
Excelsior di Roma due ospiti mai identificati.
La segretaria del capo della loggia massonica
P2, N. Lazzarini, ha detto: <Ad
un certo punto Gelli disse: Il più
è stato fatto>.
Caso
Moro.Cap 5
Subito dopo il sequestro di A. Moro, F. Cossiga,
ministro degli Interni, costituì Il
16 marzo del 1978 una Commissione denominata
Gruppo Gestione Crisi che lavorò
in modo del tutto misterioso. Esso venne affiancato
al comitato ufficiale composto
da rappresentanti delle forze dellordine
e dei servizi segreti istituzionali. Secono
A. Sofri la Comissione-ombra si era insediata
al Ministero della Marina ed era frequentata
assiduamente da L. Gelli che aveva addirittura
una stanza a sua disposizione allinterno
delledificio ministeriale. Della presenza
di Gelli tra i consiglieri di Cossiga ne ha
parlato anche F. Mazzola, sottosegretario
alla Difesa con delega alla Marina militare
e grande amico di F. Cossiga. Analoghe testimonianze
le hanno fornite anche il piduista E. Cioppa
(funzionario del SISDE, Servizio per le Informazioni
e la Sicurezza Democratica) e la democristiana
T. Anselmi. Questultima ha detto. Il
capo della loggia P2 agiva ormai come elemento
pienamente inserito al massimo livello in
uno dei gangli essenziali dello Stato.
Secondo il giornalista U. Cavina, allepoca
del sequestro Moro capo ufficio stampa della
DC, Gelli partecipava alle riunioni del Gruppo
Gestione Crisi sotto il falso nome di
Ingegner Luciani. Quando furono
resi noti i nominativi degli affiliati alla
loggia P2 di L. Gelli (primavera 1981) si
apprese che i sei alti ufficiali che avevano
dato vita al Gruppo Gestione Crisi
erano tutti piduisti.
Ingegner
Lucio Luciani era il nome di copertura
che L. Gelli spesso usava nelle lettere di
raccomandazione pubblicate tra gli atti della
Commissione dinchiesta sulla loggia
P2. Come Ingegner Luciani, il
vertice della P2 prenotava spesso una camera
allHotel Excelsior di Roma. Nella seconda
metà di gennaio 1992 è saltato
fuori un documento che provava le frequentazioni
di Gelli al Ministero della Marina militare:
si tratta di due tesserini, datati gennaio
1979 e intestati allIngegner L.
Luciani, che gli consentivano il libero
accesso alla biblioteca del Ministero marittimo.
Ai tempi del rapimento di A. Moro, il capo
del Servizio di sicurezza antiterrorismo,
E. Santillo, massimo esperto di quel settore
in Italia, è stato completamente escluso
dalla gestione delle indagini sul caso Moro.
Forse pagava lo scotto di aver stilato, negli
anni precedenti, ben tre rapporti allarmanti
sulle attività criminali di L. Gelli
e della loggia P2. Nellunica occasione
in cui gli hanno chiesto un consiglio sulle
mosse da fare per risolvere il caso Moro,
E. Santillo, significativamente e provocatoriamente,
ha consigliato una retata intorno a villa
Wanda, la villa del maestro venerabile L.
Gelli ubicata nella campagna di Arezzo.
Durante le indagini investigative è
emerso che i sequestratori di A. Moro hanno
adoperato un autofurgone dotato di sofisticate
attrezzature spionistiche normalmente usate
dagli addetti ai servizi segreti. A tal proposito
va detto che alle 9 del mattino del giorno
in cui è stato rapito il presidente
della DC (16 marzo), il già menzionato
colonnello C. Guglielmi era in via Stresa
a soli 200 metri dallincrocio con via
Fani. Avrebbe ricevuto la seguente telefonata
dal suo capo, il piduista generale P. Musumeci
(direttore del SISMI): Corri a via Fani
a vedere cosa sta succedendo. Un informatore
mi ha detto che le BR vogliono rapire Moro.
Il militare non ha mai smentito la sua presenza
sulla scena della strage, giustificandola,
però, in modo del tutto singolare.
Ha, infatti, dichiarato che doveva andare
a pranzo da un amico (alle 9 del mattino!).
