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Cronaca 2008

INCHIESTA_RICERCA
Approfondimenti sul caso MORO...Tanti ancora i misteri
di Prof A. Bertotto

05.03.08 - Il delitto Moro: riflettori puntati sulla CIA- Il 16 marzo 1978, il presidente della DC, A. Moro, venne rapito a Roma in via Fani (zona Monte Mario, quartiere Trionfale) (operazione Fritz).
Questo approfondimento ha lo scopo solo di ricordare il caso Moro riportando delle considerazioni seguendo una pista ( per molti scomoda) per altri non totalmente errata.

alla memoria di Aldo Moro

Fino al 1974, le Brigate Rosse (BR), egemonizzate dai capi storici A. Franceschini e R. Curcio, si prefiggevano di raccogliere i consensi della classe operaia attraverso azioni simboliche, dimostrative e propagandistiche che iconizzavano concretamente il sogno proletario di mettere i padroni alla gogna. Dopo il 1974, le BR, guidate dal capo carismatico M. Moretti, divennero “sanguinarie”. In altre parole avevano “alzato il tiro”. Il loro scopo era quello di colpire i vertici del potere costituito, e cioè il suo principale rappresentante, la Democrazia Cristiana (DC), cardine in Italia dello “Stato Imperialista delle Multinazionali”. Le BR, finalmente, “avrebbero fatto quello che dicevano”. L’obiettivo principale dei brigatisti era il loro riconoscimento politico come gruppo combattente da parte delle istituzioni dello Stato.

Entriamo nei dettagli. Il 16 marzo 1978, il presidente della DC, A. Moro, venne rapito a Roma in via Fani (zona Monte Mario, quartiere Trionfale) (operazione Fritz). Tenuto prigioniero per 55 giorni nel covo-prigione romano di via Montalcini 8 (zona Magliana), il leader democristiano è stato ritrovato morto il 9 maggio nel ghetto ebraico di Roma (via Caetani), a due passi dal palazzo di Giustizia e dalla sede capitolina della DC, nonché da quella del Partito Comunista Italiano (PCI).

La mancata liberazione dell’importante ostaggio fu dovuta a maldestre operazioni di polizia (una spettacolarizzazione da parata), a inettitudine investigativa, a proditorie omissioni, a complicità occulte, a pianificata disinformazione, a verità taciute, a taciti sodalizi, a scoperte pilotate, a mancati arresti, a ricatti nascosti e a deliberati depistaggi. E’ stato, infatti, questo il risultato di una sovrapposizione pragmatica che ha coinvolto la rigidità dei comunisti, la debolezza inerte dei democristiani, l’intransigenza dei repubblicani, il permissivo lassismo dei socialisti e le inclinazioni militariste dei missini sponsorizzate dalla strisciante massoneria (la loggia segreta di L. Gelli Propaganda 2, meglio conosciuta come loggia P2). Fatti che richiamano alla mente il conflitto tra Antigone e Creonte messo in scena da Sofocle. Il figlio di A. Moro, Giovanni, ha detto che nel sequestro di suo padre “ci sono stati cupi sogni di gloria, meschine viltà o ambizioni personali e molti altri “nasi di Cleopatra”. Fanno parte di quest’ultimi l’ambiguo comportamento dei servizi segreti italiani e stranieri e le indebite interferenze delle potenti lobbies internazionali.

Caso Moro cap1

Dati recenti, supportati da conoscenze già acquisite, indicano, con fondata ragionevolezza, che le BR morettiane erano manipolate dalla Center Intelligence Agency (CIA), un organizzazione i cui fini in politica estera erano quelli di tutelare gli interessi americani nel Mediterraneo sulle cui acque si specchiavano l’Italia e la altrettanto turbolenta nazione israeliana, filoatlantica e in aperta guerriglia con le frange bolsceviche palestinesi comandate da Yasser Arafat, il capo indiscusso dell’irridentista al Fatah. Tra le varie accuse rivolte dagli americani ad A. Moro (vedi oltre) c’era anche quella di essere apertamente filoarabo e antisraeliano. Da qui l’interessamento, più o meno occulto, dei servizi segreti sionisti nella gestione del caso Moro. Vediamo, in sintesi, qual’è la pista americana. La seguiremo passo passo, cercando di rispettare un certo ordine cronologico.

Per accompagnare il presidente della Repubblica, G. Leone, A. Moro, allora ministro degli Esteri, si era recato a New York nel settembre del 1974. Durante un ricevimento all’ambasciata d’Italia, il segretario di Stato americano H. Kissinger gli disse: “Non sono un cattolico e non credo nei dogmi. Non posso condividere la sua impostazione politica (il compromesso storico con gli eurocomunisti) e quindi la considero un elemento fortemente negativo”. Stando a quanto ha detto la moglie di Moro, Noretta, H. Kissinger giunse a minacciarlo apertamente dicendogli: “Se lei continua così, il suo Paese verrà da noi strozzato economicamente”. Il presidente della DC si è anche sentito dire da un imprecisato interlocutore: “Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei la smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”. G. Galloni, vicesegretario della DC e poi vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (uno dei più stretti collaboratori di B. Zaccagnini, segretario nel 1978 della DC), è stato più esplicito: “Ad un certo momento della riunione H. Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale”. Dopo questi abboccamenti informali, certamente non piacevoli, A. Moro si è sentito male ed ha manifestato il proposito di estraniarsi dalla politica attiva per alcuni anni.

Nel 1978 il dipartimento di Stato USA ammonì che: “L’atteggiamento del governo statunitense nei confronti dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano, non è in alcun modo mutato. I leader democratici devono dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche”. Un anno prima della morte di A. Moro, il presidente del Consiglio G. Andreotti ha affermato che: “Moro era molto preoccupato dal fatto che agenti stranieri, di segno contrapposto, ma uniti dallo stesso fine di bloccare l’eurocomunismo, possano essere entrati in azione per mandare all’aria l’equilibrio italiano. Non ha elementi, ma solo sensazioni che lo inquietano molto”. Nelle sue lettere dal carcere romano di via Montalcini 8, A. Moro aveva più volte fatto cenno alle “resistenze americane e tedesche” che creavano ostacoli alla sua liberazione.

Nel corso di una riunione del Congresso americano dedicata alle attività della CIA, H. Kissinger ha sostenuto la necessità di una azione segreta in Italia da parte del controspionaggio statunitense “perché se l’Italia diventava comunista, si direbbe che gli Stati uniti non hanno fatto abbastanza per salvarla”. Se la politica di A. Moro era invisa agli americani, la volontà di dialogare con i democristiani manifestata da E. Berlinguer (il leader europeo dell’euromunismo) aveva suscitato un profondo malcontento anche a Mosca. Così si è espresso l’informatissimo giornalista M. Pecorelli, direttore della rivista settimanale O. P.: “E’ comune interesse delle due superpotenze mondiali (USA e URSS) mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industriale. Ciò non è gradito agli americani…Ancor meno è gradito ai sovietici…E’ Jalta che ha deciso via Fani”. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale e segretario di Stato dei presidenti yankee R. Nixon e G. Ford, H. Kissinger, fu tra i responsabili del golpe cileno che eliminò il socialista S. Allende democraticamente eletto dal popolo sudamericano. Per ottenere il suo scopo destabilizzante, H. Kissinger aveva apertamente appoggiato la sinistra cilena rivoluzionaria, extraparlamentare e maoista.

Ha affermato lo scrittore S. Flamigni: “La contrapposizione dettata dalla “guerra fredda” fermò in Italia la prevista democratizzazione degli apparati dello Stato e la piena attuazione dei principi costituzionali. La riorganizzazione dei servizi di sicurezza, in particolare, fu dettata dagli Stati Uniti ed affidata a personaggi legati al passato regime fascista. La CIA preparò piani finalizzati a contrastare l’eventuale ritorno del PCI al governo del Paese. Quella italiana era una sovranità sempre più limitata dalle esigenze atlantiche della guerra fredda”.