Lamico del colonnello, un collega di
nome A. DAmbrosio, ha confermato che
il Guglielmi quella mattina ha bussato alla
porta di casa sua, ma ha smentito che fosse
stato programmato un pranzo insieme. F. Accame,
presidente dal 1976 della Comissione Difesa
della Camera, ha apertamente dichiarato che
nellagguato di via Fani il Guglielmi
incarnava la presenza di GLADIO col compito
di verificare che tutto andasse bene.
Probabilmente il funzionario del SISMI è
stato lindividuo che ha fatto scomparire
la borsa in cui A. Moro teneva le sue carte
più riservate, tra cui quelle che lo
vedevano ingiustamente implicato nello scandalo
Lockeed. Nella fretta convulsiva del sequestro
i brigatisti lavevano lasciata sbadatamente
sul posto (in via Fani, luogo dellagguato
al presidente DC).
Lazione militare di via Fani, la strada
in cui è stato sequestrato A. Moro
il 16 marzo 1978, è stata definita
da un ufficiale dei servizi segreti italiani
un gioiello di perfezione attuabile
solo da due categorie di persone: militari
addestrati in modo sofisticato, oppure (il
che è lo stesso) da civili che si erano
sottoposti ad un lungo e meticoloso training
in basi militari specializzate in operazioni
di commando. La presenza in via Fani
di un tiratore addestrato sembra quindi essere
altamente probabile. Le BR erano in contatto
con lorganizzazione terroristica tedesca
Rote Armee Fraktion (RAF). Poiché la
dinamica del golpe di via Fani ricalca abbastanza
fedelmente quella messa in atto dalla RAF
per uccidere il presidente della Confindustria
tedesca H. M. Schleyer (1977), è probabile
che il superkiller coinvolto nel delitto Moro
provenisse dal movimento eversivo RAF al cui
interno gravitavano infiltrati sia del MOSSAD
che della CIA. I terroristi del gruppo
di fuoco indossavano la divisa degli
Stuart dellAlitalia. Ciò era
dovuto al fatto che non tutti i componenti
del commando si conoscevano. La divisa serviva
appunto al reciproco riconoscimento. Un accorgimento
a maggior ragione necessario per la presenza,
sulla scena del sequestro, di un killer specializzato
che era ignoto ai più perché
proveniva dallestero. Pare che il pistolero
della RAF avesse un casco da motociclista
che gli copriva il volto e che sia scappato
a bordo di una moto Honda guidata da un complice.
I brigatisti hanno sempre negato, mentendo,
che una moto Honda facesse parte dellarmentario
motorizzato di cui si erano avvalsi per sequestratre
A. Moro. Lidentità dei due moticlisti,
descritti da più testimoni come terroristi,
non è mai stata individuata. Ad uno
stretto collaboratore di A. Moro, S. Freato,
ed al sottosegretario democristiano N. Lettieri,
lavvocato svizzero D. Payot (si era
occupato del sequestro del presidente della
Confindustria tedesca H. M. Schleyer ad opera
dei combattenti della RAF) ha
dichiarato di essere disponibile ad intavolare
trattative con le BR. Lavvocato, per
le sue conoscenze, era sicuro di poter arrivare
a contattare, senza intermediazioni, i rapitori
italiani di A. Moro. Tempo dopo, a S. Freato
che era andato a Ginevra per avere da lui
ulteriori chiarimenti, il Payot ha detto:
Non posso occuparmi di questa vicenda,
il mio Ministro della Giustizia me lha
impedito.
Durante il sequestro Moro (il 23 marzo 1978)
è stato arrestato in Germania un cittadino
statunitense in possesso di una falsa identità
tedesca: P. J. Hauser, un ex pluridecorato
marine che aveva eroicamente combattuto nella
guerra del Vietnam. Lamericano, un sovversivo
della RAF forse imprestato alle BR, potrebbe
essere stato coinvolto, dato le sue capacità
balistiche, nel delitto Moro e nella eliminazione
della scorta che doveva garantire la protezione
fisica del presidente della DC. Nel 1991 è
uscito un testo classico sui misteri, sulle
le stragi e sul terrorismo italiano. E
intitolato The Puppetmasters (I
Burattinai) ed è stato scritto dal
giornalista ed investigatore inglese P. Willan.
Nel libro si fa riferimento ad un interessante
documento dattiloscritto, recuperato dalla
Polizia in una cabina telefonica di Firenze
dove aveva sede il cervello operativo delle
BR che il Moretti raggiungeva indisturbato
settimanalmente. Il papier ha dato origine
alla stesura di un rapporto di Polizia datato
16 maggio 1979. Nel resoconto il vero uomo
che organizzò la strage di via Fani
ed il rapimento di Moro sarebbe un italoamericano
di nome David, un ex marine che aveva combattuto
in Vietnam con il grado di capitano e che
era poi entrato nelle Special Forces dei Green
Berrets, le truppe scelte americane.
Secondo il Willan il coinvolgimento americano
nel delitto Moro sarebbe stato mediato dai
capi piduisti L. Gelli e M. Sindona. Lattività
dello statunitense David era coordinata dal
centro USIS (United States Information Service),
un istituto culturale legato allambasciata
statunitense di Roma, a sua volta collaborante
con lorganizzazione golpista di destra,
guidata da E. Sogno, Pace e libertà.
In un intervista al giornalista A. Cazzullo,
il Sogno ha ammesso che cerano accordi
tra italiani e americani per sparare
a chiunque avesse fatto accordi con i comunisti.
M. Moretti sarebbe stato infiltrato nelle
BR, rispettando gli ordini emanati dalla già
menzionata falsa scuola di lingue francese
Hyperion, una centrale del terrorismo internazionale
manovrata e strumentalizzata dalla CIA proprio
attraverso lUSIS.
Una cenno a parte meritano le complicità
di cui i brigatisti coinvolti nel delitto
Moro godevano allinterno della società
dei telefoni SIP (Società Idroelettrica
Piemonte). La mattina del 16 marzo, ad esempio,
pochi minuti dopo la strage ed il sequestro
di Moro, un improvviso black-out interruppe
le comunicazioni telefoniche in tutta la zona
di via Fani e di via Stresa, impedendo le
prime fondamentali comunicazioni e coprendo,
di fatto, la fuga dei terroristi. Durante
tutto il periodo del rapimento del presidente
democristiano ci fu una scarsissima collaborazione
da parte della SIP. Essa non assolse in maniera
adeguata le sue funzioni (intercettazioni
telefoniche) a grave discapito dellattività
investigativa. Il dottor D. Spinella, capo
della DIGOS (Direzione Investigazioni Generali
e Operazioni Speciali) dichiarò di
aver constatato un atteggiamento di assoluta
non collaborazione da parte dellEnte
telefonico, inettitudine operativa che avrebbe
dovuto essere perseguita dallautorità
giudiziaria. La SIP dipendeva dalla STET (Società
Torinese per lEsercizio Telefonico)
di cui era amministratore delegato M. Principe,
un affiliato alla loggia massonica P2 di L.
Gelli.
Dopo la morte del leader democristiano (9
maggio 1978), M. Pecorelli, direttore della
rivista O. P., ha pubblicato una sibillina
cronaca del ritrovamento del cadavere di A.
Moro (Roma, via Caetani, Ghetto ebraico).
Il giornalista si è soffermato sul
muro al quale era addossata la Renault rossa
contenete il corpo del presidente DC appena
ammazzato: Dietro (il muro) ci sono
i ruderi del teatro Balbo, il terzo anfiteatro
di Roma. Ho letto in un libro che a quel tempo
gli schiavi ed i prigionieri vi venivano condotti
perché si massacrassero tra di loro.
Chissà cosa cera nel destino
di Moro perché la sua morte venisse
scoperta proprio contro quel muro? Il sangue
di allora ed il sangue di oggi. Quellaccenno
a schiavi e prigionieri che combattono nellarena,
piazzato nel bel mezzo di un articolo che
parlava daltro, era risultato allora
incomprensibile. Diventò trasparente
dopo la scoperta di GLADIO (uno dei sostenitori
era proprio lonorevole A. Moro). Chi
altri, se non i gladiatori, combattono nellarena
scannandosi a vicenda? Il Pecorelli, depositario
di segreti incoffessabili, ha fatto una brutta
fine. Per la sua morte è stato ritenuto
responsabile lonorevole G. Andreotti.
Condannato in primo grado, sulla scorta delle
rivelazioni fatte dal boss mafioso pentito
T. Buscetta, è stato successivamente
assolto in appello. Più persone hanno
detto che chi doveva temere di più
dalle rivelazioni di Moro fatte dal carcere
di via Montalcini 8 era proprio G. Andreotti.
Le confessioni morotee potevano svelare le
malefatte andreottiane come, ad esempio, lo
scandalo per gli assegni dellItalcasse,
uno scandalo del malcostume politico italiano
che ha riempito per mesi le pagine dei quotidiani.