In una delle due borse sottratte a Moro al momento del sequestro e mai più ritrovate c’erano i documenti dell’affare Lockeed. Il presidente della DC sarebbe stata la fantomatica Antilope Cobbler. Questo era il misterioso pseudonimo del politico italiano che aveva incassato la tangente di un milione di dollari pagata dalla società americana Lockeed in occasione della vendita di 18 aerei militari Hercules all’Italia. Chi sosteneva che si trattasse di A. Moro (H. Kissinger) intendeva decretarne la virtuale morte politica date le dimensioni internazionali che lo scandalo aveva assunto. Il 3 marzo 1978 è stato giuridicamente stabilito dalla Corte Costituzionale che A. Moro non era in alcun modo implicato nel caso Lockeed. Tredici giorni dopo quel 3 marzo, il leader democristiano è finito nelle mani delle BR, previo annientamento della sua scorta. Alla combutta americana per incastrare A. Moro (lo scandalo Lockeed), partita dagli uffici americani di H. Kissinger, aveva attivamente partecipato anche mister H. Stone, un ex capostazione della CIA dislocato a Roma ed iscritto ad honorem nelle liste della gelliana loggia massonica P2.

G. Pellegrino, già presidente della Commissione Stragi, ha autorevolmente asserito: “Moro e Berlinguer incarnavano una politica temuta e duramente osteggiata in diversi ambienti. Chi voleva colpire a morte la loro politica evidentemente pensò che si dovesse puntare contro le loro persone. Certo è possibile che, sopravvissuto Berlinguer all’incidente bulgaro, l’attenzione si sia spostata su Moro. Molti servizi segreti di rango (nazionali e stranieri) avevano intercettato i progetti dei brigatisti e non fecero nulla per bloccarli”. Il Pellegrino è stato colui che ha elaborato la ”teoria del doppio ostaggio”: l’intera vicenda Moro si sarebbe complicata allorché il potere politico e l’Intelligence nazionale ed internazionale percepirono che Moro stava per rivelare (o fosse nelle condizioni di poterlo fare) importanti rivelazioni di natura politico-militare. In quei momenti gli inquirenti realizzarono che i brigatisti avevano tra le mani non uno, ma due ostaggi: Moro e le importanti informazioni “strategiche” (segrete) in suo possesso (operazione GLADIO, vedi oltre).

Nel memoriale di Moro, scoperto a Milano in via Montenovoso 8 il 1° ottobre 1978, il presidente DC criticava aspramente il collega P. E. Taviani, rappresentante della destra DC ostile a qualsiasi forma di trattativa con le BR, perché era contrario al negoziato, cioè allo scambio del prigioniero con detenuti politici che avevano gravitato nell’ambito rivoluzionario di sinistra. Moro dipingeva Taviani come uomo degli apparati militari e dei servizi segreti vicino ad ambienti stranieri. Si chiedeva il detenuto ostaggio delle BR: “In entrambi i delicati posti da lui ricoperti, Taviani ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana e tedesca?”.

L. Sciascia così commenta la domanda che Moro si era posta: “Se Moro formalmente e retoricamente se lo domanda, non vuol dire che sostanzialmente ne è certo? E dunque la loro azione (dei brigatisti), nell’aver catturato Moro e nel tenerlo prigioniero, corrisponde anche ad un disegno americano e tedesco? Vi concorre involontariamente e casualmente lo agevola o addirittura ne è parte? E non è inquietante sapere che l’uomo degli americani, il “teppista di Stato” Taviani, ha interesse, quanto i capi delle BR, a che Moro resti nella “prigione del popolo” e che ci muoia?”. Durante il sequestro, A. Moro aveva scritto una lettera a B. Zaccagnini, segretario della DC, pregandolo di intervenire in suo favore. Secondo M. Moretti, il capo dei brigatisti, Moro riteneva Zaccagnini il suo alter ego e lo pensava in balia di qualcuno più in alto di lui: “Moro non smette di sollecitare Zaccagnini, gli ricorda che è il segretario del partito (DC), tocca a lui convocare gli organi collegiali per salvare la vita del presidente, ha il dovere di fare qualcosa. Ma Zaccagnini non fa niente. Moro pensa che non sappia tener testa a personaggi più forti di lui che hanno deciso di tacere e di fare precipitare le cose”.


Caso Moro cap 2

Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente della DC, ha sostenuto nel 1990, di fronte alla Commissione Stragi, quanto segue: “Da varie lettere scritte da mio fratello emerge, ovviamente tra le righe, il tentativo di far percepire all’esterno che la situazione doveva essere assai più complessa di un mero rapimento da parte di un piccolo nucleo di terroristi”. In modo criptico Moro, in una delle sue missive, aveva fatto riferimento alla Chiesa romana della Minerva situata sull’omonima piazza. La Chiesa era assiduamente frequentata da padre F. Morlion, un domenicano legato ai servizi segreti francesi, belgi e, soprattutto, americani. Parlando del sequestro, il fratello di Moro ha fatto riferimento ad “un ordine brutale partito non si sa da chi nè da quali ambienti internazionali (la CIA?)”.

W. G. Tarpley, un esperto del terrorismo internazionale, ha affermato: “G. Zamberletti, un esponente di spicco della DC, fu uno dei dirigenti politici italiani ad aver suggerito un ruolo della NATO nell’attacco a Moro. Due giorni dopo il rapimento Moro e l’assassinio della sua scorta, Zamberletti attrasse l’attenzione della stampa inglese, la quale scrisse che <il signor Zamberletti, un intelligente democristiano che ha lavorato come sottosegretario al Ministero dell’Interno con delega ai servizi segreti italiani, ha fatto numerosi ed interessanti commenti sulla NATO. Sembra che Zamberletti abbia detto che de Gaulle lasciò la NATO per via delle dozzine di tentativi di assassinarlo, e che la Francia, dopo questo, e per implicazione come risultato di questo, riuscì a tenere il terrorismo sotto controllo>. In un’altra intervista, Zamberletti disse che un’efficace difesa contro il terrorismo avrebbe dovuto vigilare in ogni direzione, a “trecentosessanta gradi”. Qui c’era la celebre formula di de Gaulle sulla difesa “tous azimuths”, dagli alleati nominali così come dagli avversari, da occidente come da oriente, dagli USA e dalla Gran Bretagna così come dall’URSS. Con questo Zamberletti divenne il bersaglio del partito angloamericano in Italia”.

“Se Moro torna son dolori” è la frase che F. Piccoli (destra DC) disse a S. Freato, uno stretto collaboratore del presidente democristiano imprigionato nel covo-prigione di via Montalcini 8. Il segretario di Moro, C. Guerzoni, tradusse quell’asserto nel seguente modo: “Meglio lui morto, purchè tutti gli altri si salvino”. Non meno espliciti sono stati commenti del senatore R. La Valle, relatore di minoranza nella Commissione Moro in rappresentanza della sinistra indipendente: “A differenza di quanto avveniva negli antichi regicidi, dove si colpiva il potere in quanto espressione di immutabilità e conservazione, nel caso di vittime come l’onorevole Moro si è invece voluto colpire il potere in quanto fattore di cambiamento; e un’altra caratteristica è che il cambiamento, contro cui si sono rivolti questi delitti, insorgendo in punti particolarmente influenti o critici della situazione mondiale, aveva rilevanza non solo per la comunità o per il popolo a cui leader colpito apparteneva, ma per la situazione internazionale nel suo complesso; e quindi è inevitabile che tali delitti evochino immediatamente il fantasma di una iniziativa o di un coinvolgimento internazionale nella loro predisposizione ed esecuzione”.

In una recente intervista l’onorevole diessino L. Violante ha detto: “Quando è avvenuto il fatto (l’omicidio di Moro) io abitavo negli Stati Uniti. La mia impressione fu che ci fosse un certo interesse americano nell’eliminazione di Moro. Ricordo che nei primi mesi del 1978 il New York Times pubblicò una serie di articoli molto pesanti contro l’Italia. Dopo l’uccisione di Moro, la Casa Bianca emise un regolamento interno in cui obbligava la CIA, nelle azioni di spionaggio, a non procedere all’assassinio dei capi di Stato, ma semmai a limitarsi a ferirli gravemente. La conseguenzialità tra questo documento e l’uccisione di Moro fanno capire che l’interesse americano nella sua soppressione probabilmente esisteva”. Nel celeberrimo dossier Mitrokin viene menzionata un’operazione denominata Shpora (sperone) in cui si attesta che dietro le BR c’erano gli USA. Nella seconda metà del 1978, l’ambasciatore americano a Roma, R. Gardner, avvisò Washington che i sovietici alimentavano “calunniosi” sospetti sulla presunta responsabilità statunitense in ordine al caso Moro.