Alcuni indizi fanno ritenere che lultima
prigione morotea fosse ubicata vicino al luogo
dove A. Moro è stato rinvenuto cadavere:
via Caetani sita allinterno del Ghetto
ebraico di Roma. In questa via ci sono i palazzi
Caetani e Antici Mattei. Non solo nel palazzo
Mattei abitava un inquilino che aveva rapporti
con il SISDE, ma cera anche un Centro
Studi Americani (una copertura dei servizi
segreti USA) frequentato da G Senzani, uno
dei fondatori dHyperion, la scuola di
lingue parigina da cui provenivano alcuni
terroristi tra i quali anche M. Moretti, la
mente organizzativa del sequestro Moro. Come
abbiamo visto il Senzani era un terrorista
invischiato indirettamente fino al collo nella
strage di via Fani e nel rapimento di A. Moro.
I giornalisti G. Fasanella e G. Rocca sostengono
che il presidente DC, ai primi di maggio,
era ad un passo dalla liberazione. Sarebbe
stato salvato da unabile mediazione
tra Viminale, BR, USA, KGB e Vaticano. Condotto
nel palazzo del Ghetto ebraico (palazzo Mattei),
grazie alla rete dei contatti internazionali
intessuta dal direttore dorchestra I.
Markevitch, stava per essere portato in salvo
in Vaticano su di una macchina con targa diplomatica.
Ma allultimo momento allinterno
delle BR qualcuno, imbeccato da imprecisati
manovrieri internazionali, si rimangiò
la parola data e A. Moro venne fucilato.
Un fatto è ormai accertato: ancora
oggi, a tanti anni di distanza dalla strage
di via Fani, del delitto Moro sono più
gli aspetti ingnoti che quelli accertati.
E una vicenda molto simile a quella
dellassassinio del presidente americano
J. F. Kennedy: retroterra politico, mandanti
ignoti, esecutori individuati solo in parte,
un seguito giudiziario complesso e largamente
inconcludente. In sintesi una verità
rimasta sepolta sotto un cumulo di scartoffie.
Per questo il caso Moro resta imperdonabilmente
aperto e certi colpevoli impuniti circolano
indisturbati a piede libero come se niente
fosse mai accaduto.
[Fonte www.italoeuropeo.it]
ALDO
MORO
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-
cenni biografici
- il pensiero
CENNI BIOGRAFICI
Aldo Moro (Lecce 1916 Roma 1978) consegue
nel 1934 la maturità classica e nel
1938 si laurea in Giurisprudenza presso l'Università
di Bari discutendo una tesi su "La capacità
giuridica penale". La tesi, ripresa ed
approfondita, costituirà la sua prima
pubblicazione scientifica e lo avvierà
alla carriera universitaria. Nel 39
diventa Presidente della FUCI (Federazione
Universitaria Cattolica) e nel 1941 ottiene
l'incarico di Filosofia del diritto e di Politica
coloniale presso l'Università di Bari.
Nel 1943 fonda a Bari, con altri amici, "la
Rassegna" che uscirà fino al 1945
anno in cui si sposa con Eleonora Chiavarelli
e in cui diventa Presidente del Movimento
Laureati dell'Azione Cattolica e direttore
della rivista
"Studium" di cui sarà assiduo
collaboratore, impegnandosi a sensibilizzare
i giovani laureati all'impegno politico. Nel
1946 viene eletto all'Assemblea Costituente.
Fa parte della Commissione dei "75"
incaricata di redigere il testo costituzionale
ed è relatore per la parte riguardante
"i diritti dell'uomo e del cittadino".
E' anche vicepresidente del gruppo Dc all'Assemblea
di Bari. Nel 1948 nelle elezioni del 18 aprile
viene eletto deputato al Parlamento nella
circoscrizione Bari-Foggia. Viene nominato
sottosegretario agli Esteri nel quinto Gabinetto
De Gasperi. Nel 1953 viene rieletto al Parlamento
e diventa Presidente del gruppo parlamentare
Dc alla Camera dei Deputati. Nel 1955 diventa
ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo
Segni. Nel 1956, nel corso del VI Congresso
nazionale della Dc che si svolse a Trento,
consolidò la sua posizione all'interno
del Partito. Fu infatti tra i primi eletti
nel Consiglio nazionale del Partito. Nel 1957
diventa ministro della Pubblica Istruzione
nel governo Zoli e si deve a lui l'introduzione
dell'educazione civica nelle scuole. Nel 1958,
rieletto alla Camera dei Deputati, è
ancora ministro della Pubblica Istruzione
nel secondo Governo Fanfani. Nel 1959 all
VII Congresso della Dc che si svolge a Firenze
gli viene affidata la Segreteria del Partito,
incarico riconfermatogli anche dal successivo
Congresso che si svolse a Napoli nel 1962
e che manterrà fino al gennaio del
1964. Nel 1963, rieletto alla Camera, è
chiamato a costituire il primo governo organico
di centro-sinistra, rimanendo continuamente
in carica come Presidente del Consiglio fino
al giugno del 1968, alla guida di tre successivi
ministeri di coalizione con il Partito socialista.