Il già menzionato G. Galloni ha rilasciato molte dichiarazioni inquietanti che indirizzano ad ipotizzare un coinvolgimento americano nel delitto del presidente DC: “Io non posso dimenticare un discorso che ebbi con Moro poche settimane prima del suo rapimento. Discutevamo tra noi delle BR e delle difficoltà che avevamo nel trovare i loro covi. Moro mi disse: <La mia preoccupazione è questa: io ho per certo la notizia che i servizi segreti sia americani (CIA) che israeliani (MOSSAD: Istituto per l’Intelligence e Servizi Speciali) hanno degli infiltrati all’interno delle BR.. Noi non siamo stati avertiti di questo. Se fossimo stati avvertiti, i covi li avremmo trovati subito>. Mi ricordo delle difficoltà che avevamo avuto, durante i giorni del sequestro, a metterci in contatto con i servizi segreti americani al fine di operare congiuntamente per trovare la prigione di Moro che, in realtà, non fu mai trovata. Quando invece fu catturato dalle BR un esponente americano (il generale della NATO J. L. Dozier, rapito a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato senza colpo ferire dai nuclei speciali antiterrorismo NOCS il 28 gennaio 1982), la prigione fu ritrovata nel giro di 15 giorni”. Per il Galloni: “Il modo rapido e brillante con cui fu risolto il caso Dozier destò subito forti sospetti sulla possibilità che i rapitori fossero infiltrati dai servizi segreti americani, se non addirittura che la liberazione dell’ostaggio fosse stata in qualche modo concordata con i rapitori. Ciò rivela, nei due casi, una sorta di politica a doppio binario da parte dei servizi segreti USA: collaborativa nel caso Dozier, per nulla collaborativa, se non ostacolante, nel caso del rapimento Moro”.

G. Galloni ha poi aggiunto: “Tre giorni prima del sequestro, il giornalista M. Pecorelli, direttore della rivista settimanale O. P., ha preannunciato in modo criptico la strage di via Fani. Da dove prendeva le notizie O. P. il cui promotore (M. Pecorelli) era notoriamente legato ai servizi segreti deviati italiani e a quelli americani?”. Secondo il Galloni: “I servizi segreti deviati italiani rispondevano ai colleghi della CIA, e non ai loro diretti superiori, perché erano in mano degli yankee”.

Sempre del Galloni sono le seguenti esternazioni: “Durante la prigionia di Moro, intorno al 20 aprile (1978), un ex capo dei servizi segreti italiani, il generale V. Miceli (poi eletto nelle file del MSI), prima di essere espulso dai servizi segreti perché coinvolto nel colpo di Stato orchestrato da J. V. Borghese, è partito in missione segreta ed è andato a Washington dove ha preso contatti con i più alti esponenti della CIA. Dopo di che nasce la falsa convinzione che Moro era riuscito a convincere le BR che dovevano liberarlo. Lo confermano le ultime dichiarazioni dello stesso Moro in cui affermava: <Più che alla DC, che non è voluta intervenire nelle trattative, devo essere grato alla benevolenza delle BR che mi vogliono liberare>. Moro fu solo illuso di essere liberato: una volta messo in macchina è stato ucciso”. Secondo il Galloni: “Miceli (ex direttore del Servizio Informazioni Difesa, SID) capì che gli americani sapevano molto. Sapevano, ad esempio, dov’era la prigione dello statista democristiano, ma non lo vollero rivelare”.

G. Galloni ha espresso anche altri dubbi: “La mattina del 16 marzo 1978, giorno del rapimento, Moro era uscito presto di casa, prima delle 9, mentre il dibattito alla Camera per la presentazione del nuovo governo era prevista per le 10. Infatti lo statista democristiano, al momento del sequestro, si stava recando a casa del segretario della DC, B. Zaccagnini, che aveva in mente di dimettersi dal partito non appena il governo avesse ottenuto la fiducia. Moro andava da lui per scongiurare questa scelta. Come ha fatto questa informazione a finire nelle mani delle BR che lo aspettavano all’incrocio di via Fani?”. Non per niente il braccio destro di B. Zaccagnini (G. Galloni) ha avanzato in una intervista un interrogativo allarmante: “Non si sta forse cercando di proteggere qualcuno?”. Ecco altre sue perplessità: “La verità sul caso Moro la sapremo solo quando cadrà il segreto sui documenti che sono conservati a Washington. La prigione di Moro non era quella che le BR hanno indicato. Gli americani sapevano dov’era quella vera. Questo lo so con certezza, ma non ci hanno detto mai niente”. Subito dopo il rapimento di Moro il PCI si affrettò a definire l’attacco al cuore dello Stato come opera di “oscure manovre provenienti da lontano” e, benchè non fosse mai giunto ad accusare direttamente la CIA o il KGB (Comitato per la Sicurezza dello Stato), il suo atteggiamento si basò sul presupposto che le BR fossero “manipolate” dall’esterno, probabilmente da oltreoceano. Sulla strage di via Fani e sul delitto Moro, G. De Lutiis si pone una incalzante domanda: “Il “partito brigatista dell’omicidio” aveva forse all’estero i suoi più entusiati sostenitori?”.

Le rivelazioni di G. Galloni sul presunto coinvolgimento dei servizi segreti americani nella vicenda Moro sono suffragate dalla testimonianza del professor F Ferracuti, docente di Psicologia Giuridica all’Università La Sapienza di Roma, un uomo legato ai servizi segreti ed alla loggia massonica P2. Per le sue provate capacità professionali era stato chiamato a far parte della Commissione Consultiva (Gruppo Gestione Crisi) istituita, al tempo del sequestro Moro, dal ministro degli Interni F. Cossiga. Il professore, parlando con il giornalista dell’Unità L. Cancrini, ha rivelato, preso da scrupoli di coscienza, che le riunioni della Commissione, che coordinava al massimo livello le azioni di tutte le forze dell’ordine, erano “non solo frequentate, ma sostanzialmente dirette da due funzionari della CIA”.


caso Moro- cap3

Questa Comissione era presieduta dal professor V. Cappelletti, vicedirettore dell’Enciclopedia Treccani e amico fraterno di F. Cossiga. Il professor Cappelletti era un adepto della setta del reverendo Moon, una congrega americana anticomunista perinde ac cadaver che veniva largamente sovvenzionata dalla CIA. Il professore ha anche detto che A. Moro non avrebbe dovuto lottare per cercare un improbabile salvezza, ma accettare serenamente la morte come avevano fatto i martiri nel circo Flavio del Colosseo romano. Un altro consulente del Viminale, un americano convocato direttamente dal ministro degli Interni F. Cossiga, è stato il professor S. Pieczenik, vice assistente del segretario di Stato americano (H. Kissinger) e all’epoca del delitto Moro uno dei maggiori esperti mondiali nel combattere i sequestri di persona. Come il professor Cappelletti anche il consulente psichiatra statunitense non venne in Italia per contribuire, da luminare nel campo dei rapimenti qual’era, a liberare l’illustre prigioniero, ma per garantire, attraverso il “martirio” di Moro, che la linea politica morotea di coinvolgimento del PCI nella maggioranza governativa non prendesse mai piede.

F. Cossiga ed i suoi consulenti privati, italiani e USA, aveva approvato un piano (piano Mike, M come “morto”) da attuare nel caso in cui Moro fosse stato ucciso. Il piano venne trasmesso alle autorità competenti il 5 maggio 1978, quattro giorni prima dell’avvenuta esecuzione. Strana coincidenza il quanto il leader democristiano era prigioniero da 51 giorni e mai prima di allora il Viminale aveva predisposto iniziative da mettere in cantiere se si fosse verificato l’epilogo infausto. Qualora il presidente della Dc fosse sopravvissuto al sequestro era previsto il suo internamento in un Istituto psichiatrico (Policlinico Gemelli) (piano Viktor, V come “vivo”) dove sarebbe stato sottoposto ad un trattamento psicologico riabilitativo che avrebbe curato la presunta sintomatologia da lui presentata durante la reclusione (una diagnosi di comodo), ossia i disturbi emotivi conseguenziali alla “Sindrome di Stoccolma”, una patologia in cui la vittima diventa oggetto di facile plagio da parte dei suoi carcerieri (“lavaggio del cervello”).

Nell’ottobre del 1978, pochi mesi dopo la morte di Moro, il Partito Popolare Europeo (PPE), il movimento di Lyndon La Rouche, pubblicò un volume intitolato “Chi ha ucciso Aldo Moro?”. Il documento del PPE attribuiva la strage di via Fani e l’omicidio di A. Moro ai servizi segreti britannici, i capifila del terrorismo e delle strutture “deviate” presenti negli altri organismi d’Intelligence occidentali. Nel libro del PPE , F. Cossiga viene definito “una pedina fondamentale nello scenario terrorista britannico in Italia”. Una opinione che si evince anche leggendo l’opera di S. Flamigni intitolata “Convergenze parallele” (Kaos, 1998). F. Cossiga è stato allevato politicamente da A. Segni che insieme a M. Scelba rappresentava la corrente anglofila della DC (la destra oligarchica democristiana). Segni si formò ideologicamente in compagnia di D. Grandi, il gerarca fascista amico degli inglesi, con il quale fondò e diresse una rivista giuridica. Da Segni, F. Cossiga ricevette in eredità la rappresentanza politica dell’oltranzismo atlantista, impersonificato dalla CIA e dal suo equivalente anglosassone (MI6), che cercò di innestare con successo negli apparati dei servizi di sicurezza e nelle più alte gerarchie militari italiane.

In linea con quanto fin qui esposto, sono le dichiarazioni di C. Guerzoni, ex segretario di A. Moro durante gli anni di piombo: “In occasione del sequestro Moro, il comportamento della CIA fu molto strano. Dichiarò che non poteva intervenire perché una norma del Congresso americano le consentiva l’intervento solo nel caso in cui fosse stato messo in pericolo l’interesse del popolo o dello Stato USA. Poiché gli Stati Uniti erano attentissimi a ciò che si verificava in Italia, nel tentativo di impedire che il Paese mediterraneo si spostasse troppo a sinistra verso i comunisti, è molto curioso che il rapimento da parte delle BR di un ex presidente del Consiglio, in quel momento presidente del partito di maggioranza, non fosse motivo sufficiente per intervenire con tempestività”.

R. Priore, l’ex Giudice Istruttore responsabile dell’inchiesta sulla strage di via Fani e sull’omicidio del presidente della DC, ha detto: “Ai tempi del sequestro Moro, insieme a Ferdinando Imposimato, abbiamo cercato di interpretare i messaggi delle BR e di dare una dimensione internazionale al rapimento del leader democristiano. La tecnica con cui è stato rapito è la fotocopia di quella adottata in Germania per rapire H. M. Schleyer, il presidente della Confindustria tedesca sequestrato il 5 settembre 1977 dalla Rote Armee Fraktion (RAF). Caso strano la RAF, pesantemente infiltrata dalla CIA e dal MOSSAD, nel 1978 non mette a segno alcuna azione terroristica. Riprenderà soltanto nel 1979 dopo la tragica conclusione dell’operazione Moro”.

L’avvocato socialista G. Guiso, confidente di B. Craxi e difensore dei capi storici delle BR (A. Franceschini e R. Curcio) custoditi in carcere, ha più volte dichiarato che “i terroristi già condannati o in attesa di condanna hanno fatto di tutto per salvare la vita di A. Moro. La sostanza del suo ragionamento è che “qualcosa” ha impedito loro di giungere ad un accordo. Qualsiasi cittadino è in grado di capire come questo “qualcosa” non possa essere stata solo la fermezza delle Istituzioni. Si domanda l’avvocato Guiso: <Può avere svolto un ruolo determinante la CIA?>”. Secondo lui ha sicuramente influito il cosiddetto “Noto Servizio” o “Anello”, una struttura occulta che operava a livello superiore rispetto ai servizi segreti e che non era di certo insensibile alle sollecitazioni americane vista la sua estrazione estremista di destra e apertamente filoatlantica. Il penalista Guiso ha anche affermato: “Moro non è stato salvato perché non lo si è voluto salvare. Le BR sono arrivate ad uccidere il presidente della Dc perché sono state costrette a farlo. Quindi qualcuno (all’interno o all’esterno) le ha obbligate a comportarsi in quel modo”. Lo scrittore A. Giovagnoli, bene informato sui retroscena del caso Moro, ha sentenziato: “La responsabilità della morte di Moro è di chi l’ha ucciso, dei suoi compagni e dei loro sostenitori, nonché dei loro mandanti occulti nazionali ed internazionali”.

G. Pellegrino, che già conosciamo, ha così risposto a certe domande sulla dinamica del sequestro Moro: “Se si osserva la genesi e l’evoluzione del terrorismo rosso, ci si accorge che elementi ambigui (dal punto di vista ideologico e da quello dei collegamenti) esistevano al suo interno fin dall’inizio. Naturalmente in qualche caso poteva trattarsi di persone doverosamente infiltrate nelle BR per meglio conoscerle e quindi per meglio combatterle. In qualche altro caso, però, l’ambiguità di certi personaggi era tale da far pensare ad un ruolo diverso da quello del semplice infiltrato”. Il Pellegrino ha poi aggiunto: “Quando la trattativa di fatto (per liberare Moro) si era positivamente conclusa, Moro venne intercettato da chi lo voleva morto: fu ammazzato proprio mentre stava per essere salvato. E’ un’ipotesi agghiacciante, ma al momento mi risulta la più credibile”. Gli ambigui personaggi chiamati in causa dal Pellegrino erano C. Simioni e G. Senzani. A Parigi avevano aperto la scuola di lingue Hyperion, una centrale internazionale del terrorismo sponsorizzata dalla CIA. Avrebbero guidato l’operazione sequestro Moro attraverso infiltrazioni nelle BR. I sospetti su chi fosse stato l’infiltrato si erano concentrati sul brigatista M. Moretti, capo indiscusso delle BR “sanguinarie” che avevano progettato ed eseguito il rapimento di Moro.

Tramite un contatto con i socialisti di B. Craxi, A. Franceschini, un leader ante litteram delle BR, incarcerato a Torino insieme a R. Curcio (entrambi erano stati arrestati a Pinerolo l’8 settembre 1974 grazie alla delazione dell’infiltrato S. Girotto, il frate mitra), fece un tentativo per liberare Moro. Il suo teoricamente sottoposto M. Moretti non avrebbe potuto fare altro che rispettare la volontà del capo brigatista in carcere. In realtà, il Moretti si comportò in tutt’altro modo, dimostrando di assecondare il volere di altri e non quelli dei suoi superiori precedentemente arrestati e poi condannati all’ergastolo. C. Guerzoni, uno dei più stretti collaboratori di Moro, ha espresso la convinzione che M. Moretti, il prinicipale dirigente delle BR in libertà, avesse “stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro” tanto da aver “potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto l’interesse a trovare l’onorevole Moro; il presidente della Dc interessava più da morto che da vivo anche per chi stava dall’altra sponda (in tutti i sensi)”.


Caso Moro cap-4

Dopo il sequestro di A. Moro, il 19 marzo l’Unità scrisse che le BR erano da considerasi “belve che è perfino difficile paragonare ai fascisti, un pugno di fanatici manovrati da forze che stanno molto in alto, probabilmente anche al di fuori del nostro Paese”. E. Berlinguer, capo degli eurocomunisti, è stato più esplicito: “La sfida brigatista è da attribuirsi a forze potenti, interne ed internazionali, che muovono le fila di questo attacco spietato contro lo Stato e le libertà repubblicane”. Nei suoi colloqui con M. Moretti, A. Moro, parlando dal carcere dell’atteggiamento di fermezza (nessuna trattativa con i brigatisti) assunto dalla DC, “accennava di continuo ad un intervento straniero, nulla di preciso, ma comunque da collocarsi nell’ambito NATO”.