Nel 1968 viene rieletto alla Camera, ma le
elezioni puniscono i partiti della coalizione
e determinano la crisi del centro-sinistra.
La sua posizione nel Partito appare, in questi
anni, un po' decentrata. Dal 1970 al 1974,
assume, anche se con qualche intervallo, l'incarico
di ministro degli Esteri ( dal 1970 al giugno
1972 nel II e III ministero Rumor; dal luglio
1973 al maggio 1974 nel IV e V ministero Rumor).
Nel 1974 ritorna alla presidenza del Consiglio
formando il suo IV ministero che dura sino
al gennaio 1976 (governo bicolore con il PRI).
Nel 1976 presiede il suo quinto ministero
che ha però vita breve: febbraio 1976-
aprile 1976. E' un governo monocolore democristiano.
Nel luglio del 1976 viene eletto Presidente
del Consiglio nazionale della Dc.
Nel 1978, il 16 marzo Aldo Moro viene rapito
dalle Brigate Rosse e gli uomini della sua
scorta barbaramente assassinati. E' un attacco
al cuore dello Stato e alle istituzioni democratiche
che Moro degnamente rappresentava. Viene rapito
mentre si stava recando in Parlamento per
partecipare al dibattito sulla fiducia del
nuovo governo Andreotti costituito con l'appoggio
e l'ingresso del PCI nella maggioranza programmatica
e parlamentare, da Moro ampiamente favorito.
Il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia,
lo statista veniva ucciso dalle Brigate Rosse.
Il suo corpo sarà trovato nel bagagliaio
di un' auto posta emblematicamente a metà
strada tra Piazza del Gesù e via delle
Botteghe Oscure.
IL
PENSIERO
Fu una delle figure di spicco della politica
italiana, distintosi proprio per la sua capacità
di mediare, di analizzare limpidamente e di
innovare la vita sociale e politica dellItalia.
E grazie a lui, e alla necessità
di avviare una nuova fase politica, che si
forma il primo governo di centro-sinistra
nella storia del Paese. Egli sente lesigenza
di fare uscire dal ghetto alcune
forze politiche, mai state al potere, ma garanti
del metodo democratico e portatrici di forze
e idee nuove. Pensa così che dare responsabilità
governative ai gruppi esclusi può innescare
una forza integratrice e unificatrice delle
istituzioni. Così nel 62 allVIII
Congresso DC riesce a far accettare al partito
una linea non voluta nel passato (evidente
nel precedente allontanamento di Fanfani dalla
segreteria), giustificata dalla necessità
di unampliamento della base del potere,
gettando così le fondamenta per una
democrazia sostanziale, che allarghi
gli spazi di libertà e di partecipazione
e che progetti uno Stato capace di cogliere
e di soddisfare le esigenze sociali ed economiche
dellItalia. Ed è proprio questo
il centro del suo pensiero: riuscire a percepire,
capire ed interpretare la nuova realtà
sociale italiana, che in questi anni stava
subendo una modificazione profonda. Rivendica
quindi lorigine di partito di popolo
della DC, schierato con molti e attento
a che si crei una partecipazione dal basso
alla giustizia sociale. Infatti, i rinnovamenti
globali e astratti che arrivano dallalto
sono, secondo Moro, improduttivi e carichi
di pericoli autoritari. Solo con lascesa
al potere delle forze popolari si avrà
una crescita di libertà e giustizia
per tutti. Per questo il partito ha bisogno
di un bagno di umiltà e di rimuovere
la propria presenza, in modo da cercare un
nuovo modo di confrontarsi con la continua
evoluzione della realtà sociale. Moro
indica alla DC questa nuova presenza del moto
irresistibile della storia, che porta ogni
soggetto alla propria affermazione in ogni
condizione sociale e che fa emergere una legge
morale che domina le politica e che la politica
deve seguire. E qui che deve intervenire
lo Stato, promuovendo un ordine giusto e umano,
equilibrando le aspirazioni sociali alla libertà
e alla sicurezza delle posizioni personali
con laspirazione alleguaglianza
e alla giustizia sociale. In questo pensiero
emerge così anche limportanza
della mediazione nella concezione politica
di Moro. Infatti, oltre a compiere il lavoro
di mediatore tra i partiti politici, con un
sofferto lavoro di ricucitura, unindubbia
capacità di ragionamento e una grande
pazienza cristiana, vuole instaurare una mediazione
in primo luogo tra la vita politica e quella
sociale. Per la prima, è necessario
che il governo politico sia in grado di contemperare
le libertà di tutti nel contesto sociale;
per la seconda, è necessario che la
formazione sociale si autocontrolli perché
si assesti il processo di liberazione sociale.