W. G. Tarpley, il già menzionato esperto di terrorismo internazionale, insieme ad altri giornalisti ha redatto un documento (settembre 1978) in cui si diceva che A. Moro fu ucciso dai servizi segreti della NATO, utilizzando le BR come strumento di copertura. Nel documento si legge: “La causa dell’assassinio fu la determinazione di Moro di dare all’Italia un governo stabile, portando il PCI al potere come componente integrale della maggioranza parlamentare e ponendo fine alle farneticazioni dei politici legati a Londra come il leggendario killer di governi U. La Malfa. Al piano Moro, ritenuto una violazione delle sfere di influenza di Jalta (l’Italia doveva essere un vassallo degli USA) si opposero sia H. Kissinger, ala dell’establishment della politica estera americana, sia certe fazioni italiane della classe dirigente raccolte intorno alla loggia reazionaria filoamericana P2 che a quel tempo era ancora segreta”.

F. Ceccarelli, su Repubblica del 14 Gennaio 2008, ha detto che nel 1976 il Foreing Office britannico aveva progettato un colpo di Stato da effettuarsi in Italia per scongiurare la prospettiva di una possibile vittoria elettorale del PCI guidato da E. Berlinguer. Il Times ha dedicato una pagina intera allo scoop di Repubblica, intitolando un articolo in modo tale da non lasciare dubbi a chi lo legge: “La Gran Bretagna aderì ad un complotto per rovesciare un governo comunista italiano”. Anche il Guardian, il Telegraph e l’Indipendent hanno pubblicato ampi servizi sulla vicenda.

Stando a quel che ha detto il giornalista M. Pecorelli, iscritto alla P2 e portavoce di alcuni settori “deviati” dei servizi segreti, il generale dei Carabinieri C. A. Dalla Chiesa era andato da F. Cossiga, ministro degli Interni, a dirgli che aveva individuato la prigione in cui era trattenuto A. Moro. Prima di approvare un eventuale blitz per liberare l’ostaggio, F. Cossiga temporeggiò perché doveva chiedere il permesso a L. Gelli, il capo della loggia P2 (descritta come “la loggia di Cristo in Paradiso”) i cui affiliati, oltre a controllare tutti i gangli vitali dello Stato, erano abilmente manipolati dalla CIA, l’unica organizzazione a cui dovevano rispondere del loro operato. Il colonnello dei Carabinieri N. Bozzo, stretto collaboratore del generale C. A. dalla Chiesa, ha raccontato alla Commissione Stragi che il suo superiore prima di morire era ossessionato dal fatto che “a tirar le fila del terrorismo fosse una rete messa in piedi, durante la resistenza, dagli USA e composta da ex partigiani rossi, ma in realtà di opposta ideologia, che erano stati infiltrati nelle organizzazioni di sinistra extraparlamenteri per destabilizzare il Paese”.

Il giornalista M. Pecorelli, nelle pagine della sua rivista O. P., ha definito l’agguato di via Fani: “il segno di un lucido superpotere”. Per il Pecorelli: “le BR non rappresentano il motore principale del missile: esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”. Il direttore di O. P. ha, inoltre, affermato: “Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro non ha niente a che vedere con le BR tradizionali. Il commando di via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica internazionale. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto tecnicistico-politico del sequestro Moro. Il caso Lockeed e l’agguato di via Fani sono due episodi di destabilizzazione ad altissimo livello, episodi di solito trattati dalle reti dello spionaggio cosmopolita”.

Prima di continuare è opportuna fare alcune precisazioni. Gli uomini di L. Gelli legati alla P2 non erano, come alcuni hanno ritenuto per anni, un’accolita di spregiudicati affaristi, ma, al contrario, uno straordinario centro di potere esecutivo che annoverava più di duemila tra politici, alti gradi militari, magistrati e giornalisti penetrati profondamente nelle Istituzioni e negli apparati dello Stato. Certamente non novecento individui come sembrava dall’esame dell’elenco sequestrato dai magistrati milanesi G. Turone e G. Colombo nella villa di Gelli situata a Castel Fibocchi in provincia di Arezzo. La loggia P2, culla di potere ad alto livello dell’oltranzismo atlantico e dell’anticomunismo radicale, si era capillarmente inserita in tutte le strutture statali attraverso le quali si articolava la vita pubblica del nostro Paese. Una creazione piduista era l’organizzazione clandestina GLADIO che costituiva l’espressione militare italiana di una rete di difesa antisovietica NATO chiamata STEY-BEHIND.

Nella base NATO sarda di Capo Marrargiu, prestava il suo servizio il colonnello dell’Ufficio K del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) C. Guglielmi. Il colonnello era specializzato nell’addestramento delle unità da combattimento STAY BEHIND, militari senza divisa che si esercitavano giornalmente a compiere atti di sabotaggio, sequestri e guerriglia sia campale che urbana. Vedremo tra poco cosa c’entri il Guglielmi con il sequestro Moro. Il presidente DC incarcerato era sicuramente al corrente dell’esistenza della struttura GLADIO, nata intorno agli anni cinquanta come propaggine mediterranea delle volontà imperialiste americane.

Il gladiatore A. Arconte ha dichiarato che la mitraglietta Skorpion di fabbricazione cecoslovacca, usata per uccidere A. Moro, proveniva dai depositi GLADIO. Lo stesso ha, inoltre, confessato che conosceva in anticipo la decisione di rapire A. Moro, pur non avendo fatto niente per prevenire il sequestro. In questo inghippo ha svolto un ruolo fondamentale il colonnello S. Giovannone, un uomo, vicino al generale piduista G. Sansovito capo del SuperSISMI, che aveva il compito di mantenere buoni rapporti con l’organizzazione terroristica palestinese OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), una struttura eversiva mediorientale che avrebbe dovuto propiziare, non si sa a quale titolo, la liberazione dell’importante ostaggio democristiano. E’ singolare il fatto che il presidente della DC, in una delle sue lettere dal carcere, chiamasse in causa, come possibile mediatore tra lo Stato e le BR, proprio il colonnello del SISMI S. Giovannone.

Significativa è anche un’altra singolare scoperta: i bossoli della mitraglietta Skorpion rinvenuti sul luogo della strage di via Fani avevano una particolare vernice che viene normalmente usata per prevenire la ruggine. Questa vernice rende quasi certa la provenienza delle pallotole poiché è quella che GLADIO usava per preservare i proiettili nei suoi depositi sotterranei. In una tipografia delle BR, situata a Roma in via Foà e allestita dal capo brigatista M. Moretti, è stata rinvenuta una macchina stampatrice AB DIK 360 proveniente dal RUS (Reparto Unità Speciali), un ufficio del SISMI che era preposto a coordinare l’operazioni GLADIO. Nel processo Moro ed in quello istruito per la morte del generale C. A. Dalla Chiesa, la giustizia si è avvalsa delle consulenze di M. Morin, un sedicente perito d’armi che apparteneva da anni alla organizzazione paramilitare segreta italiana GLADIO.

Un altro sedicente gladiatore (nome in codice “Fantasmino”) ha detto che un gruppo formato da 150 militari statunitensi superaddestrati (gruppo BLUE LIGHT) operava al fine di destabilizzare l’Italia per ricondurla su posizioni più filoamericane. L’intento dei soldati USA era quello di compiere operazioni sporche da addebitare alle BR. Alcuni snipers BLUE LIGHT (cecchini) avrebbero ucciso la scorta di Moro, utilizzando armi ad altissima precisione e sparando da quattrocento metri di distanza. Dopo di che avrebbero lasciato il campo al commando brigatista comandato da M. Moretti. “Fantasmino”, le cui rivelazioni sono state fatte al giornale Unione Sarda, ha, inoltre, affermato di appartenere ad una sezione GLADIO che aveva per compito specifico quello di sopprimere fisicamente i personaggi politici italiani della “sinistra” in aperto contrasto con le posizioni occidentali della NATO. Sempre secondo lui lo Stato non poteva eliminare le BR perché contemporaneamente avrebbe dovuto denunciare il comportamento sovversivo delle forze americane BLUE LIGHT dislocate in Italia.

Molti mesi prima del sequestro Moro, un tale G. Serafino si era appostato, per valutare le abitudini del leader democristiano, nel giardino dello stabile, situato nella romana via Savoia, che ospitava lo studio del presidente della DC. Il Serafino era un collaboratore dell’onorevole scudo crociato G. A. Arnaud, un piduista di vecchia data amico personale di L Gelli. Alle 10 del 16 marzo 1978 (il giorno della strage di via Fani), L. Gelli ha ricevuto nella sua stanza all’Hotel Excelsior di Roma due ospiti mai identificati. La segretaria del capo della loggia massonica P2, N. Lazzarini, ha detto: “ <Ad un certo punto Gelli disse: Il più è stato fatto>”.

Caso Moro.Cap 5

Subito dopo il sequestro di A. Moro, F. Cossiga, ministro degli Interni, costituì Il 16 marzo del 1978 una Commissione denominata “Gruppo Gestione Crisi” che lavorò in modo del tutto misterioso. Esso venne affiancato al comitato “ufficiale” composto da rappresentanti delle forze dell’ordine e dei servizi segreti istituzionali. Secono A. Sofri la Comissione-ombra si era insediata al Ministero della Marina ed era frequentata assiduamente da L. Gelli che aveva addirittura una stanza a sua disposizione all’interno dell’edificio ministeriale. Della presenza di Gelli tra i consiglieri di Cossiga ne ha parlato anche F. Mazzola, sottosegretario alla Difesa con delega alla Marina militare e grande amico di F. Cossiga. Analoghe testimonianze le hanno fornite anche il piduista E. Cioppa (funzionario del SISDE, Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) e la democristiana T. Anselmi. Quest’ultima ha detto. “Il capo della loggia P2 agiva ormai come elemento pienamente inserito al massimo livello in uno dei gangli essenziali dello Stato”. Secondo il giornalista U. Cavina, all’epoca del sequestro Moro capo ufficio stampa della DC, Gelli partecipava alle riunioni del “Gruppo Gestione Crisi” sotto il falso nome di “Ingegner Luciani”. Quando furono resi noti i nominativi degli affiliati alla loggia P2 di L. Gelli (primavera 1981) si apprese che i sei alti ufficiali che avevano dato vita al “Gruppo Gestione Crisi” erano tutti piduisti.

“Ingegner Lucio Luciani” era il nome di copertura che L. Gelli spesso usava nelle lettere di raccomandazione pubblicate tra gli atti della Commissione d’inchiesta sulla loggia P2. Come “Ingegner Luciani”, il vertice della P2 prenotava spesso una camera all’Hotel Excelsior di Roma. Nella seconda metà di gennaio 1992 è saltato fuori un documento che provava le frequentazioni di Gelli al Ministero della Marina militare: si tratta di due tesserini, datati gennaio 1979 e intestati all’“Ingegner L. Luciani”, che gli consentivano il libero accesso alla biblioteca del Ministero marittimo. Ai tempi del rapimento di A. Moro, il capo del Servizio di sicurezza antiterrorismo, E. Santillo, massimo esperto di quel settore in Italia, è stato completamente escluso dalla gestione delle indagini sul caso Moro. Forse pagava lo scotto di aver stilato, negli anni precedenti, ben tre rapporti allarmanti sulle attività criminali di L. Gelli e della loggia P2. Nell’unica occasione in cui gli hanno chiesto un consiglio sulle mosse da fare per risolvere il caso Moro, E. Santillo, significativamente e provocatoriamente, ha consigliato una retata intorno a villa Wanda, la villa del maestro venerabile L. Gelli ubicata nella campagna di Arezzo.

Durante le indagini investigative è emerso che i sequestratori di A. Moro hanno adoperato un autofurgone dotato di sofisticate attrezzature spionistiche normalmente usate dagli addetti ai servizi segreti. A tal proposito va detto che alle 9 del mattino del giorno in cui è stato rapito il presidente della DC (16 marzo), il già menzionato colonnello C. Guglielmi era in via Stresa a soli 200 metri dall’incrocio con via Fani. Avrebbe ricevuto la seguente telefonata dal suo capo, il piduista generale P. Musumeci (direttore del SISMI): “Corri a via Fani a vedere cosa sta succedendo. Un informatore mi ha detto che le BR vogliono rapire Moro”. Il militare non ha mai smentito la sua presenza sulla scena della strage, giustificandola, però, in modo del tutto singolare. Ha, infatti, dichiarato che “doveva andare a pranzo da un amico” (alle 9 del mattino!). L’amico del colonnello, un collega di nome A. D’Ambrosio, ha confermato che il Guglielmi quella mattina ha bussato alla porta di casa sua, ma ha smentito che fosse stato programmato un pranzo insieme. F. Accame, presidente dal 1976 della Comissione Difesa della Camera, ha apertamente dichiarato che “nell’agguato di via Fani il Guglielmi incarnava la presenza di GLADIO col compito di verificare che tutto andasse bene”. Probabilmente il funzionario del SISMI è stato l’individuo che ha fatto scomparire la borsa in cui A. Moro teneva le sue carte più riservate, tra cui quelle che lo vedevano ingiustamente implicato nello scandalo Lockeed. Nella fretta convulsiva del sequestro i brigatisti l’avevano lasciata sbadatamente sul posto (in via Fani, luogo dell’agguato al presidente DC).

L’azione militare di via Fani, la strada in cui è stato sequestrato A. Moro il 16 marzo 1978, è stata definita da un ufficiale dei servizi segreti italiani “un gioiello di perfezione” attuabile solo “da due categorie di persone: militari addestrati in modo sofisticato, oppure (il che è lo stesso) da civili che si erano sottoposti ad un lungo e meticoloso training in basi militari specializzate in operazioni di commando”. La presenza in via Fani di un tiratore addestrato sembra quindi essere altamente probabile. Le BR erano in contatto con l’organizzazione terroristica tedesca Rote Armee Fraktion (RAF). Poiché la dinamica del golpe di via Fani ricalca abbastanza fedelmente quella messa in atto dalla RAF per uccidere il presidente della Confindustria tedesca H. M. Schleyer (1977), è probabile che il superkiller coinvolto nel delitto Moro provenisse dal movimento eversivo RAF al cui interno gravitavano infiltrati sia del MOSSAD che della CIA. I terroristi del “gruppo di fuoco” indossavano la divisa degli Stuart dell’Alitalia. Ciò era dovuto al fatto che non tutti i componenti del commando si conoscevano. La divisa serviva appunto al reciproco riconoscimento. Un accorgimento a maggior ragione necessario per la presenza, sulla scena del sequestro, di un killer specializzato che era ignoto ai più perché proveniva dall’estero. Pare che il pistolero della RAF avesse un casco da motociclista che gli copriva il volto e che sia scappato a bordo di una moto Honda guidata da un complice. I brigatisti hanno sempre negato, mentendo, che una moto Honda facesse parte dell’armentario motorizzato di cui si erano avvalsi per sequestratre A. Moro. L’identità dei due moticlisti, descritti da più testimoni come terroristi, non è mai stata individuata. Ad uno stretto collaboratore di A. Moro, S. Freato, ed al sottosegretario democristiano N. Lettieri, l’avvocato svizzero D. Payot (si era occupato del sequestro del presidente della Confindustria tedesca H. M. Schleyer ad opera dei “combattenti” della RAF) ha dichiarato di essere disponibile ad intavolare trattative con le BR. L’avvocato, per le sue conoscenze, era sicuro di poter arrivare a contattare, senza intermediazioni, i rapitori italiani di A. Moro. Tempo dopo, a S. Freato che era andato a Ginevra per avere da lui ulteriori chiarimenti, il Payot ha detto: “Non posso occuparmi di questa vicenda, il mio Ministro della Giustizia me l’ha impedito”.

Durante il sequestro Moro (il 23 marzo 1978) è stato arrestato in Germania un cittadino statunitense in possesso di una falsa identità tedesca: P. J. Hauser, un ex pluridecorato marine che aveva eroicamente combattuto nella guerra del Vietnam. L’americano, un sovversivo della RAF forse imprestato alle BR, potrebbe essere stato coinvolto, dato le sue capacità balistiche, nel delitto Moro e nella eliminazione della scorta che doveva garantire la protezione fisica del presidente della DC. Nel 1991 è uscito un testo classico sui misteri, sulle le stragi e sul terrorismo italiano. E’ intitolato “The Puppetmasters” (I Burattinai) ed è stato scritto dal giornalista ed investigatore inglese P. Willan. Nel libro si fa riferimento ad un interessante documento dattiloscritto, recuperato dalla Polizia in una cabina telefonica di Firenze dove aveva sede il cervello operativo delle BR che il Moretti raggiungeva indisturbato settimanalmente. Il papier ha dato origine alla stesura di un rapporto di Polizia datato 16 maggio 1979. Nel resoconto il vero uomo che organizzò la strage di via Fani ed il rapimento di Moro sarebbe un italoamericano di nome David, un ex marine che aveva combattuto in Vietnam con il grado di capitano e che era poi entrato nelle Special Forces dei Green Berrets, le truppe scelte americane.