Il legame fra società e politica è
molto stretto in quanto: la società
non è capace di organizzarsi fuori
dal potere politico - infatti lo stato ha
un ruolo insostituibile nella direzione della
vita associata - ; la politica non può
avere un primato esaustivo e totalizzante
nella società perché a questultima
si riconosce uno spazio autonomo per il dispiegamento
dei valori da parte dei consociati. Anche
successivamente, negli anni 70, Moro
dimostra questa particolare attenzione al
mutamento radicale della società italiana.
In particolar modo, dopo aver analizzato accortamente
i risultati del referendum sul divorzio del
74 e quelli amministrativi del 75,
si rende conto che gli squilibri elettorali
registrati sono relazionabili con le grandi
trasformazioni sociali avvenute in questo
periodo. Cè infatti un nesso
tra lo spostamento a sinistra del paese e
il processo di liberazione della donna, della
condizione giovanile e del lavoro. E questo
risultato non è tanto frutto dellopera
dei partiti, quanto un fatto storico, un dato
di civiltà. Invero lattenta analisi
morotea non si concentra tanto su questo processo
di liberazione, quanto sulla sintesi di acquisizioni
diffuse nel mondo laico e in quello cattolico,
intese a recuperarne il lessico per unanalisi
più sociologica che politologica. In
questo processo è praticamente isolato
allinterno della DC, in quanto il ruolo
che essa dovrebbe assumere in questa concezione
sarebbe di grande responsabilità. La
DC vale per il suo patrimonio ideale, per
lispirazione cristiana e di matrice
popolare e per la pratica globale della libertà.
In questo momento, che, dalla formazione della
Repubblica, è il più nero per
il partito, Moro invita a guardare avanti,
aprendo una terza fase nella storia della
DC, che avviene in condizioni molto diverse
da quelle dorigine, ma che ne continua
lispirazione. La preoccupazione, a questo
punto, non deve essere quella di sopravvivere,
ma di salvaguardare il partito, rendendosi
conto che lavvenire, almeno in parte,
non è più nelle mani della DC,
ma deve essere condiviso con le altre forze
politiche, sempre più interdipendenti
tra loro, che vogliano impegnarsi a consolidare
la democrazia, costringendole al confronto
sul piano dei valori della convivenza democratica,
delle compatibilità tra fini e mezzi,
del legame tra politica e giustizia. Anche
nel Memorandum della prigionia,
Moro ripropone un ritorno allequilibrio
tra le principali forze politiche, così
come si era instaurato subito dopo il fascismo
in sede costituente.
La sua visione in questa prospettiva
guarda al futuro vicino e lontano:
nel breve periodo si devono stimolare le forze
maggiori e intermedie a dare una risposta
comune alle sfide della società e al
suo processo di liberalizzazione; nel medio-lungo,
è necessario creare una democrazia
dellalternanza, che consenta ad ogni
forza politica di far valere i propri progetti
e programmi. Globalmente Moro vuole stabilire
una solidarietà tra le forze democratiche
e la stabilizzazione della democrazia pluralistica.
Se nella sua visione dei rapporti internazionali,
non vi è dubbio che collochi lItalia
nel blocco occidentale, in rapporto alla politica
europeista crede nella necessità di
ancorarsi alla tradizione e alle istituzioni
comunitarie senza che per questo, con un meccanico
adeguamento allassetto politico-istituzionale
degli altri paesi, si pregiudichino le specificità
italiane.
[Fonte www.minotarricoinforma.it]