Secondo il Willan il coinvolgimento americano nel delitto Moro sarebbe stato mediato dai capi piduisti L. Gelli e M. Sindona. L’attività dello statunitense David era coordinata dal centro USIS (United States Information Service), un istituto culturale legato all’ambasciata statunitense di Roma, a sua volta collaborante con l’organizzazione golpista di destra, guidata da E. Sogno, Pace e libertà. In un intervista al giornalista A. Cazzullo, il Sogno ha ammesso che c’erano accordi tra italiani e americani per “sparare a chiunque avesse fatto accordi con i comunisti”. M. Moretti sarebbe stato infiltrato nelle BR, rispettando gli ordini emanati dalla già menzionata falsa scuola di lingue francese Hyperion, una centrale del terrorismo internazionale manovrata e strumentalizzata dalla CIA proprio attraverso l’USIS.

Una cenno a parte meritano le complicità di cui i brigatisti coinvolti nel delitto Moro godevano all’interno della società dei telefoni SIP (Società Idroelettrica Piemonte). La mattina del 16 marzo, ad esempio, pochi minuti dopo la strage ed il sequestro di Moro, un improvviso black-out interruppe le comunicazioni telefoniche in tutta la zona di via Fani e di via Stresa, impedendo le prime fondamentali comunicazioni e coprendo, di fatto, la fuga dei terroristi. Durante tutto il periodo del rapimento del presidente democristiano ci fu una scarsissima collaborazione da parte della SIP. Essa non assolse in maniera adeguata le sue funzioni (intercettazioni telefoniche) a grave discapito dell’attività investigativa. Il dottor D. Spinella, capo della DIGOS (Direzione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali) dichiarò di aver constatato un atteggiamento di assoluta non collaborazione da parte dell’Ente telefonico, inettitudine operativa che avrebbe dovuto essere perseguita dall’autorità giudiziaria. La SIP dipendeva dalla STET (Società Torinese per l’Esercizio Telefonico) di cui era amministratore delegato M. Principe, un affiliato alla loggia massonica P2 di L. Gelli.

Dopo la morte del leader democristiano (9 maggio 1978), M. Pecorelli, direttore della rivista O. P., ha pubblicato una sibillina cronaca del ritrovamento del cadavere di A. Moro (Roma, via Caetani, Ghetto ebraico). Il giornalista si è soffermato sul muro al quale era addossata la Renault rossa contenete il corpo del presidente DC appena ammazzato: “Dietro (il muro) ci sono i ruderi del teatro Balbo, il terzo anfiteatro di Roma. Ho letto in un libro che a quel tempo gli schiavi ed i prigionieri vi venivano condotti perché si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora ed il sangue di oggi”. Quell’accenno a schiavi e prigionieri che combattono nell’arena, piazzato nel bel mezzo di un articolo che parlava d’altro, era risultato allora incomprensibile. Diventò trasparente dopo la scoperta di GLADIO (uno dei sostenitori era proprio l’onorevole A. Moro). Chi altri, se non i gladiatori, combattono nell’arena scannandosi a vicenda? Il Pecorelli, depositario di segreti incoffessabili, ha fatto una brutta fine. Per la sua morte è stato ritenuto responsabile l’onorevole G. Andreotti. Condannato in primo grado, sulla scorta delle rivelazioni fatte dal boss mafioso pentito T. Buscetta, è stato successivamente assolto in appello. Più persone hanno detto che chi doveva temere di più dalle rivelazioni di Moro fatte dal carcere di via Montalcini 8 era proprio G. Andreotti. Le confessioni morotee potevano svelare le malefatte andreottiane come, ad esempio, lo scandalo per gli assegni dell’Italcasse, uno scandalo del malcostume politico italiano che ha riempito per mesi le pagine dei quotidiani.

Alcuni indizi fanno ritenere che l’ultima prigione morotea fosse ubicata vicino al luogo dove A. Moro è stato rinvenuto cadavere: via Caetani sita all’interno del Ghetto ebraico di Roma. In questa via ci sono i palazzi Caetani e Antici Mattei. Non solo nel palazzo Mattei abitava un inquilino che aveva rapporti con il SISDE, ma c’era anche un Centro Studi Americani (una copertura dei servizi segreti USA) frequentato da G Senzani, uno dei fondatori d’Hyperion, la scuola di lingue parigina da cui provenivano alcuni terroristi tra i quali anche M. Moretti, la mente organizzativa del sequestro Moro. Come abbiamo visto il Senzani era un terrorista invischiato indirettamente fino al collo nella strage di via Fani e nel rapimento di A. Moro. I giornalisti G. Fasanella e G. Rocca sostengono che il presidente DC, ai primi di maggio, era ad un passo dalla liberazione. Sarebbe stato salvato da un’abile mediazione tra Viminale, BR, USA, KGB e Vaticano. Condotto nel palazzo del Ghetto ebraico (palazzo Mattei), grazie alla rete dei contatti internazionali intessuta dal direttore d’orchestra I. Markevitch, stava per essere portato in salvo in Vaticano su di una macchina con targa diplomatica. Ma all’ultimo momento all’interno delle BR qualcuno, imbeccato da imprecisati manovrieri internazionali, si rimangiò la parola data e A. Moro venne fucilato.

Un fatto è ormai accertato: ancora oggi, a tanti anni di distanza dalla strage di via Fani, del delitto Moro sono più gli aspetti ingnoti che quelli accertati. E’ una vicenda molto simile a quella dell’assassinio del presidente americano J. F. Kennedy: retroterra politico, mandanti ignoti, esecutori individuati solo in parte, un seguito giudiziario complesso e largamente inconcludente. In sintesi una verità rimasta sepolta sotto un cumulo di scartoffie. Per questo il caso Moro resta imperdonabilmente aperto e certi colpevoli impuniti circolano indisturbati a piede libero come se niente fosse mai accaduto.

[Fonte www.italoeuropeo.it]



ALDO MORO
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- cenni biografici
- il pensiero


CENNI BIOGRAFICI
Aldo Moro (Lecce 1916 – Roma 1978) consegue nel 1934 la maturità classica e nel 1938 si laurea in Giurisprudenza presso l'Università di Bari discutendo una tesi su "La capacità giuridica penale". La tesi, ripresa ed approfondita, costituirà la sua prima pubblicazione scientifica e lo avvierà alla carriera universitaria. Nel ’39 diventa Presidente della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica) e nel 1941 ottiene l'incarico di Filosofia del diritto e di Politica coloniale presso l'Università di Bari. Nel 1943 fonda a Bari, con altri amici, "la Rassegna" che uscirà fino al 1945 anno in cui si sposa con Eleonora Chiavarelli e in cui diventa Presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica e direttore della rivista
"Studium" di cui sarà assiduo collaboratore, impegnandosi a sensibilizzare i giovani laureati all'impegno politico. Nel 1946 viene eletto all'Assemblea Costituente. Fa parte della Commissione dei "75" incaricata di redigere il testo costituzionale ed è relatore per la parte riguardante "i diritti dell'uomo e del cittadino". E' anche vicepresidente del gruppo Dc all'Assemblea di Bari. Nel 1948 nelle elezioni del 18 aprile viene eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione Bari-Foggia. Viene nominato sottosegretario agli Esteri nel quinto Gabinetto De Gasperi. Nel 1953 viene rieletto al Parlamento e diventa Presidente del gruppo parlamentare Dc alla Camera dei Deputati. Nel 1955 diventa ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Segni. Nel 1956, nel corso del VI Congresso nazionale della Dc che si svolse a Trento, consolidò la sua posizione all'interno del Partito. Fu infatti tra i primi eletti nel Consiglio nazionale del Partito. Nel 1957 diventa ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli e si deve a lui l'introduzione dell'educazione civica nelle scuole. Nel 1958, rieletto alla Camera dei Deputati, è ancora ministro della Pubblica Istruzione nel secondo Governo Fanfani. Nel 1959 all’ VII Congresso della Dc che si svolge a Firenze gli viene affidata la Segreteria del Partito, incarico riconfermatogli anche dal successivo Congresso che si svolse a Napoli nel 1962 e che manterrà fino al gennaio del 1964. Nel 1963, rieletto alla Camera, è chiamato a costituire il primo governo organico di centro-sinistra, rimanendo continuamente in carica come Presidente del Consiglio fino al giugno del 1968, alla guida di tre successivi ministeri di coalizione con il Partito socialista. Nel 1968 viene rieletto alla Camera, ma le elezioni puniscono i partiti della coalizione e determinano la crisi del centro-sinistra. La sua posizione nel Partito appare, in questi anni, un po' decentrata. Dal 1970 al 1974, assume, anche se con qualche intervallo, l'incarico di ministro degli Esteri ( dal 1970 al giugno 1972 nel II e III ministero Rumor; dal luglio 1973 al maggio 1974 nel IV e V ministero Rumor). Nel 1974 ritorna alla presidenza del Consiglio formando il suo IV ministero che dura sino al gennaio 1976 (governo bicolore con il PRI). Nel 1976 presiede il suo quinto ministero che ha però vita breve: febbraio 1976- aprile 1976. E' un governo monocolore democristiano. Nel luglio del 1976 viene eletto Presidente del Consiglio nazionale della Dc.
Nel 1978, il 16 marzo Aldo Moro viene rapito dalle Brigate Rosse e gli uomini della sua scorta barbaramente assassinati. E' un attacco al cuore dello Stato e alle istituzioni democratiche che Moro degnamente rappresentava. Viene rapito mentre si stava recando in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia del nuovo governo Andreotti costituito con l'appoggio e l'ingresso del PCI nella maggioranza programmatica e parlamentare, da Moro ampiamente favorito. Il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, lo statista veniva ucciso dalle Brigate Rosse. Il suo corpo sarà trovato nel bagagliaio di un' auto posta emblematicamente a metà strada tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure.

IL PENSIERO
Fu una delle figure di spicco della politica italiana, distintosi proprio per la sua capacità di mediare, di analizzare limpidamente e di innovare la vita sociale e politica dell’Italia. E’ grazie a lui, e alla necessità di avviare una nuova fase politica, che si forma il primo governo di centro-sinistra nella storia del Paese. Egli sente l’esigenza di fare uscire dal “ghetto” alcune forze politiche, mai state al potere, ma garanti del metodo democratico e portatrici di forze e idee nuove. Pensa così che dare responsabilità governative ai gruppi esclusi può innescare una forza integratrice e unificatrice delle istituzioni. Così nel ’62 all’VIII Congresso DC riesce a far accettare al partito una linea non voluta nel passato (evidente nel precedente allontanamento di Fanfani dalla segreteria), giustificata dalla necessità di un’ampliamento della base del potere, gettando così le fondamenta per una “democrazia sostanziale”, che allarghi gli spazi di libertà e di partecipazione e che progetti uno Stato capace di cogliere e di soddisfare le esigenze sociali ed economiche dell’Italia. Ed è proprio questo il centro del suo pensiero: riuscire a percepire, capire ed interpretare la nuova realtà sociale italiana, che in questi anni stava subendo una modificazione profonda. Rivendica quindi l’origine di partito di popolo della DC, “schierato con molti e attento a che si crei una partecipazione dal basso alla giustizia sociale”. Infatti, i rinnovamenti globali e astratti che arrivano dall’alto sono, secondo Moro, improduttivi e carichi di pericoli autoritari. Solo con l’ascesa al potere delle forze popolari si avrà una crescita di libertà e giustizia per tutti. Per questo il partito ha bisogno di un bagno di umiltà e di “rimuovere” la propria presenza, in modo da cercare un nuovo modo di confrontarsi con la continua evoluzione della realtà sociale. Moro indica alla DC questa nuova presenza del moto irresistibile della storia, che porta ogni soggetto alla propria affermazione in ogni condizione sociale e che fa emergere una legge morale che domina le politica e che la politica deve seguire. E’ qui che deve intervenire lo Stato, promuovendo un ordine giusto e umano, equilibrando le aspirazioni sociali alla libertà e alla sicurezza delle posizioni personali con l’aspirazione all’eguaglianza e alla giustizia sociale. In questo pensiero emerge così anche l’importanza della mediazione nella concezione politica di Moro. Infatti, oltre a compiere il lavoro di mediatore tra i partiti politici, con un sofferto lavoro di ricucitura, un’indubbia capacità di ragionamento e una grande pazienza cristiana, vuole instaurare una mediazione in primo luogo tra la vita politica e quella sociale. Per la prima, è necessario che il governo politico sia in grado di contemperare le libertà di tutti nel contesto sociale; per la seconda, è necessario che la formazione sociale si autocontrolli perché si assesti il processo di liberazione sociale. Il legame fra società e politica è molto stretto in quanto: la società non è capace di organizzarsi fuori dal potere politico - infatti lo stato ha un ruolo insostituibile nella direzione della vita associata - ; la politica non può avere un primato esaustivo e totalizzante nella società perché a quest’ultima si riconosce uno spazio autonomo per il dispiegamento dei valori da parte dei consociati. Anche successivamente, negli anni ’70, Moro dimostra questa particolare attenzione al mutamento radicale della società italiana. In particolar modo, dopo aver analizzato accortamente i risultati del referendum sul divorzio del ’74 e quelli amministrativi del ’75, si rende conto che gli squilibri elettorali registrati sono relazionabili con le grandi trasformazioni sociali avvenute in questo periodo. C’è infatti un nesso tra lo spostamento a sinistra del paese e il processo di liberazione della donna, della condizione giovanile e del lavoro. E questo risultato non è tanto frutto dell’opera dei partiti, quanto un fatto storico, un dato di civiltà. Invero l’attenta analisi morotea non si concentra tanto su questo processo di liberazione, quanto sulla sintesi di acquisizioni diffuse nel mondo laico e in quello cattolico, intese a recuperarne il lessico per un’analisi più sociologica che politologica. In questo processo è praticamente isolato all’interno della DC, in quanto il ruolo che essa dovrebbe assumere in questa concezione sarebbe di grande responsabilità. La DC vale per il suo patrimonio ideale, per l’ispirazione cristiana e di matrice popolare e per la pratica globale della libertà. In questo momento, che, dalla formazione della Repubblica, è il più nero per il partito, Moro invita a guardare avanti, aprendo una terza fase nella storia della DC, che avviene in condizioni molto diverse da quelle d’origine, ma che ne continua l’ispirazione. La preoccupazione, a questo punto, non deve essere quella di sopravvivere, ma di salvaguardare il partito, rendendosi conto che l’avvenire, almeno in parte, non è più nelle mani della DC, ma deve essere condiviso con le altre forze politiche, sempre più interdipendenti tra loro, che vogliano impegnarsi a consolidare la democrazia, costringendole al confronto sul piano dei valori della convivenza democratica, delle compatibilità tra fini e mezzi, del legame tra politica e giustizia. Anche nel “Memorandum” della prigionia, Moro ripropone un ritorno all’equilibrio tra le principali forze politiche, così come si era instaurato subito dopo il fascismo in sede costituente.
La sua visione – in questa prospettiva – guarda al futuro vicino e lontano: nel breve periodo si devono stimolare le forze maggiori e intermedie a dare una risposta comune alle sfide della società e al suo processo di liberalizzazione; nel medio-lungo, è necessario creare una democrazia dell’alternanza, che consenta ad ogni forza politica di far valere i propri progetti e programmi. Globalmente Moro vuole stabilire una solidarietà tra le forze democratiche e la stabilizzazione della democrazia pluralistica.
Se nella sua visione dei rapporti internazionali, non vi è dubbio che collochi l’Italia nel blocco occidentale, in rapporto alla politica europeista crede nella necessità di ancorarsi alla tradizione e alle istituzioni comunitarie senza che per questo, con un meccanico adeguamento all’assetto politico-istituzionale degli altri paesi, si pregiudichino le specificità italiane.

 

[Fonte www.minotarricoinforma.it]



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